Quando le piazze si svuotano. Sul movimento spagnolo dopo le acampadas di Madrid

Napoli MONiTOR - Wednesday, October 21, 2026
(disegno di manincuore)

Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011, nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano Portelli.

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È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del 15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni, le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare, come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria. Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire l’allergia.

IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA
Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo, l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici.

Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati, la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più, diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto, il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora ai suoi inizi.

Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una trasformazione sociale più profonda.

FARSI TROVARE PRONTI
Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo. Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti vuoti: altri attori –  partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni religiose, nuove destre –  erano molto più preparati per approfittarne. Questa è una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte.

La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la piazza si svuota?

Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale. Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali, nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di base.

Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo. Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione materiale condivisa.

È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari. Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di costruire istituzioni ordinarie.

In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi, reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto – un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza, formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione.

MOBILITARE E ORGANIZZARE
Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata.

Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada. Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto. Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la sua potenzialità.

Un approccio sindacale  permette di porre il problema in un altro modo, senza arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma una fonte di potenza di qualunque movimento di massa.

La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi, una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una strategia coordinata.

Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate, ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non apparteneva a nessuna organizzazione.

Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo.

IL RITORNO DELLA LEADERSHIP
Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva: l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal basso, produrrà spontaneamente una strategia comune.

Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili; strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che nessuno aveva votato.

Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla “tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia, scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre.

La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla, magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata, e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di mantenere l’acampada.

È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello sciopero generale che si sta preparando.

Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala sufficiente. […]

DOPO L’AUTONOMIA
C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge, contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico.

Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e continuando a organizzarsi quando cambi la maggioranza in Parlamento.

Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011 potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”. L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme. (assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)