Maria Lazar / Ritratto di donne con “Estranea”

Pulp Magazine - Tuesday, September 8, 2026

Lo hanno definito un romanzo modernista. Forse perché è stato scritto cento anni fa, ma se non si leggesse questa informazione nel risguardo, non lo si direbbe davvero. Lo si potrebbe dedurre dall’ambientazione, da qualche dettaglio. Ma è un romanzo così sperimentale, così fresco, così diverso, così originale che davvero si stenta a credere che sia emerso da un cassetto dopo cent’anni quasi per caso, e che abbia trovato la via della pubblicazione prima in Austria nel 2023 e ora in Italia.

La protagonista è una ragazza senza nome, e noi leggiamo il suo diario. Pieno di esitazioni e ripensamenti, di confessioni e ritrattazioni, di correzioni, di cambi improvvisi di direzione, di tono, di intenti. Ma sono tutti effetti cercati e voluti, scelti. «Sono io, no, che scrivo questo libro, io o l’Estranea, che se ne sta nello specchio e fa sempre la stupita…» L’Estranea, il doppio malevolo della protagonista senza nome, aleggia tra le pagine e si affaccia soprattutto dagli specchi, è cattiva, pensa male e agisce peggio. Compare e scompare come a sancire una consapevolezza; che in un diario, per quanto si confessi sincero e senza filtri, ci dipingiamo e raccontiamo sempre meglio di quello che siamo. Ma la cattiveria e il male dentro di noi non scompaiono solo perché non gli diamo corpo nella pagina.

Ulla, Grete e Anette sono le amiche della protagonista senza nome. Vanno a scuola insieme, sono innamorate dello stesso professore, crescono insieme ma anche ognuna a modo suo, e condividono una condizione femminile che, ahimè, sarebbe bello poter dire che era vera cento anni fa e che non lo è più. Una condizione di sottomissione e sudditanza se si sceglie il matrimonio. Una condizione di paura e pericolo se si sceglie di seguire i sentimenti, i propri desideri. Una condizione di miseria e di infelicità, se non c’è nessuno a cui appoggiarsi, se capita una sfortuna, se qualcosa va storto. Una condizione di terrore se si è scelto di stare con un uomo e si resta incinte e non ci sono modi sicuri per rinunciare al bambino. Forse oggi queste condizioni sono mitigate, ci sono dei diritti che sono stati conquistati. Ma sono in pericolo quei diritti, e in molte parti del mondo la realtà femminile di oggi assomiglia tragicamente a quella di cento anni fa (quando non è persino peggio). Del resto, la protagonista senza nome fa la bibliotecaria, e subisce le avances del suo capo. Sound familiar anche questo, vero?

L’ansia, lo spaesamento, il senso di precarietà che si propagano tra le pagine ma mano che procediamo nella lettura, hanno sicuramente le loro radici nel tempo in cui il libro è stato scritto, tra il 1928 e il 1929, e il luogo, Vienna: la repubblica di Weimar, la crisi tedesca, il crollo delle borse mondiali, i primi sintomi dell’ascesa nazista. E ancora quegli stessi sentimenti di disorientamento e timore, di una realtà che scivola tra le mani senza che la possiamo afferrare, quanto sono attuali, quanto sono nostri.

In bilico tra solidarietà e rivalità, l’amicizia tra Ulla, Grete, Anette e la protagonista senza nome ci colpisce per la sua profondità e tragicità. Il titolo, Quattro volte me, rimanda subito all’impressione (alla confessione?) che la protagonista viva anche la vita delle sue amiche, che ne prenda a prestito la voce, la calligrafia, le esperienze, e che cerchi di assorbirne le qualità. Grete, che sembra sedere «in una nube tiepida e fragrante»; Ulla, «occhi d’acqua ghiacciata», atletica e sagace; Anette, frivola e svagata, dalle «lunghe gambe a pertica». Come se moltiplicandosi, frammentandosi, potesse venire a capo di un’esistenza senza appigli e forse anche senza senso, inseguita dall’Estranea e dal ricordo di un’infanzia dispettosa e irriverente.

Un romanzo molto nordico nelle atmosfere e nel mistero, che resta nel nostro immaginario, a disturbarci un po’ e a ricordarci che tutto quello che succede fuori da noi ha un’eco dentro di noi, e che è uno dei nostri compiti creare dei ponti e magari anche mettere d’accordo i due mondi, esterno e interno. Solo così la nostra vita interiore si arricchisce e si evolve, e ci rende in grado di dare un senso anche all’universo complesso che ci circonda.

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