
Le ragioni dei No Tav, oltre la criminalizzazione
Jacobin Italia - Wednesday, July 29, 2026
Dieci anni di Alta Felicità. Da un decennio l’estate della Val di Susa viene «animata da lotta, socialità e cultura non addomesticate, vissute in modo diverso e sostenibile», come hanno detto gli organizzatori inaugurando questa edizione.
No alla distinzione tra buoni e cattivi
La vicenda della linea ferroviaria ad Alta Velocità, parte del progetto Ten-T di corridoi europei, ed è da sempre sia un riferimento di resistenza popolare a progetti dannosi, quanto un laboratorio di repressione con la sistematizzazione di «zone rosse», restrizioni alle libertà personali, misure come la schedatura di massa, che si sono riproposte anche quest’ anno.
Le autorità promotrici dell’opera sono sempre state sorde a ogni istanza emersa dalla comunità della valle, già da quando nel 2005 era stato rigettato il progetto, che nel tempo ha segnato un solco sempre più netto tra la popolazione e i vertici di governo e di società di interessi. Questi infatti sono sempre stati dediti a trasformare un’opera quanto meno onerosa e discutibile sul piano della pubblica utilità in una questione di sovranità politica delle élite politico-imprenditoriali sulla comunità locale.
Anche per questo non c’è da stupirsi se la lotta per l’autodeterminazione della valle, organizzata in modo autonomo per rivendicare giustizia climatica e sociale, riesce a parlare oltre i confini nazionali, coinvolgendo anche attiviste e attivisti di altri paesi europei, come nella mobilitazione di sabato 25 luglio, che ha superato ventimila partecipanti.
Perciò alla conferenza stampa conclusiva, Nicoletta Dosio, insegnante ottuagenaria e una delle figure storiche del movimento, insieme ad altri No Tav ha parlato di «tante generazioni scese in piazza». Dosio ha rivendicato la mobilitazione di migliaia di manifestanti, «senza distinzione fra buoni e cattivi» e respingendo al mittente anche le accuse per i sabotaggi, anzi affermando «il diritto alla difesa anche sui cantieri mentre ci viene imputata la devastazione di quello a Chiomonte» che in realtà sarebbe da addebitare, a quel progetto per cui «la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio».
Nell’arco di ventiquattr’ore le veline ministeriali hanno addirittura raddoppiato il bilancio di agenti rimasti feriti durante la manifestazione e la società dei lavori Tunnel Euralpin Lyon Turin (Telt) ha stimato in modo altamente veloce e approssimativo in un milione di euro i danni solo in Val Clarea. Ma il movimento punta nuovamente il dito contro un «modello di sviluppo fondato sulla sottrazione di risorse e la contaminazione del territorio». Al centro delle contestazioni c’è l’impatto ecologico e socio-sanitario di una linea la cui realizzazione conta oltre trecentoquaranta passaggi giornalieri di mezzi pesanti e sembrerebbe acuire del 10% malattie polmonari e cardiovascolari per la dispersione di materiali in polveri sottili, oltre al drenaggio di consistenti riserve idriche per lo scavo delle gallerie in un depauperamento generalizzato dal consumo di suolo.
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La violenza infinita di un’opera inutile
Il timore diffuso è che «la piana di Susa diventi la discarica di amianto e smarino dei cantieri, sventrata e sfruttata», per cui le stesse compensazioni, ottenute a caro prezzo per la repressione subita negli anni, risultino poi insufficienti a riparare i danni ecologici e le ricadute sanitarie di «un’opera che continua a procedere senza una reale direzione, senza una copertura finanziaria e senza il consenso territoriale».
Un «viaggio che non promettiamo breve», come scriveva Wu Ming 1, in cui è difficile imputare a qualche danneggiamento i ritardi cronici fino a 18 anni e l’aumento esorbitante dei costi oltre il 120% rispetto ai piani iniziali secondo la Corte dei Conti Europea per complessivi 25 miliardi di euro. Tanto che pure La Stampa ne mette in discussione l’utilità, viste le tante criticità a partire dall’avvio del progetto nel 2001, poi rinviato sistematicamente ogni dieci anni, fino al termine dei lavori attualmente ipotizzato nel 2033, ma solo per la parte italiana.
Se Oltralpe l’entrata in esercizio è fissata al 2045, con un’incongruenza di cronoprogramma che da sola pare spiegarne la finalità strategica relativa, anche sul versante nostrano l’ultimo progetto presentato da Rete Ferrovie Italiane (Rfi) e affidato alla società italo-francese Telt è stato bocciato dall’Unione montana per carenze di elementi fondamentali su movimentazione di materiali e mezzi di cantiere, ricadute sulla viabilità, lacune nelle lavorazioni necessarie, eccetera. Viene messo in discussione anche il quadro economico da circa 800 milioni di euro, a fronte di stime tecniche che raggiungono invece oltre 3 miliardi di costi, con questioni più ampie sui finanziamenti complessivi, tanto da spingere l’ente locale a suggerire il ritiro del progetto e la ridestinazione delle risorse pubbliche perinterventi per la mobilità della zona e i collegamenti con il capoluogo regionale, basandosi su «scelte condivise con chi quei luoghi li vive ogni giorno».
Intanto la realizzazione del tunnel di base attraverso il Moncenisio si aggira intorno al 20%, mentre la crisi energetica, la deindustrializzazione e le criticità del trasporto intermodale acuiscono fra gli altri fattori la contrazione del traffico ferroviario di merci, cui ormai il progetto pare destinato; e la linea storica da Bussoleno attraverso il Frejus lavora secondo i No Tav attualmente a non più di un quarto del suo potenziale. Tutto questo a riprova di «come il Tav Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi promotori, nonostante la propaganda continui a raccontarla come tale».
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La guerra come locomotiva dell’opera
Tuttavia all’orizzonte si profila un probabile nuovo sbocco del tunnel per il progetto, con il pacchetto di misure per il Connecting Europe Facility approvato dalla Commissione eropea lo scorso giugno. Questo prevede il rilancio dell’alta velocità anche come infrastruttura per «rafforzare la prontezza operativa della difesa europea, intervenendo sui colli di bottiglia della mobilità militare e sostenendo una più rapida attuazione delle misure europee in materia», per cui vengono stanziati ben 1,75 miliardi di euro.
L’inclusione di paesi come Ucraina e Moldavia nel bando europeo e lo stesso richiamo del Commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, in audizione al Senato italiano sulla necessità di individuare finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, farebbe ulteriormente presagire una ridefinizione dell’opera per integrare il sistema logistico di tipo militare lungo il cosiddetto corridoio Mediterraneo. Un piano in palese contraddizione con le priorità sbandierate nel Libro bianco sui trasporti (2011) per la «mobilità sostenibile» e nel successivo Green Deal Europeo (2020) per «strategie di decarbonizzazione e riduzione dell’impatto ambientale».
Di fatto diventano gli interessi bellici a trainare la locomotiva dell’opera con ricadute insostenibili sia sul territorio attraversato, che in quelli di destinazione delle merci trasportate. Una prospettiva pienamente integrata nello scenario di corsa agli armamenti mondiale ed europea, di cui il Tav diventerebbe un ingranaggio di circolazione.
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La criminalizzazione della resistenza
All’indomani di una mobilitazione che, nonostante gli anni trascorsi, ha superato le aspettative in termini di partecipazione e determinazione, non sono mancate le ritorsioni per essere riusciti a varcare i perimetri blindati del cantiere di Chiomonte.
Il bollettino sui media parla di circa millecinquecento persone identificate, di cui alcune centinaia già prima dell’arrivo al festival, comprese alcune delle band musicali che si recavano sul posto per esibirsi, altrettanti partecipanti allo spezzone che ha cercato di raggiungere il sito di San Didero; e quasi ottocento all’uscita dal festival nel lunedì mattina successivo, in un’operazione di accerchiamento della cittadina di Venaus con controlli a tappeto con fini intimidatori, svolti anche con «modalità non previste da alcuna normativa» secondo l’avvocato Gianluca Vitale.
Altre misure restrittive, da quelle più risibili come il divieto di vendita di superalcolici, bottiglie di vetro e lattine, fino a Daspo o altri provvedimenti giudiziari come divieti di accesso ad aree urbane (Dacur) erano già stati adottati da Prefettura e Questura nei giorni precedenti. Anche per questo nella conferenza conclusiva un consigliere di Giaglione ha ribadito che «qui le forze di polizia non difendono le persone, ma gli interessi della devastazione» «La violenza è quella della militarizzazione che da trent’anni la Valle subisce», ha aggiunto ribadendo il doppio standard che vediamo con la reazione inorridita del governo Meloni ai danni occorsi sui cantieri, rispetto al silenzio ossequioso verso vittime in Stato di custodia, o stragi di civili e distruzione di abitazioni e postazioni sanitarie perpetrate da alleati internazionali dell’Italia. In un clima di strumentalizzazione elettorale che fa il paio con le reazioni securitarie dopo la morte di Fakir Aberrahim a Bologna.
In quest’ottica non sorprende che la Procura di Torino stia ipotizzando di contestare il reato di «terrorismo», anche a corollario del processo «Sovrano», la cui udienza di appello è stata aperta pochi mesi fa per il ricorso contro le assoluzioni di primo grado, che hanno fatto decadere il reato di associazione a delinquere inizialmente addebitato ai manifestanti.
In una nota il movimento precisa di aver «sempre caratterizzato le proprie pratiche alla luce del sole, indirizzandole contro le strutture materiali che distruggono e inquinano il territorio minacciando la salute pubblica», denunciando poi come i decreti sicurezza abbiano «riempito le mani dei Questori di nuovi strumenti che ora vogliono sperimentare sulle lotte che infastidiscono il potere, dalle rivendicazioni per l’autodeterminazione della Palestina, fino alle vertenze sui posti di lavoro», per cui c’è la necessità di «rispondere a questi tentativi repressivi con le uniche modalità che in questi anni si sono rivelate efficaci: la solidarietà e la lotta».
La visita della premier Giorgia Meloni al cantiere ferito sembra voler a individuare un nuovo nemico interno, cercando di celare responsabilità e fallimenti macroscopici del governo sul piano socio-economico e più in particolare anche nei trasporti. In continuità con le posizioni «anti-antifa» del summit organizzato qualche settimana fa dal sottosegretario Usa, Marco Rubio, che associava i movimenti sociali antifascisti ai «gruppi terroristici».
Il festival dell’Alta Felicità è in realtà riuscito a rimettere al centro dell’attenzione il problema dell’insostenibilità delle grandi opere inutili, intrecciando la memoria della Resistenza con le lotte del presente, per un modello di sviluppo alternativo di giustizia ambientale e sociale, grazie al coinvolgimento di almeno tre generazioni determinate a riscattare spazi democratici praticando conflitto sociale nel ripudio di ogni deriva bellica.
*Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze.
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