
Fino a quando persiste l’obbligo di mantenere i figli da parte dei genitori?
L'INDIPENDENTE - Monday, August 17, 2026Torni a casa dopo una durissima giornata in fabbrichetta, coronata da una cena al veleno con l’avvocato, dal quale hai appreso di non poter spiare liberamente i tuoi dipendenti al fine di coglierli in fallo e licenziarli. Il freddo umido e il traffico brianzolo hanno fatto il resto. Entri in salone e trovi Pier Giorgio, l’erede al trono, che strepita coi suoi amici davanti a un qualunque videogioco. In un attimo ti si chiude la vena e parte il miglior repertorio del padre che sa farsi rispettare: «È mezzanotte che cosa ci fate ancora qui, questa casa non è un albergo. Hai 24 anni e hai dato solo 7 esami, credi che ti possa mantenere a vita parcheggiato alla facoltà di Economia anziché ringraziarmi? Io alla tua età già lavoravo in officina». E lì, l’idea che equivale a un’apparizione mariana: non posso licenziare i dipendenti, ma buttare mio figlio fuori di casa sì, è maggiorenne! E invece.
Principio generale: il mantenimento oltre la maggiore età
L’obbligo dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli è un principio cardine del diritto di famiglia, la cui durata non è legata al mero raggiungimento della maggiore età. La giurisprudenza ha delineato con precisione i presupposti e i limiti di tale obbligo, mutuati in parte dal regime di mantenimento dei figli in caso di separazione, bilanciando il diritto del figlio a completare il proprio percorso formativo con il principio di autoresponsabilità.
L’obbligo di mantenimento dei figli, sancito dagli articoli 147, 148 e 316-bis del Codice Civile, non cessa automaticamente al compimento del diciottesimo anno di età. La legge, in particolare l’articolo 337-septies del codice civile, prevede che il giudice possa disporre un assegno periodico in favore dei figli maggiorenni non ancora economicamente indipendenti. La giurisprudenza è unanime nell’affermare che l’obbligo perdura fino a quando il figlio non abbia raggiunto una propria indipendenza economica, e cioè fino a quando non sia stato messo nelle concrete condizioni di poter essere autosufficiente senza averne tratto profitto per propria colpa o scelta. L’obiettivo è consentire al figlio di completare un percorso formativo e di inserirsi nel mondo del lavoro in base alle proprie capacità, inclinazioni e aspirazioni.
Bene dai, puoi tagliargli i fondi per le rette universitarie, costringerlo a trovarsi un qualunque lavoretto e fargli trovare le valigie fuori dalla porta. O forse no.
La nozione di indipendenza economica

L’indipendenza economica non coincide con lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa. La giurisprudenza richiede un accertamento in concreto, valutando se il reddito percepito sia adeguato a consentire un’esistenza autonoma e dignitosa, in relazione alla formazione professionale acquisita e alle condizioni del mercato del lavoro. Un lavoro precario, saltuario o con una retribuzione esigua potrebbe non essere considerato sufficiente a determinare la cessazione dell’obbligo.
Tuttavia, lo svolgimento di un’attività lavorativa, anche a tempo determinato, può essere un elemento rappresentativo della capacità del figlio di procurarsi un reddito adeguato. Se tale capacità è dimostrata, l’obbligo genitoriale cessa e non può “risorgere” in caso di successiva perdita del lavoro (Cass. Civ., Sez. 6, n. 2344 del 25.1.2023).
La Corte di Cassazione ha precisato che «il mantenimento del figlio maggiorenne è da escludersi ove questi abbia iniziato ad espletare un’attività lavorativa, dimostrando quindi il raggiungimento di un’adeguata capacità, senza che possa rilevare la sopravvenienza di circostanze ulteriori che, pur determinando l’effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento, i cui presupposti siano già venuti meno» (Cass. Civ., Sez. 6, n. 3769 dell’8.2.2023).
La cessazione dell’obbligo per colpa o inerzia del figlio

L’obbligo di mantenimento viene meno non solo al raggiungimento dell’indipendenza economica, ma anche quando la mancata autosufficienza sia imputabile a un comportamento colpevole del figlio. Questo concetto è strettamente legato a due principi fondamentali elaborati dalla giurisprudenza:
- la “funzione educativa del mantenimento”, in forza del quale il mantenimento stesso non è un’assistenza a tempo indeterminato, ma uno strumento per consentire al figlio di completare il proprio percorso di studi e di inserirsi nella società; una volta esaurita questa funzione, l’obbligo si estingue;
- il “principio di autoresponsabilità”: il figlio maggiorenne ha il dovere di attivarsi per raggiungere la propria autonomia, non può pretendere di essere mantenuto a tempo indeterminato, specialmente quando la sua inattività è frutto di negligenza, disinteresse o scelte irragionevoli.
Conclusioni
In sostanza non esistono criteri definiti e universalmente applicabili per determinare il momento in cui i figli perdono il diritto al mantenimento. A completamento del quadro interpretativo, la Corte di Cassazione ha stabilito che la valutazione circa l’indipendenza del figlio debba basarsi su un accertamento complessivo che tenga conto di diversi fattori:
- l’età del figlio: quanto più questa supera la maggiore età, tanto più si affievoliscono i vincoli per i genitori;
- l’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, in base al percorso di studi intrapreso;
- l’impegno rivolto alla ricerca di un’occupazione lavorativa;
- la complessiva condotta personale tenuta dal figlio dopo il raggiungimento della maggiore età.
Insomma, non è facile come pensi ma ci si può lavorare. Sali in camera da letto, tua moglie medita nella penombra con una benda di seta rosa sugli occhi. Non la abbassa neanche quando ti dice che devi portare Pier Fido a fare i bisogni. Scendi, gli metti il guinzaglio, lo guardi negli occhi cisposi: ma quand’è che diventi indipendente tu? Non posso mica assisterti tutta la vita, oh! Chissà cosa ne pensa la Cassazione.
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