
Cosa c’è nel contestato “decreto scuola” approvato dal governo
L'INDIPENDENTE - Friday, September 25, 2026Dopo settimane di contestazioni, il governo Meloni ha approvato il decreto con cui istituisce un tetto massimo agli studenti stranieri per classe. Il provvedimento, ha affermato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, «mette al centro la lingua italiana come strumento di integrazione» e fissa al 30% il limite degli studenti stranieri che non possiedono «un’adeguata conoscenza dell’italiano» in ciascuna classe. Per come è stata presentata da Valditara, da Meloni e dallo stesso comunicato dell’esecutivo, la misura fornisce indicazioni generali sulla prassi da seguire nel caso in cui una scuola registri un numero di studenti rientranti nel tetto del 30% superiore a quello consentito, delineando criteri ancora vaghi e poco precisi dal punto di vista tecnico. Considerato che la misura entrerà in vigore a partire dall’anno scolastico 2027/2028, resta inoltre da chiarire per quale ragione il governo abbia deciso di ricorrere allo strumento del decreto-legge, che, almeno secondo la Costituzione, è destinato a provvedimenti che rispondano ai requisiti di «necessità» e «urgenza».
Nonostante sia attesa da giorni una spiegazione tecnica su come il governo intenda implementare il tetto massimo degli studenti stranieri per classe, né il comunicato dell’esecutivo, né la conferenza stampa di Valditara, né le interviste o le dichiarazioni di Meloni entrano davvero nel dettaglio sui meccanismi di attuazione del provvedimento. Il decreto-legge introduce un tetto del 30% agli studenti stranieri non italofoni per classe, assorbendo il limite già previsto dalla cosiddetta circolare Gelmini del 2010, nella quale tuttavia tale indicazione non aveva natura vincolante. Per quanto riguarda la scuola primaria, sono esclusi dal tetto del 30% gli alunni che hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia in Italia e quelli nati in Italia che vi hanno vissuto fino all’iscrizione alla scuola primaria. Per il ciclo secondario, invece, sono esclusi gli studenti stranieri che hanno frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni.
I vari comunicati non chiariscono come debba essere definito il grado di conoscenza della lingua italiana degli alunni, ma, secondo le anticipazioni, sarebbe previsto una sorta di test d’ingresso per tutti gli studenti non esenti. Il provvedimento dispone che, nei casi in cui una scuola non riesca a garantire che tutte le classi rispettino il limite del 30%, gli studenti in eccesso debbano essere trasferiti in un altro istituto. A definire i trasferimenti sarebbero gli Uffici Scolastici Territoriali, che si coordinerebbero con i dirigenti scolastici per destinare gli alunni verso scuole limitrofe e «nel rispetto del principio di prossimità al domicilio». Anche in questo caso, tuttavia, non è chiaro come tale principio debba essere definito: la prossimità al domicilio è già utilizzata in altri provvedimenti, ma la sua interpretazione resta elastica. Il comunicato dell’esecutivo non stabilisce infatti criteri applicativi né parametri precisi per individuare le scuole verso cui redistribuire gli studenti. Resta poco chiaro anche come si procederebbe nel caso di licei o istituti con specifici indirizzi di studio, per i quali la redistribuzione verso un altro istituto potrebbe non garantire la continuità dell’insegnamento. Qualora la redistribuzione non fosse materialmente possibile per ragioni geografiche saranno previste deroghe e misure di potenziamento dell’insegnamento dell’italiano.
Accanto al tetto massimo per gli studenti stranieri le misure più discusse sono altre due: da una parte, il programma di insegnamento dell’italiano alle famiglie con figli con difficoltà linguistiche, che obbliga i genitori a frequentare, a titolo gratuito, corsi di lingua presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti; in caso di mancata partecipazione, è prevista una sanzione da 200 a 1.000 euro. Dall’altra parte, il decreto-legge introduce il divieto di indossare burqa e niqab nelle scuole e prevede una sanzione da 200 a 1.000 euro per i genitori delle ragazze che indossano tali indumenti; quest’ultima misura potrebbe entrare in contrasto con un orientamento espresso dal Consiglio di Stato nel 2008, secondo cui l’uso del velo integrale per motivi religiosi non costituisce, di per sé, una violazione del divieto di mascheramento previsto dalla legge, fermo restando l’obbligo di scoprirsi il volto quando sia necessario per l’identificazione da parte delle autorità.
I dubbi che restano all’indomani dell’approvazione del decreto-legge sono ancora numerosi. Il governo ha introdotto specifiche per rispondere a molti degli interrogativi emersi negli ultimi giorni, ma mancano ancora indicazioni che spieghino concretamente come intenda far rispettare il tetto del 30% degli studenti stranieri. La misura introduce inoltre categorie di esenti sulla base di criteri che, secondo il governo, metterebbero al centro la conoscenza dell’italiano, ma trascura il fatto che essere cittadini italiani non significa necessariamente conoscere la lingua, come può accadere nel caso di ragazzi nati all’estero da genitori italiani. Manca inoltre una chiara individuazione degli elementi che hanno spinto l’esecutivo a ricorrere allo strumento del decreto-legge che, come stabilisce l’articolo 77 della Costituzione, può essere adottato solo «in casi straordinari di necessità e di urgenza», considerato che molte delle misure delineate entreranno in vigore soltanto tra un anno.
Dalle prime comunicazioni ufficiali, il decreto dell’esecutivo Meloni appare carente dal punto di vista tecnico e inadeguato sul piano procedurale. Il suo tempismo, tuttavia, è degno di nota: il governo ha varato la misura a una settimana dall’intervento di Meloni dal palco di Fenix, durante il quale la premier aveva annunciato l’introduzione di una misura per contenere il numero di stranieri nelle classi, in una dichiarazione che aveva immediatamente provocato un’ampia bufera mediatica. Il dibattito si è rapidamente esteso dai giornali alla politica, spingendo persino il presidente della Repubblica Mattarella a intervenire sulla questione. Alla luce dei contenuti ancora scarni e dell’assenza di spiegazioni sui meccanismi di attuazione, il provvedimento sembra rispondere più alla necessità di capitalizzare sul dibattito che esso stesso ha suscitato, che all’obiettivo di produrre effetti concreti sulla quotidianità delle scuole italiane, garantendo così all’esecutivo un possibile vantaggio politico in vista delle prossime scadenze elettorali.
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