
Claudia Durastanti / “Il nero più nero non esiste”
Pulp Magazine - Sunday, September 13, 2026In Falsi amici c’è un prologo che sembra una fiaba, con Cicogna, Beccaccia, Pavona, Gufi, e altri esseri a due zampe che ruzzolano, litigano, e si esercitano perché non è più tempo di distrarsi, e così fra distacco e coinvolgimento la Cicogna, senza più perdere tempo “si mise a scrivere i suoi saggi”. Fiaba non è, per dire, se mai un atto rituale che ha più basi reali di quanto si possa pensare.
Cosa filtra attraverso il rosa cromatico – che spesso non è per niente gradevole – verso cui l’attenzione critica di Claudia Durastanti si rivolge? Si pensa al maiale, di questo animale “non si butta via niente”, ma la scrittrice da dove inizia? Dall’infanzia e i suoi turbamenti, da pareti rosa e azzurre, e allora la sostanza del mondo dilaga con famiglie intente al “rito” annuale dell’ammazzare il maiale, con le cose più personali che ci siano per una ragazza di seconda liceo. Compreso l’allontanamento da quella realtà. Durastanti racconta e reagisce a ciò che le appare vecchio perché il suo essere stata una transfuga non ha più corrispondenze oggi. Nel tempo “feroce e vile”, archiviare la propria esperienza nell’autobiografia ha ben poco di sociale. Che valore ha l’autofiction? Se si tratta di tradurre The Great Gatsby, intervengono passeggiate notturne con certi conoscenti di simile mestiere, prelevando accorgimenti critici là dove stanno – per esempio cosa pensava Don Delillo su denaro lavoro e pubblicità. Argomenti non da poco, se riguardano scrittura e buona letteratura. Se si tratta di vendere la propria storia familiare in cambio di un bagno rosa e un mutuo sulla casa, cosa cambia? Ecco che arriva, lucido e spietato, il diktat critico della scrittrice diventata madre: il maiale è stato consumato, e il nero che giunge può essere visto come il congegno che permette di visualizzare gli archivi della memoria.
L’opera di traduttrice dall’inglese non può non entrare nelle pagine di un libro che si forma immediatamente come spaccato di letteratura alternativa. L’America, o meglio, gli Stati Uniti si squadernano attraverso la ventina di traduzioni del Grande Gatsby in italiano, con le diverse modalità dei tempi verbali e la separazione delle storie personali – a partire da quella, fondamentale, di Fernanda Pivano. America allucinazione, Pavese d’amore (per Constance Dowling) e sesso, Pavese e America: la “luce verde” che Durastanti condivideva – prima di Tramp – con noi. Il capitolo “Rosa d’America” è centrale perché si possa capire cosa ha ucciso Gatsby e cosa ci uccide tutti i giorni avvolti dall’aria tossica. Ma il romando no, il romanzo è salvo. Così come Pavese – poeta al lavoro – continua a salvare il romanzo novecentesco della poesia. Una dignità razionale quella che a Durastanti fa pensare al Pavese alieno che scrive metà in inglese e in italiano, così come Battiato fa in certe canzoni – sono passaggi segreti “in cui correre a nascondersi”.
Pagina dopo pagina la scrittrice fa gesti prensili, si accomoda nelle nostre stanze, da Heat di Michael Mann alla parola “potere” del tutto buia, ha chiara l’idea di come il rosa si faccia nero attraverso la violenza sessuale e perché certi interventi delle forze dell’ordine (leggi polizia) non salvino la vita. «Mi spaventa la lingua che si fa meno precisa e trasforma un atto di violenza in una banalità, un femminicidio in un sentito dire». Pagina dopo pagina si arriva a un secondo capitolo cruciale, quello sul “Fascio-romance”. C’è una fatica che percorre le strade da Mussolini al governo di Meloni, e si ha dunque bisogno di forti interessi, non solo corollari quelli esemplificati da Durastanti: da Ur-fascism di Umberto Eco a Carla Lonzi e Walter Siti, per dare un nome preciso e descrizioni molto serie. Difficile paragonare i libri pubblicati negli ultimi anni, con le loro nuove e polverose maschere di “teatro all’italiana” (copyright Melania Mazzucco), ai romanzi di Alba De Cespedes dove agiscono donne “in condizioni di marginalità e clandestinità irriproducibili”: lì Durastanti vede una crescita politica e sentimentale davvero libera. Oggi, da una certa parte il nero del forno è protagonista del suicidio di Sylvia Plath, mentre la persona che si è formata nell’estrema destra lo indicherebbe soltanto come posto in cui stare in quanto donna.
“Mosaico di tasselli da mondi disparati”, suggerisce Durastanti riguardo al suo libro, ma si può altresì aggiungere d’avere la fortuna di leggere un continuo sentimento dominante, rivelatore di una scrittura che dovrebbe attestarsi in librerie pulite, pop e popolari come direbbe Tommaso Labranca, sperando che le diverse gradazioni di rosa (dal metafisico all’elettrico) tenute insieme in questa raccolta di saggi diano spazio a una miniera di pensieri fermentativi e che i solenni dissipatori se ne vadano da quello spazio ancora da costruire. La dedica, infine, è per quelle ragazze che hanno imparato a leggere Daddy di Sylvia Plath. Era il 1965. E oggi?
L'articolo Claudia Durastanti / “Il nero più nero non esiste” proviene da Pulp Magazine.