
L’economia sommersa in Italia vale 200 miliardi di euro l’anno
L'INDIPENDENTE - Saturday, September 26, 2026Nel nostro Paese, l’economia sommersa costa più di un anno di sanità pubblica e sottrae circa 3.350 euro ad ogni cittadino italiano. È questa la fotografia scattata dal nuovo rapporto pubblicato da Censis Confcooperative, dal titolo “L’economia sommersa. Il costo dell’irregolarità per l’economia italiana”, che ha attestato come lavoro nero ed evasione valgano circa 197,6 miliardi di euro, una cifra pari al 9,2% del PIL del Paese, andando a “bruciare” una ricchezza che equivale all’intera produzione dell’Emilia-Romagna.
Censis Confcooperative passa in rassegna i principali canali del sommerso. 108,2 miliardi di euro derivano dalle sottodichiarazioni, nelle quali «imprese, professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano davvero, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva». Tale quota ha visto un balzo del +21,6% dal 2019 a oggi. Ci sono poi 77,2 miliardi di euro che derivano dal lavoro irregolare, ovvero da «rapporti di lavoro non registrati o solo in parte dichiarati» (+4% dal 2019). In ultimo, 1,22 miliardi di euro riguardano altre componenti, come «affitti in nero e mance non dichiarate in ristorazione, alberghi e servizi alla persona». Una cifrarimasta sostanzialmente stabile nel corso degli ultimi anni.
Nel rapporto si analizza l’impatto dell’evasione tributaria e contributiva, che fra il 2019 e il 2023 si è attestata tra i 99 e i 103 miliardi di euro l’anno. Per il 90% essa risulta connessa a mancati versamenti fiscali (per l’Irpef di autonomi è imprese si superano i 36 miliardi, con una propensione all’evasione che arriva al 60,6%, mentre per l’Iva si toccano i 30). Mediamente, la propensione all’evasione sul totale delle entrate tributarie è pari al 17,4%: «In pratica, ogni 100 euro di gettito atteso, quasi 17 non arrivano mai allo Stato», mette nero su bianco nel rapporto Censis Confcooperative.
Per quanto concerne il lavoro irregolare, l’analisi evidenzia come nel 2024 gli occupati che si trovano in questa condizione abbiano raggiunto il numero di 2 milioni e 725mila, in aumento di 117mila unità rispetto alla stima precedente (sebbene dal 2019 si sia assistito a un progressivo calo del 2,1%, mentre l’occupazione regolare è salita del 5,4%). «A pesare più del numero è il prezzo di questa condizione: un lavoratore irregolare ha guadagnato in media 9,2 euro lordi l’ora, contro i 17,8 euro di chi lavora regolarmente – si legge all’interno del report -. Una differenza di 8,6 euro l’ora, pari a una perdita del 48,3%: chi lavora senza contratto, in media, guadagna la metà». Censis Confcooperative sottolinea come la forbice più ampia di registri nell’industria in senso stretto, in cui «si sfiora una perdita del 53,5% (20,2 euro contro 9,4 euro l’ora)».
Se si pensa che la sanità pubblica è un servizio che oggi richiede circa 142 miliardi di euro l’anno, questa enorme riserva invisibile basterebbe per coprire l’intera spesa per più di un anno. Le conseguenze sul sistema Paese sono chiare. «Il debito pubblico ha superato 3.000 miliardi di euro, pari al 136,7% del Pil – scrivono gli autori della ricerca -. Solo fra il 2021 e il 2023 la somma dei mancati introiti fiscali e contributivi ha raggiunto i 313 miliardi di euro, una cifra superiore di 88 miliardi all’intero ammontare delle risorse del Pnrr destinate all’Italia (225 miliardi)». Secondo quanto stimato dalle simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, «un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe portare il rapporto debito/Pil, entro il 2041, in un intervallo fra 115,9 e 118 punti percentuali», conclude il rapporto.
Nel 2025, un’analisi effettuata dalla CGIA di Mestre su dati raccolti dall’Agenzia delle Entrate ha spiegato come, negli ultimi 25 anni, non sono stati riscossi ben 1.279,8 miliardi di euro in tasse, contributi, imposte, bollette, multe e altri oneri: una cifra che quasi potrebbe coprire metà del debito pubblico. Di questi importi, il 64,3% – ovvero 822,7 miliardi di euro – è imputabile alle società di capitali, tra cui Spa, Srl, consorzi e cooperative, mentre solo il 12,2% deriva dai piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e liberi professionisti. Le statistiche evidenziano insomma come il fenomeno dell’evasione sia concentrato nei grandi contribuenti, mentre piccoli imprenditori e lavoratori autonomi si trovano a rappresentare una quota marginale del debito fiscale.
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