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Israele. Voto unanime sulla pena di morte ai palestinesi. Non esiste un’opposizione israeliana
Pubblichiamo questo contributo di Alessandro Ferretti, fisico dell’Università di Torino. Per correttezza di cronaca, tra i 27 parlamentari israeliani non presenti alla votazione ci sono anche quelli di Hadash, la formazione di Ofer Cassif citata dall’autore dell’articolo. La scelta istituzionale di essere presenti o meno alla votazione può essere dibattuta, […] L'articolo Israele. Voto unanime sulla pena di morte ai palestinesi. Non esiste un’opposizione israeliana su Contropiano.
May 13, 2026
Contropiano
Mi trovo davanti a un bulldozer che sta radendo al suolo la casa di mia madre e mi chiedo perché sventoli una bandiera israeliana
I simboli dei gruppi nazionali sono considerati naturali, ma cosa si fa quando chi detiene il potere ne svuota il significato profondo? Quando tutta la morte, il dolore e la frustrazione causati intenzionalmente non lasciano più spazio nel proprio cuore per quella bandiera? Il 15 aprile, una settimana prima del Giorno della Memoria israeliano e due anni e mezzo dopo il 7 ottobre, la casa di mia madre, Vivian Silver, nel kibbutz Be’eri, è stata rasa al suolo. È stata un’esperienza intensa, sia dal punto di vista sensoriale che emotivo: il rombo assordante, in contrasto con il silenzio di morte che era stato imposto alla casa dopo quello Shabbat. Le nuvole di polvere che ho inalato e che mi hanno soffocato trasportavano le particelle del mio passato e la prova concreta e definitiva della sua scomparsa. Eppure, volevo che la casa fosse cancellata. La sua presenza fuligginosa, esposta all’ondata di turisti del lutto che rubavano souvenir, appendevano bandiere e incidevano graffiti, la rendeva grottesca. Una sorta di “Ritratto di Dorian Gray” fatto di mattoni e cemento. Potrei dilungarmi sul mio stato emotivo per pagine e pagine, ma lo riservo al mio “Caro Diario”. Ma un fenomeno non mi ha dato tregua durante la demolizione e continua a tormentarmi: la bandiera israeliana attaccata alla cabina dell’escavatore, che sventolava con un sincronismo di sfida ad ogni colpo della benna. Avrei dovuto ricordarmi che viviamo in un’epoca di miracoli. Non solo nelle menti dei rappresentanti pubblici affamati di morte ed espansione, ma anche nel miracolo della bandiera israeliana. Bandiere nelle hall degli edifici. Bandiere sui veicoli che strisciano negli ingorghi. Bandiere nelle pubblicità delle banche. Bandiere sulle bombolette di schiuma che i bambini spruzzano nel Giorno dell’Indipendenza. Bandiere alle cerimonie “corrette”. Bandiere sugli aerei che sganciano bombe. Genitori in lutto avvolti nelle bandiere durante le interviste ai media. Bandiere sulle tombe. Bandiere sui bulldozer che demoliscono edifici, nel kibbutz Be’eri e nei territori palestinesi. I simboli dei gruppi nazionali sono considerati naturali. Sono uno strumento efficace per incoraggiare l’identificazione, l’appartenenza e la differenziazione. Ma il loro scopo dovrebbe essere estetico, una sorta di aggiunta artificiale al significato fondamentale del gruppo, ai suoi valori condivisi, alla sua visione e alla sua cultura, per esempio. La bandiera rappresenta solo l’identità collettiva di coloro che la portano. Qual è questa identità nell’Israele di oggi, e chi è considerato parte del collettivo? Quali sono i valori e la visione condivisi? Quando la leadership dissolve il significato fondamentale, l’essenza, quando mina la collaborazione e il gruppo si disintegra in componenti bellicose, vulnerabili e diffidenti, e quando sembra che l’unico “collante” che riesce ancora a tenere insieme in una certa misura parti significative della nazione sia la bellicosità verso i nemici esterni, l’insistenza sui simboli diventa l’essenza stessa e uno strumento violento di etichettatura, esclusione e messa a tacere. Cosa fa una persona quando tutta questa morte intenzionale, questo dolore e questa frustrazione non lasciano spazio nel suo cuore per la bandiera? Quando il suo legame con il luogo, la gente e la lingua è ancora profondo, ma i simboli nazionali, che hanno subito una politicizzazione ultranazionalista, ora lo fanno indietreggiare con disgusto? In quel caso, deve tacere o essere espulso dal gruppo come nemico e traditore. Bandiera israeliana sventolata dai soldati dell’IDF di stanza nella Striscia di Gaza, nel novembre 2023. Crediti: Unità del portavoce dell’IDF Sono in piedi davanti a un bulldozer con una bandiera israeliana che sta scavando tra le rovine della casa di mia madre e penso tra me e me che hanno già domato la terra: ora è lo Stato a divorare i suoi abitanti. Non solo lo Stato ci ha confiscato la vita, ma sta anche invadendo brutalmente il nostro lutto con una ripugnante richiesta di lealtà. Tutto sta crollando: le infrastrutture, le istituzioni, la solidarietà, la responsabilità, la sicurezza personale e generale, l’integrità, gli edifici. L’unica cosa che conta è che l’Istituto Nazionale di Previdenza si assicuri di mettere una piccola bandiera israeliana con il proprio marchio sulla tomba nel Giorno della Memoria. E ci si aspetta che noi sopportiamo questa stridente contraddizione tra essenza e simbolo, interiorizzandola insieme alla nostra appartenenza al gruppo. Ma non riesco a scrollarmi di dosso il senso di alienazione, il senso di colpa e la vergogna che questa contraddizione genera. Il coordinatore dei lavori del kibbutz mi ha gentilmente invitato ad assistere alla demolizione della casa in un momento e in un giorno a me convenienti. Eccomi qui, in comunione con la tomba ombreggiata e ben curata. Ma solo pochi chilometri mi separano dalle masse di persone sepolte sotto le macerie delle loro case, che non si erano coordinate in anticipo. E a est, i loro occhi bruciano per i gas lacrimogeni, i loro corpi saccheggiati, crivellati di proiettili, in fuga. Ogni persona ha un nome, a patto che sia ebrea, a patto che sia avvolta nella bandiera giusta. Alcuni sostengono che rinunciare alla bandiera dia ad altri il potere di definire il significato fondamentale del gruppo, e che la bandiera dovrebbe invece essere riappropriata. Ma il percorso dovrebbe andare dall’essenza al simbolo, non viceversa. L’opposizione che io e molti come me nutriamo non è verso i simboli o i gruppi che essi dovrebbero rappresentare, ma verso il fatto che siano stati svuotati di significato e trasformati in armi di distruzione. Ecco perché non partecipo alla Marcia delle Bandiere nel Giorno di Gerusalemme e non mi sento a mio agio nell’essere rappresentato da essa, ma cerco di costruire qui un’esistenza sostenibile basata su uguaglianza, libertà e sicurezza per ebrei e arabi, israeliani e palestinesi. Ecco perché continuerò a protestare nelle strade contro una guerra senza fine che crea solo divisione e dolore all’interno, e pulizia etnica e annientamento all’esterno. Continueremo a dimostrare solidarietà in Cisgiordania. Continueremo la nostra attività umanitaria a Gaza e il dialogo online con i popoli della regione. Continueremo i nostri sforzi di advocacy nei parlamenti di tutto il mondo per portare un cambiamento reale qui. Continueremo a organizzare l’annuale Cerimonia Commemorativa Congiunta Israelo-Palestinese e il People’s Peace Summit. È un percorso di rifiuto, ma anche di intreccio e costruzione. Forse quando ci riusciremo, anch’io troverò consolazione nella bandiera israeliana. Yonatan Zeigen, Haaretz, 1° maggio 2026 Yonatan Zeigen è un assistente sociale e attivista per la pace; membro del consiglio di amministrazione del Parents Circle – Families Forum, composto da israeliani e palestinesi che hanno perso i propri cari a causa della guerra e del terrorismo e figlio di Vivian Silver, uccisa nel kibbutz Be’eri il 7 ottobre. Traduzione a cura di AssopacePalestina Assopace Palestina
May 7, 2026
Pressenza
No, non è cominciato tutto il 7 ottobre
La mia nascita è innanzi tutto il miracolo di mia madre. O meglio il miracolo di tutte le madri, fin dagli albori dell’umanità, e il suo in particolare. Perché partorì qualche ora dopo essere stata gravemente ferita da un proiettile. La notte tra il 31 dicembre 1947 e il 1°gennaio […] L'articolo No, non è cominciato tutto il 7 ottobre su Contropiano.
October 15, 2025
Contropiano
7 ottobre 2023 e altre narrazioni fasulle
Continuamente i tg main-stream inondano la loro narrazione mettendo sullo stesso piano il genocidio dei gazawi (miserabile chi lo nega) con i 1.138 morti del 7/10/23. Dal momento che non sono minimamente d’accordo su questa narrazione, procedo a fare un minimo di chiarezza. La prima cosa da rimarcare è che […] L'articolo 7 ottobre 2023 e altre narrazioni fasulle su Contropiano.
October 10, 2025
Contropiano
Polemiche strumentali sulla presenza di Francesca Albanese a Genova il 7 ottobre
La destra è unita nel difendere il progetto sionista e negare il genocidio tutt’ora in corso in Palestina nonostante il “piano Trump” e tira in ballo la sindaca non solo per aver preso parte all’incontro con la relatrice speciale dell’ONU ma anche per le sue mancate prese di posizioni riguardanti […] L'articolo Polemiche strumentali sulla presenza di Francesca Albanese a Genova il 7 ottobre su Contropiano.
October 10, 2025
Contropiano
La pace è possibile, amplificate le nostre voci!
Nel secondo anniversario del 7 ottobre, riceviamo e volentieri diffondiamo questo messaggio di Maoz Inon che in quel tragico giorno ha perso entrambi i genitori. Inizialmente dati per dispersi, forse rapiti e resi ostaggi, Bilha e Yakovi Inon vennero poi trovati carbonizzati all’interno del kibbutz in cui vivevano a poca distanza dal muro. Lungi dal cedere alla disperazione o alla pulsione di vendetta, Maoz Inon ha scelto fin da subito la via del perdono, come ha raccontato in una quantità di interviste rintracciabili on line, in particolare alla BBC quando in lacrime si dichiarò in lutto non solo per la perdita dei suoi genitori amatissimi, ma per il bagno di sangue che inevitabilmente sarebbe seguito, come infatti è stato. Da quel giorno, insieme al compagno Aziz Abu Sarah, non ha smesso di promuovere eventi di pace, in tutte le possibili occasioni: incontri alle Nazioni Unite, all’Arena di Pace di Verona con Papa Francesco e più recentemente ricevuto dal suo successore, e soprattutto promotore di grandi Eventi di Pace in Israele: il 1 luglio 2024 riempiendo un intero stadio a Tel Aviv, e poi con il Peace Summit di Gerusalemme, 8 e 9 maggio, ben due giorni di Pace No Stop. Ed eccolo oggi con questo messaggio, che lungi dall’allinearsi a chissà quali urgenze, circa i negoziati in discussione proprio in queste ore, rappresenta una chiara dichiarazione d’intenti, per il raggiungimento di una Pace Possibile che però non potrà essere facile né immediata: sarà necessario tanto lavoro, entro un certo arco di tempo che Maoz descrive come vera e propria missione, entro l’anno 2030. E avrà bisogno del sostegno di tutti noi: nel ruolo di compagni di viaggio e, ovunque sia possibile, come amplificatori del suo messaggio e di quanti si stanno impegnando insieme a lui. -------------------------------------------------------------------------------- Cari amici, colleghi, sostenitori e partners, state ricevendo questa messaggio perché, a un certo punto, le nostre strade si sono incrociate: con alcuni di voi è successo anni fa, con altri più recentemente. Per anni, il mio sogno è stato quello di creare spazi di condivisione, tra israeliani e palestinesi; di riunire persone di comunità diverse perché potessero incontrarsi, connettersi, capirsi a vicenda. Il mio primo passo verso la realizzazione di questo sogno è stato quasi vent’anni fa a Nazareth, con l’apertura del Fauzi Azar Inn. Eccomi insieme a Odette Azar Shomar e Marwa Taha Abu Rany nella sala principale del Beit Fauzi Azar Nel 2005, prima di aprire il Fauzi Azar Inn, ho riunito la mia famiglia per condividere la mia visione mediante una semplice presentazione di dieci diapositive: in che modo una struttura di accoglienza potesse andare oltre il potenziale commerciale, rafforzando la comunità locale. Una diapositiva mostrava la foto di un’antica dimora araba che avevo trovato online, un’immagine di come il sogno avrebbe potuto realizzarsi, un giorno. Alla fine della presentazione, nella stanza c’era silenzio. I miei genitori si sono scambiati uno sguardo e poi hanno pronunciato le parole che hanno messo in moto tutto quanto: “Maoz, se davvero vuoi fare questa cosa, noi siamo con te”. Sono diventati i miei primi partner, i miei primi sostenitori e insieme abbiamo trasformato il sogno in realtà. Quello stesso spirito mi guida ancora oggi. Come molti di voi sanno, i miei amati genitori, Yaccovi e Bilha, sono stati uccisi nell’attacco di Hamas del 7 ottobre. Da quel tragico giorno, mi sono dato una nuova missione: fare tutto il possibile per contribuire al raggiungimento della pace, tra israeliani e palestinesi, affinché altri non subiscano lo stesso destino della mia famiglia. I miei genitori, Yaccovi e Bilha, con il mio primogenito, poco dopo l’apertura del Fauzi Azar Inn, nel 2006 Questa settimana ricorre il secondo anniversario del 7 ottobre. La guerra continua a imperversare, le sofferenze a Gaza sono inimmaginabili e il governo estremista israeliano persegue politiche che danneggiano sia i palestinesi che gli israeliani, compresi gli ostaggi rimasti. È stato facile sentirsi a volte senza speranza. Ma ora, più che mai, e alla vigilia di un potenziale piano di pace, il nostro lavoro di costruttori di pace è urgente. La speranza non è qualcosa che possiamo solo cercare di mantenere viva in noi, è qualcosa che tutti noi creiamo con l’azione. Come dice il mio caro amico e partner Aziz Abu Sarah: > “Se proprio dovete dividerci, non divideteci tra israeliani e palestinesi. > L’unica divisione è tra coloro che credono nella giustizia, nella pace e > nell’uguaglianza e coloro che ancora non ci credono”. Per promuovere questa visione, Aziz e io abbiamo lanciato InterAct, un’organizzazione senza scopo di lucro con una missione davvero audace: raggiungere la pace entro il 2030. InterAct costruisce fiducia, promuove il dialogo e crea spazi condivisi dove israeliani e palestinesi possono incontrarsi da pari a pari. Negli ultimi due anni, ci siamo resi conto che il nostro messaggio è come l’acqua per chi si trova nel deserto: vitale, rigenerante e disperatamente necessario. Vogliamo condividere questo nutrimento con tutti quelli che cercano speranza e cambiamento. Maoz Inon and Aziz Abu Sarah speak at SESSION 1 at TED2024: The Brave and the Brilliant, on Monday, April 15, 2024. Vancouver, BC, Canada. Photo: Ryan Lash / TED   L’anno scorso, Aziz e io abbiamo aperto la convention TED 2024 con la nostra conversazione di guarigione. Da allora, abbiamo condiviso il nostro messaggio con milioni di persone attraverso i media e anche di persona, con migliaia di persone, compresi leader di profilo mondiale, come il compianto Papa Francesco e il suo successore, Papa Leone XIV. Momenti che rappresentano per noi delle pietre miliari, perché ci ricordano che il mondo è disposto ad ascoltare, e che il cambiamento è a portata di mano. Quando ho condiviso per la prima volta il mio sogno di aprire una guesthouse, i miei genitori mi hanno sostenuto e mi hanno dato il coraggio di iniziare. Oggi, mentre perseguo il sogno ancora più grande della pace, vi chiedo di sostenermi allo stesso modo. Aiutatemi a diffondere il nostro messaggio: condividete la nostra storia con i vostri amici, le vostre comunità e le vostre reti. Più voci si uniscono, più forte e inarrestabile diventa il nostro appello alla pace. Come parte di questo viaggio, ho intenzione di inviare aggiornamenti sui nostri sforzi ogni poche settimane. Potete anche visitare il sito web InterAct per vedere i prossimi eventi. Se mi trovo nella vostra zona, mi farebbe molto piacere incontrarvi.   E per chi lo vorrà, sarà possibile partecipare, in vari modi. Per esempio inoltrando questo messaggio ad altri, invitandoli ad  iscriversi alla mailing list; organizzando incontri pubblici, diffondendo il nostro messaggio sui media e vari social network, condividendo il nostro TED talk. Restiamo in contatto, con amore e nel segno della pace, che entro il 2030 dovrà essere non più una speranza ma una solida realtà.   Maoz Inon Daniela Bezzi
October 7, 2025
Pressenza
Antisemitismo, antisionismo, razzismo: un libro e una riflessione a più voci
È stato presentato ieri all’Istituto Gramsci Siciliano il libro di Donatella Della Porta Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica (Altreconomia). Il prof. Nicosia, aprendo l’incontro, ha ricordato come il 7 ottobre costituisca una lacerazione politica ed etica che impone una ricostruzione storica. Il prof. Tommaso Baris dell’Università di Palermo ha conversato con l’autrice, dopo averla presentata: Donatella Della Porta è docente di scienze politiche alla Scuola Normale di Firenze ed ha pubblicato molti libri, fra i quali Proteste e polizie (Il Mulino) e No Global sui fatti di Genova 2001. Il suo ultimo scritto esamina l’accusa di antisemitismo usata oggi in Germania in quanto criminalizzazione delle critiche a Israele. Baris: L’antisemitismo è il lato oscuro della coscienza europea che si porta dietro la memoria dell’Olocausto e presume un progetto razzista più ampio, la discriminazione di Rom Sinti omosessuali etc. Ed è un problema non solo tedesco ma anche francese italiano norvegese ucraino polacco. La responsabilità dell’Olocausto è di tutta Europa e attiene alle destre. Com’è potuto accadere che adesso venga rovesciata sulle sinistre? Della Porta: A destra oggi il razzismo si rivolta contro i migranti. In Germania  si parla adesso  di “antisemitismo importato” dai migranti musulmani, dimenticando che un quarto dell’elettorato vota Alternative für Deutschland. È stata negata la connessione fra antisemitismo e razzismo in Francia Germania e Gran Bretagna, cioè proprio nei Paesi che più hanno contribuito alla Nakba. In Israele c’è stata la pretesa, da parte della destra nazionalista, di rappresentare uno Stato religiosamente “pulito”; la diaspora ebraica nel mondo, invece, continua a ripetere “Non in mio nome”. Anche in Germania gli ebrei antisionisti sono i primi obiettivi della repressione. Le “Voci Ebraiche per la Pace” sono state dichiarate associazioni estremiste. L’antisemitismo viene percepito come distaccato dal razzismo. È stato introdotto il “reato di comparazione”: parlare di genocidio è antisemita, paragonare Gaza a un ghetto è reato. Israele non può essere criticato, artisti e intellettuali ebrei ed ebree come Judith Butler o Nancy Fraser sono banditi. Baris: A proposito di comparazione, l’insistenza sul 7 ottobre ricorda l’interrogativo ripetuto contro la Resistenza “E allora le foibe?”. Colonialismo e nazismo, allora come oggi, e non solo rispetto alla Shoah ma anche per l’apartheid in Namibia e Sudafrica, per esempio, sollevano la questione della responsabilità. Della Porta: La memoria induce a chiedersi che fare. In Germania l’Olocausto è stato inteso come una parentesi nella storia gloriosa dell’Occidente. Io credo invece che la Resistenza continuamente rivisitata sia ancora attuale. I bambini arabi in visita ad Auschwitz si identificavano con le vittime, ma veniva detto loro che dovevano identificarsi con i colpevoli, distruggendo così la possibilità di empatia fra i popoli. È mancata la possibilità di costruire identificazione tra popolazione tedesca e palestinesi. È stato criminalizzato il boicottaggio, mentre qui da noi in Italia è stato possibile: al festival del cinema di Venezia, in occasione della partita di calcio con Israele, col movimento BDS, lo sciopero della fame dei lavoratori della sanità, l’iniziativa dei camalli di Genova, le mobilitazioni sindacali. Interviene a questo punto Giuseppe Lipari, collaboratore della prof. Della Porta presso la Scuola Normale di Firenze e si interroga sul che fare di fronte alla “soluzione finale” in Palestina. Anche in Italia, sostiene, viene oppressa la libertà e si muove la dinamica del “panico morale”. L’omicidio Kirk negli USA ha scatenato pure qui da noi accuse di violenza alla sinistra. Esiste poi un controllo governativo sui panel delle lezioni universitarie. Si connette da remoto Amal Khayal, responsabile del CISS a Gaza, dove ha perso tanti amici e parenti e che non manca mai di partecipare alle iniziative per la Palestina. Nel mio Paese non esisteva l’antisemitismo, spiega. I miei nonni convivevano con i vicini ebrei. Del resto, anche i palestinesi sono semiti! Ma il termine “antisemitismo” intende surrettiziamente solo l’odio contro gli ebrei. Il sionismo è altra cosa, è un’ideologia nazionalista, e dunque altra cosa è anche l’antisionismo. Che cosa può fare il movimento antisionista per i palestinesi? La campagna BDS può aiutare a bloccare il genocidio nella striscia di Gaza e così pure il dibattito nelle scuole e all’università. A questo proposito, Baris cita la mozione della Normale di Firenze che rifiuta ogni tipo di rapporto sia economico sia culturale con le istituzioni che collaborino alle azioni militari o alle occupazioni civili nei Territori. Questa mozione è stata definita antisemita, ricorda Dalla Porta: Ebrei allora e Palestinesi adesso sono additati come fonte del male dalle ideologie dell’estrema destra ostili alla cultura “woke” e al “gender”. Ma arte sport musica sono luoghi della politica: anche lì occorre praticare il boicottaggio e costruire solidarietà. Inoltre si può contribuire a fermare lo sterminio con aiuti concreti, come borse di studio per gli studenti profughi, come si fece con i profughi cileni dopo l’undici settembre 1973. Quanto alle scuole, la celebrazione della “giornata della memoria” il 27 gennaio in sé non è un errore né è propaganda, ma bisogna evitarne la banalizzazione e la strumentalizzazione, perché può rischiare di provocare “lo svuotamento semantico dell’antisemitismo” o peggio il suo rovesciamento razzista in chiave antipalestinese. Occorre non dimenticare che l’attuale genocidio in passato ha trovato sponda nel centro-sinistra: Biden e Scholz vendettero armi a Israele. Lipari conclude la serata invitandoci a guardare, pur nella tragedia, il lato positivo: il movimento internazionale, pur con tutte le sue contraddizioni, sta funzionando oltre la rassegnazione e il conformismo, come dimostra la Global Sumud Flotilla. Ci lasciamo proprio per raggiungere il presidio dell’equipaggio di terra alle 20 a Piazza Verdi, cui parteciperà anche Pif. Daniela Musumeci
September 17, 2025
Pressenza