Blocchi stradali e barricate: in Siria esplode la protesta contro il caro carburante

L'INDIPENDENTE - Tuesday, September 15, 2026

I media la stanno già definendo come la più grande protesta nel Paese dalla caduta di Bashar al-Assad. Dal fine settimana, migliaia di siriani sono scesi in piazza per contestare l’aumento dei prezzi del carburante varato dal governo di Ahmed al-Sharaa. Le immagini che arrivano dal Paese mostrano i manifestanti paralizzare le infrastrutture, bloccare il passaggio delle autocisterne e dare fuoco a pneumatici. Le proteste hanno interessato almeno otto province siriane e hanno spinto il governo a mobilitare le forze di sicurezza per liberare le strade e disperdere i blocchi. Il carburante ricopre un ruolo di primaria importanza nell’economia della Siria, Paese in cui circa il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, una quota quasi tripla rispetto a quella che si registrava alla vigilia della caduta di Assad. Nonostante la repressione, i cittadini continuano a chiedere soluzioni strutturali per arrestare il deterioramento delle condizioni di vita e stabilizzare il costo dei servizi.

Le proteste in Siria vanno avanti da quando il governo ha annunciato un aumento temporaneo dei prezzi del carburante e, nei giorni successivi, sono cresciute notevolmente di intensità. Sono otto i 14 governatorati siriani interessati dalle mobilitazioni: Aleppo, Idlib, Hama, Rif di Damasco, Dar’a, Raqqa, Deir el-Zor e Hasakah. I manifestanti hanno bloccato il passaggio sul tratto Gaziantep-Aleppo della M5, la principale autostrada del Paese, che collega Aleppo e Damasco. Blocchi si sono verificati anche nelle infrastrutture orientali del Paese. Le mobilitazioni hanno inoltre paralizzato i trasporti pubblici e bloccato il transito delle autocisterne destinate al trasporto del petrolio greggio. I manifestanti chiedono il ripristino dei sussidi e il licenziamento del ministro dell’Energia.

La decisione di aumentare i prezzi del carburante è stata resa nota sabato 12 settembre proprio dal ministero dell’Energia: «I nuovi prezzi, entrati in vigore a mezzanotte di domenica, fissano la benzina a 95 ottani a 195 lire siriane (SYP) al litro (circa 1,53 euro), la benzina a 90 ottani a 185 SYP al litro (1,45 euro) e il diesel a 175 SYP al litro (1,37 euro)», si legge nel comunicato diffuso dall’agenzia di stampa governativa Sana. Il GPL per uso domestico è stato invece fissato a 1.600 SYP (circa 12,54 euro), mentre quello per uso industriale a 2.560 SYP (20,07 euro). Nel complesso, si tratta di aumenti fino al 40% rispetto ai prezzi precedenti.

Per comprendere l’impatto di tale misura sull’economia siriana, occorre fare un passo indietro: secondo i dati del Syrian Center for Policy Research (SCPR), nel mese di marzo gli stipendi medi dei dipendenti siriani si attestavano a 11.300 SYP (poco meno di 102 euro) per i dipendenti pubblici, 12.500 SYP (circa 98 euro) per quelli del settore privato e 29.000 SYP (227 euro) per i dipendenti del settore civile (i dati dell’SCPR prendono come riferimento il vecchio valore nominale della valuta siriana, espresso nell’ordine dei milioni anziché delle decine di migliaia: a gennaio, il governo ha iniziato a distribuire nuove banconote, eliminando due zeri dal vecchio valore nominale). Nei mesi successivi, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato notevolmente e, secondo gli ultimi dati disponibili, l’inflazione ha raggiunto il 24,8% su base annua, mentre gli stipendi non sono aumentati di pari passo. Il quadro risulta particolarmente critico se si considera che secondo l’ultimo rapporto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), risalente allo scorso anno, il 90% dei siriani risultava sulla soglia di povertà e il 66% oltre la soglia di povertà estrema.

L’aumento del prezzo del carburante, insomma, ha un peso specifico particolarmente rilevante sui portafogli dei siriani. In Siria, del resto, il carburante ricopre un ruolo di primaria importanza: viene utilizzato per le attività agricole, per la produzione privata di elettricità e, naturalmente, per il trasporto privato e la logistica. Secondo le stime governative, prima della caduta di Assad il consumo interno di carburante era stimato tra 150.000 e 200.000 barili al giorno, mentre oggi la produzione interna si attesta attorno ai 35.000 barili giornalieri. A inizio anno, il governo di al-Sharaa ha annunciato piani per aumentare la produzione domestica di greggio, per arrivare a coprire fino a due terzi del fabbisogno interno entro quattro mesi, ma non pare che i progetti abbiano raggiunto i risultati sperati.

Ad aggravare la situazione sono intervenuti anche i due principali fronti di conflitto. L’intensificazione della campagna ucraina contro le infrastrutture energetiche russe ha messo sotto pressione la linea di rifornimento di Damasco, che, nonostante il raffreddamento dei rapporti con Mosca, dipende ancora in misura significativa dalle importazioni di greggio russo. Secondo gli analisti, nel 2025 la Russia ha fornito alla Siria circa i due quinti del fabbisogno giornaliero stimato di petrolio, quasi il doppio della produzione interna siriana. Nonostante ciò, al-Sharaa si sarebbe impegnato con Trump a ridurre le importazioni di petrolio dalla Russia, aumentando ulteriormente la pressione sull’approvvigionamento interno. Il nuovo governo siriano si trova così stretto tra due esigenze contrapposte: da una parte, consolidare il rapporto con Washington, da cui in larga misura dipende la sua legittimità internazionale; dall’altra, continuare a fare affidamento sulle forniture russe. Se a questo si aggiunge la crisi globale dell’energia, il risultato è un Paese alle prese con una grave carenza di carburante, costretto a ricorrere a misure drastiche che alimentano ulteriormente il malcontento della popolazione.

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