
Il rifiuto della leva in Israele: gli obiettori di coscienza tra dissenso politico e fratture sociali
Pressenza - Sunday, July 5, 2026L’ultimo giorno dell’anno scolastico (il 19 giugno, ndr) in Israele coincide tradizionalmente con un momento di passaggio verso la vita adulta. Per molti studenti significa prepararsi al servizio militare obbligatorio, considerato uno degli elementi fondanti dell’identità nazionale. Quest’anno, però, per un gruppo crescente di giovani è diventato anche il momento di una scelta pubblica di dissenso.
La diffusione nelle scuole israeliane della lettera “Ci rifiutiamo!”, sottoscritta da oltre centoventi ragazze e ragazzi prossimi alla chiamata alle armi, ha riportato al centro del dibattito il tema dell’obiezione di coscienza, mettendo in discussione uno dei pilastri più consolidati della società israeliana: il rapporto tra cittadinanza, servizio militare e appartenenza allo Stato.
In Israele la leva obbligatoria rappresenta molto più di un adempimento previsto dalla legge. Gli uomini prestano servizio per circa trentadue mesi, le donne per circa ventiquattro, ma soprattutto l’esperienza militare costituisce un autentico rito di passaggio, un momento di formazione personale e un elemento che spesso facilita l’inserimento nel mondo del lavoro, nelle università e nella vita pubblica.
Per questo motivo rifiutare l’arruolamento non significa soltanto sottrarsi a un obbligo giuridico, ma mettere in discussione un elemento identitario profondamente radicato nella cultura del Paese.
I firmatari della lettera appartengono alla generazione degli “Shministim“, gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori che, da decenni, rappresentano la componente più attiva dell’obiezione di coscienza israeliana. Le loro motivazioni intrecciano ragioni etiche, politiche e umanitarie.
Nel documento i giovani contestano le politiche del governo israeliano, l’occupazione dei Territori palestinesi, il ruolo dell’esercito nei confronti della popolazione civile e le conseguenze umanitarie dei conflitti. A loro giudizio, indossare l’uniforme significherebbe partecipare a un sistema che ritengono incompatibile con i principi di giustizia e di rispetto dei diritti umani.
La scelta di distribuire migliaia di copie della lettera proprio nelle scuole non è casuale. L’obiettivo è aprire un confronto tra i coetanei, rompere un consenso spesso dato per scontato e invitare le nuove generazioni a interrogarsi sul rapporto tra coscienza individuale, responsabilità civile e obbedienza alle istituzioni.
La risposta delle autorità israeliane è storicamente molto rigorosa. L’ordinamento riconosce infatti solo limitate possibilità di esenzione dal servizio militare, prevalentemente per motivi religiosi, sanitari o familiari. L’obiezione di coscienza motivata da ragioni politiche non gode di un riconoscimento generale e chi rifiuta la leva può essere sottoposto a procedimenti disciplinari e penali nell’ambito della giustizia militare.
In numerosi casi gli obiettori vengono arrestati e condannati a periodi di detenzione nelle carceri militari. Alla scarcerazione possono essere nuovamente convocati e, in caso di ulteriore rifiuto, andare incontro a nuove condanne, dando vita a un ciclo che può ripetersi più volte.
Alle conseguenze giudiziarie si aggiungono quelle sociali. In una società in cui il servizio militare rappresenta un forte elemento di integrazione, gli obiettori vengono spesso considerati disertori o traditori da una parte dell’opinione pubblica. Non mancano casi di isolamento familiare, difficoltà nei rapporti personali e ostacoli nell’accesso ad alcune opportunità lavorative, dove l’esperienza nelle Forze di Difesa Israeliane continua a rappresentare un importante titolo informale.
Pur rimanendo numericamente limitato rispetto alle decine di migliaia di giovani che ogni anno entrano nelle Forze di Difesa Israeliane, il movimento degli obiettori costituisce un indicatore significativo delle trasformazioni in corso all’interno della società israeliana.
Da una parte permane una concezione della sicurezza nazionale fondata sulla necessità della difesa militare, percepita da molti come una condizione indispensabile per la sopravvivenza dello Stato. Dall’altra emerge una componente, soprattutto giovanile, che rivendica il primato della coscienza individuale, dei diritti umani e della ricerca di soluzioni politiche ai conflitti, rifiutando di identificare il patriottismo esclusivamente con l’obbedienza militare.
La lettera dei centoventi studenti assume così un significato che va oltre il gesto individuale. Essa riflette le profonde tensioni che attraversano oggi Israele, in una fase segnata dalla guerra, dalle divisioni interne e dal crescente confronto sul rapporto tra sicurezza, democrazia e diritti fondamentali. In questo contesto, l’obiezione di coscienza continua a rappresentare una scelta minoritaria, ma capace di interrogare il Paese su uno dei nodi più delicati della sua identità contemporanea.
Di seguito il testo della lettera ripreso dal sito mosaicodipace.it
Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli interessi del governo dittatoriale. Siamo stati tutti cresciuti nel mito secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista.
Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni. Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito?
Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano. Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un fenomeno nuovo.
Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese. L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla parte sbagliata della linea di confine.
Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”? Le guerre infinite hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti. Siete disposti a diventare parte delle statistiche? Siete pronti a compiere un simile sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane per rafforzare il proprio dominio? E voi cosa farete?