La storia prima della storia

Jacobin Italia - Monday, September 21, 2026

Ci sono immagini che appartengono al passato e immagini che continuano a produrre il passato. Quelle di La Batalla de Chile appartengono alla seconda categoria, perché sono state capaci di registrare gli eventi nel momento in cui ancora non erano diventati storia. Le strade di Santiago, le manifestazioni, i comizi, le fabbriche, le discussioni tra lavoratori, le assemblee, il Parlamento, i militari, le tensioni dentro (e fuori) le sinistre, la progressiva paralisi delle istituzioni, fino al bombardamento della Moneda e al tragico epilogo dell’esperienza del governo di Salvador Allende. Tutto ciò che Patricio Guzmán e la sua piccola troupe riuscirono a filmare tra il 1972 e l’11 settembre 1973 sarebbe diventato, negli anni successivi, una delle testimonianze fondamentali del Cile di Unidad Popular.

Guzmán è morto a Parigi il 15 settembre 2026, a 85 anni. Con lui scompare uno dei principali documentaristi latinoamericani del Novecento, ma soprattutto un autore che ha fatto del rapporto con la storia del proprio paese il centro di un’intera opera. La Batalla de Chile, realizzata tra il 1975 e il 1979, resta il suo lavoro più conosciuto e quello nel quale la dimensione cinematografica e quella politica coincidono più radicalmente. La trilogia – La insurrección de la burguesía, El golpe de Estado, El poder popular – non racconta semplicemente la fine del governo Allende, ma cerca di comprendere, attraverso le immagini raccolte nel pieno del conflitto, il percorso che conduce una società ad arrivare alla rottura politica e istituzionale. 

È questa la ragione per cui, a più di cinquant’anni dal golpe, il film continua a essere visto e discusso. La sua forza non consiste soltanto nella quantità di documentazione raccolta, né nel valore delle immagini del colpo di Stato. Sta nel metodo. Guzmán non voleva costruire a posteriori un racconto sul Cile di Allende, bensì voleva stare dentro il processo, seguirne le contraddizioni, ascoltare i protagonisti, registrare ciò che accadeva prima che qualcuno potesse stabilire quale significato avrebbe assunto. La differenza è decisiva.

Un film dentro la storia

Quando Guzmán torna in Cile alla fine del 1970, dopo gli studi di cinema in Spagna, trova un paese attraversato da una mobilitazione politico-sociale straordinaria. Allende è appena arrivato alla Moneda e Unidad Popular ha aperto una strada inedita: trasformare la struttura economica e sociale del paese attraverso un processo che intende mantenersi dentro la legalità costituzionale.

Il giovane regista aveva pensato al cinema di finzione. La realtà politica, però, finisce per imporsi sulla sceneggiatura. Marce, fabbriche occupate, organizzazioni di base, manifestazioni, discussioni politiche interminabili diventano il materiale di un cinema che non vuole osservare la trasformazione del paese dall’esterno. 

La lavorazione di La Batalla de Chile comincia il 15 ottobre 1972 e termina l’11 settembre 1973, il giorno del golpe. Guzmán lavora con una troupe ridotta: Jorge Müller alla macchina da presa, Bernardo Menz al suono, Federico Elton alla produzione, José Bartolomé come assistente alla regia e, successivamente, Pedro Chaskel al montaggio. La strumentazione è essenziale: una cinepresa Eclair da 16 millimetri, un registratore Nagra, un microfono, un treppiede e persino una Citroën due cavalli utilizzata per spostarsi rapidamente da un luogo all’altro. Non c’è una grande macchina produttiva dietro il film, ma una piccola squadra che cerca di essere presente dove la storia sta accadendo. Chris Marker fornisce la pellicola vergine e il materiale sonoro. Sarà poi fondamentale anche per consentire che il progetto possa essere completato. Il film nasce dunque da una rete internazionale di solidarietà cinematografica che diventa, dopo il golpe, una rete di salvataggio. Dopo l’11 settembre, infatti, la storia cambia anche per chi la sta filmando. Guzmán viene arrestato e trascorre quindici giorni nello Stadio Nazionale di Santiago; Federico Elton viene detenuto alla Scuola Militare; José Bartolomé e altri componenti della troupe lasciano il paese. Jorge Müller, il direttore della fotografia, resta in Cile e nel novembre del 1974 viene sequestrato dalla DINA, la polizia segreta cilena creata dal generale Pinochet. Da allora è desaparecido.

La democrazia come terreno del conflitto

Il carattere più originale di La Batalla de Chile emerge dal fatto che il Cile di Allende non è rappresentato come un semplice scontro tra un governo progressista e una destra che tenta di abbatterlo. La trilogia mostra un sistema politico attraversato da molteplici conflitti: tra Unidad Popular e opposizione, tra governo e Parlamento, tra le organizzazioni operaie e la borghesia, tra le diverse forze della sinistra, tra chi ritiene necessario accelerare il processo rivoluzionario (“avanzar sin transar”) e chi considera prioritario preservarne il carattere costituzionale. È una delle ragioni per cui il film conserva una forza storiografica particolare. Guzmán non nasconde le contraddizioni interne al campo che sostiene Allende, ma le mette in scena.

La seconda parte della trilogia, El golpe de Estado, insiste proprio su questa dimensione, ovvero la frattura attraversa la società cilena, ma anche le sinistre cilene. È qui che il documentario diventa qualcosa di più di una testimonianza della sconfitta.

Perché la domanda non è soltanto come sia stato possibile il golpe. È anche quale tipo di processo politico fosse quello che il golpe interrompeva. Quali forze sociali lo sostenevano. Quali erano i suoi limiti. Quali contraddizioni non era riuscito a risolvere. E soprattutto quale rapporto esistesse tra la trasformazione sociale e le istituzioni dello Stato. Guzmán non pretende di offrire una risposta definitiva. Costruisce piuttosto un dispositivo attraverso il quale lo spettatore è costretto a vedere il conflitto nella sua complessità.

La macchina da presa davanti al potere

Uno dei momenti più impressionanti della trilogia arriva il 29 giugno 1973, durante il fallito tentativo di colpo di Stato passato alla storia come tancazo. Il cineasta argentino Leonardo Henricksen filma i militari che sparano contro la folla e viene ucciso mentre continua a riprendere. La scena è agghiacciante. La macchina da presa diventa così parte della scena perché non registra soltanto la violenza: la espone. E registra anche il rapporto tra chi esercita la violenza e chi tenta di renderla visibile.

È una delle intuizioni fondamentali del cinema di Guzmán. La macchina da presa non è fuori dalla storia. È dentro la storia. Il suo stesso essere presente modifica il rapporto con ciò che viene filmato, ma nello stesso tempo permette di conservare una traccia che altrimenti potrebbe essere cancellata.

Questa consapevolezza diventa drammatica l’11 settembre. La troupe si trova davanti al crollo del mondo che aveva seguito per mesi. Il bombardamento della Moneda, i militari nelle strade, le ultime parole di Allende, l’apparizione della giunta militare in televisione. Il film non deve più raccontare l’avvicinamento alla crisi: deve registrare la rottura.

La seconda parte della trilogia costruisce proprio questa progressione. Gli avvenimenti sembrano concatenarsi come un’unica sequenza politica: la crisi istituzionale, la violenza, la mobilitazione popolare e infine il golpe non sono separati in episodi autonomi. Sono parti di un processo.

La storia, prima ancora di essere spiegata, viene fatta vedere.

Il potere popolare

La terza parte, El poder popular, è forse quella che permette di comprendere meglio perché La Batalla de Chile non sia soltanto un film sul golpe. Qui Guzmán guarda alle forme di organizzazione nate dal basso: cordones industriales, comitati contadini, magazzini comunitari, iniziative collettive. Non sono soltanto risposte spontanee alla crisi. Sono esperimenti di organizzazione sociale che cercano di intervenire nella gestione concreta della vita economica e politica.

Se il golpe costituisce il momento finale della distruzione dell’esperienza di Unidad Popular, il film non si limita a rappresentare una sconfitta, bensì cerca anche di documentare ciò che quella esperienza aveva prodotto nella società. Guzmán lo fa attraverso le immagini delle persone che hanno partecipato al processo: volti, assemblee, fabbriche, organizzazioni territoriali. Il potere popolare non appare come un concetto astratto ma come una pratica quotidiana.

Le immagini contro la censura e l’oblio

Il destino cileno del film è quasi paradossale. Mentre all’estero La Batalla de Chile viene riconosciuta e distribuita, in patria la trilogia rimane per decenni ai margini dello spazio pubblico. Il film circola nel mondo negli anni Settanta e Ottanta, viene proiettato in numerosi paesi e riceve premi internazionali. In Cile, invece, la sua presenza televisiva rimane a lungo impossibile, tanto che il film fu censurato e non venne trasmesso dalla televisione pubblica né distribuito cinematograficamente nel paese durante la dittatura. La censura diventa così parte della storia dell’opera.

Nel 2021, quarantasei anni dopo la realizzazione della prima parte, La Batalla de Chile viene finalmente trasmessa per la prima volta dalla televisione aperta cilena, grazie all’emittente La Red. Quarantasei anni!

La morte di Guzmán arriva in un momento nel quale il Cile continua a confrontarsi con il proprio passato. Il suo lavoro ricorda che la memoria democratica non è garantita una volta per tutte e che ogni generazione deve confrontarsi con ciò che decide di conservare, rimuovere o reinterpretare. 

In questo senso La Batalla de Chile è anche un film sull’oblio. La dittatura ha cercato di cancellare persone, organizzazioni, immagini e parole. Alcuni di quei tentativi hanno prodotto ferite che restano aperte. Jorge Müller è ancora oggi un nome legato alla scomparsa e alla repressione. Le immagini che aveva contribuito a realizzare, invece, sono sopravvissute. È una delle ironie più profonde della storia del film: il regime che voleva impedire che quella esperienza fosse ricordata non è riuscito a impedire che fosse filmata.

E forse è proprio qui che si trova il lascito politico più importante di Patricio Guzmán.

*Andrea Mulas, studioso di storia dell’America Latina, è ricercatore indipendente della Fondazione Basso. Tra le sue più recenti pubblicazioni, L’altro settembre. Allende e la via cilena al socialismo (Bordeaux, 2023) e La storia spezzata. Cile 1970-1973 (Nova Delphi, 2023).

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