
Il coraggio di pensare il postcapitalismo
Jacobin Italia - Tuesday, October 20, 2026
Isabelle Ferreras è una sociologa del lavoro belga che ha focalizzato la sua ricerca sulla comprensione della dimensione «politica» delle imprese capitalistiche, intese come luoghi in cui si sviluppano rapporti di potere tra attori con interessi contrapposti. Lea Ypi è una filosofa politica albanese che ha tracciato il filo conduttore che unisce il liberalismo di matrice kantiana al socialismo di matrice marxista, gettando così le basi per una rifondazione di entrambe le tradizioni. Thomas Piketty è un celebre economista francese, esperto di storia economica e specializzato nell’analisi delle tendenze anti-egualitarie all’interno del capitalismo e nelle strategie per invertirle.
Tutti e tre condividono diverse cose. Sono europei. Appartengono alla stessa generazione – hanno circa cinquant’anni o poco più. Tutti e tre hanno sviluppato brillanti carriere accademiche nei rispettivi campi. Piketty è professore all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e la pubblicazione delle sue monumentali opere, Il capitale nel XXI secolo e Capitale e ideologia, lo ha reso uno dei principali punti di riferimento della sinistra mondiale contemporanea. Lea Ypi è professoressa alla London School of Economics, titolare di una cattedra come docente ospite al Collège de France e, dalla pubblicazione della sua opera al tempo stesso teorica e autobiografica, Libera, , è diventata anche una delle pensatrici con maggiore visibilità pubblica nell’universo del pensiero progressista. Ferreras è professoressa all’Università di Louvain-la-Neuve, insegna a Harvard e a Oxford ma, soprattutto, è stata la coordinatrice di Democratizing Work, una rete mondiale di economisti di primo piano che nel 2020 ha presentato un manifesto incentrato sulla democratizzazione dell’impresa capitalistica come pietra angolare di una trasformazione strutturale delle nostre economie. In virtù di queste credenziali, Ferreras è stata incaricata di coordinare il gruppo internazionale di esperti che ha elaborato il Rapporto sulla democrazia nel lavoro per il governo spagnolo, su incarico della sua seconda vicepresidente Yolanda Díaz.
Al di là di queste coincidenze, questi tre accademici e intellettuali hanno in comune qualcosa di molto più importante. Tutti e tre, ciascuno dal proprio ambito disciplinare, hanno avuto il coraggio di pensare a come superare il capitalismo e a quali dovrebbero essere le caratteristiche fondamentali di un sistema economico post-capitalista – cioè, di un sistema economico socialista, nel senso autentico del termine. Lo hanno fatto con le lezioni della storia economica e senza ignorare, anzi, il fallimento delle esperienze del XX secolo.
«Abbi il coraggio di pensare» è, da Kant, la massima dell’Illuminismo. Il filosofo tedesco lo spiegò con grande chiarezza e semplicità: il coraggio di pensare liberamente – l’uso pubblico della ragione – è ciò che, come specie umana, ci fa uscire dalla minorità e ci permette di accedere all’età adulta. Da allora, per due secoli, la sinistra è stata, in generale, fondamentalmente adulta. Perché, con i suoi successi – molti – e i suoi errori –non pochi –, ha pensato nella maggior parte del tempo con libertà, senza autocensura né rinunce riguardo alle proprie ambizioni di trasformazione sociale. Ha pensato senza altra restrizione se non la volontà di servire una concezione esigente di giustizia sociale, incarnata in un determinato modo di intendere i tre valori illuministici o, se si preferisce, repubblicani: libertà, uguaglianza e fraternità. E nella misura in cui ha capito che la piena realizzazione di questi valori era incompatibile con il capitalismo, questo l’ha portata a coltivare un atteggiamento di antagonismo nei confronti di questo sistema economico, a non abbandonare l’idea di superarlo e a sviluppare una prospettiva almeno in parte utopica.
Leggi anche…
POLITICAPer un cosmopolitismo di sinistra
Meagan Day - Lea Ypi
La minorità della sinistra dopo il 1989
Ma nel 1989 cadde il Muro e quel giorno la sinistra – o gran parte parte di essa – è entrata in una sopravvenuta minorità. Perché ha assunto , con maggiore o minore riluttanza, con maggiore o minore frustrazione, l’idea che il capitalismo fosse insuperabile. Chi aveva vinto la Guerra fredda, infatti, non era un blocco geopolitico – quello occidentale – bensì un sistema economico. Con questa vittoria il capitalismo pretendeva di aver dimostrato non solo la propria superiorità ma anche il proprio carattere perpetuo. E una grande parte della sinistra si è rassegnata , in modo più o meno critico, a questo nuovo dogma.
Da quel momento, pensare alla possibilità di trascendere il capitalismo è diventato un sintomo di debolezza intellettuale, di chi si mette contro la storia e contro il pensiero scientifico: più concretamente contro la scienza economica. Continuare a pensare in chiave anti- o post-capitalista, come aveva fatto una buona parte della sinistra dagli inizi del XIX secolo fino quasi alla fine del XX secolo, divenne poco meno che uno sforzo ridicolo, motivo di imbarazzo, che si poteva praticare quasi solo clandestinamente.
L’idea di un’alternativa socialista ha perso così la sua funzione di utopia feconda per essere considerata, nel migliore dei casi, manifestazione di un romanticismo privo di qualsiasi consistenza razionale, del quale vergognarsi. Il nesso tra pensiero utopico e trasformazione effettiva della realtà si è completamente rotto. E a partire da qui, la parola «socialista» ha cessato di significare un’alternativa al capitalismo e per essere, semplicemente, una (mediocre) modalità dello stesso.
Si è trattato, come si è detto, di un ritorno a una condizione di minorità per la maggior parte delle sinistre, soprattutto in Occidente. Tutta la sua prassi politica, da quasi quarant’anni, parte dalla premessa indiscutibile che il capitalismo si riforma e si regola, ma non può essere lasciato alle spalle. Questa auto-restrizione le ha impedito di «osare pensare» con libertà. Detto più precisamente, non le ha permesso di pensare a ciò che è precisamente la sua ragion d’essere. Perché, se è vero che il capitalismo e un’idea robusta di giustizia sociale sono incompatibili, allora pensare in chiave post-capitalista dovrebbe essere un imperativo ineludibile per la sinistra.
«Osare pensare»: Ferreras, Ypi, Piketty
Ferreras, Ypi, Piketty si sono liberati decisamente di questa auto-restrizione letale. Hanno deciso di dedicare la loro ricerca accademica a una critica profonda del capitalismo e a che cosa significhi nel XXI secolo un sistema socialista – inteso come alternativa al capitalismo e non come sua modalità. L’hanno dedicata a pensare quali dovrebbero essere le sue caratteristiche fondamentali e come si potrebbe transitare verso di esso. Ciascuno per una strada propria, sono giunti a conclusioni simili. Hanno «osato pensare». E con ciò hanno dato un contributo inestimabile per riportare la sinistra, dopo quasi quattro decenni, all’età adulta.
Quando Ypi parla della sua idea di «socialismo morale», dove si fondono, con una sorprendente armonia, le intuizioni di base del marxismo e del pensiero kantiano; quando Ferreras sviluppa la sua teoria del «bicameralismo economico», mediante il quale i lavoratori raggiungerebbero il controllo politico dell’impresa che la proprietà privata del capitale e i diritti di voto che essa comporta impediscono loro di esercitare; quando Piketty propone ciò che egli chiama «socialismo partecipativo», per attribuire diritti di voto ai lavoratori negli organi di amministrazione dell’impresa, assumendo così che le sue ambiziose proposte fiscali volte a tassare il capitale – e la ricchezza in generale – non siano sufficienti per raggiungere i gradi di uguaglianza desiderabili; quando ciascuno di loro mette queste proposte sul tavolo, ognuno dalla propria disciplina ma tutti con una solidità, una coerenza e un rigore teorici straordinari, frutto di anni di lavoro accademico e di ricerca, tutti puntano nella stessa direzione.
In effetti, parlano di un sistema economico che continuerà a essere di mercato, ma nel quale la proprietà dei mezzi di produzione cesserà di essere privata – o, per essere più precisi, cesserà di esserlo nel modo in cui lo è nel capitalismo. Ciò che è dannoso nella proprietà privata del capitale, così come essa funziona nel capitalismo, è il modo in cui concentra il potere decisionale nella sfera economica, da un lato, e il modo in cui condiziona la distribuzione del reddito e della ricchezza, dall’altro. È questa doppia dimensione – politica e distributiva – della proprietà privata del capitale ciò che, come spiega Ypi, rende il capitalismo incompatibile con la libertà e ciò che esige di pensare a un progetto di «socialismo morale», se davvero vogliamo ritrovare lo spirito illuminista. Ed è questa doppia dimensione della proprietà privata del capitale ciò che le strategie di democratizzazione dell’impresa di Ferreras o di Piketty cercano di superare.
Questi tre autori indicano, di conseguenza, un sistema economico nel quale il potere imprenditoriale sarebbe più distribuito – molto più – che nel capitalismo. Si tratterebbe, dunque, di un’economia al tempo stesso più liberale e più socialista anche del «capitalismo con welfare state» che conosciamo oggi. E grazie alla quale la democrazia politica non sarebbe limitata e minacciata dalla concentrazione del potere economico che il capitalismo comporta in modo strutturale. Ci parlano pertanto di un sistema economico socialista, ma perfettamente coerente con la democrazia liberale come sistema politico.
Di più, dato che uno dei maggiori problemi dei nostri giorni è la crescente incompatibilità tra capitalismo e democrazia liberale, i modelli di socialismo che essi delineano sono in realtà l’unico modo per salvarla. Se il capitalismo, per quanto paradossale possa sembrare, contraddice i principi e gli obiettivi del liberalismo politico, solo un modello di socialismo democratico può restaurarli e preservarli – così come a suo tempo indicò già, di fatto, il più importante pensatore liberale del XX secolo, John Rawls. È la stessa intuizione che Lea Ypi sintetizza genialmente con il suo motto: «Socialismo = Liberalismo – Capitalismo».
La sinistra ha vissuto intrappolata per troppo tempo in uno sgradevole trilemma. Il trilemma tra idee/proposte «forti», idee/proposte «desiderabili» e idee/proposte «possibili». Sembrava impossibile riconciliare i tre vertici del triangolo. Quando le sue idee erano «forti» e «desiderabili», sembravano «impossibili» – per esempio, un sistema post-capitalista democratico. Quando erano «forti» e «possibili», non erano desiderabili – un’alternativa non democratica al capitalismo. Quando erano «possibili» e «desiderabili», non erano forti – il caso di un riformismo socialdemocratico sempre più impotente di fronte alle dinamiche ingiuste del capitale.
Il socialismo morale di Ypi, il socialismo partecipativo di Piketty, il bicameralismo economico di Ferreras sono idee/proposte al tempo stesso forti, desiderabili e possibili. Ci aiutano a superare il trilemma, non ci obbligano a scartare nessuno dei tre vertici del triangolo. Ed è esattamente questo ciò di cui la sinistra ha bisogno se vuole recuperare la propria egemonia ideologica – nel senso gramsciano del termine.
Leggi anche…
DEMOCRAZIALa sinistra bramina
David BroderTre rischi intellettuali da evitare
Quando sottolineiamo il valore e la necessità di proposte teoriche come queste, è molto opportuno cercare di non incorrere in tre rischi intellettuali.
In primo luogo, bisogna evitare l’adanismo: la storia dei contributi accademici orientati al superamento del capitalismo successivi alla caduta del Muro non comincia certo con questi tre autori. Esistono molti precedenti (mi sia consentito fare riferimento, per esempio, ai marxisti analitici nordamericani del «Gruppo di Settembre» e ad autori a loro vicini, come Erik Olin Wright, John Roemer, Gerald Cohen o David Schweickart), ma è difficile stilare un elenco esaustivo. Sono molti i pensatori che negli ultimi decenni si sono addentrati in una ricerca su come sarebbe un’economia di mercato non capitalista. E, di fatto, non tutti provengono dal marxismo e nemmeno dalla tradizione socialista ampiamente intesa, perché diversi di loro appartengono al mondo liberale – essendo in questo senso il suo più illustre esponente lo stesso John Rawls, con il suo «socialismo liberale» o la sua «democrazia dei proprietari».
Tuttavia, questi tre autori –Ferreras, Ypi e Piketty – condividono la fortuna di essere contemporanei e di aver elaborato teorie che convergono notevolmente nella proposta concreta, anche se i loro punti di partenza sono considerevolmente diversi — la sociologia del lavoro (Farreras), la filosofia politica (Ypi) e la storia e la teoria economica (Piketty) —. Si tratta di tre contributi accademici, ciascuno con i propri specifici punti di forza, che si completano in modo ammirevole. E, dal mio punto di vista, questa coincidenza temporale, la sorprendente convergenza delle loro proposte, così come la loro complementarità, giustificano un speciale interesse nei loro confronti.
In secondo luogo, è importante non cadere nel creazionismo: le idee relative alla giustizia sociale non si materializzano da sole nella società, per quanto siano buone, appropriate e necessarie. Conosciamo quale sia la dinamica del cambiamento storico: le trasformazioni avvengono quando i rapporti di forza lo permettono. Sia attraverso la mobilitazione sociale, sia attraverso il successo elettorale e la conseguente azione all’interno delle istituzioni democratiche, sia attraverso processi rivoluzionari o attraverso qualsiasi altra via, in ogni caso il cambiamento si produce soltanto quando esiste un soggetto collettivo dotato di forza e capacità sufficienti a promuoverlo. Ma che cosa sarebbe un soggetto sociale con vocazione trasformatrice senza un programma di trasformazione? E come costruire un programma senza buone idee? La trasformazione sociale esige, sì, buone teorie che orientino l’azione trasformatrice. A maggior ragione se queste trasformazioni riguardano la struttura stessa del nostro sistema economico, con la volontà di superarlo.
Non è questa la sede per aprire un dibattito sulla dialettica tra le idee e l’azione collettiva. Ma è opportuno sottolineare un paio di cose al riguardo. La prima: le idee, di per sé, incidono anch’esse sui rapporti di forza tra gli attori in conflitto. Le buone teorie, le proposte opportune, nella misura in cui offrono un orizzonte possibile di maggiore giustizia sociale, contribuiscono all’accumulazione di forze da parte dei soggetti collettivi impegnati nel progresso. Perché la loro determinazione e la loro capacità di lotta tendono ad aumentare quando hanno una concreta speranza di cambiamento. È su questa speranza che le teorie incidono in modo più o meno diretto.
La seconda: la dialettica tra le idee e la storia. Ci sono idee che aspettano a lungo, a volte decenni o persino più, e, un bel giorno, per ragioni tutt’altro che casuali e inspiegabili, arriva il loro momento. Ragioni che hanno a che fare, innanzitutto, con il rapporto tra idee e azione collettiva. Esistono contesti storici nei quali proposte teoriche formulate molto tempo prima trovano le «condizioni oggettive» – per utilizzare il vecchio gergo – che ne facilitano la realizzazione. Credo che per la proposta di un sistema economico postcapitalista – un socialismo con mercato, chiamiamolo socialismo liberale (Rawls), socialismo morale (Ypi), socialismo partecipativo (Piketty), bicameralismo economico (Farreras) o come vogliamo – stia arrivando questo «momento». Perché le condizioni necessarie per la sua attuazione, quarant’anni dopo la caduta del Muro, sono maturate, anche se uno sguardo superficiale sulle circostanze attuali sembra indicare tutto il contrario.
In terzo e ultimo luogo, non dovremmo nemmeno rimanere intrappolati nel monocausalismo. La sinistra ha bisogno di molte proposte teoricamente ambiziose, capaci di risolvere il trilemma precedentemente indicato. E l’idea di un socialismo postcapitalista democratico è soltanto una di esse. Ma non l’unica. Sono molte le patologie derivanti dal capitalismo e diverse sono le loro cause. Abbiamo bisogno di proposte teoriche per combattere efficacemente ciascuna di esse. Accanto al socialismo postcapitalista, sono state molte altre le proposte teoriche che hanno cercato di essere al tempo stesso desiderabili, forti e possibili. È difficile non pensare a idee come il reddito di base, l’eredità universale o i numerosi contributi che si sono succeduti negli ultimi decenni nell’ambito dell’ecologismo politico o della critica femminista del capitalismo., per citarne soltanto alcuni. L’elenco degli autori che hanno fornito contributi inestimabili per riportare la sinistra all’età adulta — vale a dire, per pensare senza autocensure — sarebbe, ancora una volta, interminabile.
Tuttavia, mi permetto di sostenere che questa proposta – quella di un socialismo al tempo stesso postcapitalista e democratico – possiede un valore particolare. Perché punta direttamente al cuore della bestia: a superare o a ripensare radicalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione, tanto nella sua dimensione politica (dei diritti di voto e, pertanto, del potere economico) quanto in quella finanziaria (dell’appropriazione dei profitti e, pertanto, della disuguaglianza). È questa «proprietà privata» del capitale a definire il capitalismo. A identificarlo: a fare sì che il sistema economico sia capitalista. Quelle proposte, pertanto, sono in grado di decostruirla (nella sua duplice dimensione) in modo netto ed esplicito e ci mostreranno la porta d’uscita dal sistema capitalista, cinquecento anni dopo la sua nascita. Pertanto, sono queste le proposte che possono far uscire pienamente la sinistra dalla condizione di minorità.
Siamo d’accordo sul fatto che la democrazia economica – il socialismo democratico effettivamente postcapitalista – sia soltanto uno dei pezzi di quel grande e variegato puzzle programmatico della sinistra per il XXI secolo. Ma è, mi permetto di affermare in modo un po’ provocatorio, il suo pezzo centrale. Non essendo un pezzo unico, non può essere, per definizione, un pezzo sufficiente. Ma è certamente un pezzo necessario. Più necessario di qualsiasi altro, perché è il pezzo che permette a tutti gli altri di incastrarsi. E ciò si deve, precisamente, al fatto che punta direttamente al cuore del mostro, perché la proprietà privata del capitale è all’origine di gran parte delle principali patologie di cui soffrono oggi le nostre società. Senza questo pezzo, pertanto, difficilmente potrebbe esistere un puzzle, o difficilmente il puzzle sarebbe realmente coerente. È per questa ragione che le proposte di Ferreras, Piketty e Ypi riguardo alla possibilità di un socialismo postcapitalista possiedono un valore particolare e inestimabile, e contribuiscono con particolare forza al ritorno all’età adulta della sinistra.
*Toni Comin i Oliveres, è professore di Scienze Sociali presso l’Esade (Università Ramon Llull), ministro della Sanità del Governo catalano dal 2015 al 2017, eurodeputato dal 2019 (nel Gruppo dei non iscritti).
Diamoci un taglio
La rivoluzione non si fa a parole.Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua. Abbonati
a Jacobin Italia
L'articolo Il coraggio di pensare il postcapitalismo proviene da Jacobin Italia.