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Maria Lazar / Ritratto di donne con “Estranea”
Lo hanno definito un romanzo modernista. Forse perché è stato scritto cento anni fa, ma se non si leggesse questa informazione nel risguardo, non lo si direbbe davvero. Lo si potrebbe dedurre dall’ambientazione, da qualche dettaglio. Ma è un romanzo così sperimentale, così fresco, così diverso, così originale che davvero si stenta a credere che sia emerso da un cassetto dopo cent’anni quasi per caso, e che abbia trovato la via della pubblicazione prima in Austria nel 2023 e ora in Italia. La protagonista è una ragazza senza nome, e noi leggiamo il suo diario. Pieno di esitazioni e ripensamenti, di confessioni e ritrattazioni, di correzioni, di cambi improvvisi di direzione, di tono, di intenti. Ma sono tutti effetti cercati e voluti, scelti. «Sono io, no, che scrivo questo libro, io o l’Estranea, che se ne sta nello specchio e fa sempre la stupita…» L’Estranea, il doppio malevolo della protagonista senza nome, aleggia tra le pagine e si affaccia soprattutto dagli specchi, è cattiva, pensa male e agisce peggio. Compare e scompare come a sancire una consapevolezza; che in un diario, per quanto si confessi sincero e senza filtri, ci dipingiamo e raccontiamo sempre meglio di quello che siamo. Ma la cattiveria e il male dentro di noi non scompaiono solo perché non gli diamo corpo nella pagina. Ulla, Grete e Anette sono le amiche della protagonista senza nome. Vanno a scuola insieme, sono innamorate dello stesso professore, crescono insieme ma anche ognuna a modo suo, e condividono una condizione femminile che, ahimè, sarebbe bello poter dire che era vera cento anni fa e che non lo è più. Una condizione di sottomissione e sudditanza se si sceglie il matrimonio. Una condizione di paura e pericolo se si sceglie di seguire i sentimenti, i propri desideri. Una condizione di miseria e di infelicità, se non c’è nessuno a cui appoggiarsi, se capita una sfortuna, se qualcosa va storto. Una condizione di terrore se si è scelto di stare con un uomo e si resta incinte e non ci sono modi sicuri per rinunciare al bambino. Forse oggi queste condizioni sono mitigate, ci sono dei diritti che sono stati conquistati. Ma sono in pericolo quei diritti, e in molte parti del mondo la realtà femminile di oggi assomiglia tragicamente a quella di cento anni fa (quando non è persino peggio). Del resto, la protagonista senza nome fa la bibliotecaria, e subisce le avances del suo capo. Sound familiar anche questo, vero? L’ansia, lo spaesamento, il senso di precarietà che si propagano tra le pagine ma mano che procediamo nella lettura, hanno sicuramente le loro radici nel tempo in cui il libro è stato scritto, tra il 1928 e il 1929, e il luogo, Vienna: la repubblica di Weimar, la crisi tedesca, il crollo delle borse mondiali, i primi sintomi dell’ascesa nazista. E ancora quegli stessi sentimenti di disorientamento e timore, di una realtà che scivola tra le mani senza che la possiamo afferrare, quanto sono attuali, quanto sono nostri. In bilico tra solidarietà e rivalità, l’amicizia tra Ulla, Grete, Anette e la protagonista senza nome ci colpisce per la sua profondità e tragicità. Il titolo, Quattro volte me, rimanda subito all’impressione (alla confessione?) che la protagonista viva anche la vita delle sue amiche, che ne prenda a prestito la voce, la calligrafia, le esperienze, e che cerchi di assorbirne le qualità. Grete, che sembra sedere «in una nube tiepida e fragrante»; Ulla, «occhi d’acqua ghiacciata», atletica e sagace; Anette, frivola e svagata, dalle «lunghe gambe a pertica». Come se moltiplicandosi, frammentandosi, potesse venire a capo di un’esistenza senza appigli e forse anche senza senso, inseguita dall’Estranea e dal ricordo di un’infanzia dispettosa e irriverente. Un romanzo molto nordico nelle atmosfere e nel mistero, che resta nel nostro immaginario, a disturbarci un po’ e a ricordarci che tutto quello che succede fuori da noi ha un’eco dentro di noi, e che è uno dei nostri compiti creare dei ponti e magari anche mettere d’accordo i due mondi, esterno e interno. Solo così la nostra vita interiore si arricchisce e si evolve, e ci rende in grado di dare un senso anche all’universo complesso che ci circonda. L'articolo Maria Lazar / Ritratto di donne con “Estranea” proviene da Pulp Magazine.
September 8, 2026
Pulp Magazine
Heimito von Doderer / Il Danubio e la ricerca della realtà
Scriveva Claudio Magris in un saggio di molti anni fa (Al di là della lingua. L’opera di Hermann Broch, 1993) che gli scrittori austriaci del Novecento più facilmente assimilabili dall’editoria italiana si distinguono in due categorie: i “nostalgici”, che vagheggiano il mondo di ieri delineando un’immagine trasfigurata della scomparsa monarchia asburgica con i suoi principii di ordine e sicurezza, e i “profeti della crisi”, per i quali la vecchia Austria era il laboratorio del disfacimento dei valori e del nichilismo moderni. A queste categorie si potrebbe aggiungere un terzo gruppo di autori mitteleuropei che hanno ottenuto in Italia una certa risonanza, ovvero gli adelphiani Alfred Kubin, Leo Perutz e Alexander Lernet-Holenia che evocano nei loro racconti atmosfere fantastiche, misteriose e vagamente occulte. A nessuna di queste categorie si lascia ascrivere l’opera sui generis del viennese Heimito von Doderer (1896-1966), giunto al successo negli anni Cinquanta e i cui romanzi sono assenti ormai da decenni dal mercato editoriale italiano, ovvero da quando l’editore milanese SE ne pubblicò una breve antologia di racconti (Divertimenti e variazioni, 1999). Di Doderer furono tradotti in italiano a suo tempo i romanzi ‘viennesi’, tutti editi da Einaudi (Le finestre illuminate, 1961; La scalinata, 1965; I demoni, 1979), nonché L’occasione di uccidere, un originale “giallo metafisico” pubblicato da Garzanti nel 1983 nella traduzione di Aldo Busi. Non si può dunque che salutare positivamente l’iniziativa dell’editore Medhelan di presentare al lettore italiano un tardo capolavoro dello scrittore, ovvero Die Wasserfälle von Slunj (1963), magistralmente tradotto da Ginevra Quadrio Curzio, che rende con precisione, disinvoltura ed eleganza la raffinatissima prosa di Doderer. Il romanzo, a cui l’autore lavorò dal 1958 al 1960, costituiva negli intenti di Doderer la prima parte di un più ampio Romanzo Nr. 7, così denominato in onore della Settima sinfonia beethoveniana e che in analogia ai quattro movimenti della sinfonia classica avrebbe dovuto comporsi di quattro sezioni. Le cascate di Slunj è l’unica parte compiuta della vagheggiata tetralogia: negli ultimi giorni di vita l’autore stava ancora lavorando alla seconda parte, Der Grenzwald (Il bosco di confine), il cui manoscritto incompiuto fu ricomposto dal curatore e pubblicato postumo (1967). Le ramificate vicende narrate ne Le cascate di Slunj sono ambientate prevalentemente a Vienna, ma con significativi excursus nei territori sovranazionali della Monarchia (le cascate del titolo si trovano in Croazia), coinvolgono diversi strati sociali e si dipanano su di un ampio arco temporale che va dal 1877 – l’anno del matrimonio di Robert Clayton, rampollo di una famiglia di industriali inglesi, con la canadese Harriet e relativo viaggio di nozze culminante, appunto, presso le cascate di Slunj, dove viene concepito il figlio Donald – sino al 1911, quando le vicende dei Clayton – che avevano stabilito nei decenni precedenti una filiale commerciale a Vienna – si concludono con un evento luttuoso proprio presso le cascate di Slunj. Serpeggia nel romanzo, e in tutta l’opera narrativa di Doderer, un oscuro fatalismo, mentre tra i numerosi personaggi, abilmente manovrati dal narratore, si instaura una rete di sottili influssi reciproci (esplicito è l’influsso corroborante degli “inglesi” sul ginnasiale Zdenko e sugli amici del “Club Metternich”; il ritratto di Monica Bachler bambina esercita un misterioso fascino su Chwostik; Chwostik stesso contribuisce alla “rinascita” spirituale di Münsterer e così via). È quello che Doderer in un appunto di diario chiamava il “tessuto fatologico” che ordina le vicende dei personaggi, orchestrate lungo diversi filoni narrativi pronti a ricongiungersi dopo ampie spirali. Attento alla vita intima dei suoi personaggi e ai loro mutamenti psicologici, Doderer intesse sapienti metafore spaziali per alludere ai nuovi “sentieri” e ai “territori inesplorati” che si dispiegano dinanzi a essi. Ambizione di Doderer è quella di descrivere la vita nel suo inappariscente fluire, nel suo inanellarsi di eventi apparentemente insignificanti ma riconducibili a una imperscrutabile legge superiore. L’autore raggiunge i suoi vertici stilistici in certe descrizioni naturalistici – gli stagni e i prati lungo il canale del Danubio, la luce dorata nei boschi autunnali – attimi rarefatti in cui il tempo pare fermarsi e il protagonista, sortito da una condizione letargica, avverte una sensazione di impalpabile felicità e percepisce un’improvvisa epifania. Maestro del dettaglio e della digressione, abile registratore di dati sensitivi – luci, colori, odori – affabulatore ironico, divertito evocatore della Vienna d’antan, qui amabilmente riproposta anche nei suoi ambienti plebei, Doderer non possiede tuttavia la capacità di sintesi del narratore epico né l’ambizione totalizzante dello scrittore sociale. Problematico, in tal senso, è il riferimento al realismo di Theodor Fontane proposto da Giovanni Pacchiano nella sua sobria ma appassionata prefazione: se è ben vero che Doderer si richiama a un realismo di tradizione ottocentesca e rifiuta “le innovazioni del modernismo” (Pacchiano) a favore del narratore onnisciente, sono tuttavia innegabili sia la lontananza dei romanzi di Doderer dal solido impianto di critica storico-sociale che animava i romanzi di un Fontane sia il debito che Doderer contrasse con le acquisizioni della psicologia di inizio Novecento e con la psicanalisi di Freud che ne rendono la scrittura, attenta ai sommovimenti della coscienza, ai traumi inconsci e ai conflitti edipici, così fatalmente distante da quella dei narratori ottocenteschi. In questa commistione di tradizione e modernità, di umanesimo e alienazione, nonché nella innegabile maestria stilistica e nella sapienza costruttiva risiedono i pregi della complessa arte romanzesca di Doderer, per la cui riscoperta il presente volume si rivela un eccellente viatico.   L'articolo Heimito von Doderer / Il Danubio e la ricerca della realtà proviene da Pulp Magazine.
July 1, 2026
Pulp Magazine
Joseph Roth, Stefan Zweig / l’infelicità e la ragione
“Ormai si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando, insieme alla guerra imminente, l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo. “Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita. Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”. Ombre folli è il titolo tratto da una missiva di Joseph Roth e scelto per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono dal 1927 fino al 1938, nubi oscure alle quali non si voleva credere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini. Il mondo appare “ancora più tetragono che nel 1914”. Gli atti di bestialità vengono accettati, mentre nessuno sembra opporsi al loro dilagare. Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia, per la sua incolumità. Salvare la propria vita e le proprie opere, questa è la priorità. L’idea di Zweig di chiamare gli scrittori tedeschi di razza ebraica per redigere un manifesto comune, nel quale descrivere la propria situazione viene salutato con favore dal collega il quale, con la praticità che lo contraddistingue, evidenzia la necessità di coinvolgere anche i letterati non ebrei. Un progetto che, comunque, non trovò realizzazione. “Ognuno pensa solo a sé stesso”, scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland, aggiungendo amaramente “il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”. I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata, mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva legittimazione. Un carteggio commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori. La voce di quest’ultimo emerge nel carteggio, anche perché molte lettere di Zweig sono andate perdute. Tale predominanza tinge il volume di un tono disperato, nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia. Roth vede nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe; ipotesi, naturalmente, impossibile. A volte una flebile speranza si fa largo nella disperazione, ma è il tono apocalittico a prevalere. “La parola è morta. Gli uomini abbaiano come cani”. I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero. Roth, a volte, stigmatizza l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania, mostrando lucidità e consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare. “Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione, adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”. Roth comprende che non è più il tempo di parlare di ebrei e di non ebrei. Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica, soffrirà comunque le conseguenze del nazismo. L’amicizia fra i due scrittori risale al 1927 quando, ricevuta una copia di Ebrei erranti, Zweig si complimenta con il suo autore. Quando Roth scrive: “Lei deve chiudere o con il Terzo Reich o con me”, siamo davvero in un momento drammatico della loro conoscenza. La situazione dei diritti editoriali, oltremodo confusa, e il bando subito da molti scrittori crea tensioni. La nullità dei contratti stipulati fra autori ebrei ed editori ariani, sancita da una legge del 1933, definisce un punto di non ritorno. È lo stesso Zweig a sottolineare la necessità di non accapigliarsi l’un l’altro, per non favorire le politiche naziste, e di imparare a vivere in solitudine, senza farsi fagocitare dalla spirale di odio. Se il fascismo è il male anche il comunismo si trova, secondo Roth, sul medesimo piano. Il caos imperante alimenta le pulsioni autodistruttive dello scrittore, il bere smodato che aggrava le sue già precarie condizioni. Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo molto pesante per Roth, anche dal punto di vista finanziario. Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito. “So che tra le maledizioni del denaro c’è anche questa: distrugge i più nobili vincoli”, afferma Roth, temendo di perdere l’amicizia del suo stimato collega. Effettivamente egli stesso stigmatizza il proprio carattere, che lo porta a contrarre debiti in continuazione, anche per venire in aiuto di perfetti sconosciuti. In confronto al più assennato Zweig, Roth appare sconsiderato. A volte si lascia andare ad affermazioni estreme, come quando vede nel cinema il vero Satana: “il telefono, l’aeroplano, la radio, non sono nulla al confronto; nulla rispetto all’aver staccato dall’uomo la sua ombra”. Deliri dovuti forse all’eccesso di alcol, anche se lo scrittore giura questo sia la conseguenza, non la causa. “Io ci godo a essere un rinnegato, tanto per i tedeschi quanto per gli ebrei, e ne vado fiero”. Roth afferma con orgoglio la propria alterità. Il fatto di essere ebreo è per lui “una qualità accidentale”, come avere i baffi biondi. Riguardo i sionisti, li giudica “molto simili ai nazisti”. Il pessimismo di Roth si manifesta in innumerevoli esternazioni. “Il mondo non ha mai avuto una coscienza”, afferma lo scrittore togliendo di mezzo qualsiasi residua speranza. Le lettere che scambia con Zweig sono un’ancora di salvezza nel bel mezzo di un abisso. Il sonno gli manca sempre, e le notti sono interminabili. Egli stesso si definisce per metà cadavere, e per l’altra metà pazzo. Nella ridda di iperboli e gestualità drammatiche cogliamo giudizi sui propri lavori, o su quelli altrui, notazioni sulla nascita di opere oggi celebri, allora minacciate dalla follia nazionalsocialista. Zweig cerca di spronare l’amico a moderarsi nel bere, come egli stesso ha fatto con il fumo. Ma il vulcanico Roth non conosce limiti, ed è uso perdersi dietro pericolose fantasticherie. Un atteggiamento che incrinerà i rapporti fra i due a partire dal 1937. Roth morirà nel maggio del 1939, fiaccato nel corpo e nell’anima, alla vigilia della catastrofe. Anche il più equilibrato Zweig non regge al peso della storia, alla distruzione del proprio mondo. Spossato dal continuo peregrinare, dall’essere errante e senza patria, si toglierà la vita in Brasile nel febbraio del 1942. L'articolo Joseph Roth, Stefan Zweig / l’infelicità e la ragione proviene da Pulp Magazine.
February 23, 2026
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