“No vax”, ex deputati e filosofi: il Corriere della Sera rilancia le liste di “putiniani”
Il Corriere della Sera ha compilato la nuova lista dei presunti putiniani
d’Italia. Questa volta nel mirino finiscono gli osservatori italiani invitati in
Russia per seguire le elezioni che rinnovano la Duma. Il titolo dell’articolo,
Elezioni in Russia, ex deputati, no vax e filosofi: chi sono i membri,
stabilisce già la sentenza: appartengono a un’«Internazionale» nella quale
«tutti apprezzano lo zar». Seguono nomi e santini, precedenti politici,
apparizioni televisive e vecchie opinioni su Green Pass e vaccini, dosati per
suggerire al lettore non soltanto che la delegazione sia inaffidabile, ma che lo
sia per una sorta di tara ideologica. Il sigillo arriva in chiusura della
rassegna italiana, senza argomentazioni, ma con un’ammiccante condanna: «La
variopinta delegazione italiana presenta molte sfumature, diciamo così».
Il Corriere non analizza il lavoro degli osservatori, né verifica con quali
criteri intendano valutare lo svolgimento delle elezioni. Preferisce ricorrere
alla fallacia dell’argumentum ad hominem: anziché entrare nel merito del loro
operato, costruisce un ritratto ideologico deformato, selezionando precedenti
politici, apparizioni televisive e opinioni personali del tutto estranee
all’incarico. L’attenzione viene così spostata dai fatti alle persone,
scegliendo gli elementi più facilmente strumentalizzabili per esporle al
sarcasmo e condizionare preventivamente la percezione del pubblico. In questo
modo, l’obiettivo non è quello di stabilire se la delegazione operi in modo
rigoroso e indipendente, ma di orientare preventivamente il giudizio del
lettore: gli osservatori diventano inaffidabili non per ciò che hanno fatto
durante la missione, ma per le posizioni espresse in passato su temi
trasversali: Russia, Green Pass, vaccini e guerra in Ucraina. E, allora,
l’ambasciatore Vito Grittani viene presentato attraverso il suo incarico per
l’Abkhazia e una biografia liquidata come «di ampie vedute, seppure un pochino
particolari». Angelo d’Orsi è uno storico, saggista ed ex docente universitario,
già fondatore movimento politico Agorà, ma diventa un personaggio «assunto a
notorietà per le sue comparsate nei talk show», cancellando con un colpo di
penna il suo curriculum accademico. Gli altri nomi completano una galleria nella
quale ogni dettaglio deve trasformarsi in indizio.
Il metodo non è nuovo. Nel marzo 2022 Gianni Riotta pubblicò su Repubblica, con
tanto di fotografie, l’«identikit dei putiniani d’Italia»: Massimo Cacciari,
Barbara Spinelli, Diego Fusaro, Ugo Mattei, Marcello Foa e Gianluca Savoini
vennero riuniti sotto l’etichetta di «giustificazionisti del Cremlino». Una
lista di “cattivi”, dipinti come presunti fiancheggiatori del nemico, alla quale
Riotta cercava di conferire una patina di autorevolezza richiamando la
pubblicazione Russian Active Measures: Yesterday, Today, Tomorrow, edita negli
Stati Uniti nel 2021. Peccato che alcuni dei nomi inseriti nell’articolo – tra
cui Mattei, Fassina, Boldrini e Spinelli – non comparissero affatto nello
“studio” citato. Il riferimento alla ricerca finiva così per funzionare non come
fonte della lista, ma come una cornice autorevole applicata a una
classificazione costruita a titolo personale.
Poco dopo, la patente di filoputinismo fu estesa persino a Lucio Caracciolo,
direttore di Limes, colpevole di aver ricordato l’inefficacia delle sanzioni e
ridimensionato la retorica occidentale sul conflitto. A Cacciari non restò che
rispondere: «Io putiniano? Non rispondo a queste stupidaggini, con gli idioti
non discuto». Erano i mesi del boicottaggio di Dostoevskij, dell’esclusione
degli atleti e perfino del bando dei gatti russi dalle kermesse feline. Le liste
rappresentavano il gradino successivo: non confutare le idee, ma classificare
chi le esprimeva, trasformando il dubbio in sospetto e il sospetto in colpa. Una
forma di maccartismo editoriale utile a intimidire.
Nel nuovo elenco del Corriere curato da Marco Imarisio ricompare lo stesso ponte
costruito da Riotta tra la Russia e il dissenso contro il Green Pass. Di Giorgio
Deschi, additato come “irredentista”, si evocano gli scontri di Trieste del
2021; di Donato Lorenzo Tilli, liquidato come “No vax”, una vignetta sarcastica
sui vaccini; il filosofo Arturo Ferrara è descritto attraverso la sua
opposizione alla «narrativa emergenziale», ai «vaccini inutili e dannosi» e alle
armi all’Ucraina. Gabriele Lorenzoni, invece, è ricordato per essersi opposto
all’intervento di Zelensky alla Camera. Informazioni che possono raccontare solo
in parte le loro idee, ma non ne provano l’incompetenza né documentano
irregolarità.
Il procedimento è quello della contaminazione: si accostano posizioni infamanti
e si lascia al lettore l’inevitabile sentenza di condanna. “No vax”,
“filorussi”, “vannacciani”, “ultradestra”, “complottisti”: categorie diverse
vengono fuse in un solo campo semantico, dove ogni dissenso conferma tutti gli
altri. La pandemia diventa un archivio permanente di cattiva reputazione, da
riaprire per delegittimare qualcuno. Il punto non è stabilire in anticipo se gli
osservatori siano affidabili né attribuire una patente di regolarità alle
elezioni russe, ma valutare il loro operato sulla base di elementi pertinenti.
Quali protocolli seguiranno? In quanti seggi saranno presenti? Potranno
assistere allo scrutinio, consultare i reclami e pubblicare un rapporto
verificabile? Esistono legami politici, istituzionali o economici tali da
comprometterne l’autonomia? Sono queste le domande che dovrebbe porre
un’inchiesta giornalistica. Le opinioni espresse sul Covid non forniscono alcuna
risposta: servono soltanto a tracciare il confine tra chi è considerato
rispettabile e chi deve essere preventivamente screditato. Si può criticare il
sistema russo e contestare la scelta degli osservatori, ma suggerire che il
dissenso sanitario sia la prova generale del tradimento geopolitico non è
informazione: è “character assassination”. E quel «diciamo così» usato come
chiosa ammiccante dice molto più sul metodo del giornale che sulla delegazione
italiana.
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