
Una vecchia Storia
Pressenza - Saturday, July 4, 2026Dall’inizio dell’attacco israelo-statunitense all’Iran i media Italiani si sono appiattiti su approcci censori che oltre a non informare con trasparenza e lucidità il pubblico – sul come e il perché si è arrivati allo scontro armato – hanno prodotto una comunicazione a senso unico.
Un approccio usuale e noto nelle cancellerie delle “Europe”, ciascuna portatrice di una propria geopolitica, e visione sul mondo in base alle utilità e interessi particolaristici dei vari comparti del Continente. Singoli Stati o gruppi di paesi conosciuti sotto acronimi utili tutt’al più a chi li crea. Un comportamento utilitaristico che se trova giustificazione nei Governi, attenti alle propri politiche che giocano su interni ed esteri utilizzando vari dossier spesso contrapposti e solo apparentemente ambigui, non giustifica l’approccio auto censorio di una categoria che ha smesso da tempo di fare il proprio mestiere appiattendosi troppo spesso sulle veline calate dall’alto.
In questo contesto non meraviglia che l’iniziativa della delegazione italiana, sebbene non istituzionale, partita alla volta dell’Iran per partecipare ai funerali dell’Imam Khmenei, non abbia trovato spazio sulla stampa ne tanto meno sui canali televisivi. Se usciamo dai media scopriamo che nel chiuso delle università, nei centri di ricerca e think tank le cose vanno appena appena un po’ diversamente. Per ritornare agli Italiani che hanno partecipato ai funerali di Khmenei lo scopo, da quanto si legge nello striscione, era la volontà di uscire dal cono d’ombra in cui è finita, ancora una volta l’informazione italiana. La delegazione dell’Asse antimperialista ha voluto sottolineare l’esistenza di un sentimento di unione tra popoli ostaggio di politiche egemoniche.
Dell’Iran, in Italia, non si è data testimonianza su campo, (se non oggi, grazie al recentissimo lavoro di giornalisti presenti dal 4 al 9 luglio). Aver impedito o dissuaso i colleghi della tv pubblica e non, che chiedevano ai propri direttori/editori di andare a testimoniare sugli eventi – come da sempre avviene quando c’è guerra – è stata l’ennesima palese dimostrazione di quanto siamo caduti in basso nelle classifiche sulla libertà di stampa in Italia. E di come sia facile con flussi di notizie disorganizzate e stimoli continui, azzerare coscienze e pensiero critico in chi fa o usufruisce dell’opera di conoscenza pubblica.
Il risultato è la condizione di “minorità” tanto cara e utile ai decisori. Una condizione che non appartiene e non fa comodo solo a questo Governo in carica, ma questa sarebbe una altra storia. Non sono sui social da molti anni e non conosco quanto si stia facendo per dare contezza a chi legge o guarda la Rete di versioni informative e politiche condivise o con condivise ma sicuramente non ufficiali. Sono sicura però che questa comunicazione a senso unico, questa tesi aprioristica che divide gli Stati tra buoni e cattivi, ‘alleati’ e clienti, gli operatori dell’informazione tra indipendenti e dipendenti, sia la strada migliore per azzerare il pensiero critico e agglutinare in masse manovrabili gli sparuti elettori rimasti in opposte fazioni unite dallo spirito di consorteria partigiana e acritica indipendentemente dal colore. È una questione di metodo e di approccio alla complessità. Ma anche questa è una vecchia storia.
Emanuela Irace