Attacchi del 7 ottobre: i punti ancora oscuri a tre anni di distanza

L'INDIPENDENTE - Wednesday, October 7, 2026

A distanza di tre anni dal 7 ottobre, l’operazione lanciata dai gruppi palestinesi resta la più grave sconfitta militare mai inflitta allo Stato di Israele. Diluvio di Al-Aqsa, così è stata ribattezzata l’operazione, riuscì a penetrare le difese israeliane e a mettere sotto scacco uno degli apparati di intelligence più sofisticati al mondo. Il bilancio ufficiale israeliano è di oltre 1.200 vittime e 251 ostaggi. Di fronte a questo quadro, Israele è ancora lontano da una ricostruzione completa di quanto accaduto. Le indagini interne condotte dall’esercito hanno evidenziato fallimenti profondi e sistemici, ma, nonostante le richieste della popolazione israeliana, manca ancora una commissione d’inchiesta statale indipendente che possa ricostruire l’intera catena delle responsabilità, dal livello militare e dell’intelligence fino a quello politico. La questione diventa ancora più urgente alla luce delle nuove ricostruzioni sugli avvertimenti ricevuti da Israele nelle settimane e nei giorni precedenti l’attacco, che riaprono il capitolo delle possibili responsabilità del governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Netanyahu sapeva del 7 ottobre? E, se sì, perché non fece nulla? Sono queste le domande che emergono dalle numerose inchieste e ricostruzioni che negli ultimi anni hanno cercato di fare luce sui fatti che precedettero il 7 ottobre. Il tema degli eventuali avvertimenti arrivati al primo ministro israeliano prima del 7 ottobre non è nuovo, ma è tornato con forza al centro del dibattito nelle ultime settimane con un’inchiesta pubblicata dal giornale israeliano Haaretz. Haaretz ricostruisce i giorni precedenti l’attacco sostenendo che Netanyahu fosse stato informato dell’imminenza di un’operazione di Hamas e che gli avvertimenti non avessero prodotto una risposta adeguata. Secondo la ricostruzione del quotidiano israeliano, a trasmettere l’informazione sarebbe stato il presidente degli Emirati Arabi Uniti, che ne sarebbe venuto a conoscenza attraverso un proprio consigliere con contatti presso funzionari palestinesi. Pochi giorni dopo, il Wall Street Journal ha pubblicato un’altra inchiesta, arrivando a una ricostruzione analoga: secondo il WSJ, il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, avrebbe rivolto a Netanyahu molteplici avvertimenti sulla possibilità di un imminente attacco di Hamas, compreso un contatto nei giorni immediatamente precedenti il 7 ottobre; il WSJ riferisce di altri avvisi provenienti da autorità e fonti di intelligence arabe.

Non solo Netanyahu. Le medesime ricostruzioni dei media parlano del fatto che a essere informati sarebbero stati anche i vertici militari e dell’intelligence israeliana. Diversi giornali israeliani hanno inoltre approfondito le avvisaglie che arrivavano dalla Striscia di Gaza e che avrebbero potuto suggerire un imminente attacco: attività anomale dei membri dei gruppi palestinesi in prossimità dei punti di confine, esercitazioni di attraversamento della barriera, scavi. Ancora più significativo è un documento datato settembre 2023 che sarebbe stato redatto all’interno della Divisione Gaza dell’esercito israeliano e che descriveva un piano dettagliato di Hamas per una grande incursione in territorio israeliano, con modalità che presentavano forti analogie con quelle dell’attacco del 7 ottobre; il documento, secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, arrivò all’attenzione di esponenti dell’intelligence, ma non portò a una revisione della valutazione della minaccia. È proprio qui che si apre uno dei principali tasselli ancora mancanti nella ricostruzione ufficiale del 7 ottobre. Non si tratta soltanto di stabilire se un avvertimento sia arrivato o meno ai vertici politici e militari, ma di ricostruire l’intera catena informativa: quali segnali furono raccolti dall’intelligence israeliana, quali arrivarono ai vertici militari, quali raggiunsero il livello politico e, soprattutto, come furono interpretati nelle ore e nei giorni precedenti l’attacco.

Questo non significa che le forze israeliane abbiano deliberatamente lasciato agire indisturbati i membri dei gruppi palestinesi. Essere a conoscenza di un possibile attacco, infatti, non significa necessariamente disporre degli strumenti per impedirlo. Le inchieste sulle falle operative dell’IDF sembrano piuttosto restituire il quadro di un esercito che, di fronte all’ampiezza e alla simultaneità dell’offensiva, si è trovato impreparato e incapace di reagire. Nel caso del kibbutz di Be’eri, l’IDF ha stabilito che l’esercito «ha fallito nella sua missione di proteggere i residenti». Per le prime sette ore di combattimento, a difendere il kibbutz furono soprattutto i membri delle squadre locali e gli stessi residenti, mentre le forze militari incontrarono difficoltà nel costruire una valutazione chiara della situazione e nel coordinare le unità arrivate sul posto. Problemi analoghi sono emersi anche a Kfar Aza e Nahal Oz: ritardi nell’arrivo dei rinforzi, assenza di un coordinamento centralizzato, e difficoltà nel comprendere la reale portata dell’attacco.

Ancora oscuro è anche il grado di coinvolgimento delle forze israeliane nelle morti provocate dall’attacco. All’interno dell’esercito israeliano esiste infatti il cosiddetto Protocollo Hannibal, una procedura operativa concepita per impedire la cattura di soldati israeliani da parte del nemico, anche attraverso modalità di ingaggio estremamente aggressive. I contenuti precisi della direttiva non sono pubblici, ma la sua esistenza è documentata da tempo. L’ONU ha rilevato la sua applicazione in diversi episodi, concludendo che, nella notte del 7 ottobre, avrebbe portato alla morte di almeno 14 civili israeliani. Le autorità israeliane non hanno fornito una ricostruzione completa e indipendente di questi episodi; l’assenza di una verifica complessiva solleva il medesimo problema che emerge dalle altre zone d’ombra della risposta israeliana al 7 ottobre: manca una commissione d’inchiesta. Nonostante le richieste della società civile, infatti, la politica israeliana è ancora ferma a una proposta per la sua istituzione. Se da un lato le inchieste giornalistiche e degli organismi internazionali hanno fatto emergere singoli elementi, dall’altro manca un organismo con il mandato di ricomporli in un quadro unitario e di accertare le responsabilità lungo l’intera catena decisionale. In un Paese che si professa democratico, l’istituzione di un organo autonomo dotato di poteri d’indagine sarebbe uno dei passaggi fondamentali per arrivare a una ricostruzione completa dei fatti. Israele, tre anni dopo, è ancora lontano da quel punto.

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