Gaza, un anno di tregua farsa: uccisi 1413 palestinesi in dodici mesi

L'INDIPENDENTE - Friday, October 9, 2026

Era il 9 ottobre 2025 quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciava il raggiungimento di una tregua a Gaza. Il giorno dopo, il cessate il fuoco veniva ratificato da Israele, ma a distanza di un anno la crisi umanitaria e gli attacchi israeliani nella Striscia non sono mai terminati. Nonostante la tregua, Israele ha continuato a portare avanti demolizioni, bombardamenti e uccisioni, mentre l’esercito ha superato il confine stabilito dagli accordi, inglobando progressivamente altro territorio palestinese. Il traffico sulle frontiere non ha mai raggiunto i livelli di flusso previsti dagli accordi e i lavori di ricostruzione non sono ancora cominciati. Intanto, il Board of Peace per Gaza, l’organo monocratico presieduto dallo stesso Trump, è ancora lontano dal delineare un piano adeguato per la ricostruzione del territorio palestinese e orienta i propri sforzi verso la «sicurezza» della Striscia, guardandosi bene dall’intervenire sulle mire espansionistiche di Israele.

L’Indipendente lo sottolineava già l’anno scorso: a soli 16 giorni dall’annuncio della tregua, gli accordi stavano ottenendo il risultato di far scomparire la Palestina dal dibattito pubblico, dando al contempo il via alla normalizzazione del genocidio. A un anno di distanza, il quadro resta invariato. Il numero medio di violazioni israeliane registrate nella Striscia di Gaza è di più di 14 al giorno, per un totale di 5.147. Il dato proviene dall’ufficio media governativo di Gaza e risale al 29 settembre, giorno dell’ultimo bilancio sulle violenze israeliane. Le verifiche delle Nazioni Unite sulle violazioni della tregua si concentrano invece sulle loro conseguenze, senza fornire un conteggio complessivo degli episodi. Le ultime risalgono a giugno e prendono in esame il periodo compreso tra l’inizio del cessate il fuoco e la fine di aprile. In totale, l’ONU aveva verificato 629 palestinesi uccisi, tra cui 269 donne e bambini. Alla fine di aprile 2026, 438 persone risultavano uccise in attacchi aerei e con droni, mentre 284 erano state uccise in attacchi nei pressi di edifici e installazioni di natura residenziale. Il bilancio dell’amministrazione gazawi, intanto, è stato aggiornato mensilmente: si parla di 1.413 persone uccise, 5.026 feriti e 198 arresti. Sul piano umanitario, la situazione non migliora: dei 210.600 camion previsti dagli accordi, ne sono entrati 72.826, mentre delle 270mila tende destinate agli sfollati almeno 162mila risultano deteriorate e inutilizzabili. A queste si aggiungono 255 edifici a rischio di crollo.

Intanto sono andate avanti anche le operazioni di demolizione. Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile, risalente ad agosto, il numero delle strutture distrutte a Gaza è aumentato del 9% dall’inizio del cessate il fuoco. Le demolizioni vengono portate avanti con veicoli pesanti e materiale esplosivo e si incastrano perfettamente con l’obiettivo di livellare ampie porzioni della Striscia e ampliare il raggio di controllo delle IDF. Nel corso dei mesi, numerose ricostruzioni e testimonianze hanno documentato l’avanzata dell’esercito israeliano oltre la cosiddetta “linea gialla”, il confine entro il quale le truppe israeliane avrebbero dovuto rimanere stazionate secondo gli accordi. Attualmente Israele controlla circa il 60% del territorio della Striscia, mentre Netanyahu ha annunciato l’intenzione di estendere il controllo israeliano fino al 70%. Parallelamente, il ritiro delle truppe appare ancora lontano. A inizio agosto era stato raggiunto un accordo di massima sul ritiro, che ricalcava quello di ottobre e prevedeva l’avvio parallelo del disarmo di Hamas e del ritiro delle truppe israeliane, mentre le ISF, la forza internazionale incaricata di gestire la sicurezza nella Striscia, avrebbero progressivamente assunto il controllo sul terreno. Nonostante ciò, dopo le pressioni di Netanyahu, il Board of Peace ha annunciato un passo indietro, dichiarando che i soldati israeliani non si sarebbero ritirati fino al completamento del disarmo di Hamas.

Anche nel caso in cui Israele dovesse ritirare le proprie truppe dalla Striscia, l’esercito manterrebbe oltre 50 installazioni militari distribuite da nord a sud del territorio gazawi. Inoltre, sin dalla sua istituzione, il Board of Peace ha concentrato i propri sforzi sulla costituzione delle ISF, contattando i Paesi che dovrebbero inviare i propri soldati nella Striscia, previo consenso di Israele. I primi contratti approvati dal BoP riguardano infatti la realizzazione di basi militari. Insomma, ritiro delle truppe o meno, il progetto israeliano resta sostanzialmente lo stesso: creare una Gaza smilitarizzata sulla quale esercitare direttamente o indirettamente il proprio controllo. In questo senso, non sorprende la disponibilità con cui il BoP ha risposto alle richieste di Netanyahu: il primo vero piano varato dall’organo, del valore di 2,4 miliardi di dollari, destina infatti circa un terzo delle risorse – il triplo di quanto previsto per l’assistenza sanitaria e i servizi educativi – alla voce «pace e sicurezza». La cifra rappresenta poco più di un trentesimo dei 71,4 miliardi di dollari che, secondo la Banca Mondiale, serviranno per la ripresa di Gaza nel prossimo decennio ed è indirizzata alla creazione di una Striscia di Gaza sottoposta a una forma di controllo militare permanente.

Intanto, il grosso dei lavori di smaltimento, la ricostruzione, l’edificazione delle residenze e la riabilitazione dei servizi non è ancora iniziato. Davanti al progetto israeliano di pulizia etnica della Palestina e all’inerzia della comunità internazionale, a portare avanti la riabilitazione della Striscia ci sta pensando il popolo palestinese. Sin dall’indomani della sigla della tregua, gli abitanti del nord di Gaza si sono mobilitati per riabilitare i pozzi dismessi durante gli ultimi tre anni di genocidio. Ad aprile, il programma di sviluppo dell’ONU, (UNDP), ha avviato un intervento per la rimozione dei detriti e la gestione dei rifiuti; tra i vari progetti, a giugno, i ministeri palestinesi hanno lanciato un programma per la riattivazione delle imprese, dell’agricoltura e dell’industria, mentre a luglio l’UNDP ha avviato un nuovo progetto per la rimozione e il riciclo delle macerie.

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