Inceneritori in Sicilia, quando il danno la fa da padrone
Sui due inceneritori previsti a Palermo e a Catania, e sbandierati come
risolutivi del problema dei rifiuti, è in corso l’iter delle autorizzazioni. Le
associazioni Rifiuti Zero Sicilia, Zero Waste Italy, Lipu Catania e Rinascimento
Green hanno presentato un documento di osservazioni tecniche nell’ambito del
Procedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR), chiedendo il diniego
assoluto della compatibilità ambientale.
O, quanto meno, l’integrazione vincolante di una serie di prescrizioni
all’interno del decreto autorizzativo.
“L’applicazione dei criteri più restrittivi – scrivono le associazioni –
risponde al Principio di Precauzione sancito dal Trattato sul Funzionamento
dell’Unione Europea (Art. 191 TFUE) e ai principi fondamentali della
Costituzione Italiana (Artt. 9 e 41 Cost.), i quali impongono la primazia della
tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e della salute umana sull’iniziativa
economica”.
Nonostante, infatti, i moderni impianti di incenerimento (denominati a “recupero
energetico” o “waste-to-energy”) vengano spacciati come assolutamente sicuri, la
letteratura scientifica indipendente e i biomonitoraggi sul campo dicono
tutt’altro, dimostrando che queste strutture continuano ad emettere livelli
allarmanti di diossine, furani e inquinanti organici persistenti (POP), che si
accumulano nei territori circostanti minacciando la catena alimentare.
Il documento delle associazioni è costruito per punti e si basa su un’analisi
puntuale delle criticità degli impianti a cui corrispondono precise e “formali”
richieste.
Considerato, ad esempio, che “i picchi emissivi più significativi di diossine,
furani e metalli pesanti si concentrano durante le fasi transitorie di avvio
(start-up), spegnimento (shutdown) e in caso di malfunzionamenti tecnici”, si
chiede l’obbligo di monitoraggio continuo ed esteso a qualsiasi fase di
funzionamento dell’impianto e “il tassativo computo di tali picchi all’interno
delle medie emissive giornaliere e annuali destinate alle autorità di
controllo”. Questo per evitare che ci si affidi a controlli spot, effettuati
solo quando l’impianto “va bene”…
Via via l’analisi diventa sempre più tecnica e sempre più specifiche le
richieste, fino a chiedere “la sospensione dell’iter autorizzativo o, in
subordine, l’emissione di un formale rigetto”, laddove si evidenzia che il Piano
di Monitoraggio e Controllo non indica dove finiranno ogni anno tonnellate di
scorie pesanti (IBA), ceneri leggere pericolose (fly ash), i pfas e residui dei
sistemi di trattamento fumi (PSR/PCR).
La mancanza di dati essenziali determina, infatti, un insanabile vizio che
inficia la legittimità dell’intera procedura.
A proposito dell’inceneritore localizzato a Pantano d’Arci, viene osservato che
lo Studio di Impatto Ambientale non ha valutato gli impatti cumulativi.
L’impianto non sorgerebbe infatti in un territorio vergine ma in un’area
industriale già satura e gravata da una pesante impronta ecologica.
Di converso vengono minimizzati gli impatti irreversibili dell’opera sul
patrimonio naturale locale. L’area di progetto è, infatti, l’unica area
circoscritta della zona industriale che conserva i relitti di una vegetazione
retrodunale. Vi sono presenti aree umide sia permanenti sia temporanee, con
specifica vegetazione, canali ad alta naturalità come il Buttaceto, lo Jungetto,
il Bruno, tutti tributari della Riserva Naturale Oasi del Simeto, che peraltro
si trova a meno di 1 km dal sito di installazione dell’inceneritore e dai due
Gurghi (pozze derivanti dall’affioramento della falda freatica) dotati di
spiccati caratteri di naturalità.
Si tratta di ambienti con un elevato grado di biodiversità e micro-habitat che
andrebbero preservati, ma che la realizzazione del termovalorizzatore
azzererebbe definitivamente.
Ci sono anche aree boscate che sono state percorse da incendi, ma non per questo
hanno perso il vincolo di protezione. Anzi, le associazioni ricordano che nelle
zone percorse dal fuoco è vietato insediare strutture ed infrastrutture nei
dieci anni successivi, divieto che l’autorizzazione di questo impianto
violerebbe apertamente.
Altro tema è quello del rischio idrogeologico e della vulnerabilità
dell’ambiente idrico. Aspetti che pongono enormi perplessità sulla fattibilità
tecnica e sulla sicurezza ingegneristica di un’opera di tale portata. “In un
contesto a permeabilità e vulnerabilità così elevate – scrivono le associazioni
– qualsiasi sversamento accidentale di fluidi di processo, percolati o reflui
industriali si tradurrebbe in una contaminazione immediata e irreversibile della
matrice idrica sotterranea”.
Viene poi affrontato il tema della qualità dell’aria, di cui manca un adeguato
monitoraggio ante-operam, con un “insanabile difetto di istruttoria”. Come nota,
a margine, Manuela Leone, referente Sicilia di Zero Waste Italy, è grave che non
siano state analizzare le ricadute di microinquinanti sui quartieri limitrofi,
da San Giorgio e Librino a Catania, a Montelepre e Borgonuovo a Palermo,
considerando “sacrificabile” la salute dei siciliani.
Ancora. In piena e strutturale crisi idrica e ignorando la realtà del
riscaldamento climatico, il progetto di Catania – scrivono le associazioni –
prevede di sottrarre l’effluente del depuratore civile per raffreddare
l’inceneritore. “determinando un potenziale disastro idrologico per l’intera
area protetta confinante” che accelererà il prosciugamento e il collasso
definitivo degli ecosistemi umidi protetti.
Il massiccio prelievo idrico da falde già sovrasfruttate preoccupa Giuseppe
Rannisi, ingegnere idraulico e delegato Lipu a Catania, anche perché “sottrarrà
risorsa vitale a un ecosistema protetto estremamente delicato” come l’Oasi del
Simeto. E metterà a rischio il canale Buttaceto che, oltre a dirigere il suo
flusso verso la Riserva, costituisce un corridoio ecologico ad altissima
biodiversità ospitando popolazioni nidificanti di specie prioritarie (tra cui il
Pollo sultano e la Moretta tabaccata).
Viene poi denunciato un “vizio metodologico” nell’analisi delle alternative
progettuali, non solo lacunosa ma in contrasto con i principi cardine delle
direttive e delle linee guida europee in materia di economia circolare. Le
associazioni ricordano che “Il procedimento autorizzativo in esame si poggia su
un Piano Regionale dei Rifiuti Urbani a sua volta gravemente carente sotto il
profilo della Valutazione Ambientale Strategica (VAS)” e che la mancanza di
un’analisi degli scenari alternativi di gestione, previsti per legge, è uno dei
motivi di impugnazione all’interno del “ricorso pendente dinanzi al TAR
(Tribunale Amministrativo Regionale), promosso dalla scrivente Associazione
Rifiuti Zero Sicilia avverso la Regione Siciliana per l’annullamento del Piano
Rifiuti.”
Viene, infine, evidenziata la esclusione della società civile, delle
associazioni e delle comunità locali, dalle fasi conoscitive preliminari e dalla
fase decisionale. Nessun invito a tavoli tecnici e nessun coinvolgimento attivo.
Il coinvolgimento della cittadinanza è stato ridotto ad una operazione di
propaganda mediatica unilaterale, basata sulla diffusione di informazioni,
escludendo l’ascolto, la consultazione e il recepimento delle istanze dei
portatori di interesse, ormai disciplinato da standard internazionali e
richiamato dalla normativa sulle grandi opere e regolato dalla Convenzione di
Aarhus e dal D.Lgs 152/20026.
Le associazioni denunciano, infine, la violazione di tutta una serie di
regolamenti e principi europei a partire da quello di Do Not Significant Harms
(DNSH) verso l’obiettivo dell’economia circolare. Ed evidenziano l’utilizzo di
una serie di espedienti per eludere il dettato comunitario.
Contestano, infine, l’enorme quantità di denaro che la Regione Siciliana ha
stanziato e ancora destinerà alla realizzazione di queste strutture. Si tratta
di risorse pubbliche sottratte al potenziamento dei primi tre livelli della
piramide (riduzione, riuso e riciclo), capaci di garantire una reale transizione
verso l’economia circolare, così come osservato anche dalla Corte dei Conti.
Questa destinazione irrazionale di risorse economiche avrà come effetto –
denunciano le associazioni – una distorsione del mercato dei rifiuti. Per
ammortizzare i costi di investimento e di gestione di questi impianti, la
Regione si vedrà costretta a garantire un flusso costante e trentennale di
tonnellate di rifiuto indifferenziato da bruciare: un freno strutturale e
insuperabile all’incremento e all’efficientamento della raccolta differenziata
nei comuni dell’isola.
Senza dimenticare che stiamo destinando così miliardi di euro a impianti
climalteranti e idro-esigenti, ignorando gli scenari di crisi idrica e siccità
strutturale che colpiscono la Sicilia. Nessuna attenzione è stata rivolta alle
alternative a freddo e a recupero di materia (MRTB) validate dalla più
autorevole letteratura scientifica internazionale (Zero Waste Europe).
Leggi, a questo link, il testo delle Osservazioni
Redazione Sicilia