Le parole della guerra: un podcast su come la lingua può normalizzare la violenza

Pressenza - Wednesday, August 12, 2026

La giornalista Francesca Mannocchi, insieme a Chora Media ed Emergency, ha creato un podcast dal titolo Le parole della guerra. In questo lavoro la sua riflessione si concentra su come la lingua con cui si racconta una guerra non descriva la realtà ma la produca sulla base degli interessi di chi la guerra la racconta.

Ciò avviene perché le parole hanno la capacità di plasmare la percezione collettiva e di decidere cosa si possa dire e cosa no, chi può essere sacrificato, che cosa è un crimine e cosa è semplicemente una procedura. Questi aspetti si possono comprendere a pieno se si considera che la lingua utilizzata per raccontare una guerra è anche la stessa che la prepara.

In un processo lento, ma scrupoloso e ripetitivo, le persone vengono abituate all’idea della violenza e si inizia a definire il nemico. Nel costruirsi del discorso bellico emerge soprattutto la necessità di creare una distanza tra come i fatti vengono raccontati e come questi sono accaduti realmente. Francesca Mannocchi sottolinea, giustamente, che questa distanza non è fatta soltanto di omissioni e mistificazioni ma segue una logica precisa.

Gli eserciti hanno capito che la lingua è un campo di battaglia e che bisogna combattere su questo campo con strumenti precisi:

1) la sostituzione. Questa tecnica consiste nel trasformare persone e luoghi in categorie astratte. Ad esempio, un uomo che rientra a casa diventa “un individuo che si sposta nell’area operativa”, una città assediata si trasforma in un “teatro delle operazioni”. Ogni sostituzione riduce la complessità del reale, lo spessore esistenziale degli individui in gioco e trasforma la vita in qualcosa da classificare, una procedura amministrativa da cui ci si sente distanti. Ciò consente di rendere accettabile la violenza ed è proprio per questo che generalmente nei comunicati militari si usa la sostituzione.

2) Inversione della causa. In questo caso chi spara risponde sempre a qualcosa. Lo fa sempre per reazione e quindi c’è sempre legittimità dell’operato; infatti, chiunque venga messo nella condizione di dover rispondere ad una minaccia è giustificato nelle proprie azioni, anche le più crudeli.

3) L’uso dei verbi della coscienza interiore, ad esempio percepire, ritenere, credere. Questi verbi servono a creare uno scudo intorno a ciò che viene percepito, sentito, ritenuto. La coscienza interiore non è attaccabile perché rimanda ad una sfera impenetrabile. La soggettività del soldato diventa la misura di tutto.

4) Il passivo senza agente. Ad esempio, quando si legge “i civili sono stati colpiti” senza che venga esplicitato chi sia l’autore del gesto. Questa tecnica serve a trasformare la violenza in un evento naturale, un qualcosa che accade da solo e di cui non si può incolpare nessuno.

Questi meccanismi sono stati affinati nel corso dei decenni e sono diventati automatici. Hanno subito una sorta di naturalizzazione; si ritrovano nella stampa e nella politica plasmando la percezione collettiva, entrano nei tribunali e regalano l’impunità. Si mescolano con la vita quotidiana e fanno della violenza qualcosa di ordinario.

Così, ad esempio, i bambini e le bambine palestinesi imparano che la guerra è il loro destino. La violenza non solo viene giustificata nel passato ma è resa pensabile anche nel futuro. Di fronte a una tale deumanizzazione chiedere giustizia – per un nonno di Nablus che deve accudire i suoi nipoti rimasti orfani per un attacco ingiustificato di soldati israeliani in borghese – significa innanzitutto restituire il nome, fare di un veicolo percepito come una minaccia terroristica, una famiglia che è stata uccisa mentre tornava a casa.

Francesca Mannocchi ricorda infine l’articolo 11 della Costituzione, come chi lo ha scritto avesse conosciuto gli orrori della guerra e volesse rifiutare non solo i fatti atroci di cui è stato o è stata testimone ma anche le parole con cui la guerra era stata prima preparata e poi raccontata.

Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non possiamo non essere d’accordo con le parole di questo podcast. Sono parole che innanzitutto ci riportano al presente, ad un momento in cui la forte crescita degli investimenti in ambito militare si accompagna ad una normalizzazione della violenza e ad una giustificazione della guerra su scala planetaria. Pensiamo dunque che sia importante fare controinformazione mostrando il vero volto della guerra e le conseguenze nefaste di una crescente militarizzazione della società.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=0DD56G4OIck

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università