Letteratura e rivoluzione
«Si può vivere senza un frigorifero ma non senza utopia» ha detto Paco Ignacio
Taibo II a Repubblica in un’intervista rilasciata nei giorni del Festival di
letteratura working class del 10, 11 e 12 aprile. Forse è proprio questo il
segreto che hanno capito gli operai dell’ex Gkn. Il segreto che gli permette di
resistere da 1.739 giorni in presidio permanente davanti alla fabbrica da cui in
modo illegittimo – come certificato ben due volte dal tribunale del lavoro –
sono stati licenziati il 9 luglio del 2021.
Quattro anni fa sembrava una cosa da pazzi voler organizzare un Festival su un
genere letterario non riconosciuto dalla cultura mainstream, in una zona
industriale, fuori dalla grande città e con un gruppo di operai licenziati.
Essere arrivati alla quarta edizione è incredibile non solo e non tanto per il
successo del Festival, ma proprio per la resistenza prolungata di questi
lavoratori che pur stanchi, con 15 mesi senza stipendio accumulati, 12 mesi di
disoccupazione, e umiliati dall’immobilismo del Consorzio regionale che dovrebbe
rendere possibile l’avvio della reindustrializzazione, non hanno mollato nemmeno
per un giorno il presidio della fabbrica. Con questa fatica sembrava difficile
poter replicare, per la quarta volta, il successo del Festival. Alla fine invece
abbiamo contato quasi 5.000 pasti consumati nei tre giorni, più di 2.500 libri
venduti, più di 200 volontari e volontarie, più di 400 donatori per il
crowdfunding e – se sommiamo le persone passate giorno per giorno, compreso il
corteo di sabato 11 aprile – quasi 7.000 partecipanti.
Com’è possibile riuscire a resistere così a lungo in un’epoca così buia, con
rapporti di forza così sfavorevoli e con le strutture organizzate così deboli e
frammentate? La risposta della lotta dell’ex Gkn è che occorre irrompere anche
nell’immaginario collettivo, attraverso il teatro, il cinema, l’arte e la
letteratura.
SENZA CHIEDERE PERMESSO
L’idea di fare la lotta di classe con i libri, che quattro anni fa sembrava
tutt’al più un’evocazione romantica, con questo Festival è ormai diventata una
pratica concreta.
«Molte delle serie Tv e dei romanzi mainstream – ha detto Wu Ming 2 – raccontano
grandi genealogie imprenditoriali, magari piene di conflitti sentimentali o
sull’eredità, ma in cui vengono rimossi i conflitti sociali. Basti pensare al
film su Brunello Cucinelli, che serve a costruire il proprio santino di padrone
buono». L’ambizione del Festival di letteratura working class è invece non
permettere a nessuno di rimuovere dall’immaginario collettivo che questa società
si fonda sulla diseguaglianza e sullo sfruttamento.
«La working class scrive la propria storia», era il titolo della prima edizione,
per sottolineare la capacità della lotta della Gkn di far riemergere il concetto
di classe nel discorso pubblico. «Non siamo qui per intrattenervi», era la frase
di Mark Fisher che ha dato il titolo alla seconda edizione, quando il Festival è
effettivamente diventato il principale momento di lotta della vertenza,
attraversato anche da un corteo e non solo dalla discussione letteraria. «Noi
saremo tutto» è stata la frase di Valerio Evangelisti, titolo della terza
edizione, essendo ormai chiaro che serviva un progetto dal basso perché la
fabbrica non sarebbe mai stata reindustrializzata da padroni interessati solo
alla speculazione immobiliare. «Senza chiedere permesso», è stato il titolo di
questa edizione, perché di fronte al vergognoso immobilismo del Consorzio
pubblico – pur formato da giunte regionali e locali di Centrosinistra – bisogna
provare far partire la reindustrializzazione con le proprie forze.
Il titolo di quest’anno ha ripreso quello del documentario di Pietro Perotti,
operaio Fiat dal 1969 al 1985, che per difficoltà di salute non è riuscito a
raggiungere il Festival, ma del cui percorso ha parlato Franco Berteni, curatore
del suo libro I cessi di Mirafiori. Pur avendo la quinta elementare, Perotti in
fabbrica si era autoproclamato delegato alla comunicazione operaia, e lo ha
fatto «con ogni mezzo necessario»: adesivi, vignette, serigrafie, giornali
murali, registrazioni video e audio delle lotte, sculture di cartapesta e
gommapiuma da portare in corteo. Quando, dopo la sconfitta della lotta dei 35
giorni del 1980, la Fiat vietò i giornali murali e varie forme di comunicazione
nelle officine, Perotti decise di scrivere nei cessi, lì dove il padrone non può
vedere e gli operai si possono prendere qualche minuto per leggere e pensare.
TRANSIZIONE
«La parola chiave del Festival è ‘Transizione’ – ha spiegato il direttore
artistico Alberto Prunetti in apertura – riprendendo la proposta della lotta
dell’ex Gkn della transizione ecologica e socialmente integrata della fabbrica,
per renderla aperta e capace di produrre cultura». E questa parola è stata
declinata in più modi nei vari panel.
Angelo Ferracuti e Wu Ming 2 hanno analizzato il modo in cui la working class è
transitata nella forma romanzo, e Pia Valentinis ed Emiliano Pagani hanno fatto
lo stesso per la forma Graphic Novel. Mentre Francesco Del Casino – il pittore
dei murales di Orgosolo, che ha anche donato una sua opera per la lotteria a
sostegno della lotta – ha raccontato come il mondo operaio si possa appropriare
anche dell’arte.
Morena Marsilio – discutendo con Franco Berteni, Giorgia Protti, Saverio Ferrari
e Alberto Rollo, in un panel che ha spaziato dai Cessi di Mirafiori fino a La
giusta distanza dal male che descrive il lavoro di cura dentro gli ospedali – ha
descritto la «transizione circolare» dalla working alla caring class, perché
«più che assistere alla fine della classe operaia assistiamo a un suo
allargamento».
Lo scrittore e fornaio svedese Henrik Johansson, presentando il suo Teglie di
rabbia, ha raccontato la transizione dalla fabbrica metalmeccanica a quella
della ristorazione. «A differenza dell’acciaio – ha detto presentandolo Eliana
Como della Fiom – il pane dovrebbe nutrire, è buono, ha anche un significato
politico e religioso. Ma in questo romanzo, in cui i protagonisti devono
produrre 3.000 pagnotte l’ora, il pane è rabbia, sfruttamento e ingiustizia».
Discutendo con Paco Ignacio Taibo II, Paloma Saiz e Maria Terasa Carbone, Kike
Ferrari – con il suo Todos nosotros – ha mostrato invece come la letteratura
permetta di transitare anche nel tempo, provando a immaginare il modo in cui
cambiare le sorti della lotta di classe mondiale. Viaggio nel tempo che Ferrari
ha realizzato prendendo in prestito alcuni personaggi dai romanzi di Paco
Ignacio Taibo II: «Chiedere in prestito personaggi è un diritto della
letteratura – ha detto Paco – che è un fenomeno democratico e popolare. L’unica
condizione è che se ti presto un personaggio zoppo alla gamba sinistra, non gli
fai niente alla gamba destra, altrimenti non lo posso più utilizzare». L’idea
della scrittura come esperienza collettiva è del resto parte integrante
dell’esperienza di vita di Kike Ferrari – scrittore premiato di giorno e addetto
alle pulizie della Metro di Buenos Aires di notte – che ha spiegato come la
lotta sindacale nel suo luogo di lavoro consente alla sua scrittura di non
essere mero esercizio individuale ma di rimanere ancorata all’esperienza
collettiva della sua classe di appartenenza.
Tutto il Festival è stato attraversato da bambini, bambine, ragazzi e ragazze di
tutte le età, «che sono i primi a non dover chiedere permesso», ha detto
Beatrice Bernardini, tra le curatrici del programma Pischel Rebel. E la domenica
mattina il palco del Festival è stato invaso da 24 giovanissimi studenti della
scuola di scrittura Il porto delle storie, che hanno scritto il libro di
racconti Nati per sbagliare con stile. «Spesso si sbaglia, e allora se si
sbaglia è meglio farlo per bene: così ho messo dei brillantini sopra la buccia
di banana disegnata in copertina», ha detto Maria Giulia, autrice della
copertina e di uno dei racconti scritti da ragazzi di famiglie working class
della zona di Campi Bisenzio. Nel loro dialogo con Gabriel Seroussi, autore de
La periferia vi guarda con odio, è emerso il senso di ingiustizia provato da
ragazzi e ragazze che vedono alcuni loro coetanei vivere in ville di lusso e
altri invece, come loro, che si sentono in imbarazzo a chiedere 10 euro ai
genitori per uscire la sera.
Rose-Marie Lagrave, l’autrice francese di Riappropriarsi di sé, ha parlato
insieme ad Annalisa Romani, Simona Baldanzi e Ornella Tajani di transizione da
una classe all’altra, definendo il suo percorso da una numerosa famiglia
contadina della Normandia fino all’élite intellettuale parigina «un’eccezione
che conferma la regola ereditaria di riproduzione delle classi sociali.
Eccezione che non ha nulla a che fare con il merito individuale ma che racconta
alleanze e lotte collettive in cui mi sono trovata, soprattutto quelle
femministe». Un libro, quello di Lagrave, che ha stimolato innumerevoli paragoni
con molte delle vite delle persone presenti al Festival e che, con il metodo
dell’arpentage – una pratica di lettura collettiva nata nell’educazione popolare
francese – ha animato anche un gruppo di discussione di donne della borgata
Quarticciolo di Roma nei giorni precedenti al Festival.
La relazione tra ingiustizia, lotta e poesia è emersa in modo dirompente nel
panel sulla letteratura palestinese con Laila Hassan, Sana Darghmouni e Aysar al
Saifi. «La poesia palestinese – ha detto Sana – non è solo un’arte, ma anche
un’arma. Tutti i palestinesi sono poeti perché hanno conosciuto la bellezza
della natura e la tragedia». «Vengo dal campo profughi di Dheisheh, a sud di
Betlemme – ha detto Aysar, autore di Quando i picchetti sono fioriti – dove il
70% delle persone che lo abitano sono state arrestate, per cui parlo di libertà
avendola vista sempre dall’altra parte. Dalla parte di chi vorrebbe vivere una
vita normale, andare al mare, avere dei libri, in un posto dove anche i libri
sono sinonimo di terrorismo».
Il modo in cui la poesia transita dentro le lotte sociali è emerso nel panel più
working class del Festival di letteratura working class, quello sulla poesia
pakistana. «La scoperta più bella del nostro percorso – ha detto Francesca
Ciuffi del Sudd Cobas, il sindacato che negli ultimi mesi ha organizzato molte
lotte di lavoratori e lavoratrici pakistane del distretto pratese – è stata
sapere che alcuni dei nostri compagni di lotta fossero anche dei poeti». Ali
Hassan, Taimoor Hassan e Abubakar Sabir hanno letto le loro poesie in urdu, poi
tradotte in italiano. Poesie che hanno commosso ed entusiasmato il pubblico,
come questa di Abubakar:
La vita sarà degna di essere vissuta
quando tu e io saremo un noi.
Lascia che le caste e le classi si dissolvano.
Lascia che i lavoratori trovino un giorno senza dolore.
So che il presente ci mette alla prova,
ma un domani radioso ci attende.
Un domani che sta a noi costruire;
un canto che, senza affanni, sta a noi cantare.
Con questo scopo nel cuore
potremo raggiungere la nostra meta.
Se questo ci costerà la nostra vita, così sia;
ora insorgiamo contro il soffio dei tiranni.
E ORA SALPIAMO
«E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare». Con queste note di
Franco Battiato si è chiuso venerdì 10 aprile l’emozionante spettacolo teatrale
La zona blu della compagnia Kepler 452 sui salvataggi in mare della Sea Watch.
«Voglio fidarmi di te, che batti ancora più forte, che mi dai il tempo e
resisti. E mi rischiari la notte» ha cantato il sabato sera Il Muro del canto in
concerto davanti alla fabbrica. E questa voglia di vedersi, parlare,
raccontarsi, fidarsi, resistere e lottare ha caratterizzato tutto il clima
vissuto nei giorni del Festival, in cui c’è stata anche la convergenza degli
«elefanti nella stanza», ossia di 20 interventi di movimenti sociali succedutisi
alla fine di ogni panel.
Una famosa frase di un secolo fa di Antonio Gramsci diceva che «il vecchio mondo
sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i
mostri». Quello che accade in Iran, in Libano e in Palestina «è anche difficile
definirlo guerra per quanto siano saltate anche le regole minime dei conflitti
bellici – ha detto Luciana Castellina nel panel conclusivo – Siamo nel pieno di
una profonda crisi capitalista, che diventa anche una crisi della democrazia.
Loro sono così violenti perché sono deboli non perché stanno vincendo. In questa
transizione tocca a noi però capire cosa fare. Se la democrazia formale è in
profonda crisi, dovremmo rispondere costruendo dei ‘soviet di quartiere’, ossia
delle forme di democrazia dal basso che possiamo controllare». Nello striscione
del corteo del sabato pomeriggio c’era scritto «Salpiamo contro il riarmo». Due
solidali della Soms Insorgiamo e un operaio del Collettivo di fabbrica
partiranno con la prossima Flotilla per Gaza. «Sottrarre forze alla vertenza in
un momento così delicato ci pesa, non possiamo negarlo. Ma chi chiede
solidarietà, come noi chiediamo, restituisce senza chiedere», ha detto Dario
Salvetti nel panel conclusivo. Allo stesso modo la reindustrializzazione
ecologica dell’ex Gkn non può più aspettare, deve salpare subito con quel che
ha, fosse anche solo in modo parziale. L’attesa del Consorzio regionale pubblico
– l’ultimo cronoprogramma annunciato due giorni prima del Festival arriva
addirittura a marzo 2027 – sembra una trappola per logorare gli operai. La
decisione è allora entrare «negli ‘ultimi gloriosi 90 giorni’ della campagna di
azionariato popolare. Non vi chiediamo di fare qualcosa per forza, ma qualsiasi
cosa dovete fare: fatela subito, ora, in questi 90 giorni. L’11 e 12 luglio, al
quinto anniversario della nostra lotta, decideremo insieme con quale
reindustrializzazione salpare. Rimettiamo la decisione al movimento e
all’azionariato popolare. Ciò che il capitale chiude, il movimento riapre. Ma
come salperemo, se con una zattera o una flotta, si decide in questi 90 giorni.
Non c’è nessuna fine, solo un nuovo inizio. Chi ci ha logorato con il tempo,
sappia che il nostro tempo sarà dedicato per sempre a tormentarvi».
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è
editor di Jacobin Italia.
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