Si moltiplicano i Paesi UE che annunciano i trasferimenti di migranti verso l’Italia

L'INDIPENDENTE - Friday, August 21, 2026

La prima era stata la Germania, che una decina di giorni fa aveva annunciato che avrebbe ripreso i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” in Italia. Si tratta dei migranti che, una volta arrivati in Europa, hanno fatto domanda di asilo in un Paese, ma si sono poi spostati oltre i suoi confini. Dopo l’annuncio di Berlino sono seguiti, a cascata, quelli di Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia. L’ultimo, in ordine, è arrivato proprio in queste ore e viene dall’Olanda. La portavoce del ministero della Giustizia olandese ha spiegato che si tratta di una decisione che segue l’approvazione del Patto UE sulle migrazioni, entrato in vigore lo scorso 12 giugno e che, da quella data, «tutti gli Stati membri sono tenuti a rispettare».

La serie di annunci è arrivata subito dopo l’esplosione della crisi diplomatica tra Roma e Madrid, innescata dalla decisione italiana di sospendere Schengen lungo il confine con la Spagna per via dell’alto numero di migranti giunti nell’exclave spagnola di Ceuta. La Spagna, dopo aver lanciato a Meloni un ultimatum, ha risposto con la stessa carta, con il risultato che spostarsi da un Paese all’altro comporterà controlli aggiuntivi alla frontiera almeno fino al 7 settembre prossimo. Pur inserendosi in un generale rimescolamento degli equilibri europei in materia di flussi migratori, l’annuncio dei sei Paesi europei ha tuttavia poco a che fare con lo scontro tra il governo spagnolo e quello italiano – tanto che la Spagna, insieme alla Francia, ha tenuto a precisare che per il momento non riprenderà i trasferimenti dei dublinanti.

Lo scorso 12 giugno è entrato ufficialmente in vigore il Patto europeo sulle migrazioni, che sostituisce il precedente pacchetto di norme che regolava i flussi migratori, noto come Regolamento di Dublino. A differenza di quanto stabilito in precedenza, a partire dal 12 giugno 2026 i migranti sono obbligati a presentare domanda di asilo nei Paesi attraverso i quali fanno il primo ingresso nell’UE – che, di fatto, sono tutti quelli collocati lungo il confine meridionale, Italia inclusa. Allo stesso tempo, il Patto impone obblighi di solidarietà più stringenti: i Paesi che non si trovano lungo il confine sono cioè obbligati ad aiutare questi ultimi in qualche modo, anche se nella maniera che ritengono più adeguata. I ricollocamenti sono solo una delle forme possibili, ma non sono obbligatori: si può procedere anche tramite aiuti finanziari o invio di personale nelle strutture di accoglienza.

Non è chiaro se gli annunci fatti dai sei Paesi riguarderanno solamente i “dublinanti” che hanno attraversato i confini dopo il 12 giugno o se la decisione verrà applicata anche a quelli precedenti. I trasferimenti verso l’Italia sono infatti bloccati dal 2022, quando il governo Meloni, a poche settimane dal suo insediamento, aveva bloccato unilateralmente la ripresa in carico dei dublinanti dichiarando che il sistema italiano non disponesse di risorse sufficienti per farsi carico di queste persone. Tuttavia, nel marzo di quest’anno, una sentenza della Corte di Giustizia UE ha dichiarato illegittima tale decisione. I singoli Stati, infatti, non possono arrogarsi il diritto di prendere autonomamente decisioni di questo tipo.

D’altro canto, sin dal principio l’attuale esecutivo ha fatto propria la politica delle frontiere chiuse e dei respingimenti indiscriminati, ignorando il tema dei ricollocamenti (ovvero il trasferimento del migrante verso un altro Stato membro, che si renderebbe così responsabile della domanda di asilo). Si è trattato di una netta inversione di marcia rispetto ai governi precedenti – quali il Conte 1, che sosteneva che i ricollocamenti fossero un requisito fondamentale per una equa gestione dei flussi migratori – ed è stato ripetutamete rivendicato dal ministro Piantedosi e dall’attuale governo.

Di fatto, Roma si era detta fortemente contraria il rilancio dei ricollocamenti nel Patto UE recentemente entrato in vigore – già nel 2022, il ministro dell’Interno Piantedosi aveva dichiarando che «l’Italia non potrà dare la propria adesione a soluzioni per un Patto europeo non adeguatamente bilanciato tra misure di solidarietà e di responsabilità» e che «la soluzione più seria è lavorare insieme per fermare le partenze dal nord Africa». Il governo, insomma, ha sempre puntato tutto su respingimenti e frontiere chiuse, investendo su accordi bilaterali con Paesi come la Libia e la Tunisia proprio a questo scopo. E così, anche per questo, alla fine il Patto UE prevede forme di «solidarietà obbligatoria» anzichè «ricollocamenti obbligatori».

In mezzo alla bufera mediatica e politica, Meloni tira dritto. «Il nuovo Patto segna una svolta positiva per l’Italia nella gestione dei migranti cosiddetti “Dublinanti”» ha dichiarato, in un comunicato sui propri social. «Le nuove regole tutelano molto di più gli Stati di primo ingresso in tema di richieste di asilo e, con il rafforzamento del principio di Paese Terzo sicuro voluto dall’Italia, sarà più semplice effettuare rimpatri accelerati», ribadisce, insistendo sul fatto che «la priorità per l’Italia resta, in ogni caso, il contrasto all’immigrazione illegale di massa, non decidere semplicemente come distribuire i migranti in Europa». Insomma, l’obiettivo rimane quello: inseguire gli scafisti «per tutto il globo terracqueo». Poco importa se si tratta di una partita puramente politica, giocata tutta sulla pelle di chi migra: nei soli primi quattro mesi del 2026, infatti, l’innalzamento dei muri alle frontiere è risultato nell’aumento del 111% del numero di morti e dispersi in mare (821 solo da gennaio ad aprile), in quella che da anni si configura come la rotta migratoria più mortale al mondo.

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