Attacchi del 7 ottobre: i punti ancora oscuri a tre anni di distanzaA distanza di tre anni dal 7 ottobre, l’operazione lanciata dai gruppi
palestinesi resta la più grave sconfitta militare mai inflitta allo Stato di
Israele. Diluvio di Al-Aqsa, così è stata ribattezzata l’operazione, riuscì a
penetrare le difese israeliane e a mettere sotto scacco uno degli apparati di
intelligence più sofisticati al mondo. Il bilancio ufficiale israeliano è di
oltre 1.200 vittime e 251 ostaggi. Di fronte a questo quadro, Israele è ancora
lontano da una ricostruzione completa di quanto accaduto. Le indagini interne
condotte dall’esercito hanno evidenziato fallimenti profondi e sistemici, ma,
nonostante le richieste della popolazione israeliana, manca ancora una
commissione d’inchiesta statale indipendente che possa ricostruire l’intera
catena delle responsabilità, dal livello militare e dell’intelligence fino a
quello politico. La questione diventa ancora più urgente alla luce delle nuove
ricostruzioni sugli avvertimenti ricevuti da Israele nelle settimane e nei
giorni precedenti l’attacco, che riaprono il capitolo delle possibili
responsabilità del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Netanyahu sapeva del 7 ottobre? E, se sì, perché non fece nulla? Sono queste le
domande che emergono dalle numerose inchieste e ricostruzioni che negli ultimi
anni hanno cercato di fare luce sui fatti che precedettero il 7 ottobre. Il tema
degli eventuali avvertimenti arrivati al primo ministro israeliano prima del 7
ottobre non è nuovo, ma è tornato con forza al centro del dibattito nelle ultime
settimane con un’inchiesta pubblicata dal giornale israeliano Haaretz. Haaretz
ricostruisce i giorni precedenti l’attacco sostenendo che Netanyahu fosse stato
informato dell’imminenza di un’operazione di Hamas e che gli avvertimenti non
avessero prodotto una risposta adeguata. Secondo la ricostruzione del quotidiano
israeliano, a trasmettere l’informazione sarebbe stato il presidente degli
Emirati Arabi Uniti, che ne sarebbe venuto a conoscenza attraverso un proprio
consigliere con contatti presso funzionari palestinesi. Pochi giorni dopo, il
Wall Street Journal ha pubblicato un’altra inchiesta, arrivando a una
ricostruzione analoga: secondo il WSJ, il capo dell’intelligence egiziana, Abbas
Kamel, avrebbe rivolto a Netanyahu molteplici avvertimenti sulla possibilità di
un imminente attacco di Hamas, compreso un contatto nei giorni immediatamente
precedenti il 7 ottobre; il WSJ riferisce di altri avvisi provenienti da
autorità e fonti di intelligence arabe.
Non solo Netanyahu. Le medesime ricostruzioni dei media parlano del fatto che a
essere informati sarebbero stati anche i vertici militari e dell’intelligence
israeliana. Diversi giornali israeliani hanno inoltre approfondito le avvisaglie
che arrivavano dalla Striscia di Gaza e che avrebbero potuto suggerire un
imminente attacco: attività anomale dei membri dei gruppi palestinesi in
prossimità dei punti di confine, esercitazioni di attraversamento della
barriera, scavi. Ancora più significativo è un documento datato settembre 2023
che sarebbe stato redatto all’interno della Divisione Gaza dell’esercito
israeliano e che descriveva un piano dettagliato di Hamas per una grande
incursione in territorio israeliano, con modalità che presentavano forti
analogie con quelle dell’attacco del 7 ottobre; il documento, secondo le
ricostruzioni della stampa israeliana, arrivò all’attenzione di esponenti
dell’intelligence, ma non portò a una revisione della valutazione della
minaccia. È proprio qui che si apre uno dei principali tasselli ancora mancanti
nella ricostruzione ufficiale del 7 ottobre. Non si tratta soltanto di stabilire
se un avvertimento sia arrivato o meno ai vertici politici e militari, ma di
ricostruire l’intera catena informativa: quali segnali furono raccolti
dall’intelligence israeliana, quali arrivarono ai vertici militari, quali
raggiunsero il livello politico e, soprattutto, come furono interpretati nelle
ore e nei giorni precedenti l’attacco.
Questo non significa che le forze israeliane abbiano deliberatamente lasciato
agire indisturbati i membri dei gruppi palestinesi. Essere a conoscenza di un
possibile attacco, infatti, non significa necessariamente disporre degli
strumenti per impedirlo. Le inchieste sulle falle operative dell’IDF sembrano
piuttosto restituire il quadro di un esercito che, di fronte all’ampiezza e alla
simultaneità dell’offensiva, si è trovato impreparato e incapace di reagire. Nel
caso del kibbutz di Be’eri, l’IDF ha stabilito che l’esercito «ha fallito nella
sua missione di proteggere i residenti». Per le prime sette ore di
combattimento, a difendere il kibbutz furono soprattutto i membri delle squadre
locali e gli stessi residenti, mentre le forze militari incontrarono difficoltà
nel costruire una valutazione chiara della situazione e nel coordinare le unità
arrivate sul posto. Problemi analoghi sono emersi anche a Kfar Aza e Nahal Oz:
ritardi nell’arrivo dei rinforzi, assenza di un coordinamento centralizzato, e
difficoltà nel comprendere la reale portata dell’attacco.
Ancora oscuro è anche il grado di coinvolgimento delle forze israeliane nelle
morti provocate dall’attacco. All’interno dell’esercito israeliano esiste
infatti il cosiddetto Protocollo Hannibal, una procedura operativa concepita per
impedire la cattura di soldati israeliani da parte del nemico, anche attraverso
modalità di ingaggio estremamente aggressive. I contenuti precisi della
direttiva non sono pubblici, ma la sua esistenza è documentata da tempo. L’ONU
ha rilevato la sua applicazione in diversi episodi, concludendo che, nella notte
del 7 ottobre, avrebbe portato alla morte di almeno 14 civili israeliani. Le
autorità israeliane non hanno fornito una ricostruzione completa e indipendente
di questi episodi; l’assenza di una verifica complessiva solleva il medesimo
problema che emerge dalle altre zone d’ombra della risposta israeliana al 7
ottobre: manca una commissione d’inchiesta. Nonostante le richieste della
società civile, infatti, la politica israeliana è ancora ferma a una proposta
per la sua istituzione. Se da un lato le inchieste giornalistiche e degli
organismi internazionali hanno fatto emergere singoli elementi, dall’altro manca
un organismo con il mandato di ricomporli in un quadro unitario e di accertare
le responsabilità lungo l’intera catena decisionale. In un Paese che si professa
democratico, l’istituzione di un organo autonomo dotato di poteri d’indagine
sarebbe uno dei passaggi fondamentali per arrivare a una ricostruzione completa
dei fatti. Israele, tre anni dopo, è ancora lontano da quel punto.
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