Il voto per AfD è una spia

Jacobin Italia - Friday, September 11, 2026

Il voto all’AfD in Sassonia-Anhalt deve far riflettere tutti non solo, o non tanto, perché registra un’avanzata inquietante di una destra neo-fascista, più o meno nostalgica e, cosa più importante, apertamente razzista e nazionalista. 

Certo, questo è quel che appare evidente ai più e su questo si sta sviluppando un dibattito che tende a mettere in contrasto coloro che pensano che occorra «più Europa» e chi invece invita a cogliere nelle politiche europee degli ultimi decenni l’origine del problema. Tra i primi si sta distinguendo una vecchia conoscenza, Mario Monti, che prima, al Forum Ambrosetti, ha rivestito i panni dell’antifascismo contro Roberto Vannacci e poi, sul Corriere della Sera, nel chiedere, come risposta all’estremismo sovranista, «un’Europa più politica», invita, ancora una volta, a dare importanza e spazio a «ricette intelligenti per l’Europa, come quelle di Draghi e Letta». Sembra la realizzazione del detto biblico secondo cui Dio acceca chi vuol perdere. 

Nelle risposte a questa posizione scellerata, sicuramente più convincenti e corrette, troviamo una centralità del dato socio-economico ben supportata dall’analisi che ha fatto un soggetto insospettabile come il Financial Times. «Sebbene l’AfD abbia guadagnato terreno nella Germania occidentale, l’ex Germania dell’Est rimane la sua roccaforte» scrive il quotidiano britannico aggiungendo che «ciò può essere in parte spiegato da una serie di fattori socio-economici». Ne elenca diversi: il fatto che «gli stati orientali presentano livelli medi di reddito e ricchezza inferiori»; che «gli uomini in età lavorativa, un gruppo con maggiori probabilità di votare per l’AfD, sono più numerosi delle donne in età lavorativa». Un altro fattore cruciale, secondo il giornale salmonato, è che «i partiti centristi tradizionali hanno radici più deboli negli stati dell’est, dove non si sono tenute elezioni libere per quattro decenni, fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989» e «l’’integrazione dei partiti [tradizionali] nella società della Germania orientale è sempre stata molto più debole». 

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Ci sono poi le paure legate all’immigrazione sull’onda del malcontento suscitato dalla decisione di Angela Merkel del 2015 di aprire le porte a circa un milione di richiedenti asilo dal Medio Oriente. Ma, e qui entriamo in una dinamica più psico-politica che socio-economica, le testimonianze sono spesso svincolate dai dati reali.

Il Financial Times cita la dichiarazione di Melissa Wölfel, una ventottenne della piccola città di Bad Kösen, che rimpiange i tempi in cui le persone «non avevano paura di mandare i propri figli fuori da soli». Ma, aggiunge il quotidiano, secondo le statistiche della polizia, «il numero di reati registrati nel distretto intorno alla città termale è diminuito del 25% nell’ultimo decennio». Non solo, «in Sassonia-Anhalt circa l’8% dei residenti è di nazionalità straniera, ovvero circa la metà della media nazionale». Si vota per paura di migranti che in realtà non ci sono o non sono quelli che che si immaginano. Mitteregger, politologo dell’Università Humboldt, ha affermato che esiste un «paradosso che osserviamo in tutta Europa: le persone votano per l’estrema destra nei luoghi dove l’immigrazione è scarsa».

Poi ci sono effetti più reali come l’avanzata dell’AfD nei principali distretti industriali tedeschi, dove si avverte, ad esempio, la concorrenza cinese, la transizione verso i veicoli elettrici, gli alti prezzi dell’energia o i dazi statunitensi. Pesa così la previsione di una perdita di status o di una netta perdita economica e in tutti questi casi quello che conta, oltre i dati di realtà e la secca successione di cause ed effetti, è la percezione della paura. Va considerato anche da questo punto di vista il fatto che l’AfD ottiene risultati migliori nelle zone rurali e nelle città più piccole rispetto alle grandi metropoli consegnando una tendenza, visibile in molti altri paesi, compresa l’Italia, che induce a rifugiarsi in un sentimento di isolamento e paura coloro che vivono nelle aree interne o in aree più marginali.

Dunque, la ragione economica è forte e presente, chiama in causa l’impatto della Cina, l’intelligenza artificiale che rischia di tagliare posti di lavoro, il modello economico tedesco, orientato all’export, che ormai è stato messo in crisi strutturalmente, sia da Pechino che da Washington. E in ogni caso, vista la tendenza generale del voto tedesco, e la presenza dell’AfD in tutta la Germania, è difficile rinchiudere il fenomeno solo a livello della parte orientale per quanto esistono diversi altri fattori politici a giocare un ruolo. Ad esempio, la capacità del partito di estrema destra di riportare al voto gli astenuti – circa 170 mila elettori in Sassonia-Anhalt – oppure la presenza o meno di leader locali in grado di frenarne l’ascesa. In Sassonia giocavano praticamente senza avversari, mentre a Berlino o in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si voterà il 20 settembre, la forza della sinistra, la Linke nel caso della città-stato e la Spd in Meclemburgo, rendono l’esito del voto più equilibrato per quanto in un contesto di successo dell’AfD. 

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Quello che si può trarre da queste considerazioni ben ponderate è il dato più complessivo che consegna questo voto, spia di una condizione generalizzabile sicuramente al piano europeo e probabilmente al mondo occidentale: esiste una condizione omogenea di paura del futuro e di ripiegamento identitario che caratterizza questo passaggio d’epoca. 

Gli elementi che sostanziano questo sentimento sono evidenti e diffusi. La guerra innanzitutto, che a tutti e tutte ormai appare sempre più generalizzata e globale con connessioni sempre più strette tra il fronte russo-ucraino e quello mediorientale, sia esso la guerra israeliana contro i palestinesi o quella israelo-statunitense contro l’Iran. L’ansia per la guerra si somma a quella per il cambiamento climatico, di cui la politica istituzionale di tutto il mondo si disinteressa allegramente, ma che, specialmente dopo questa estate, colpisce soprattutto i più giovani e alimenta un’inquietudine scarsamente metabolizzata politicamente, ma che si accumula saturando preoccupazioni esistenziali. E poi, ovviamente, c’è l’inquietudine economica in un’Europa che celebra le proprie piccole percentuali di crescita economica ma che non si accorge della fatica quotidiana nel riprodurre, per usare un lessico marxiano, i propri mezzi di sussistenza con salari che ormai sono stati falciati dall’inflazione e che non sembrano potersi ricostruire facilmente. 

Quel che si vuole sostenere qui, insomma, è che quel voto ci consegna un dato tutto politico con cui fare i conti sul piano della visione di insieme, non nella metrica delle risorse da distribuire a questo o quel soggetto sociale. Si tratta di affrontare con una proposta complessiva il passaggio d’epoca e gli spettri che scatena a cui fette consistenti di elettorato rispondono accogliendo favorevolmente la proposta dell’estrema destra. Perché più semplice, rassicurante, facilmente diffondibile e soprattutto perché esiste, è disponibile concretamente, si fa vedere, sentire, quasi odorare. È presente nella persona di Marine Le Pen che non ha remore nello sbandierare la ricetta sugli immigrati in Francia, il cui respingimento sarebbe addirittura previsto in una nuova Costituzione; è presente in Gran Bretagna, addirittura in due versioni, uno soft e una hard rappresentate da Tommy Robinson e Nigel Farage. Ed è presente in Italia, anche nelle due versioni di Meloni e Vannacci (con comparsata ormai folcloristica di Matteo Salvini). Questa ipotesi politica è al centro del campo. 

Il dato con cui fare i conti è quale proposta a sinistra può rispondere adeguatamente alla confusione, allo smarrimento, alla vera e propria paura di futuro che agita le popolazioni europee e in particolare la sua componente popolare, proletaria?

Si pensi alla guerra. È del tutto evidente a chiunque parli con le persone in carne e ossa che sulla guerra c’è un timore crescente e destinato a ingigantirsi e a cui, se prendiamo l’Italia, ma anche la Francia e la Germania, i partiti della sinistra maggioritaria non sanno cosa dire se non veicolare i messaggi bellicisti della Commissione europea o della Nato. Sappiamo bene che la vicenda ucraina è complicata e che la giusta indignazione contro l’invasione russa, dettata da una prospettiva imperiale del regime di Vladimir Putin, andrebbe affrontata con un sostegno al popolo ucraino che però non costituisca un fiancheggiamento dei progetti imperialisti della Nato. Non è semplice destreggiarsi tra queste due necessità, ma una visione di pace, di costruzione di alleanze adeguate, una parola netta sull’ostilità ad avventure belliciste servirebbe a rassicurare un mondo, quello della sinistra, che questo desidera e che vorrebbe trovare empatia nelle prospettive delineate dai suoi o dalle sue dirigenti. Lo stesso si può dire per gli altri temi sollevati e che sono al centro di questa paura generalizzata. 

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Le prossime elezioni politiche in Italia, e altrove, si giocheranno sulla credibilità che avranno i vari schieramenti proprio nel rassicurare e soprattutto nel costruire una prospettiva di protezione. La destra rassicura e protegge dalle minacce globali promettendo di scacciarle via, a forza, se serve, con metodi già sperimentati nel Novecento – deportazione, segregazione, discriminazione. A sinistra occorre individuare una via di protezione sociale che non sia solo generica – difendiamo lo stato sociale – ma sia declinata da proposte davvero forti. Proteggiamo il futuro con un reddito davvero sociale, proteggiamo la vecchiaia con un potenziamento delle pensioni; costruiamo case di comunità e della salute davvero funzionanti; gli asili nido davvero per tutti e tutte. Un programma radicale, insomma, perché radicale è la sfida che stiamo vivendo. 

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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