Porto Fluviale: una storia di parte, dalla stessa parte

DINAMOpress - Thursday, September 17, 2026

Quando cominci una lotta non sai come finisce. Parti da un bisogno, da un’urgenza e decidi che, piuttosto che affrontare in solitudine un lento stillicidio di difficoltà insormontabili, proverai a scommettere su una collettività che imbocca una strada nuova, mai battuta e che però ti convince, ti sembra davvero quella giusta.

A Roma l’emergenza abitativa esiste da sempre. Una capitale cialtrona e impreparata ha permesso ai palazzinari, Re di Roma, di accaparrarsi sconfinate distese di terreni a due lire per cementificare male e vendere a caro prezzo, accumulando enormi ricchezze. Per anni contro questa ricchezza economica e poi politica come mediatica si sono battute davvero solo le enormi mobilitazioni proletarie: qui il femminile è d’obbligo per rendere merito allo straordinario protagonismo delle donne nella lotta per la casa di questa città.

Negli anni d’oro sono stati occupati decine di palazzi, interi quartieri, migliaia persone che collettivamente hanno agito piuttosto che subito le trasformazioni in atto sopra le loro teste e sulla loro pelle.

Dopo aver occupato Acrobax, nel 2002, abbiamo cominciato a percepirci non più come studenti universitari (il nucleo originario proveniva dall’esperienza del coordinamento dei collettivi di Roma 3). Abbiamo cominciato a sentirci piuttosto soggetti sociali. Sicuramente non operai o proletari ma cmq un soggetto sociale sfruttato, precarizzato. Colpevolizzate perchè trovavavamo solo lavori precari, di merda, tanto di merda che magari, come successo ad Antonio, sul lavoro ci morivi pure. Colpevolizzate se eravamo più povere dei nostri genitori che alla nostra età già avevano messo su famiglia e acceso il mutuo.

Mentre ancora dovevamo bene capire cosa fosse la precarietà e come potersi organizzare nella frammentazione della classe che portava con sé, ci cominciavano a percepire come nuovo soggetto sociale, the class in the making, e ci sentivamo in diritto di dire la nostra. Per esempio di dire che l’immenso patrimonio pubblico dismesso e inutilizzato della città non poteva essere tutto svenduto alla grande rendita per monetizzare due spicci che ci facessero stare dentro i parametri di Maastricht. Di dire che invece c’era tanto bisogno e anche tanta competenza diffusa ed energia creativa nella città per reinventare quel patrimonio, senza consumare ulteriore suolo, reinventando l’abitare. Il precariato non distrugge, trasforma. Come Laboratorio del precariato metropolitano Acrobax cominciamo quindi a rivendicare non solo l’occupazione dello spazio sociale ma anche quella abitativa.

Non senza mille discussioni, tra gli altri con il nostro Antonio che ne sapeva più di noi, decidemmo come Acrobax di entrare a far parte dello storico Coordinamento cittadino di lotta per la casa. Per un anno in realtà non abbiamo quasi parlato nelle assemblee di coordinamento del lunedì. Lì c’erano occupazioni con decine e a volte centinaia di famiglie, compagni e compagne che vivevano spesso da anni in occupazione e tutte le settimane si stringevano intorno al quel cerchio. Occupanti di casa che si erano organizzati per mettersi un tetto sulla testa e insieme avanzavano, nella vertenza sociale per rivendicare il diritto alla casa popolare per sé e per tutt* dedicandosi a tantissime occupazioni in giro per Roma e sempre pronti a supportare chi voleva unirsi. Dall’autorganizzazione si tirano fuori i turni di picchetto o di pulizie cosi come proposte di legge o di delibera. Noi acrobat*, tutte e tutti di età universitaria, scappati di casa, senza prole ma con molti cani (d’altronde abitavamo all’ex-cinodromo) ci abbiamo messo tanto tempo a entrare in sintonia con il Coordinamento. Ma quando l’addomesticamento reciproco è riuscito, quando le diversità si sono annusate e riconosciute nello stesso bisogno, quando abbiamo cominciato a camminare domandando insieme, si è realizzata un’alchimia potentissima e ne è venuto fuori un ciclo di lotte meraviglioso che non meritava altro che concludersi con una meravigliosa vittoria.

La ex.caserma di Porto Fluviale nel giorno dell’occupazione, foto Loa Actobax

Ormai è il 2003, ci ritroviamo di notte, via Ostiense, due che fanno il palo. La finzione di una coppia che passeggia (il compagno che ovviamente si allarga nell’intimità e gli devi pure sbroccare). Intanto un gruppo scavalca un altissimo cancello.

L’edificio visto dall’interno non è come ce lo eravamo immaginato da fuori. Dentro ci smistavano i vagoni merci dell’esercito direttamente dalla ferrovia che passa lì accanto e praticamente era un unico immenso edificio attraversato da rotaie, con soffitti altissimi e completamente senza pareti, più un’altra palazzina ma troppo piccola per tutti.

Riflettiamo a lungo in coordinamento sull’abitabilità e praticabilità di quel posto. Ma la nuova lista di persone che hanno urgenza di casa e scelgono di occupare è lunga e da tanto tempo aspetta. Appuntamento per tutt* nel piazzale dell’ex-cinodromo. Occupiamo.

Un edificio del ministero della difesa e lo facciamo proprio il 2 giugno. Da allora occupazione di Porto Fluviale diventerà il fulcro di una rivendicazione semplice quanto mai attuale “Guerra per Nessuno e Reddito per tutt*”: la battaglia mai abbandonata per il welfare contro il warfare.

Venti anni fa, voi che oggi prendete finalmente casa a Porto Fluviale, costruivate le baracche per vivere dentro la ex-caserma occupata. Non si può nemmeno immaginare quanto lavoro c’è stato per passare da quelle baracche all’autocostruzione di decine e decine di veri appartamenti. Quanta passione per rendere quella grigia caserma un luogo meraviglioso con i murales di Blu, con la sala da tè, la circo e la ciclofficina.

Il recupero del palazzo è stato frutto di un’idea e di un lavoro di anni, un lavoro e un’idea che nascono prima di Porto Fluviale e che continuano oltre, in decine e decine di altri spazi occupati e liberati della città. Anni spesi a sognare e rivendicare l’autorecupero degli immobili abbandonati. Quello che la rendita privata preferisce lasciare al degrado in attesa della più redditizia occasione, è invece una materia prima preziosa per chi crede che la città debba essere di chi la abita.

Altro che scrocconi e scansafatiche. Che ne sanno quelli che benpensano di quanta fatica c’è stata in questi lunghi anni. Che ne sanno di quanto la fatica condivisa rende magici i momenti di festa strappati a caro prezzo. Quante meravigliose serate con cibi e musica da tutto il mondo. Un portone chiuso a difendere le persone e le famiglie in occupazione da sgomberi o vili attacchi ma sempre aperto a chiunque si volesse affacciarsi, a chiunque avesse un progetto un’idea e cercasse uno spazio e una comunità per realizzarla. Dentro quel portone, in quel meraviglioso cortile, abbiamo visto le nostre figlie e i nostri figli crescere insieme, nelle case occupate come nelle piazze. Poi nelle scuole e nelle prime generazioni di small reds.

Davanti ad Acrobax, la mattina della occupazione di Porto Fluviale, foto Loa Acrobax

A Porto Fluviale è nato il gruppo inchiesta. Un gruppo di lavoro che metteva al centro gli e le occupanti con un percorso migratorio alle spalle, un enorme cerchio intorno al quale elaborare soggettivamente e politicamente il proprio vissuto, portarlo nell’attualità di un paese che accelerava verso idee e politiche securitarie con un pacchetto sicurezza dopo l’altro. Abbiamo camminato insieme lungo il percorso di soggettivazione e autorganizzazione che facevamo le une affianco agli altri riconoscendo che la precarietà delle nostre vite ci accomunava anche se con forme e intensità diverse. Abbiamo fatto centinaia di manifestazioni di ogni forma e colore, dal Campidoglio che era praticamente assediato ogni giovedì fino ai tappeti rossi delle feste del cinema. Ci siamo arrampicate e accampati dappertutto sulle impalcature della Regione Lazio e persino sul Colosseo per giorni, settimane.

Nel cammino abbiamo incontrato mille realtà cittadine, nazionali e internazionali. I forum per il diritto all’abitare a Barcellona, a Marsiglia, a Parigi al forum sociale dei quartieri popolari mentre le banlieues ribollivano e la gentrificazione avanzava espellendo i ceti popolari dai quartieri consolidati. Abbiamo subito denunce e arresti, alcuni ancora in corso. Abbiamo aiutato nuove generazioni di occupanti a riappropriarsi di casa e a costruire altre meravigliose esperienze di lotta e di vita. Alcune di quelle occupazioni sono state poi sgomberate, altre resistono da decenni senza che quella politica che oggi si loda e si sbroda sappia trovare sbocchi per recuperare il patrimonio immobilare e garantire il diritto alla casa.

Voi di Porto c’eravate 20 anni fa quando le lame fasciste uccisero Renato e ci siete sempre state in tutti questi lunghi anni che solo pochi giorni fa abbiamo ricordato con Venti di Renoize. Siamo ancora sopraffatti dalla forza e dalla bellezza che le nostre vite resistenti possono scatenare quando si uniscono nel ricordo di un fratello ammazzato, nella voglia di continuare il suo e il nostro sogno di un mondo giusto e solidale. Siamo ancora avvolte dal caldo abbraccio di quel meraviglioso pezzo di città che sa stringersi contro le ingiustizie e farsi forte per non cedere alla sopraffazione e continuare invece ad avanzare.

Non c’è lotta possibile senza mutualismo e solidarietà. Per respirare abbiamo imparato a cospirare.

Passare sabato scorso sotto Porto Fluviale con un bellissimo corteo antifascista e festeggiare così la vittoria è stato uno dei preziosi momenti di questi densissimi giorni del ventennale di Renoize.

Non ringraziate nessun altro se non voi stesse per questa vittoria, vostra e della città tutta, per questo pezzo di storia e di futuro possibile che avete costruito giorno dopo giorno tra mille avversità e che oggi rappresenta una strada da praticare per le nuove generazioni. Perché ci siamo sempre detti che “la lotta paga” ma non sempre era semplice continuare a crederci, oggi possiamo ricominciare a farlo.

Con immenso amore e gratitudine per questi anni insieme, lunga vita a Porto Fluviale.

Le Acrobate e gli Acrobati

Foto di copertina, il cortile interno di Porto Fluviale nel giorno dell’occupazione, foto Loa Acrobax

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