
Proposta killer della UE sui diritti del lavoro
Pressenza - Thursday, July 9, 2026Un recente rapporto dell’ETUI, il Centro Studi della Confederazione Europea dei Sindacati, ha lanciato un sonoro allarme su una proposta presentata il 18 marzo a Bruxelles e in discussione nel silenzio generale. Si chiama “28esimo regime” e rappresenta uno degli assi dei due documenti per il rilancio della competitività europea commissionati due anni fa da Ursula von der Leyen a Enrico Letta e Mario Draghi. Prevede il varo di una legislazione europea in materia di diritto societario, che andrebbe ad affiancarsi alla normativa dei 27 paesi-membri (di qui il nome) con conseguenze anche su lavoro e fisco.
La proposta, presentata come volano per la competitività europea, soprattutto nel settore innovazione e start-up (formula taumaturgica che rende qualsiasi scelta legittima), di fatto non avrebbe limiti di applicazione. Permetterebbe di aprire la nuova forma societaria in modalità esclusivamente digitale, corequisiti di capitale minimi, un costo di 100 euro e registrazione entro 48 ore in un paese-membro dell’UE, a prescindere dove effettivamente si opererà, ma con la possibilità di applicare il diritto del lavoro dello Stato di registrazione e di conseguenza, suggerisce l’ETUI, anche le regole locali su contrattazione collettiva, rappresentanza dei lavoratori, ecc.
In altre parole una persona fisica o un’impresa già costituita, persino un grande gruppo multinazionale, potrebbero intraprendere un’attività economica in Italia, utilizzando una società registrata in Romania, un domani magari chissà, in Ucraina o in Turchia, e in tal modo non essere obbligati ad adottare il diritto del lavoro e le regole sindacali italiani.
La registrazione di una EU inc. – curiosa l’omonimia con la campagna delle Big Tech americane contro il sistema regolatorio europeo – potrebbe essere effettuata creando la società ex novo, attraverso una fusione tra aziende di diversi paesi o a partire da un’impresa già esistente – e sarebbe soggetta al principio “only once” (una volta sola). In altre parole, una volta completata la registrazione presso il paese prescelto, il titolare non sarebbe più tenuto a fornire informazioni sulla società, anche in caso di variazioni. In ogni caso anche alla prima registrazione non sarebbe tenuto a fornire dati sul numero di dipendenti, il paese in cui opererebbero e la normativa loro applicata. Per intenderci: un ispettorato del lavoro italiano che decidesse di avviare delle verifiche su un’impresa che opera in Italia ma è registrata in un altro paese dell’Unione, sospettando illeciti, si troverebbe nell’impossibilità di farlo.
La proposta prevede anche la possibilità che i dipendenti siano cooptati in un sistema di distribuzione di stock option, senza che, precisa il rapporto ETUI, nei testi in discussione sia incluso un esplicito divieto di pagare le retribuzioni dei dipendenti, integralmente o parzialmente, in partecipazioni. E dunque senza alcuna garanzia che in questo modo non vengano soppiantate le regole in materia di democrazia nei posti di lavoro. Per il sindacato insomma il rischio è che almeno una parte della retribuzione possa essere pagata in azioni della società e che ciò significhi per un verso aggirare i minimi contrattuali e, dove previsto, il salario minimo legale, per un altro non riconoscere le regole su rappresentanza sindacale e democrazia nei luoghi di lavoro, sostenendo che nel nuovo contesto societario esse siano sostituite da quelle connesse alla partecipazione azionaria.
In sostanza la Commissione von der Leyen 1, dopo aver approvato negli anni passati alcune direttive che dovrebbero garantire l’introduzione di tutele minime per tutti i lavoratori o in alcuni settori specifici – vedi la direttiva sul salario minimo e sui lavoratori delle piattaforme – ora invece recepisce le indicazioni di Letta e di Draghi, a loro volta dettate dalle esigenze della nuova fase politica internazionale. Con l’esplodere della spesa militare, la bolla dell’IA che si gonfia sempre di più e una competizione commerciale e militare internazionale sempre più parossistica le imprese chiedono di fare piazza pulita delle pur blande regole previste dagli ordinamenti nazionali, già frutto di trent’anni di arretramento dei lavoratori in Europa e nel mondo.
Lo fanno in modo così drastico da suscitare reazioni persino all’interno della tecnocrazia europea. Il giorno dopo la presentazione della proposta il CNUE, organo di rappresentanza dei notai dell’UE, diffondeva un comunicato in cui metteva in guardia dai potenziali rischi del nuovo regime, in particolare una sfrenata competizione al ribasso tra paesi-membri, l’indebolimento degli attuali meccanismi di prevenzione e contrasto ad attività illecite come il riciclaggio di denaro e uno squilibrio tra interesse pubblico e privato. Osservazioni che se per un verso riflettono i timori di una riduzione del lavoro per chi vive di atti societari, per un altro si fondano sulla ragionevole previsione che l’economia europea si trasformi in un far west.
È significativo che in Italia a oltre tre mesi dalla presentazione della proposta da parte della Commissione Europea la stampa, che quando vengono attaccate le prerogative dei grandi gruppi editoriali rivendica il suo ruolo di “cane da guardia del potere”, così come l’intero spettro politico – dai partiti dell’ordine tout court ai partiti dell’ordine ma non troppo fino ai più sfegatati sovranisti – non abbiano detto una sola parola su un provvedimento che di fatto renderebbe innocue le legislazioni nazionali dei paesi-membri in materia di diritto societario, lavoro e fisco, rispondendo positivamente alle richieste di Trump di non mettere i bastoni tra le ruote alle Big Tech americane.
Tutta la retorica sul superamento di destra e sinistra in nome di una nuova dialettica sociale tra alto e basso, tra mondialismo e sovranità popolare e altre simili scempiaggini si dileguano di fronte alla banale constatazione che quando si tratta di leccare i piedi al grande capitale a spese dei proletari europei Meloni e Schlein, Salvini e Vannacci, Tajani e Rizzo, Calenda e D’Orsi si ritrovano tutti dalla stessa parte della barricata, quella del più forte. Concentrare la sceneggiatura della serie “Italian affairs” sulle foto in trattoria di Fratoianni, Schlein e Conte, sul grado di connessione sentimentale tra Giorgia e Donald, sulla sparata del giorno di qualche politico di provincia in cerca di gloria effimera conviene a tutti, aumenta lo share, fa impennare i clic, sparge nel dibattito pubblico una proficua cortina fumogena e fa anche crescere il PIL, anzi il GDP.