
Mentre big oil registra 700mila dollari di profitto al minuto, le persone pagano i costi della crisi energetica: è ora di tassare gli extra-profitti fossili!
ReCommon - Thursday, September 17, 2026In un mondo sempre più segnato da conflitti armati e sull’orlo del precipizio della crisi climatica, c’è chi sta beneficiando di questa drammatica situazione per aumentare vertiginosamente i suoi profitti. Sono le multinazionali fossili, a cominciare dal nostro campione nazionale, ENI. Lo scorso fine luglio avevamo riportato i dati ufficiali forniti dall’azienda sul secondo trimestre del 2026, che evidenziavano come il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted fosse salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche l’utile netto adjusted era incrementato in maniera significativa, arrivando a 2,3 miliardi, con più di un raddoppio su base annua. Non è un caso che sui media specializzati già filtravano voci di un dividendo straordinario da pagare agli azionisti.
E che la tendenza sia globale è stato confermato, nei torridi giorni di agosto, da un’analisi del quotidiano britannico Guardian, che ha rilevato che le principali otto società petrolifere quotate in borsa (compresa ENI) hanno realizzato profitti per quasi 93 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2026 – il primo trimestre finanziario completo dopo che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran aveva innescato un’impennata del prezzo del petrolio, che è arrivato a superare i 126 dollari al barile. Aramco, BP, Shell, Equinor, TotalEnergies, ENI, Chevron ed ExxonMobil hanno realizzato oltre 700mila dollari di profitto al minuto nel trimestre primaverile, mentre le loro capitalizzazioni di mercato crescevano di circa 600 miliardi di dollari fino a superare i 3.000 miliardi di dollari.
Basta extra-profitti: facciamo pagare la crisi ai colossi fossili.
FIRMA LA PETIZIONEAlla luce di fatti incontestabili – in questo periodo di molteplici crisi big oil sta festeggiando – ReCommon rilancia la sua petizione proprio finalizzata a chiedere al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla.
Sempre nella canicola agostana, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha introdotto una misura a dir poco palliativa per confermare il taglio di 17 centesimi alle accise sul gasolio fino al 5 settembre – per altro siamo in presenza dell’ennesima misura regressiva che non considera affatto le differenze di censo e va in ultima istanza a vantaggio dei petrolieri. Il decreto del governo prevedeva che tutte le compagnie energetiche che avevano registrato ricavi superiori a 20 miliardi nell’ultimo anno fossero tenute a versare in anticipo un importo corrispondente alle ritenute e alle imposte sostitutive sugli utili sotto forma di un acconto del 39%.
Sopra questa soglia c’erano sono solo due aziende, ENI ed Enel, che riceveranno indietro la somma sotto forma di credito d’imposta. Insomma, una sorta di prestito che in totale ammonterebbe a 130 milioni di euro – invero una somma alquanto ridotta – che non risolve in alcun modo il problema del caro carburante e non impone una vera tassazione sugli extra-profitti fossili.
In realtà sono trapelate varie indiscrezioni su un mal di pancia leghista, con i vertici del partito – ma non il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – propensi a tassare la big oil nostrana. Quasi scontata la levata di scudi di Meloni e Tajani – notoriamente molto attente agli argomenti della lobby fossile – che per prendere tempo si sono rifugiati dietro una lettera inviata all’Unione europea. Il governo teme che, muovendosi da solo, crei uno svantaggio competitivo per la major petrolifera italiana. Un argomento smentito da quanto avvenuto nel 2022 e 2023 con la prima versione della tassa sugli extra-profitti che, seppur attuata in maniera parziale, ha generato un primo gettito, mentre il valore di ENI in borsa è addirittura aumentato.. Inaccettabile anche l’argomentazione dei petrolieri nostrani, secondo cui la tassa ridurrebbe i loro investimenti futuri nella transizione energetica. Viene da sorridere, pensando che nel caso di ENI l’80 per cento di questi investimenti è ancora in nuovo petrolio e gas. Altro che transizione fuori dal fossile!
Il governo italiano ha sottoscritto insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, una missiva alla presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea per richiedere un quadro normativo comune sulla tassazione degli extra-profitti. La risposta non è tardata ad arrivare: “la tassazione degli extra-profitti è di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale”. Niente da fare, ma forse era proprio questa la risposta che si auspicava, così da potersi rifugiare dietro al motto “o tutti o nessuno”.