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Israele costruisce nuovi avamposti nella Striscia, l’occupazione vuole essere permanente
Secondo i termini del cessate il fuoco firmato nell’ottobre 2025, Israele avrebbe dovuto ritirare completamente le sue truppe da Gaza. Chi conosce la storia del regime sionista e i suoi obiettivi sapeva già allora che l’obiettivo invece era rimanere lì e strappare altro territorio ai palestinesi. Un’indagine condotta dall’Open Source […] L'articolo Israele costruisce nuovi avamposti nella Striscia, l’occupazione vuole essere permanente su Contropiano.
June 7, 2026
Contropiano
Gaza, le prove nelle ferite dei bambini
Il reportage del de Volkskrant premiato all’European Press Prize 2026 documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza. Un giornalismo che supplisce all’assenza di giornalisti. E istituzioni che fanno finta di non sentire. Il 3 giugno 2026, a Lisbona, l’European Press Prize ha assegnato il Distinguished Reporting Award ai giornalisti olandesi Maud Effting e Willem Feenstra del de Volkskrant per il reportage What the wounds are telling us, in italiano: Cosa ci dicono le ferite. La giuria lo ha definito “un lavoro straordinario che combina raccolta di dati e ritratti profondamente umani dei medici”, sottolineando come il pezzo costruisca intorno a questi testimoni la cornice di “ultimi osservatori internazionali”. Il premio più prestigioso del giornalismo europeo, selezionato tra oltre ottocento candidature da quarantaquattro Paesi, va dunque a un’inchiesta su Gaza. C’è un paradosso in questo riconoscimento che vale la pena nominare con chiarezza. L’Europa che premia è la stessa Europa che, con poche eccezioni, si è rifiutata di vedere. I governi degli stessi Paesi da cui provengono i medici-testimoni — Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi — hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica o semplicemente silenzio. Il premio arriva tre anni dopo l’inizio di una guerra che ha prodotto, secondo le autorità sanitarie di Gaza, oltre 64.000 morti, quasi 20.000 dei quali bambini. Premiare il giornalismo che ha documentato questo è giusto. Ma il gesto rischia di assolvere, indirettamente, l’inerzia politica che quel giornalismo ha denunciato. Il reportage del Volkskrant vale la pena di essere letto nella sua interezza e di essere raccontato, nei limiti che il rispetto del lavoro altrui impone, perché contiene qualcosa che i comunicati ufficiali e i dibattiti parlamentari non riescono a trasmettere: la specificità concreta del male. Effting e Feenstra hanno parlato per mesi con diciassette medici e un infermiere che, dall’ottobre 2023, hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche attraverso Gaza, spesso tornandoci due volte. Chirurghi d’emergenza, anestesisti, ortopedici, chirurghi plastici, intensivisti. Molti avevano esperienza in Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia, Ruanda, Ucraina. Nessuno era preparato a quello che ha trovato. A loro, e non ai giornalisti che Israele esclude sistematicamente da Gaza, è toccato il compito di testimoniare. Le sale operatorie, scrivono Effting e Feenstra, sono diventate sale di redazione. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze, supportate da fotografie, radiografie, appunti clinici e diari personali consegnati al giornale, ruota attorno a un dato che i due autori hanno costruito con precisione metodologica: quindici medici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto. Conteggio conservativo, casi incerti esclusi: almeno 114 bambini. La maggior parte non è sopravvissuta. Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato. Non è shrapnel. Non è il danno da esplosione indiscriminata. È un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza. Il patologo forense Wim Van de Voorde, professore emerito all’Università di Lovanio, ha esaminato le immagini: «È molto probabile che si tratti di colpi a lunga distanza, mirati alla testa e al collo, con munizioni militari». Il patologo Frank van de Goot, osservando le radiografie dei crani infantili con proiettili conficcati all’interno, ha notato che le pallottole avevano perso molta energia lungo il percorso, segno che i bambini erano stati colpiti da distanza considerevole. L’ex comandante delle forze di terra olandesi Mart de Kruif ha escluso che più di cento casi analoghi possano essere attribuiti al caso: «Se vedi un numero elevato di ferite da arma da fuoco all’area del petto e alla testa, non si tratta di danni collaterali. Si tratta di targeting deliberato». Israele ha rifiutato di rispondere alle domande sui cecchini. Il governo Netanyahu nega che i soldati sparino deliberatamente sui civili. Ma soldati anonimi hanno confessato il contrario sul quotidiano israeliano Haaretz, e l’organizzazione Breaking the Silence, fondata da veterani dell’esercito israeliano, ha documentato, sulla base di centinaia di interviste, ordini di sparare su chiunque entrasse in determinate aree. Vi è poi un secondo piano documentato dal reportage, forse il più perturbante perché il meno discusso: quello che i medici hanno chiamato, con un termine che rimanda all’universo videoludico, la gamification della guerra. I chirurghi hanno notato ondate di pazienti le cui ferite sembravano coordinate per regione corporea: testa e collo un giorno, addome il giorno dopo, arti il seguente, poi genitali. Il chirurgo Nick Maynard dell’Università di Oxford ha raccontato al giornale che un residente in urologia del Nasser Hospital ha trattato quattro ragazzi colpiti ai testicoli in un singolo giorno. Goher Rahbour ha visto cinque o sei pazienti in una giornata con colpi a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. I soldati israeliani, sempre su Haaretz, hanno ammesso di sparare sui civili in attesa agli snodi di distribuzione alimentare, chiamando questa pratica con il nome di un gioco infantile, il semaforo, in cui i civili “sanno” che possono avvicinarsi solo quando il fuoco si interrompe. Non è un dettaglio marginale. È la descrizione di un sistema che ha trasformato l’uccisione in routine ludica, attribuendo al tiro sui corpi una struttura di gioco con regole, punteggi, record. Nel 2020, cecchini israeliani avevano già raccontato a Haaretz di gare per colpire il maggior numero di ginocchia in una singola giornata: il primato era di quarantadue. A tutto questo si aggiunge la documentazione sulle armi a frammentazione. Nove medici hanno riferito di aver estratto dai corpi dei pazienti, bambini inclusi, minuscoli frammenti metallici a forma di cubo o cilindro, capaci di produrre ferite di ingresso microscopiche e devastazione interna massiccia. Il chirurgo Mark Perlmutter, vicepresidente dell’International College of Surgeons, afferma di aver consegnato due frammenti di tungsteno alla Corte Penale Internazionale. L’esercito israeliano definisce questa documentazione «una menzogna palese» e nega di possedere o impiegare tali armi. Il 28 maggio 2025, Feroze Sidhwa, il chirurgo californiano che aveva aperto il reportage con la scena dei quattro bambini intubati il suo primo giorno a Gaza, ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «I miei pazienti avevano sei anni, con schegge nel cuore e proiettili nel cervello». Aveva ammorbidito il discorso originale su consiglio di un amico fidato, per non allontanarsi troppo dalla convenzione diplomatica. Eppure quella frase è rimasta. Ed è rimasta inascoltata. Il reportage di Effting e Feenstra fa quello che il giornalismo deve fare quando le istituzioni abdicano: costruisce un archivio. Fotografie, radiografie, diari, testimonianze incrociate, perizie forensi. Un archivio che dice, con il linguaggio della medicina trasformata in prova, ciò che la politica si rifiuta di nominare. Sidhwa, tornato a Stockton, ha ripreso i suoi pazienti in California. Mamode ha strappato la tessera del Partito Laburista. Perlmutter ha consegnato i frammenti di tungsteno alla Corte Penale Internazionale. Ognuno di loro ha fatto la propria parte. Il premio di Lisbona certifica che quella parte era anche giornalismo. Resta aperta, e sempre più urgente, la domanda su quale parte tocchi a chi ha il potere di agire e continua a non farlo. Fonti Maud Effting, Willem Feenstra, What the wounds are telling us, de Volkskrant, settembre 2025 (Distinguished Reporting Award, European Press Prize 2026, cerimonia di Lisbona, 3 giugno 2026) https://www.volkskrant.nl/kijkverder/v/2025/gunshot-palestine-children-israel-war~v1819649/ Feroze Sidhwa et al., 65 Doctors, Nurses, and Paramedics: What We Saw in Gaza, The New York Times, 9 ottobre 2024 https://www.nytimes.com/interactive/2024/10/09/opinion/gaza-doctors-letter.html Breaking the Silence, The Perimeter, rapporto basato su interviste a soldati israeliani, 2024 https://www.breakingthesilence.org.il/the-perimeter BBC News, indagine su oltre 160 bambini feriti da arma da fuoco a Gaza, agosto 2024 https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo The Lancet, gruppo di ricercatori internazionali sulla stima delle vittime a Gaza, 2024 https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(24)01169-3/fulltext Nizam Mamode, audizione davanti alla commissione parlamentare britannica, autunno 2024 https://committees.parliament.uk/event/22392 Feroze Sidhwa, intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, New York, 28 maggio 2025 https://webtv.un.org/en/asset/k1m/k1m4v8a3x7 Amnesty International, rapporti sull’uso di armi a frammentazione a Gaza, 2023–2025 https://www.amnesty.org/en/location/middle-east-and-north-africa/middle-east/israel-and-occupied-palestinian-territory/ Haaretz, testimonianze anonime di soldati israeliani sul tiro sui civili e sui punti di distribuzione alimentare, 2024–2025 https://www.haaretz.com Haaretz, inchiesta sui cecchini israeliani e il tiro alle ginocchia, 2020 https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-israeli-snipers-brag-about-shooting-gaza-protesters-knees-1.8632555 Francesco Russo
June 6, 2026
Pressenza
Un Cammino disarmante da Brescia a Genova
… : per costruire relazioni di pace di Lorenzo Guadagnucci   © Thomas Thompson – Unsplash Dal 6 al 22 giugno Repubblica Nomade unirà a piedi due città per certi versi agli antipodi, attraversate entrambe dall’economia di guerra ma anche dalla pace che resiste. L’obiettivo è incontrare lungo il percorso i gruppi, le associazioni, le persone che non si rassegnano.
Palestina: l’insostenibile pesantezza della realtà
Un dossier ricco di articoli e voci. Articoli, voci e link– fra gli altri – di Leonarda Alberizia, Anbamed, BDS, Antonella Bundu, Damiano Censi, Duccio Facchini, Rula Jebreal, Yitzhak Laor, Radio Onda d’urto, David Ruggini, Dario Salvetti, Agnese Stracquadanio, Amina Tridente…   Genocidio a Gaza 30 – 05 Ieri pomeriggio, tre palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un
PALESTINA: RAID DELL’ESERCITO DI OCCUPAZIONE ISRAELIANO SU GAZA E VIOLENZE DEI COLONI IN CISGIORDANIA OCCUPATA. NON SI FERMA IL GENOCIDIO
Israele continua a colpire duramente la Palestina. Nella Striscia di Gaza non si fermano i bombardamenti e gli sfollamenti forzati: ieri, martedì 26 maggio, i raid ucciso 7 palestinesi, mentre questa notte si sono registrate altre 4 vittime. Tra loro Muhammad Odeh, comandante dell’ala militare di Hamas. Odeh è il quindicesimo alto ufficiale dell’ala militare dell’organizzazione ucciso dall’ottobre 2023. Ad annunciarlo è stato il ministro Katz, che è tornato anche a minacciare la deportazione totale dei palestinesi di Gaza, la cosiddetta e farlocca “emigrazione volontaria” da Gaza che “sarà attuato, nei tempi e nei modi appropriati”. “La situazione è difficile e la tregua è finta. Dal cessate il fuoco sono state uccise circa 900 persone” racconta da Gaza Sami Abu Omar, cooperante di diverse realtà italiane attive nella Striscia di Gaza, denunciando anche la drammatica situazione umanitaria: “Non esiste più elettricità, si vive con i generatori e il carburante ha un costo impossibile”. Con l’arrivo del caldo si moltiplicano anche malattie e infezioni nei campi tenda, dove mancano acqua, igiene e raccolta dei rifiuti. Intanto migliaia di bambini palestinesi restano senza scuola, distrutte dai bombardamenti dell’esercito di occupazione: “Ci sono bambini che da tre anni non riescono ad andare a scuola”, spiega Abu Omar, “intere generazioni rischiano l’analfabetismo”. La corrispondenza da Gaza con Sami Abu Omar, cooperante di diverse realtà italiane attive nella Striscia di Gaza e storico collaboratore di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. In Cisgiordania Occupata Mediterranea Saving Humans denuncia un “sistema strutturale di pulizia etnica” nell’area di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania. Nel rapporto “Masafer Yatta, un laboratorio di pulizia etnica”, l’organizzazione documenta quasi tremila violazioni nel solo 2025. Tra queste figurano 150 aggressioni fisiche, in cui i coloni, quasi sempre armati di bastoni e spranghe, hanno assaltato i villaggi palestinesi, per una media di un assalto ogni due giorni, spesso con il sostegno diretto dell’esercito israeliano. “I coloni hanno il compito di rendere impossibile la vita ai palestinesi finché non se ne vadano”, afferma ai microfoni di Radio Onda d’Urto Damiano Censi, coordinatore del progetto di Mediterranea in Palestina, parlando di un legame “sistematico e diretto” tra coloni armati, esercito e esecutivo di Netanyahu. Secondo il dossier, molti coloni coinvolti nelle violenze sarebbero oggi integrati formalmente nelle forze armate israeliane, mentre reti internazionali di finanziamento continuerebbero a sostenere economicamente le colonie illegali. Nella giornata di oggi, mercoledì 27 maggio, nella West Bank i coloni israeliani hanno incendiato veicoli e un’intera casa a Khirbet Masoud, sud di Jenin, vergando slogan razzisti, mentre vicino Hebron un 13enne è stato ferito da un raid dell’esercito occupante, nell’ambito dell’ennesimo rastrellamento: una dozzina i rapiti, tra loro anche un paio di giornalisti. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto anche Damiano Censi, coordinatore del progetto di Mediterranea in Palestina. Ascolta o scarica.
May 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Furundulla 320 – Epidemie…
…netanyhantavirus  di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse…) Epidemie non debellate: netanyhantavirus  Intevista di Monica Maggioni a Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency nella Striscia: raiplay.it /video Gaza-invasa-dai-topi-attaccano-anche-i-neonati   Il bianco muove… Le dichiarazioni del nostro amico Mahamoud Idrissa, presidente della
PALESTINA: RAID, MORTI E CRISI UMANITARIA, NON SI FERMA IL GENOCIDIO. IL PUNTO CON IL GIORNALISTA MICHELE GIORGIO
A Gaza un palestinese è stato ucciso e altre quattro persone sono rimaste ferite in seguito a un attacco israeliano contro il campo profughi di Nuseirat, nella parte centrale della Striscia. Intanto, le condizioni di vita sotto le tende diventano ogni giorno più drammatiche: tra morsi di topi, carenza di cibo, acqua e farmaci, la situazione umanitaria continua a peggiorare. Procedono invece con il contagocce le evacuazioni sanitarie, nonostante le promesse israeliane, in una terra ormai occupata per il 60% da Tel Aviv e dove, secondo l’Oms, almeno 43mila persone convivono con lesioni gravi permanenti. Nella Cisgiordania Occupata, ad Al-Ram, a nord di Gerusalemme Est, un uomo di 44 anni è stato ucciso dalle forze di occupazione. Raid e attacchi si sono registrati anche nelle aree di Ramallah, Jenin e Nablus, dove migliaia di coloni israeliani, scortati dall’esercito, hanno invaso la Tomba di Giuseppe. Tutto questo mentre a Tel Aviv nasce un tribunale militare speciale per i fatti del 7 ottobre 2023, con la previsione anche della pena di morte. Sarebbero almeno 300 le persone a rischio tra gli 11mila prigionieri politici palestinesi. Tra loro c’è anche il dottor Hussan Abu Safya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nella Striscia di Gaza, arrestato 500 giorni fa. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente da Gerusalemme per Il Manifesto e nostro collaboratore. Ascolta o scarica. Sul fronte della solidarietà internazionale: oggi pomeriggio, in Turchia, si terrà la conferenza stampa della Global Sumud Flotilla per annunciare le prossime mosse della cinquantina di imbarcazioni sopravvissute all’assalto israeliano in acque internazionali, al largo di Creta. Le barche intendono ripartire verso Gaza già nella giornata di domani. La Global Sumud Flotilla rende inoltre noto di non aver ancora ricevuto alcuna risposta dall’Unione Europea alla richiesta di una missione indipendente incaricata di verificare il carico delle imbarcazioni e certificare così la natura civile e umanitaria della missione, respingendo le accuse e le provocazioni israeliane.
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Distruzione delle torri di Gaza: un crimine di guerra
Amnesty International ha dichiarato oggi che la distruzione illegale e indiscriminata di edifici civili nella Striscia di Gaza da parte di Israele continua ad avere conseguenze devastanti per le famiglie palestinesi sfollate. La ricostruzione resta un obiettivo lontano nel contesto del genocidio e dei bombardamenti aerei tuttora in corso, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Per illustrare la gravità della distruzione indiscriminata provocata dalle forze israeliane, Amnesty International ha realizzato un’indagine sulla demolizione di almeno 13 edifici residenziali e commerciali (le “torri”) della Striscia di Gaza tra settembre e ottobre del 2025. L’organizzazione ha rilevato che l’esercito israeliano ha gravemente danneggiato e distrutto le torri di Gaza, che ospitavano migliaia di persone – molte delle quali sfollate – sganciando numerose bombe su ciascun edificio dopo aver costretto le persone residenti a evacuare con pochissimo preavviso. Amnesty International chiede che tali attacchi siano indagati come crimini di guerra di distruzione indiscriminata, punizione collettiva e attacchi diretti contro beni civili. Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, rilasciate immediatamente dopo alcuni di quegli attacchi, costituiscono ulteriori prove del fatto che gli edifici non sono stati distrutti per motivi di inderogabile necessità militare, bensì per infliggere una punizione collettiva e una devastazione diffusa alla popolazione civile, come mezzo di pressione politica su Hamas e nell’ambito di una campagna di sfollamento forzato di massa. “Nel mese che ha preceduto il cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele ha ampliato e intensificato il suo incessante attacco contro Gaza, provocando una delle peggiori ondate di sfollamento di massa durante il genocidio – ha dichiarato Erika Guevara Rosas, alta direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International – Un elemento centrale di questa fase è stato la distruzione deliberata delle torri di Gaza, attraverso bombardamenti aerei che hanno raso al suolo le abitazioni di migliaia di civili e distrutto i campi di fortuna situati nelle aree circostanti. Tutte le prove disponibili indicano che la distruzione di queste 13 torri da parte di Israele non sia stata ‘resa assolutamente necessaria dalle operazioni militari’ e debba pertanto essere indagata come crimine di guerra. La distruzione delle torri di Gaza rientra in un modello più ampio di incessante devastazione delle infrastrutture essenziali che, insieme alle ripetute ondate di sfollamento di massa in condizioni disumane e al diniego di aiuti umanitari salvavita, ha costituito uno degli elementi centrali del genocidio commesso da Israele. Questo equivale all’atto vietato di infliggere deliberatamente ai palestinesi della Striscia di Gaza condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale”. Amnesty International ha intervistato 16 ex residenti e altre persone sfollate a causa delle distruzioni, oltre a testimoni oculari. Il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione ha inoltre analizzato immagini satellitari e verificato oltre 25 video, rivelando un inquietante modello di distruzione deliberata di strutture civili da parte delle forze israeliane in assenza della necessaria giustificazione militare richiesta dal diritto umanitario internazionale. Il 19 marzo 2026 Amnesty International ha inviato alcune domande al ministero della Difesa israeliano in merito agli attacchi e alle dichiarazioni rilasciate, ma al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta. Amnesty International aveva già documentato un modello di distruzione israeliana di aree civili tra dicembre 2023 e maggio 2024, in assenza di inderogabili necessità militari, durante i tentativi di ampliare una “zona cuscinetto” lungo il perimetro orientale della Striscia di Gaza. L’organizzazione aveva inoltre verificato, attraverso immagini satellitari e filmati video, che nel corso di due settimane del maggio 2025 le forze israeliane avevano completamente raso al suolo ciò che restava della città di Khuza’a, nel sud della Striscia di Gaza. Dopo il cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025 le forze israeliane hanno continuato a demolire abitazioni e altri edifici nelle aree a est della cosiddetta “linea gialla”, sulle quali esercitano già il pieno controllo operativo. Si tratta di zone in cui alle persone palestinesi è vietato fare ritorno e che comprendono oltre il 55 per cento della superficie totale della Striscia di Gaza. I confini della “linea gialla” sono vaghi e costantemente ridefiniti dall’esercito israeliano. “L’impunità di cui ha goduto nella Striscia di Gaza ha consentito a Israele di replicare azioni illegali anche altrove, in particolare in Libano, dove il ministro della Difesa israeliano ha evocato Gaza nelle sue minacce di accelerare la distruzione dei villaggi lungo il confine meridionale. In Libano l’esercito israeliano ha già distrutto su vasta scala migliaia di strutture civili, comprese abitazioni, parchi e campi da calcio”, ha aggiunto Erika Guevara Rosas. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta le punizioni collettive e la distruzione di proprietà da parte della potenza occupante, “salvo i casi in cui tali distruzioni siano rese assolutamente necessarie dalle operazioni militari”. Il diritto umanitario internazionale proibisce inoltre gli attacchi contro beni civili. La “distruzione e l’appropriazione estese di beni, non giustificate da necessità militare e compiute illegalmente e arbitrariamente” costituiscono una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e un crimine di guerra. Anche dirigere intenzionalmente attacchi contro beni civili ed effettuare punizioni collettive costituisce un crimine di guerra. “Queste demolizioni non hanno soltanto abbattuto edifici di cemento: hanno ridotto in macerie le case, le vite e i ricordi delle persone che vi abitavano, trasformando in rovine e polvere alcuni dei più importanti simboli urbani di Gaza. Per i palestinesi ai quali non è consentito tornare nelle proprie case a est della cosiddetta linea gialla, nonostante abbiano montato le tende dall’altro lato nel punto più vicino possibile, il rumore continuo dei bulldozer che distruggono abitazioni e terreni è diventato la dolorosa colonna sonora quotidiana di una vita in cui il fuoco non si è mai davvero fermato”, ha affermato Guevara Rosas. Funzionari israeliani che celebrano la distruzione Nell’agosto 2025 il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva annunciato che Israele stava accelerando le operazioni militari per fare pressione su Hamas durante i negoziati sul cessate il fuoco. Poco dopo, il 5 settembre 2025, sono iniziati gli attacchi contro le torri di Gaza, mentre l’esercito israeliano intensificava in modo significativo la propria offensiva militare per prendere il controllo della città. La mattina stessa del 5 settembre il ministro della Difesa Katz ha dichiarato sui social media che “il chiavistello delle porte dell’inferno è stato rimosso”, collegando esplicitamente gli attacchi alla richiesta che Hamas accettasse le condizioni poste da Israele. Questa ammissione esplicita ha contrastato nettamente con le abituali affermazioni delle forze israeliane – in questi e in molti altri casi, fatte senza presentare alcuna prova – secondo le quali gli edifici venivano colpiti a causa della presenza di combattenti o di infrastrutture di Hamas. Ad esempio, prima di lanciare la campagna di distruzione delle torri di Gaza il 5 settembre, l’esercito israeliano ha affermato che “in preparazione dell’intensificazione dell’assalto contro Hamas a Gaza, le Idf, sotto la guida del Comando meridionale, hanno condotto un’approfondita attività di intelligence identificando una significativa attività di Hamas all’interno di un’ampia gamma di infrastrutture nella Striscia di Gaza, in particolare nelle torri di Gaza”. L’esercito israeliano non ha però fornito alcuna prova a sostegno di tali affermazioni. Nelle dichiarazioni successive Katz ha continuato a minacciare la distruzione della Striscia di Gaza se gli ostaggi non fossero stati liberati e Hamas non avesse deposto le armi, indicando chiaramente che la distruzione veniva attuata per fare pressione su Hamas e non per inderogabili necessità militari legate alle operazioni sul campo. Ad esempio, l’8 settembre 2025 Katz ha scritto sul suo account ufficiale X: “Oggi un uragano devastante colpirà i cieli di Gaza e i tetti delle torri del terrore tremeranno. Questo è l’ultimo avvertimento agli assassini e stupratori di Hamas nella Striscia di Gaza e negli hotel di lusso all’estero: liberate gli ostaggi e deponete le armi, oppure Gaza sarà distrutta e voi sarete annientati”. In altri messaggi pubblicati sul suo account X, Katz ha commentato la distruzione delle torri di Gaza e di altre strutture civili con toni celebrativi e compiaciuti, suggerendo che tali distruzioni fossero finalizzate a “eliminare l’incitamento”, un obiettivo che di per sé non può essere considerato un’inderogabile necessità militare tale da giustificare, ai sensi del diritto internazionale umanitario, la distruzione di proprietà civili. Per esempio, il 14 settembre, dopo un attacco aereo contro l’Università islamica della Striscia Gaza, ha scritto: “L’università ‘islamica’ di Gaza si innalza verso il cielo. Stiamo eliminando le fonti dell’incitamento e del terrorismo”. Ha ribadito questo concetto il giorno successivo, in un altro post che celebrava la distruzione della Torre al-Ghofari: “La torre del terrore Burj al-Ghofari crolla nel mare della Striscia di Gaza. Stiamo affondando le roccaforti del terrorismo e dell’incitamento”. “Collegando esplicitamente la distruzione delle abitazioni a richieste politiche, le autorità israeliane, rappresentate dal ministro della Difesa, hanno di fatto ammesso di utilizzare la sofferenza dei civili come strumento di pressione e di infliggere punizioni collettive alla popolazione civile, invece di compiere distruzioni giustificate da inderogabili necessità militari”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas. Nessuna prova di obiettivi militari L’esercito israeliano non ha fornito prove sufficienti a sostegno delle proprie affermazioni secondo cui le torri di Gaza colpite sarebbero state utilizzate da Hamas o da altri gruppi armati palestinesi per scopi militari. Amnesty International ha invece rilevato, esaminando la pagina ufficiale dell’esercito israeliano, che dopo la distruzione di ciascuna torre di Gaza veniva utilizzato un commento standard del portavoce militare, spesso senza nemmeno specificare quale edificio fosse stato colpito o fornire ulteriori dettagli: “Le Idf, sotto la guida del Comando meridionale, hanno colpito una torre di Gaza utilizzata da Hamas. Combattenti di Hamas avevano installato all’interno dell’edificio apparecchiature per la raccolta di informazioni e postazioni di osservazione per monitorare i movimenti delle Idf e facilitare operazioni contro lo Stato di Israele e contro le nostre forze. Prima degli attacchi sono state adottate misure per ridurre, per quanto possibile, il rischio di danni ai civili, inclusi avvisi preventivi alla popolazione, l’uso di munizioni guidate di precisione, sorveglianza aerea e ulteriori attività di monitoraggio”. Il 19 marzo 2026 Amnesty International ha scritto all’esercito israeliano chiedendo quali fossero le ragioni degli attacchi contro ciascuno di questi edifici nel momento in cui erano stati colpiti e quali fossero le persone e/o gli obiettivi presi di mira, ma non ha ricevuto alcuna risposta. La ricerca dell’organizzazione non ha riscontrato alcuna prova che indicasse la presenza o l’utilizzo degli edifici da parte di combattenti, né evidenze di attività militari al momento della distruzione delle torri di Gaza, smentendo così le generiche affermazioni dell’esercito israeliano. Inoltre, l’esercito israeliano non ha fornito ulteriori ragioni tali da soddisfare il requisito secondo cui la distruzione di questi edifici fosse resa assolutamente necessaria dalle operazioni militari. Sebbene le torri di Gaza avrebbero potuto avere un valore strategico durante i combattimenti in aree urbane, questo potenziale utilizzo futuro non soddisfa il requisito giuridico della “inderogabile necessità militare” previsto dal diritto internazionale, necessario affinché la distruzione degli edifici possa essere considerata un atto proporzionato. Seminare il panico Nella maggior parte dei casi in cui le torri di Gaza sono state distrutte, l’esercito israeliano ha telefonato a una delle persone residenti nell’edificio che stava per essere bombardato, ordinandole di avvertire le altre o i vicini di lasciare l’edificio immediatamente o nel giro di pochi minuti. Questi avvertimenti hanno provocato panico di massa, costringendo migliaia di persone a fuggire terrorizzate, lasciando dietro di sé tutti i propri beni. Una docente universitaria residente nella Torre Mushtaha 6, nel quartiere Rimal di Gaza, ha descritto il terrore vissuto durante i tentativi di evacuazione delle 76 famiglie che abitavano nell’edificio – alcune delle quali ospitavano anche parenti sfollati – dopo aver ricevuto una telefonata di avvertimento dall’esercito israeliano: “Non potete immaginare come mi sono sentita e il panico che ne è seguito… Non abbiamo avuto il tempo di prendere nulla. I miei genitori sono anziani, mio padre ha 85 anni e non è in grado di camminare. Vivevamo all’ottavo piano e ho dovuto chiedere aiuto ad alcuni vicini per portarlo giù per le scale. I miei figli sono piccoli, il minore ha solo due anni e anche lui doveva essere preso in braccio”. “Una volta usciti, siamo rimasti fuori ad aspettare e alla fine è passato molto tempo, forse due ore, prima che l’edificio venisse bombardato. Se lo avessimo saputo, avremmo potuto portare con noi almeno alcune cose. Ma una volta usciti, non abbiamo osato rientrare. Era troppo pericoloso”. Molte famiglie erano tornate a casa solo di recente dal sud della Striscia di Gaza durante la tregua del gennaio 2025 per riparare gli appartamenti danneggiati, per poi vederli completamente distrutti pochi mesi dopo. La docente universitaria ha descritto anche l’impatto sul figlio Ibrahim, di sette anni, che si trovava accanto a lei quando ha ricevuto la telefonata che annunciava il bombardamento dell’edificio ed è rimasto traumatizzato: “Ora è ossessionato dal telefono. Controlla continuamente che funzioni, perché ha paura che qualcuno possa chiamare di nuovo per dirci che il luogo in cui ci troviamo sarà bombardato.” Il 6 settembre un attacco ha distrutto la Torre al-Soussi, di 15 piani, nell’area industriale della zona occidentale di Gaza. Mariam, che si trovava coi parenti in uno degli appartamenti, ha dichiarato che l’esercito israeliano ha dato 20 minuti di tempo per lasciare l’edificio prima che venisse bombardato: “Improvvisamente le persone hanno iniziato a urlare di andare via, ci siamo precipitati giù senza prendere nulla, inciampando gli uni sugli altri”. Alle 13.28 il portavoce dell’esercito israeliano ha postato il consueto commento standard per giustificare la distruzione dell’edificio, senza aggiungere dettagli né fornire alcuna prova. La data e l’ora del post lasciano intendere che si riferisse alla Torre al-Soussi. Amnesty International non è stata in grado di verificare se nei pressi dell’edificio vi fossero obiettivi militari. L’esercito israeliano ha anche distrutto edifici che ospitavano gruppi della società civile e strutture giornalistiche, come nel caso della Torre al-Roya, che ospitava la sede del Centro palestinese per i diritti umani, e la già citata Torre al-Ghofari, l’edificio più alto di Gaza, all’interno del quale c’erano uffici commerciali e la redazione del portale libanese al Mayadeen. La Torre italiana, un importante edificio di 17 piani ricostruito nel 2023 con fondi italiani, è stata distrutta il 26 settembre nonostante fosse vuota e chiusa. Lo stesso giorno sulla pagina ufficiale dell’esercito israeliano è stato pubblicato il consueto commento standard, sempre senza specificare di quale edificio si trattasse e senza fornire alcuna prova. Un ingegnere informatico di 32 anni, che viveva con la moglie e tre figli al quinto piano della Torre al-Najm, un edificio di dieci piani in Market Street all’interno del campo rifugiati di al-Shati, ha raccontato ad Amnesty International che intorno alle 18 dell’11 settembre uno dei vicini ha urlato ai residenti di uscire immediatamente perché il palazzo sarebbe stato bombardato entro cinque minuti: “Ero a casa con mia moglie e i nostri tre figli, il più piccolo di soli otto mesi, quando i vicini hanno iniziato a urlare e a fuggire dal palazzo. Non c’è stato il minimo tempo di portar via nulla. Abbiamo preso i bambini e siamo corsi giù coi vestiti che avevamo addosso”. La famiglia ora vive in una tenda a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, in condizioni drammatiche: “I nostri figli si sono ammalati a causa della pioggia e del freddo. È difficilissimo crescere un bambino piccolo in queste condizioni disastrose. Ci manca tutto. Gli altri due figli, lei di sei anni e lui di sette, sono traumatizzati: il nostro edificio è stato bombardato sotto i loro occhi. Non capiscono perché e io non so spiegarglielo”. Un altro abitante, un autista di 33 anni padre di tre figli, ha raccontato che prima che l’edificio venisse distrutto nel suo appartamento c’erano 16 persone, in maggior parte sfollate: tra queste ultime, i genitori, due suoi fratelli e le loro mogli e cinque bambini. “La massiccia distruzione di infrastrutture fondamentali per la vita umana, comprese le abitazioni, a seguito di bombardamenti o di demolizioni con esplosivi, unita alla perdurante limitazione imposta da Israele all’ingresso di materiali per i rifugi e al divieto di rientrare nelle zone a est della ‘linea gialla’, hanno inflitto sofferenze catastrofiche alla popolazione della Striscia di Gaza. Israele deve permettere l’accesso immediato e privo di ostacoli ai beni e ai prodotti indispensabili, compresi i materiali per i rifugi. Le autorità israeliane che hanno ordinato distruzioni illegali, punizioni collettive o atti di genocidio devono essere chiamati a risponderne”, ha concluso Guevara Rosas. Secondo la Valutazione finale rapida dei danni e dei bisogni nella Striscia di Gaza, condotta congiuntamente dalla Banca mondiale, dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite e pubblicata il 20 aprile 2026, circa 371.888 abitazioni – oltre il 76 per cento del totale – sono state danneggiate o distrutte nei primi due anni del genocidio, costringendo il 60 per cento della popolazione totale a continuare a vivere senza una casa, in una situazione permanente di sfollamento di massa e in condizioni disumane, insicure e prive di adeguati servizi igienico-sanitari. Secondo un’analisi di Unosat, il Centro satellitare delle Nazioni Unite, basata su immagini satellitari raccolte il 22 e 23 settembre 2025, l’83 per cento delle strutture della Striscia di Gaza risultava danneggiato o distrutto, con un aumento del 37 per cento rispetto a due mesi prima. Questo dato riflette l’intensificazione dell’offensiva militare contro Gaza dalla metà di agosto. Amnesty International
May 12, 2026
Pressenza
Shireen Abu Akle, uccidere la verità: la guerra di Israele…
… contro chi documenta i fatti. di Bruno Lai 11 maggio 2022: c’è una giornalista palestinese da far tacere.     Siamo a metà 2022, ben prima che l’operazione “Diluvio al-Aqṣā” di Hamas, del 7 ottobre 2023, fornisse ad Israele il pretesto per compiere un’aggressione militare senza precedenti contro la Striscia di Gaza. Un’operazione di devastazione che, per il sistematico
PALESTINA: NON SI FERMA IL GENOCIDIO PORTATO AVANTI PER MANO ISRAELIANA. IL PUNTO CON LA GIORNALISTA ELIANA RIVA
Ancora violenze e violazioni in Palestina: a Gaza in 24 ore sono 10 le persone uccise da Israele, impegnata sulla pelle dei palestinesi ad ampliare la zona illegale occupata, aggiungendo alla linea gialla rubata a ottobre un’altra linea, arancione, che ingloba il 63% della Striscia, costringendo a nuovi sfollamenti migliaia di persone. Oltre un milione e mezzo i palestinesi sotto le tende, sottoposti a una “deliberata restrizione di cibo e aiuti che ha portato a livelli allarmanti di malnutrizione a Gaza”. A denunciarlo Medici Senza Frontiere; a confermarlo, il Programma Alimentare Mondiale dell’Onu, per il quale “a Gaza la popolazione continua ad avere endemicamente fame. Una famiglia su cinque mangia solo una volta al giorno e per cucinare tutti bruciano i rifiuti”. Gli attacchi continuano anche nella Cisgiordania Occupata dove un 22enne è stato brutalmente picchiato dai soldati occupanti a Tulkarem finendo in ospedale. Stesso destino, stavolta per un colpo d’arma da fuoco, per un 18enne ad Al Ram, nei dintorni di Gerusalemme, dove decine di  coloni israeliani hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa, sotto la protezione di agenti di polizia israeliani. A guidarli il suprematista ebraico ed ex deputato di destra Yehuda Glick, noto per sostenere l’ebraizzazione forzata di tutta la Spianata delle Moschee. Una sorta di antipasto di quanto potrebbe accadere venerdì prossimo, 15 maggio – il giorno della Nakba, per i palestinesi – quando le sedicenti “Organizzazioni del tempio” – ossia la galassia intera dei coloni israeliani – annuncia la volontà di entrare, in massa, sulla Spianata delle Moschee, per rivendicarla a sè. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Eliana Riva, caporedattice di Pagine Esteri e collaboratrice del quotidiano Il Manifesto. Ascolta o scarica.