La Corte dei Conti dettaglia i trucchi del governo per raggiungere il 2% in spese militari

L'INDIPENDENTE - Monday, September 21, 2026

L’Italia ha raggiunto la soglia del 2% del Prodotto interno lordo fissata dagli impegni assunti in sede NATO attraverso una riclassificazione della spesa interna. A evidenziarlo è la Corte dei conti nella sua annuale relazione sulle spese dello Stato. Pubblicata la scorsa estate, la relazione è finita negli ultimi giorni sui banchi delle Commissioni Esteri e Difesa del Senato, che ne stanno discutendo i contenuti. Il documento mette in luce le differenze tra i diversi criteri utilizzati per classificare la spesa destinata alla Difesa, che hanno fatto apparire l’aumento della spesa militare più consistente di quanto non sia stato in realtà. Nel 2,01% del PIL attribuito all’Italia per il 2025 rientrano infatti anche risorse provenienti da altri capitoli e amministrazioni, tra cui, tra le varie, quelle del Ministero delle Imprese. La Corte dei conti chiede maggiore trasparenza e un’armonizzazione dei criteri di contabilizzazione, anche alla luce del prossimo obiettivo del 5% fissato dalla stessa Alleanza Atlantica.

La sorta di artificio numerico alla base del raggiungimento dell’obiettivo viene illustrata nel secondo tomo del secondo volume del rendiconto generale dello Stato per il 2025 redatto dalla Corte dei conti. L’impegno assunto in sede NATO prevedeva il raggiungimento di una spesa per la Difesa pari al 2% del PIL e una quota del budget della Difesa destinata agli investimenti pari al 20%. L’Italia ha sempre raggiunto il secondo obiettivo; il primo, invece, si è rivelato più difficile da centrare: «L’Italia», scrive la Corte, «avrebbe dovuto prevedere una spesa per la difesa a prezzi correnti in euro pari a circa 46 miliardi, quasi 14 miliardi in più rispetto ai dati della spesa difesa in chiave NATO relativi agli stanziamenti iniziali precedentemente comunicati». La spesa destinata al riarmo è risultata in costante aumento, ma non abbastanza da consentire il raggiungimento dell’obiettivo entro il 2028.

Sono dunque intervenute una generale «attività di riclassificazione della spesa della difesa» e una «riconsiderazione di alcune voci all’interno del perimetro della stessa», che hanno inciso sulla definizione del bilancio in chiave NATO. La riclassificazione, si legge nel documento, ha interessato anche gli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica e ha contribuito a portare l’Italia al raggiungimento dell’obiettivo del 2% fissato nel 2014. Nel perimetro della spesa per la Difesa vengono considerate, attraverso i diversi criteri di classificazione, anche risorse provenienti da altre amministrazioni e programmi: dagli investimenti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy ai fondi per le missioni internazionali, inizialmente stanziati presso il Ministero dell’Economia, fino ad alcune risorse del PNRR. Il perimetro può inoltre comprendere voci relative alla cybersicurezza, allo spazio e alle infrastrutture a doppio uso civile e militare, nonché alcune spese riferite ad altri corpi dello Stato e alle pensioni delle forze dell’ordine.

Davanti alla nuova classificazione delle spese, la Corte chiede una «armonizzazione» che tenga conto «delle differenze nelle tecniche di rilevazione, nei momenti per la contabilizzazione delle voci elementari e nelle valute di riferimento, nonché nella cogenza dell’obiettivo». Un lavoro che assume particolare importanza alla luce del nuovo impegno assunto dall’Italia in sede NATO: secondo i nuovi termini, entro il 2035 i membri dovranno portare la spesa per la Difesa al 3,5% del PIL, a cui si aggiunge un ulteriore 1,5% destinato a investimenti legati alla sicurezza, tra cui infrastrutture e cybersicurezza. Senza il quadro di trasparenza chiesto dalla Corte, il rischio è che la sovrapposizione tra i diversi sistemi di classificazione renda sempre più difficile capire quante risorse vengano effettivamente destinate alle armi e come vengano impiegate.

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