Vannacci e i regimi di traduzione della crisi

EuroNomade - Thursday, June 25, 2026

di ROBERTA POMPILI.

Negli ultimi mesi il dibattito attorno a Roberto Vannacci si è mosso tra due polarità prevedibili. Da una parte la denuncia delle sue posizioni sessiste, omofobe e nazionaliste e dall’altra la loro rivendicazione come espressione del “buonsenso” contro il politicamente corretto. In entrambi i casi il rischio è lo stesso: assumere Vannacci come un fenomeno eccezionale invece che come un sintomo della congiuntura.

Da questo punto di vista, gli interventi che hanno invitato a prendere sul serio il fenomeno hanno avuto il merito di spostare la discussione dal personaggio alle condizioni della sua affermazione. La questione non riguarda infatti il carattere più o meno provocatorio delle sue dichiarazioni, ma il tipo di consenso che esse riescono a organizzare. Adesso forse, però, possiamo compiere un ulteriore passo.

In altri termini noi oggi non dobbiamo limitarci a chiederci perché Vannacci raccoglie consensi, ma possiamo interrogare il modo in cui il suo discorso rende leggibile una crisi che attraversa molte società contemporanee. Viviamo dentro una congiuntura segnata dall’intensificazione delle interdipendenze e dalla crisi delle istituzioni che le organizzano: la precarietà abitativa prolunga la dipendenza economica dalle famiglie; la crisi dei servizi scarica sulle relazioni private una quota crescente di lavoro di cura; l’accesso al welfare si fa più difficile; la salute mentale emerge come questione di massa; la guerra torna a occupare il centro dello spazio pubblico.

Contemporaneamente il genocidio di Gaza ha mostrato il collasso delle promesse universalistiche che avevano accompagnato l’ordine liberale degli ultimi decenni e allo stesso tempo, la vita quotidiana richiede una quantità crescente di lavoro invisibile di riproduzione. Dentro questo scenario, l’offensiva anti-femminista non appare come un fenomeno marginale. Al contrario essa costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui la crisi viene interpretata e organizzata politicamente: per questo la figura di Vannacci acquista significato. La sua forza non consiste semplicemente nel proporre un ritorno a un ordine tradizionale. Un ordine tradizionale integro, in realtà, non esiste più. Le trasformazioni del lavoro, delle famiglie, delle relazioni di genere e della composizione sociale sono troppo profonde perché sia possibile immaginare una semplice restaurazione. Ma perché proprio l’antifemminismo diventa uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui la crisi contemporanea viene raccontata? Come fanno processi così differenti – precarietà, trasformazioni della famiglia, crisi della riproduzione, fragilità delle mediazioni sociali – a convergere in una narrazione che individua nel femminismo uno dei propri principali bersagli? Ciò che il discorso reazionario offre è qualcosa di diverso. Esso offre un particolare regime di traduzione della crisi. Con questa espressione non intendiamo una semplice operazione ideologica. Ogni società deve continuamente tradurre la complessità delle proprie interdipendenze in forme intelligibili, problemi riconoscibili e soluzioni praticabili. La politica è sempre anche una lotta per l’interpretazione e l’organizzazione del reale.

In questo regime di traduzione autoritario e regressivo le crisi della riproduzione vengono così tradotte in crisi della famiglia, le trasformazioni delle relazioni di genere diventano crisi della maschilità, mentre le difficoltà della cooperazione sociale vengono tradotte in perdita di autorità, le interdipendenze globali diventano minaccia esterna; la pluralità delle forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Ancora la pluralità delle forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Chiaramente in questa operazione il femminismo occupa una posizione centrale. Non perché sia la causa delle difficoltà contemporanee, ma perché negli ultimi decenni ha rappresentato una delle principali forze capaci di politicizzare la riproduzione sociale, rendendo visibili il carattere storico e conflittuale dell’organizzazione della vita, della famiglia, della cura e della differenza sessuale.

Basterebbe osservare la proliferazione di comunità digitali costruite esplicitamente attorno all’ostilità verso il femminismo. Non si tratta più soltanto di polemiche episodiche o di provocazioni mediatiche. Decine di migliaia di persone si riconoscono stabilmente in pagine, gruppi e canali che individuano nel femminismo il principale responsabile delle trasformazioni contemporanee. Il fatto che una pagina costruita attorno allo slogan “meglio una di meno che una femminista di troppo” riesca a raccogliere oltre 54.000 aderenti non rappresenta un’anomalia folkloristica della rete. Segnala piuttosto l’esistenza di una comunità affettiva e politica che trova nell’anti-femminismo una chiave di lettura della propria condizione.

La questione non riguarda semplicemente l’odio verso le donne o verso il femminismo. Riguarda il modo in cui esperienze molto differenti – precarietà, perdita di status, incertezza, trasformazioni delle relazioni affettive, crisi delle forme tradizionali della maschilità – vengono tradotte in un racconto coerente che individua un responsabile e promette una ricomposizione dell’ordine sociale. Da questo punto di vista, il successo di Vannacci non deriva dalla persistenza di un ordine tradizionale ormai intatto. Deriva dalla capacità di offrire una forma regressiva di organizzazione dell’interdipendenza. Di fronte all’estensione delle connessioni sociali e alla crisi delle mediazioni che le sostengono, il suo discorso promette di ricondurre la cooperazione entro gerarchie familiari, sessuali e nazionali presentate come naturali.

La sua operazione non consiste dunque nel negare la complessità del presente. Consiste piuttosto nel renderla governabile attraverso la semplificazione e per questo limitarsi alla denuncia morale rischia di essere insufficiente. La questione politica decisiva riguarda i regimi di traduzione che oggi contendono il significato della crisi. Da una parte, forme autoritarie che organizzano la vulnerabilità attraverso identità, gerarchie e appartenenze esclusive. Dall’altra, la possibilità di costruire istituzioni capaci di sostenere l’interdipendenza senza trasformarla in subordinazione.

Forse è su questo terreno che dovremmo misurare la portata del fenomeno Vannacci. Non come residuo di un passato che ritorna, ma come sintomo di una battaglia contemporanea sulle forme attraverso cui la società traduce, organizza e governa la propria crisi. Se l’antifemminismo e figure come Vannacci riescono oggi a organizzare consenso, non è soltanto per la forza delle loro parole. È perché riescono a tradurre una crisi reale in un racconto politico coerente. La questione che si apre allora non è soltanto come contrastare questi regimi di traduzione, ma quali istituzioni, quali pratiche e quali forme di organizzazione collettiva siano oggi capaci di produrne altri.

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