La partita contro il mercato non è chiusa
Articolo di Alberto «Bebo» Guidetti
Questo articolo nasce da un dibattito che nelle ultime settimane ha coinvolto
Flavia Tommasini su Municipio Zero, Damir Ivic su Soundwall e Rolando Lutterotti
su Global Project. Tutti e tre convergono nel denunciare il modello estrattivo
dei grandi eventi e l’asimmetria della stretta securitaria, ma divergono sulla
diagnosi: Tommasini tiene il fuoco sulla repressione governativa, Ivic è l’unico
a dire che la crisi degli spazi indipendenti è anche auto-inflitta, mentre
Lutterotti risponde dall’interno: sì, la contraddizione c’è, ma starci dentro
consapevolmente è una scelta politica, non furbizia.
Il mio tentativo qui è diverso: non aggiungere un’altra posizione nel campo, ma
provare a mostrare che il campo stesso è più grande di quanto pensiamo.
Ciò che sta accadendo alla musica dal vivo in Italia non è un episodio di
politica interna ma un movimento tettonico del capitale e per osservarlo serve
alzare lo sguardo dall’emergenza post-Crans Montana e guardare la filiera per
quella che è.
Bernard Stiegler ci ha insegnato a pensare ogni dispositivo tecnico come
pharmakon: cura e veleno nella stessa sostanza, a seconda di chi lo governa e
con quale finalità. La normativa sulla sicurezza degli spazi pubblici è un
pharmakon perfetto: se dettagliata e applicata consapevolmente può salvare vite,
se dettagliata e applicata con finalità repressive può distruggere l’ecosistema
culturale di un intero paese. Dipende da chi gira il rubinetto, quando e contro
chi.
Per capire cosa sta succedendo al live bisogna partire da dove non sembra: dallo
streaming che ha azzerato il valore della registrazione musicale. Questo non è
un giudizio morale, è un fatto strutturale: quando una piattaforma paga in media
0.003 euro a stream, la registrazione cessa di essere un prodotto economicamente
sostenibile per la stragrande maggioranza degli artisti. Per fortuna resta il
live, che è diventato nel frattempo l’unica fonte di reddito reale per
eliminazione di tutte le alternative. La cosiddetta democratizzazione
dell’ascolto, non ha solo prodotto la reperibilità sul mercato di un’infinità di
musica, ma ha spinto un’enorme massa di artisti a rivolgersi all’infrastruttura
della musica dal vivo.
Solo che questa infrastruttura, che accoglieva il 99% dei piccoli e medi
concerti, negli ultimi 10/12 anni è andata a deteriorarsi per un massiccio
spostamento del pubblico in favore dei grandi eventi: festival e concerti da
oltre 4/5.000 presenze.
Nel big market della musica Live Nation, la più grande società al mondo del
settore, ha capito prima di tutti questa trasformazione. Ha comprato
Ticketmaster, mettendo le mani sulla biglietteria e recentemente ha iniziato ad
amministrare le venue, anche in Italia: il Forum e il Carroponte a Milano,
acquisendo la società che li controllava.
Da anni rileviamo e lamentiamo una bolla inflattiva del costo dei biglietti, ma
questo scenario – di cui avevo già scritto nei mesi scorsi rivolgendomi al
mercato americano – ci presenta un’integrazione verticale da manuale, facendo
apparire Live Nation come un ipotetico monopsonio: il maggior acquirente di una
specifica materia prima o componente, in questo caso la musica.
Rolando Lutterotti lo scrive con chiarezza: il rapporto tra prezzo del biglietto
e salario medio costringe a una scelta binaria. O il grande evento imperdibile
oppure tre concerti di «medio livello»; un’etichetta costruita apposta, perché
il «medio livello» non è percepito come mediocre per caso. È reso invisibile
dalle stesse infrastrutture digitali che governano la scoperta musicale:
playlist editoriali, raccomandazioni algoritmiche, advertising digitale
massiccio e iper-targettizzato . La «libera scelta» del pubblico avviene dentro
un campo già strutturato dal capitale. Quando Damir Ivic dice che il pubblico
sceglie liberamente i grandi eventi e che bisogna farci i conti, ha ragione
sulla descrizione e torto sulla diagnosi: il pubblico sceglie, ma sceglie dentro
un menù che qualcun altro ha scritto.
Che le piattaforme di streaming non si limitino a distribuire musica,
riconfigurandola per adattarla al proprio modello di business, non è più solo
una percezione di noi addetti al settore e studiosi. Lo stesso vale per il live:
Live Nation non si limita a ospitare concerti, riconfigura l’intera esperienza
per massimizzare l’estrazione di valore.
E qui torniamo al pharmakon: la piattaforma che dovrebbe connettere artista e
pubblico diventa lo strumento che li separa, li monetizza e nel frattempo
disintegra tutto ciò che sta in mezzo.
Con questo quadro in testa Flavia Tommasini centra il punto: il dispositivo del
Ministro dell’Interno Piantedosi non vieta apertamente, ma rende impraticabile.
Non chiude tutti, ma espelle chi non regge il peso burocratico ed economico. La
stessa normativa che potrebbe proteggere (dovrebbe?) viene piegata a strumento
di selezione: regole formalmente uguali per tutti che producono esclusione
differenziale. Il grande evento e il colosso delle produzioni possono
permettersi l’infinito iter burocratico e strutturale di adesione alla norma,
mentre il piccolo circolo di periferia, no. Epperò la stretta li tratta come se
partissero dallo stesso punto e svolgessero lo stesso lavoro.
L’Arci Sparwasser di Roma fa lo stesso mestiere del live da 60mila persone al
Circo Massimo? Il Locomotiv Club di Bologna fa lo stesso mestiere di chi
organizza gli iDays? Il Centro Sociale Pedro di Padova fa lo stesso mestiere di
una corporation internazionale?
Qui il mio ragionamento si allontana un po’ dal dibattito in corso per provare
ad allargarlo. Quello che si sta perdendo non è solo il possesso dei mezzi di
produzione culturale. Quello che si sta andando a perdere sono le competenze
pratiche e relazionali che permettono agli individui e alle comunità di
diventare sé stessi attraverso le pratiche condivise. Bernard Stiegler la
chiamerebbe una forma specifica di proletarizzazione: non la proletarizzazione
del lavoro manuale di cui parlava Marx, ma la proletarizzazione dei saperi,
delle relazioni, delle capacità di individuazione psichica e collettiva.
I centri sociali – e dico centri sociali ma intendo anche i live club, gli spazi
associativi, i circoli, i luoghi informali, tutte le zone grigie dove la
produzione culturale è transiente alle esperienze umane che ci viviamo dentro –
sono luoghi di conservazione e trasmissione di questi saperi. Mutualismo,
cooperazione, produzione artistica, organizzazione collettiva. Luoghi dove si
impara facendo, insieme, in un tempo lungo che sedimenta relazioni. Non sono
solo venue. Sono archivi viventi.
Colpirli significa interrompere circuiti di individuazione che non passano per
il mercato né per le istituzioni tradizionali. Significa, concretamente, che la
prossima generazione non avrà un posto dove imparare a organizzare un concerto,
a gestire un impianto, a tenere insieme una comunità attorno a una
programmazione musicale che non sia dettata dall’algoritmo. Queste competenze
non si imparano su YouTube. Si imparano facendo, in un luogo, con delle persone,
nel tempo.
Il grande evento – l’arena, il festival da trentamila persone, il concerto con
il dynamic pricing – è un ambiente tecnico che dissocia. Atomizza il pubblico in
consumatori individuali, riduce la cultura a prodotto, l’esperienza a consumo
istantaneo. Non c’è individuazione possibile perché non c’è il tempo per la
sedimentazione: solo picchi di sincronizzazione emotiva che non lasciano traccia
nelle competenze collettive. Arrivi, consumi, te ne vai. Il modello estrattivo
di cui parla Flavia Tommasini: arriva, consuma risorse e attenzione, se ne va.
Niente resta sul territorio tranne i rifiuti e il fatturato dell’indotto
alberghiero (per chi può permetterselo, s’intende).
Serve del tempo perché il desiderio possa articolarsi senza collassare in
pulsione, perché le relazioni possano costruirsi senza bruciare
nell’istantaneità del consumo. Il tempo industriale dell’intrattenimento è un
tempo che impedisce questa elaborazione.
Questa non è nostalgia. È una distinzione strutturale.
Ivic ha ragione quando scrive che la crisi degli spazi indipendenti non è solo
colpa dello Stato e del mercato. C’è una responsabilità interna che va nominata
senza moralismi ma con onestà. Se i centri sociali da tempo sopravvivono anche
grazie a concerti «normali» di artisti che suonano ovunque, qual è la
specificità? La commistione tra spazi occupati e industria musicale negli anni
Novanta era una rottura creativa, un cortocircuito che produceva cultura nuova.
Trent’anni dopo, in molti casi, è diventata sopravvivenza economica. Non una
colpa, ma un fatto che va detto.
E Damir Ivic sfiora un nervo scoperto ancora più doloroso: la scena indipendente
italiana che oggi riempie i Forum e arricchisce le multinazionali, non ha fatto
troppo per evitare la morìa dei live club che l’aveva cresciuta. I live club
indipendenti sono fragili non solo per il rafforzamento dei controlli, ma perché
senza nomi famosi il pubblico non ci andava e i nomi famosi a un certo punto
hanno cominciato a essere troppo costosi per quelle venue. E lì non è colpa
dello Stato: è avidità che ha alimentato un circolo vizioso dall’economia
dell’attenzione: le piattaforme rendono visibili solo chi è già grande, il
pubblico va dove c’è visibilità, i piccoli spazi perdono pubblico, chiudono e il
campo si restringe ulteriormente.
Ma Lutterotti offre una risposta convincente: sì, stiamo nella contraddizione.
Nessuno è puro. Chi viene da esperienze collettive e immagina e organizza grandi
eventi lo fa consapevolmente, cercando di metterci un pizzico di qualità in più,
prezzi più bassi, nessuno sponsor imbarazzante. Non è cinismo né furbizia – è la
scelta politica di chi sa che uscire dal gioco non significa non contare nulla.
Stare dentro la contraddizione è ancora la posizione più onesta, a patto di
sapere cosa si sta facendo.
La risposta non è la purezza – impossibile e sterile – né la resa. È la
costruzione di alleanze consapevoli tra chi sta dentro la contraddizione e chi
la rifiuta, tra chi organizza il grande evento cercando di non farlo diventare
una macchina di estrazione e chi tiene aperto il circolo con le unghie e i
denti.
Il 27 e 28 marzo mostrano che questa convergenza è possibile. A Roma ci sarà la
mobilitazione che speriamo coinvolga tanti nomi, anche grandi. A Londra i
Kneecap, Fontaines DC e Massive Attack andranno sul palco contro l’estrema
destra – nonostante siano nel circuito Live Nation. Non è coerenza perfetta: è
azione dentro la contraddizione. È esattamente ciò che Lutterotti propone quando
parla di co-progettazione, di «big event non omologati», di alleanze tra
soggetti diversi che condividono un’urgenza.
A questa sollecitazione di Rolando Lutterotti pongo la domanda che mi accompagna
da mesi e che è la domanda del libro su cui sto lavorando: è possibile costruire
un’infrastruttura culturale che non sia né il mercato estrattivo di Live Nation
né la nicchia invisibile? Qualcosa che sia sostenibile senza essere estrattivo,
accessibile senza essere omologante, politico senza essere settario? Non ho la
risposta. Ma so che la risposta, se esiste, non verrà da un singolo modello, da
un singolo spazio, da un singolo articolo. Verrà dalla capacità di tenere
insieme cose che sembrano incompatibili: il grande e il piccolo, il mercato e il
dono, la visibilità e la profondità.
Il pharmakon si cura col pharmakon, ma bisogna saperlo maneggiare. E questo
sapere si costruisce solo collettivamente, in spazi che permettano il tempo
lungo dell’apprendimento condiviso. Esattamente ciò che la fase punitiva sta
cercando di rendere impraticabile. Ogni circolo che chiude, ogni live club che
abbassa la serranda, ogni spazio informale che viene dichiarato non conforme, è
un pezzo di quel sapere collettivo che scompare. Non un pezzo di mercato – un
pezzo di noi.
La partita non è chiusa, ma va giocata con gli occhi aperti su tutta la filiera,
dalla piattaforma di streaming, dal circuito di prevendita al palco e poi,
infine, ma non per ultime: le persone. Spesso scordiamo che questo è un mestiere
di relazione svolto dalle persone, con le persone, per le persone. Senza
consolazioni e senza rese. Senza l’illusione che il problema sia solo
Piantedosi, o solo Spotify, o solo il pubblico che non viene più al concerto da
venti euro.
Il problema è la struttura. E la struttura si cambia solo se la si vede per
intero.
*Bebo Guidetti è co-fondatore de Lo Stato Sociale, consulente strategico e
autore. Il suo prossimo libro, Il capitale musicale, uscirà a maggio per Timeo.
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