
Vivere vicino a un bosco urbano migliora la salute mentale: lo dice la scienza
L'INDIPENDENTE - Wednesday, September 16, 2026Per cinque anni, dal 2012 al 2016, i ricercatori delle Università di Edimburgo e Glasgow hanno seguito 129.335 adulti scozzesi, incrociando i loro cambi di residenza con le ricette del servizio sanitario pubblico. La domanda era semplice: chi abita a meno di dieci minuti a piedi da un’area verde riqualificata ha meno bisogno di farmaci per ansia e depressione? La risposta, pubblicata a luglio su The Lancet Planetary Health, è sì.
Negli anni in cui abitavano a meno di 800 metri da un bosco riqualificato, le stesse persone avevano circa il 10% di probabilità in meno di vedersi prescrivere antidepressivi e il 6% in meno per gli ansiolitici, rispetto ai periodi vissuti più lontano. Il punto sta tutto in quelle due parole: stesse persone. Confrontando ciascuno con sé stesso, lo studio aggira l’obiezione classica, cioè che nel verde vada ad abitare chi è già più sano, o più ricco.
I boschi in questione non sono foreste incontaminate, ma macchie urbane e periurbane rimesse in sesto dal programma Woods In and Around Towns, avviato da Scottish Forestry nel 2005 e concentrato sui quartieri più svantaggiati: sentieri nuovi, cartelli ed eventi comunitari. Niente di rivoluzionario: eppure il dato regge anche davanti a un risultato che, a prima vista, sembra smentirlo; confrontando persone diverse, chi viveva vicino a quei boschi prendeva più antidepressivi degli altri. Il motivo? Il programma è intervenuto proprio dove il disagio sociale era maggiore. «Investimenti relativamente modesti negli spazi verdi locali possono fare una vera differenza per la salute mentale», sostiene Scott Ogletree, primo autore della ricerca. Resta uno studio osservazionale, basato su dati di dieci anni fa e che misura le prescrizioni, non la salute in sé. Ma è tra le analisi più ampie mai condotte sul tema.
A sud del Vallo di Adriano si è scelta un’altra strada. Forestry England, l’agenzia pubblica che gestisce 1.500 boschi e foreste inglesi, dal settembre 2023 ha aperto in diciotto foreste del Paese i suoi wellbeing trails, percorsi da seguire in autonomia con pannelli che invitano a rallentare e osservare. A febbraio l’Università di Derby ne ha misurato gli effetti in quattro siti: dopo una sola camminata l’ansia dei partecipanti è calata del 31% e la tendenza a rimuginare sui problemi del 38%. Numeri incoraggianti, anche se è lo stesso ente ad avvertire che il campione è ridotto e i risultati vanno letti come indicativi.
E in Italia? Il CNR, con il supporto del CAI e il lavoro della psicoterapeuta Tania Re, ha coinvolto oltre 3mila persone in settanta siti, in quella che il ricercatore Francesco Meneguzzo definisce la più grande campagna sperimentale di terapia forestale al mondo. Il confronto con i sentieri inglesi è istruttivo: su 282 partecipanti, i ricercatori hanno osservato che la seduta guidata da un terapeuta produce benefici maggiori di quella autogestita, con le stesse indicazioni lette sui cartelli. Secondo le stime dell’istituto, investire cinque milioni di euro in sessioni guidate per 10mila persone farebbe risparmiare al sistema sanitario tra i 35 e i 95 milioni in cure, ricoveri e farmaci. L’obiettivo, come abbiamo raccontato su queste pagine, è far entrare la terapia forestale nei Livelli Essenziali di Assistenza. A giugno il Consiglio metropolitano di Firenze ha approvato all’unanimità una mozione per inserirla, con un emendamento, nel disegno di legge 287 sull’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia, presentato al Senato nel novembre 2022 e non ancora diventato legge.
C’è però una differenza che il caso scozzese rende evidente. Terapia forestale e sentieri del benessere presuppongono qualcuno che trovi il tempo, e spesso l’auto, per raggiungere il bosco. In Scozia è successo il contrario: il bosco è stato reso accessibile a chi ci abitava accanto e non ci metteva piede. Senza bisogno di ricetta.
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