La guerra di Nolan

Jacobin Italia - Saturday, August 8, 2026

L’enfasi sul film di Chris Nolan, Odissea, sarà probabilmente studiata da sociologi della comunicazione oppure, più semplicemente, da chi voglia imparare a gestire efficacemente un ufficio stampa. La quantità di recensioni (a cui si aggiunge anche questa, che però ha un fine politico), di commenti, di scontri e contrapposizioni, infatti, appare del tutto ingiustificata dalla visione del film. Che è un bel film, con una regia capace, scenari e spazi geografici davvero belli, attori in gamba, una storia che non ha bisogno di presentazioni e uno sviluppo che tutto sommato non tradisce nulla del racconto di Omero, ma che in fondo si presenta come una bella rappresentazione cinematografica. 

Eppure c’è stato bisogno di scomodare la cultura woke per la scelta dell’autore di rappresentare Elena attraverso un’attrice di origine africana o, udite udite, di offrire la parte al primo personaggio cui gli spettatori si imbattono a un attore transgender. La stessa Atena è impersonata da Zendaya, attrice afrodiscendente, ma va detto che queste scelte discusse nulla tolgono alla visione del film e alla credibilità della storia e dei personaggi. Lo stesso Nolan ha risposto a questo tipo di critiche affermando di non essere interessato che al film e al modo in cui è stato girato. La risposta più corretta quando si tratta di critiche sostanzialmente ideologiche.

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C’è poi stata una molto più argomentata e ampia osservazione, quella della traduttrice dell’Odissea, Elen Wilson, che ha rimproverato al film di non essere abbastanza fedele a Omero, di essere un po’ superficiale su alcuni aspetti della storia raccontata – la maga Circe, ad esempio, il talamo di legno con Penelope o la costruzione del cavallo di Troia – e soprattutto di non aver restituito la forza e le emozioni che pure Omero ha impresso nel racconto. Wilson torna anche su una polemica di tipo coloniale accusando Nolan di aver girato parte del film «nel territorio occupato del Sahara occidentale, normalizzando così la violenza tuttora in corso contro il popolo indigeno sahrawi». Il regista avrebbe utilizzato quella terra «semplicemente come sfondo visivamente suggestivo» ovviamente facendo un torto, evidente, alle ragioni di un popolo ormai quasi totalmente dimenticato e che pure resta all’interno di contese internazionali come dimostrerebbe una delle versioni che spiegano la ritorsione del Marocco contro la Spagna nella città di Ceuta.

Nonostante tutto, però, Wilson, indicata come la critica più appuntita del film, termina il suo articolo definendo «l’uscita di The Odyssey un evento da festeggiare». Lei, traduttrice classica, spera infatti nella possibilità di uno sviluppo delle lettere classiche e del greco antico, scrivendo che forse il film «convincerà qualche amministratore universitario a non tagliare i dipartimenti di letteratura, lingue e storia». Nolan, conclude, «sta facendo del proprio meglio per riportare il grande pubblico alla lettura, e gliene sono grata». 

Lo stesso successo del film, la quantità di giovani che fanno la fila per vederlo, la difficoltà a trovare i biglietti per le visioni in Imax resta un fenomeno che andrà capito meglio e che non sembra rientrare solo nelle prerogative di un ottimo ufficio stampa. Le capacità e l’aura ormai guadagnata da Nolan – ma su questa rivista abbiamo anche pubblicato una recensione sprezzante di chi non lo ama affatto – unita al racconto fondativo dell’epica moderna, e quindi il più adatto per celebrare un film di avventura in qualunque epoca questo sia girato – vedere l’efficacia della scena conclusiva – probabilmente hanno costituito un mix eccezionale che non aveva avuto in film analoghi precedenti. Come ad esempio lo scialbo e super-holliwodiano Troy.

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La collezione delle critiche non si esaurirà a breve e al di là della fondatezza o meno, sembrano però aggirare il nodo centrale del film. Nolan, naturalmente, propone un «suo» Ulisse, anzi Odisseo, e lo fa con la libertà dell’autore che non gli può essere impedita. Lo stesso Dante, in fondo, presenta un eroe che ammonisce l’umanità di non essere fatta «per vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza» giustificando la propria ambizione a esplorare sempre nuove strade. Il punto è che l’Ulisse che qui ci viene presentato è fortemente attuale e ruota attorno ai due punti nevralgici del mondo contemporaneo, il rapporto con i migranti e con la guerra.

C’è una «legge» che ricorre costantemente in tutto il film, «la legge di Zeus» che richiede di trattare l’ospite, l’estraneo – xenos, in greco, traduce entrambi i sostantivi – come se fosse il massimo dio, Zeus, e quindi con il rispetto e l’accoglienza che questo merita. Il contrario della xenofobia. Odisseo crede profondamente in questa legge che invece nel tempo in cui sta vivendo e nelle stesse imprese in cui è coinvolto viene sgretolata e relativizzata in più forme: è avvolta da un’ipocrisia evidente in quel di Itaca dove Telemaco e Penelope esibiscono un’accoglienza necessitata di fronte all’arroganza dei Proci i quali, poi, di fronte al mendicante di turno – inconsapevoli che l’ultimo di loro sarà proprio Odisseo – quella legge la mettono sotto i piedi. 

Ulisse si affida all’accoglienza dovuta quando incontra I Lestrigoni, pensa che vi obbedirà Polifemo o la maga Circe. Vive come se un patto costitutivo della sua civiltà sia ancora, e costantemente, vigente, un po’ come una Costituzione invisibile che regola i rapporti umani. E la difende anche quando gli si pone contro. Difficile sapere da Nolan, almeno finora, se questa insistenza, fondata comunque sulla cultura greca, sia stata accentuata per rispondere alle politiche trumpiane, e occidentali in generale, contro i migranti. Se esistesse la «legge di Zeus» non c’è dubbio che sia finita in fondo al Mediterraneo negli ultimi vent’anni o che in questi giorni sia sprofondata nelle acque davanti a Ceuta.

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Ma il punto di forza del film, quello per cui rimane un evento positivo che lascia una traccia emotiva, è la revisione della guerra. In molti hanno rimproverato a questo Odisseo nolaniano la riproposizione della figura dell’eroe «tormentato» – come Batman nel Cavaliere oscuro o il suo Oppheinemer –  che rimette in discussione sé stesso e i propri passi. Ma in questo film rimette in discussione la guerra nei suoi stessi fondamenti. La guerra non può essere più «la prosecuzione della politica con altri mezzi», ma viene presentata come la rottura della politica, degli usi e dei costumi. «Violammo tutto ciò che esiste di più sacro tra gli uomini» dice Odisseo-Matt Damon, «i nostri errori saranno dimenticati, un’altra volta». 

Ulisse torna sul suo capolavoro di astuzia e strategia, il cavallo di Troia, per cogliere in quell’inganno, soprattutto nell’inganno nei confronti di Sinone, il tassello che ha rotto un patto di civiltà, che ha violato Troia mettendola a ferro e fuoco. Nelle immagini di distruzione vede la propria perdizione. E la trovata geniale di Nolan, forse l’unico picco della sceneggiatura, è la costante riproposizione, durante tutto il film, della minaccia che starebbe per incombere – Penelope ne è terrorizzata – proveniente dalle invasioni dei «popoli del mare», una minaccia contro «la nostra civiltà» e che quando sarà disvelata – proprio da Penelope, ma non racconteremo come – chiarisce elementarmente cosa sia in questo film la critica profonda alla guerra e all’occidente. E la tanto criticata armatura con cui Agamennone appare sempre velato e nascosto, non rappresenta altro che l’indicibilità, nella raffigurazione, della guerra in quanto tale, quasi che il «re dei re» che guida la spedizione greca a Troia ne sia in qualche modo il dio assoluto. 

L’Odissea è quindi un film in cui l’eroe si guarda allo specchio e si scopre contro la guerra, questo è il suo valore. È probabile che rappresenti una versione eccessivamente arbitraria del racconto di Omero dove invece la guerra innerva le scelte degli eroi, ma siamo in una civiltà passata. Riproporre oggi quella storia pedissequamente non sarebbe stato un lavoro artisticamente efficace, mentre scegliere di riconsiderare criticamente la propria dedizione allo sterminio, ai massacri, agli inganni e ai trucchi per trucidare un popolo e «controllare le rotte commerciali», come Odisseo spiega a Penelope, offre anche un Ulisse empatico ed emotivo, protagonista di un finale sentimentale. Quello che consente un acuto a un film normale. 

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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