Inceneritori in Sicilia, quando il danno la fa da padrone

Pressenza - Friday, July 17, 2026

Sui due inceneritori previsti a Palermo e a Catania, e sbandierati come risolutivi del problema dei rifiuti, è in corso l’iter delle autorizzazioni. Le associazioni Rifiuti Zero Sicilia, Zero Waste Italy, Lipu Catania e Rinascimento Green hanno presentato un documento di osservazioni tecniche nell’ambito del Procedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR)chiedendo il diniego assoluto della compatibilità ambientale.

O, quanto meno, l’integrazione vincolante di una serie di prescrizioni all’interno del decreto autorizzativo.

“L’applicazione dei criteri più restrittivi – scrivono le associazioni – risponde al Principio di Precauzione sancito dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Art. 191 TFUE) e ai principi fondamentali della Costituzione Italiana (Artt. 9 e 41 Cost.), i quali impongono la primazia della tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e della salute umana sull’iniziativa economica”.

Nonostante, infatti, i moderni impianti di incenerimento (denominati a “recupero energetico” o “waste-to-energy”) vengano spacciati come assolutamente sicuri, la letteratura scientifica indipendente e i biomonitoraggi sul campo dicono tutt’altro, dimostrando che queste strutture continuano ad emettere livelli allarmanti di diossine, furani e inquinanti organici persistenti (POP), che si accumulano nei territori circostanti minacciando la catena alimentare.

Il documento delle associazioni è costruito per punti e si basa su un’analisi puntuale delle criticità degli impianti a cui corrispondono precise e “formali” richieste.

Considerato, ad esempio, che “i picchi emissivi più significativi di diossine, furani e metalli pesanti si concentrano durante le fasi transitorie di avvio (start-up), spegnimento (shutdown) e in caso di malfunzionamenti tecnici”, si chiede l’obbligo di monitoraggio continuo ed esteso a qualsiasi fase di funzionamento dell’impianto e “il tassativo computo di tali picchi all’interno delle medie emissive giornaliere e annuali destinate alle autorità di controllo”. Questo per evitare che ci si affidi a controlli spot, effettuati solo quando l’impianto “va bene”…

Via via l’analisi diventa sempre più tecnica e sempre più specifiche le richieste, fino a chiedere “la sospensione dell’iter autorizzativo o, in subordine, l’emissione di un formale rigetto”, laddove si evidenzia che il Piano di Monitoraggio e Controllo non indica dove finiranno ogni anno tonnellate di scorie pesanti (IBA), ceneri leggere pericolose (fly ash), i pfas e residui dei sistemi di trattamento fumi (PSR/PCR).

La mancanza di dati essenziali determina, infatti, un insanabile vizio che inficia la legittimità dell’intera procedura.

A proposito dell’inceneritore localizzato a Pantano d’Arci, viene osservato che lo Studio di Impatto Ambientale non ha valutato gli impatti cumulativi. L’impianto non sorgerebbe infatti in un territorio vergine ma in un’area industriale già satura e gravata da una pesante impronta ecologica.

Di converso vengono minimizzati gli impatti irreversibili dell’opera sul patrimonio naturale locale. L’area di progetto è, infatti, l’unica area circoscritta della zona industriale che conserva i relitti di una vegetazione retrodunale. Vi sono presenti aree umide sia permanenti sia temporanee, con specifica vegetazione, canali ad alta naturalità come il Buttaceto, lo Jungetto, il Bruno, tutti tributari della Riserva Naturale Oasi del Simeto, che peraltro si trova a meno di 1 km dal sito di installazione dell’inceneritore e dai due Gurghi (pozze derivanti dall’affioramento della falda freatica) dotati di spiccati caratteri di naturalità.

Si tratta di ambienti con un elevato grado di biodiversità e micro-habitat che andrebbero preservati, ma che la realizzazione del termovalorizzatore azzererebbe definitivamente.

Ci sono anche aree boscate che sono state percorse da incendi, ma non per questo hanno perso il vincolo di protezione. Anzi, le associazioni ricordano che nelle zone percorse dal fuoco è vietato insediare strutture ed infrastrutture nei dieci anni successivi, divieto che l’autorizzazione di questo impianto violerebbe apertamente.

Altro tema è quello del rischio idrogeologico e della vulnerabilità dell’ambiente idrico. Aspetti che pongono enormi perplessità sulla fattibilità tecnica e sulla sicurezza ingegneristica di un’opera di tale portata. “In un contesto a permeabilità e vulnerabilità così elevate – scrivono le associazioni – qualsiasi sversamento accidentale di fluidi di processo, percolati o reflui industriali si tradurrebbe in una contaminazione immediata e irreversibile della matrice idrica sotterranea”.

Viene poi affrontato il tema della qualità dell’aria, di cui manca un adeguato monitoraggio ante-operam, con un “insanabile difetto di istruttoria”. Come nota, a margine, Manuela Leone, referente Sicilia di Zero Waste Italy, è grave che non siano state analizzare le ricadute di microinquinanti sui quartieri limitrofi, da San Giorgio e Librino a Catania, a Montelepre e Borgonuovo a Palermo, considerando “sacrificabile” la salute dei siciliani.

Ancora. In piena e strutturale crisi idrica e ignorando la realtà del riscaldamento climatico, il progetto di Catania – scrivono le associazioni – prevede di sottrarre l’effluente del depuratore civile per raffreddare l’inceneritore. “determinando un potenziale disastro idrologico per l’intera area protetta confinante” che accelererà il prosciugamento e il collasso definitivo degli ecosistemi umidi protetti.

Il massiccio prelievo idrico da falde già sovrasfruttate preoccupa Giuseppe Rannisi, ingegnere idraulico e delegato Lipu a Catania, anche perché “sottrarrà risorsa vitale a un ecosistema protetto estremamente delicato” come l’Oasi del Simeto. E metterà a rischio il canale Buttaceto che, oltre a dirigere il suo flusso verso la Riserva, costituisce un corridoio ecologico ad altissima biodiversità ospitando popolazioni nidificanti di specie prioritarie (tra cui il Pollo sultano e la Moretta tabaccata).

Viene poi denunciato un “vizio metodologico” nell’analisi delle alternative progettuali, non solo lacunosa ma in contrasto con i principi cardine delle direttive e delle linee guida europee in materia di economia circolare. Le associazioni ricordano che “Il procedimento autorizzativo in esame si poggia su un Piano Regionale dei Rifiuti Urbani a sua volta gravemente carente sotto il profilo della Valutazione Ambientale Strategica (VAS)” e che la mancanza di un’analisi degli scenari alternativi di gestione, previsti per legge, è uno dei motivi di impugnazione all’interno del “ricorso pendente dinanzi al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale), promosso dalla scrivente Associazione Rifiuti Zero Sicilia avverso la Regione Siciliana per l’annullamento del Piano Rifiuti.”

Viene, infine, evidenziata la esclusione della società civile, delle associazioni e delle comunità locali, dalle fasi conoscitive preliminari e dalla fase decisionale. Nessun invito a tavoli tecnici e nessun coinvolgimento attivo. Il coinvolgimento della cittadinanza è stato ridotto ad una operazione di propaganda mediatica unilaterale, basata sulla diffusione di informazioni, escludendo l’ascolto, la consultazione e il recepimento delle istanze dei portatori di interesse, ormai disciplinato da standard internazionali e richiamato dalla normativa sulle grandi opere e regolato dalla Convenzione di Aarhus e dal D.Lgs 152/20026.

Le associazioni denunciano, infine, la violazione di tutta una serie di regolamenti e principi europei a partire da quello di Do Not Significant Harms (DNSH) verso l’obiettivo dell’economia circolare. Ed evidenziano l’utilizzo di una serie di espedienti per eludere il dettato comunitario.

Contestano, infine, l’enorme quantità di denaro che la Regione Siciliana ha stanziato e ancora destinerà alla realizzazione di queste strutture. Si tratta di risorse pubbliche sottratte al potenziamento dei primi tre livelli della piramide (riduzione, riuso e riciclo), capaci di garantire una reale transizione verso l’economia circolare, così come osservato anche dalla Corte dei Conti.

Questa destinazione irrazionale di risorse economiche avrà come effetto – denunciano le associazioni – una distorsione del mercato dei rifiuti. Per ammortizzare i costi di investimento e di gestione di questi impianti, la Regione si vedrà costretta a garantire un flusso costante e trentennale di tonnellate di rifiuto indifferenziato da bruciare: un freno strutturale e insuperabile all’incremento e all’efficientamento della raccolta differenziata nei comuni dell’isola.

Senza dimenticare che stiamo destinando così miliardi di euro a impianti climalteranti e idro-esigenti, ignorando gli scenari di crisi idrica e siccità strutturale che colpiscono la Sicilia. Nessuna attenzione è stata rivolta alle alternative a freddo e a recupero di materia (MRTB) validate dalla più autorevole letteratura scientifica internazionale (Zero Waste Europe).

Leggi, a questo link, il testo delle Osservazioni

Redazione Sicilia