
«Da che parte stai?» o «Da dove cominciamo?»
Comune-info - Friday, September 25, 2026
Un momento dell’ultima assemblea di Acmos (Torino), nato per “occuparsi del bene pubblico… e testimoniare con la propria vita il cambiamento che desideriamo generare nella società…”Viviamo in un tempo che ci chiede risposte immediate. Le informazioni arrivano senza tregua: una notizia, un’immagine, una guerra sugli schermi, una decisione politica. Nel giro di pochi minuti ci sentiamo chiamati a reagire, a schierarci, a dire da che parte stiamo. La risposta rapida rassicura: mette ordine, definisce chi siamo e chi non siamo. Ma così la complessità si contrae in un aut-aut. Da una parte noi, dall’altra loro; da una parte i giusti, dall’altra gli escludibili. Anche i social, con i loro tempi e i loro meccanismi, tendono a favorire questo continuo schierarsi: una posizione netta si riconosce subito, una sfumatura richiede invece tempo e attenzione. Non significa che dietro ciò che vi compare non ci sia vita vera: spesso ci sono esperienze, convinzioni maturate, tentativi, impegno e cura che non si vedono. Ma il formato della comunicazione può trasformare una posizione, che nella vita resta magari aperta e in cammino, in una dichiarazione definitiva.
Scegliere è talvolta necessario. Ma dopo la scelta si apre una soglia più difficile: quella che comincia con una domanda semplice. E adesso?
Dire «non in mio nome» è un gesto importante, ma non basta. Dire ciò che non vogliamo è solo l’inizio. Resta da capire che cosa intendiamo costruire al posto di ciò che neghiamo, e attraverso quali gesti, quali mediazioni, quali compromessi. È qui che il discorso pubblico si impoverisce. Sappiamo dichiarare la pace, l’inclusione, l’equità. Ma come si fa a renderle praticabili? Quali risorse, quali luoghi, quali responsabilità richiedono? Che cosa siamo disposti a mettere in gioco noi, nel nostro orizzonte quotidiano?
Dire «io sono per» è facile. Chiedersi come si fa significa misurarsi con il peso delle cose. È lì che una convinzione mostra la sua tenuta reale. La realtà ci costringe a scegliere, a riconoscere costi, effetti imprevisti, frammenti di verità che non avevamo visto. Il confronto smette di essere un’esibizione di certezze e diventa una ricerca condivisa: non relativismo, ma esposizione al reale e all’altro. Forse dovremmo tornare a questa domanda essenziale: come facciamo? Come facciamo a dare corpo alla pace che dichiariamo? A tradurre l’uguaglianza in gesti quotidiani? A impedire che qualcuno resti invisibile? A difendere la libertà senza trasformarla in privilegio? Sono domande senza risposte immediate, e proprio per questo ci obbligano ad abitare il presente, ad ascoltare, a correggere, a tentare. Non ci basta più essere dalla parte giusta: sentiamo il bisogno di rendere un poco più giusto il pezzo di mondo che abitiamo.
Una democrazia viva dovrebbe assomigliare a questa ricerca: non un’arena di certezze, ma una comunità che prova, ascolta, aggiusta, riparte. Kierkegaard ricordava che la vita si comprende all’indietro, ma si vive in avanti. Anche il pensiero ha bisogno di questo movimento: un’idea rivela il suo valore solo quando tenta di incarnarsi. E allora, forse, la domanda decisiva non è più «Da che parte stai?», ma «Da dove cominciamo?».
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