“No vax”, ex deputati e filosofi: il Corriere della Sera rilancia le liste di “putiniani”

L'INDIPENDENTE - Sunday, September 20, 2026

Il Corriere della Sera ha compilato la nuova lista dei presunti putiniani d’Italia. Questa volta nel mirino finiscono gli osservatori italiani invitati in Russia per seguire le elezioni che rinnovano la Duma. Il titolo dell’articolo, Elezioni in Russia, ex deputati, no vax e filosofi: chi sono i membri, stabilisce già la sentenza: appartengono a un’«Internazionale» nella quale «tutti apprezzano lo zar». Seguono nomi e santini, precedenti politici, apparizioni televisive e vecchie opinioni su Green Pass e vaccini, dosati per suggerire al lettore non soltanto che la delegazione sia inaffidabile, ma che lo sia per una sorta di tara ideologica. Il sigillo arriva in chiusura della rassegna italiana, senza argomentazioni, ma con un’ammiccante condanna: «La variopinta delegazione italiana presenta molte sfumature, diciamo così».

Il Corriere non analizza il lavoro degli osservatori, né verifica con quali criteri intendano valutare lo svolgimento delle elezioni. Preferisce ricorrere alla fallacia dell’argumentum ad hominem: anziché entrare nel merito del loro operato, costruisce un ritratto ideologico deformato, selezionando precedenti politici, apparizioni televisive e opinioni personali del tutto estranee all’incarico. L’attenzione viene così spostata dai fatti alle persone, scegliendo gli elementi più facilmente strumentalizzabili per esporle al sarcasmo e condizionare preventivamente la percezione del pubblico. In questo modo, l’obiettivo non è quello di stabilire se la delegazione operi in modo rigoroso e indipendente, ma di orientare preventivamente il giudizio del lettore: gli osservatori diventano inaffidabili non per ciò che hanno fatto durante la missione, ma per le posizioni espresse in passato su temi trasversali: Russia, Green Pass, vaccini e guerra in Ucraina. E, allora, l’ambasciatore Vito Grittani viene presentato attraverso il suo incarico per l’Abkhazia e una biografia liquidata come «di ampie vedute, seppure un pochino particolari». Angelo d’Orsi è uno storico, saggista ed ex docente universitario, già fondatore movimento politico Agorà, ma diventa un personaggio «assunto a notorietà per le sue comparsate nei talk show», cancellando con un colpo di penna il suo curriculum accademico. Gli altri nomi completano una galleria nella quale ogni dettaglio deve trasformarsi in indizio.

Il metodo non è nuovo. Nel marzo 2022 Gianni Riotta pubblicò su Repubblica, con tanto di fotografie, l’«identikit dei putiniani d’Italia»: Massimo Cacciari, Barbara Spinelli, Diego Fusaro, Ugo Mattei, Marcello Foa e Gianluca Savoini vennero riuniti sotto l’etichetta di «giustificazionisti del Cremlino». Una lista di “cattivi”, dipinti come presunti fiancheggiatori del nemico, alla quale Riotta cercava di conferire una patina di autorevolezza richiamando la pubblicazione Russian Active Measures: Yesterday, Today, Tomorrow, edita negli Stati Uniti nel 2021. Peccato che alcuni dei nomi inseriti nell’articolo – tra cui Mattei, Fassina, Boldrini e Spinelli – non comparissero affatto nello “studio” citato. Il riferimento alla ricerca finiva così per funzionare non come fonte della lista, ma come una cornice autorevole applicata a una classificazione costruita a titolo personale.

Poco dopo, la patente di filoputinismo fu estesa persino a Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevole di aver ricordato l’inefficacia delle sanzioni e ridimensionato la retorica occidentale sul conflitto. A Cacciari non restò che rispondere: «Io putiniano? Non rispondo a queste stupidaggini, con gli idioti non discuto». Erano i mesi del boicottaggio di Dostoevskij, dell’esclusione degli atleti e perfino del bando dei gatti russi dalle kermesse feline. Le liste rappresentavano il gradino successivo: non confutare le idee, ma classificare chi le esprimeva, trasformando il dubbio in sospetto e il sospetto in colpa. Una forma di maccartismo editoriale utile a intimidire.

Nel nuovo elenco del Corriere curato da Marco Imarisio ricompare lo stesso ponte costruito da Riotta tra la Russia e il dissenso contro il Green Pass. Di Giorgio Deschi, additato come “irredentista”, si evocano gli scontri di Trieste del 2021; di Donato Lorenzo Tilli, liquidato come “No vax”, una vignetta sarcastica sui vaccini; il filosofo Arturo Ferrara è descritto attraverso la sua opposizione alla «narrativa emergenziale», ai «vaccini inutili e dannosi» e alle armi all’Ucraina. Gabriele Lorenzoni, invece, è ricordato per essersi opposto all’intervento di Zelensky alla Camera. Informazioni che possono raccontare solo in parte le loro idee, ma non ne provano l’incompetenza né documentano irregolarità.

Il procedimento è quello della contaminazione: si accostano posizioni infamanti e si lascia al lettore l’inevitabile sentenza di condanna. “No vax”, “filorussi”, “vannacciani”, “ultradestra”, “complottisti”: categorie diverse vengono fuse in un solo campo semantico, dove ogni dissenso conferma tutti gli altri. La pandemia diventa un archivio permanente di cattiva reputazione, da riaprire per delegittimare qualcuno. Il punto non è stabilire in anticipo se gli osservatori siano affidabili né attribuire una patente di regolarità alle elezioni russe, ma valutare il loro operato sulla base di elementi pertinenti. Quali protocolli seguiranno? In quanti seggi saranno presenti? Potranno assistere allo scrutinio, consultare i reclami e pubblicare un rapporto verificabile? Esistono legami politici, istituzionali o economici tali da comprometterne l’autonomia? Sono queste le domande che dovrebbe porre un’inchiesta giornalistica. Le opinioni espresse sul Covid non forniscono alcuna risposta: servono soltanto a tracciare il confine tra chi è considerato rispettabile e chi deve essere preventivamente screditato. Si può criticare il sistema russo e contestare la scelta degli osservatori, ma suggerire che il dissenso sanitario sia la prova generale del tradimento geopolitico non è informazione: è “character assassination”. E quel «diciamo così» usato come chiosa ammiccante dice molto più sul metodo del giornale che sulla delegazione italiana.

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