Il rifiuto della leva in Israele: gli obiettori di coscienza tra dissenso politico e fratture sociali
L’ultimo giorno dell’anno scolastico (il 19 giugno, ndr) in Israele coincide
tradizionalmente con un momento di passaggio verso la vita adulta. Per molti
studenti significa prepararsi al servizio militare obbligatorio, considerato uno
degli elementi fondanti dell’identità nazionale. Quest’anno, però, per un gruppo
crescente di giovani è diventato anche il momento di una scelta pubblica di
dissenso.
La diffusione nelle scuole israeliane della lettera “Ci rifiutiamo!”,
sottoscritta da oltre centoventi ragazze e ragazzi prossimi alla chiamata alle
armi, ha riportato al centro del dibattito il tema dell’obiezione di coscienza,
mettendo in discussione uno dei pilastri più consolidati della società
israeliana: il rapporto tra cittadinanza, servizio militare e appartenenza allo
Stato.
In Israele la leva obbligatoria rappresenta molto più di un adempimento previsto
dalla legge. Gli uomini prestano servizio per circa trentadue mesi, le donne per
circa ventiquattro, ma soprattutto l’esperienza militare costituisce un
autentico rito di passaggio, un momento di formazione personale e un elemento
che spesso facilita l’inserimento nel mondo del lavoro, nelle università e nella
vita pubblica.
Per questo motivo rifiutare l’arruolamento non significa soltanto sottrarsi a un
obbligo giuridico, ma mettere in discussione un elemento identitario
profondamente radicato nella cultura del Paese.
I firmatari della lettera appartengono alla generazione degli “Shministim“, gli
studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori che, da decenni, rappresentano
la componente più attiva dell’obiezione di coscienza israeliana. Le loro
motivazioni intrecciano ragioni etiche, politiche e umanitarie.
Nel documento i giovani contestano le politiche del governo israeliano,
l’occupazione dei Territori palestinesi, il ruolo dell’esercito nei confronti
della popolazione civile e le conseguenze umanitarie dei conflitti. A loro
giudizio, indossare l’uniforme significherebbe partecipare a un sistema che
ritengono incompatibile con i principi di giustizia e di rispetto dei diritti
umani.
La scelta di distribuire migliaia di copie della lettera proprio nelle scuole
non è casuale. L’obiettivo è aprire un confronto tra i coetanei, rompere un
consenso spesso dato per scontato e invitare le nuove generazioni a interrogarsi
sul rapporto tra coscienza individuale, responsabilità civile e obbedienza alle
istituzioni.
La risposta delle autorità israeliane è storicamente molto rigorosa.
L’ordinamento riconosce infatti solo limitate possibilità di esenzione dal
servizio militare, prevalentemente per motivi religiosi, sanitari o familiari.
L’obiezione di coscienza motivata da ragioni politiche non gode di un
riconoscimento generale e chi rifiuta la leva può essere sottoposto a
procedimenti disciplinari e penali nell’ambito della giustizia militare.
In numerosi casi gli obiettori vengono arrestati e condannati a periodi di
detenzione nelle carceri militari. Alla scarcerazione possono essere nuovamente
convocati e, in caso di ulteriore rifiuto, andare incontro a nuove condanne,
dando vita a un ciclo che può ripetersi più volte.
Alle conseguenze giudiziarie si aggiungono quelle sociali. In una società in cui
il servizio militare rappresenta un forte elemento di integrazione, gli
obiettori vengono spesso considerati disertori o traditori da una parte
dell’opinione pubblica. Non mancano casi di isolamento familiare, difficoltà nei
rapporti personali e ostacoli nell’accesso ad alcune opportunità lavorative,
dove l’esperienza nelle Forze di Difesa Israeliane continua a rappresentare un
importante titolo informale.
Pur rimanendo numericamente limitato rispetto alle decine di migliaia di giovani
che ogni anno entrano nelle Forze di Difesa Israeliane, il movimento degli
obiettori costituisce un indicatore significativo delle trasformazioni in corso
all’interno della società israeliana.
Da una parte permane una concezione della sicurezza nazionale fondata sulla
necessità della difesa militare, percepita da molti come una condizione
indispensabile per la sopravvivenza dello Stato. Dall’altra emerge una
componente, soprattutto giovanile, che rivendica il primato della coscienza
individuale, dei diritti umani e della ricerca di soluzioni politiche ai
conflitti, rifiutando di identificare il patriottismo esclusivamente con
l’obbedienza militare.
La lettera dei centoventi studenti assume così un significato che va oltre il
gesto individuale. Essa riflette le profonde tensioni che attraversano oggi
Israele, in una fase segnata dalla guerra, dalle divisioni interne e dal
crescente confronto sul rapporto tra sicurezza, democrazia e diritti
fondamentali. In questo contesto, l’obiezione di coscienza continua a
rappresentare una scelta minoritaria, ma capace di interrogare il Paese su uno
dei nodi più delicati della sua identità contemporanea.
Di seguito il testo della lettera ripreso dal sito mosaicodipace.it
> Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la
> presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli
> interessi del governo dittatoriale. Siamo stati tutti cresciuti nel mito
> secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci
> terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che
> dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano
> all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista.
>
> Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono
> parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi
> nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra
> scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni. Negli ultimi due
> anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a
> contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato
> come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele
> campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni
> incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito?
>
> Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio
> della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali
> donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il
> fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano.
> Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte
> dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un
> fenomeno nuovo.
>
> Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese,
> annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in
> Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese.
> L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi
> della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla
> parte sbagliata della linea di confine.
>
> Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”? Le guerre infinite
> hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che
> dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi
> antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti. Siete disposti a
> diventare parte delle statistiche? Siete pronti a compiere un simile
> sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane
> per rafforzare il proprio dominio? E voi cosa farete?
Laura Tussi