Quello che il genocidio a Gaza sta insegnando sul colonialismo, sulla resistenza e sull’Occidente

Assopace Palestina - Saturday, June 20, 2026

di Francesca Bellini

Altreconomia, 18 giugno 2026.  

Di fronte al senso di impotenza, alla rabbia e alla tristezza per quello che sta accadendo in Palestina, lo scrittore e giornalista Omar El Akkad ha usato la scrittura come proprio “effetto moltiplicatore” per avere un impatto e cercare di cambiare le cose. Il suo libro “Un giorno tutti diranno di essere stati contro” è un diario di pensieri condiviso da una parte di chi è stato abituato fin da subito a farsi “sempre più piccolo” per non disturbare e che con la Striscia ha riconosciuto tutte le aspettative e le promesse tradite dell’Occidente.

Un uomo si trova in mezzo alle macerie di un edificio distrutto dopo un attacco aereo israeliano nel campo profughi di al-Maghazi, nella Striscia di Gaza, venerdì 12 giugno © Moiz Salhi / IPA

“Un giorno tutti diranno di essere stati contro”: non sarà né domani né tra una settimana. Ma tra secoli accostare Gaza alla parola “genocidio” non comprometterà più il posto di lavoro e parlare di resistenza riferendosi alla bandiera palestinese sarà normale. Le ragioni di questo cambiamento non saranno legate a una trasformazione autentica quanto piuttosto a un mero calcolo nichilistico: tra centinaia di anni non ci sarà più nulla da perdere nel sostenere espressamente i diritti dei palestinesi. 

Ne è convinto Omar El Akkad -scrittore nato in Egitto, cresciuto in Qatar, e trasferitosi in Canada e poi negli Stati Uniti- autore dell’omonimo libro pubblicato da Gramma Feltrinelli nel 2025. Per lui il 7 ottobre 2023 e quello che ne è seguito hanno rappresentato un’epifania su ciò che è realmente l’Occidente e su una visione di mondo che non esisterà più.

El Akkad, in che modo ciò che è successo a Gaza dal 2023 in poi ha cambiato il suo sguardo?
OEA (Omar El Akkad):
Quando mi sono trasferito in Qatar a cinque anni, ho costruito un’immagine fantastica dell’Occidente su cui proiettavo tutte le frustrazioni del posto in cui vivevo. In quel momento non era importante per me capire davvero che cosa fosse il West, quanto piuttosto trasformarlo in ciò di cui avevo bisogno. Poi mi ci sono effettivamente trasferito, ho iniziato a lavorare come giornalista durante la “guerra al terrorismo” post 11 settembre 2001, e ho scoperto che quel mito che avevo immaginato non era reale. Se fossi stato più intelligente o più coraggioso probabilmente l’avrei capito prima. Ma c’è voluto il 7 ottobre, i mesi e gli anni che ne sono conseguiti, per accettarlo davvero. Il libro è un’analisi di questa presa di coscienza.

Pensa che le persone proiettino sull’Occidente una sorta di utopia?
OEA: 
Non ho mai davvero riflettuto su quanto questa esperienza sia universale, però le reazioni più intense che ho ricevuto alla pubblicazione del libro sono arrivate da persone provenienti da situazioni simili alla mia, con genitori che sono emigrati dal Medio Oriente o dal Nord Africa, e che parlano della stessa sensazione di straniamento. Quando cresci in un ambiente come quello dove sono cresciuto io è facile convincersi che se ti trasferisci in Europa o negli Stati Uniti e ti mostri abbastanza grato, ti rendi piccolo, non crei problemi e diventi “l’amico arabo sorridente”, allora puoi stare tranquillo. Ma dopo l’11 settembre e l’autunno del 2023, molte persone come me hanno dovuto fare i conti con il fatto che non ci si può rendere abbastanza piccoli e invisibili, a meno di smettere completamente di esistere; e che per quanto ci provi sarai sempre soggetto a quella sensazione di alterità e di non appartenenza. 

Gaza ha portato una maggiore consapevolezza nelle persone sui meccanismi globali?
OEA: 
Sì, soprattutto tra i più giovani. Quando parlo con studenti delle superiori o dell’università, non trovano rivoluzionario nulla di ciò che dico perché sono molto più “avanti” di me. I sistemi di potere sono sempre stati molto bravi a isolare le ingiustizie e a imporre la narrazione secondo cui quella cosa orribile che succede “laggiù” resta confinata. I giovani però stanno iniziando a vedere quanto questa menzogna sia evidente e pericolosa perché sanno che esiste una connessione tra il drone che uccide un palestinese, l’arma nelle mani della polizia, il fatto che non riuscirai mai a permetterti una casa e che il pianeta potrebbe presto diventare inabitabile. I ragazzi stanno iniziando a collegare questi puntini e ad abbandonare la fantasia secondo cui tutto continuerà a migliorare per sempre. È una delle poche cose che oggi mi dà un po’ di speranza.

E se prevale il senso di impotenza?
OEA: 
Una delle cose che continuo a ripetermi da quasi tre anni è che niente è sufficiente ma tutto conta. Una protesta o seguire le linee guida del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndr) fermerà tutto questo? No, ma è comunque qualcosa. E più persone iniziano a impegnarsi in queste piccole azioni, più ci renderemo conto che non sono poi così difficili da mettere in atto. Quello che consiglierei a tutti è trovare il proprio “effetto moltiplicatore”: io non so fare altro che scrivere ma se lo faccio è lì che posso avere un impatto maggiore. Qualunque sia il caso, servono reti comunitarie. Una delle ragioni principali per cui la stragrande maggioranza delle persone nel mondo è fortemente contraria a qualcosa eppure quella cosa continua ad accadere, è proprio perché mancano questi gruppi. 

Il 25 ottobre 2023, tre settimane dopo l’inizio dei bombardamenti su Gaza, Omar El Akkad pubblica in rete queste parole: “Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”. Il post viene visualizzato più di dieci milioni di volte. La sua denuncia dell’ipocrisia dell’Occidente di fronte a quest’ultimo genocidio e la cronaca della promessa tradita è raccontata con rabbia e tristezza in “Un giorno tutti diranno di essere stati contro”. Il libro è stato pubblicato nel 2025 da Gramma Feltrinelli, 192 pagine, 10,99 euro © Gramma Feltrinelli

C’è qualcuno nelle istituzioni che le dà speranza?
OEA: 
Nel corso degli anni mi sono sentito tradito da moltissimi leader che dicevano le cose giuste e poi, una volta arrivati al potere, abbandonavano le proprie promesse. Ed è un doppio tradimento: da una parte non fanno ciò che avevano raccontato e dall’altra ti fanno sentire ingenuo per aver creduto in un mondo migliore. L’ultima figura rispetto alla quale ho provato questa sensazione è stato Barack Obama. Si è presentato con lo slogan “speranza e cambiamento” e poi appena arrivato al potere si è attaccato a un’idea di pragmatismo infinito. Se oggi comunque dovessi riporre la mia fiducia in qualche politico sarebbero quelli che hanno parlato di Gaza e del genocidio fin dall’inizio: penso ad Avi Lewis, leader dell’NDP in Canada (il Nuovo Partito Democratico, ndr), e a Rashida Tlaib negli Stati Uniti. I politici più giovani sembra che inizino a capire che esiste un sostegno popolare per queste posizioni. E questo significa che vedremo emergere due tipi di figure: quelle che credono davvero nei temi della giustizia e nell’opposizione al genocidio e gli “Obama 2.0” che vedono solo un’opportunità narrativa da sfruttare.

Spesso quando si parla di certi valori si viene definiti “naive”.
OEA: 
Se consideriamo ingenua qualunque ideologia fondata sul concetto che gli esseri umani meritino di essere trattati come tali, allora dovremmo considerare altrettanto ingenua una visione che difende il diritto di un miliardario a comprarsi un’isola privata mentre milioni di persone non hanno un tetto sopra la testa. Per me l’ingenuità è l’idea quasi fantastica che tutto andrà comunque bene anche senza avere alcun rapporto con la realtà. Inoltre ci sono cose ben più negative dell’essere naive: essere inconsapevoli, complici o apertamente mostruosi. Se la cosa peggiore che può capitarmi per aver detto il minimo indispensabile su un genocidio in corso è essere definito ingenuo, allora posso conviverci.

Le generazioni più anziane sembrano restie al cambiamento. Corretto?
OEA: 
Non conoscono palestinesi, arabi o musulmani e una parte del problema arriva dalla narrazione e dall’educazione a cui siamo sottoposti. Si cresce con l’idea che qualunque alternativa al sistema capitalistico attuale porterebbe inevitabilmente al disastro totale. Qualsiasi approccio anche solo vagamente socialista che includa il rispetto e le responsabilità reciproche è bollato come “Unione Sovietica”. E poi la Palestina è stata trasformata in qualcosa che moltissime persone e praticamente tutte le istituzioni per anni hanno deciso collettivamente di fingere che non esistesse. E quando per decenni hai accettato di fare una cosa del genere è poi difficile tornare indietro perché dovresti ammettere di essere rimasto in silenzio mentre ogni principio che sostieni veniva violato.

Che cosa ha mostrato Gaza del giornalismo?
OEA: 
Considero il giornalismo uno strumento incredibilmente potente e che la stragrande maggioranza dei giornalisti faccia il proprio mestiere in circostanze lavorative assurde. Nella teoria condivido anche l’idea di una neutralità e oggettività giornalistica. Quando però lo squilibrio è tale da costringerci a prendere per vera ogni menzogna solo perché proviene da chi ha potere, mentre chi non ne ha è continuamente messo in dubbio, allora quei principi smettono non solo di essere utili ma diventano attivamente dannosi.

Omar El Akkad è scrittore a giornalista. Nella sua carriera si è occupato di terrorismo internazionale ed è stato inviato in prima linea in Afghanistan, ha curato reportage sui processi nel carcere militare di Guantánamo, sulle rivoluzioni della Primavera Araba e sul movimento Black lives matter in Missouri © Kateshia Pendergrass

In futuro “tutti diranno di essere stati contro”?
OEA: 
In tempi molto lontani sì. Immagino succederà qualcosa di simile all’approvazione della risoluzione di scuse per il genocidio delle popolazioni indigene avvenuta da parte degli Stati Uniti. Ogni volta che vado a una lettura di poesia in Nord America si inizia con un “land acknowledgement” e qualcuno che dice: “Vorrei riconoscere che ci troviamo sul territorio non ceduto del popolo anishinaabe”. Quanto sarebbe stato assurdo se questo fosse stato fatto mentre gli anishinaabe venivano massacrati. Ma centinaia di anni dopo non c’è più nulla da perdere. 

Nel libro scrive che, a posteriori, anche la resistenza può fare comodo al potere.
OEA: 
Guardiamo i francobolli. Qualcuno ne avrebbe mai stampato uno con l’attivista Harriet Tubman mentre liberava gli schiavi? È la cosa più facile del mondo celebrare una resistenza dopo che tutto è finito. Il colonialismo è un furto infinito: della terra, delle risorse, delle vite delle persone che si mettono di traverso e anche della narrazione. Prima prendi tutto e poi vuoi essere parte della storia morale di quella resistenza che hai distrutto. 

Il telefono è un veicolo che ci ha portato le immagini da Gaza ma anche un filtro che permette di mantenere una distanza. No?
OEA: 
Abbiamo sviluppato una strana capacità di sorprenderci per cose che accadono da moltissimo tempo. Negli USA parecchie persone sembrano credere che esista questa coincidenza miracolosa per cui la polizia avrebbe iniziato a uccidere persone nere nel momento in cui sono stati inventati i telefoni con videocamera: ovviamente le uccidevano anche prima ma non c’erano gli strumenti per mostrarlo. E penso che qualcosa di simile stia accadendo con Gaza. Uno degli elementi fondamentali che hanno permesso questo genocidio è stato il fatto che molte persone non consideravano la Striscia come un luogo reale, né i palestinesi come persone vere. Improvvisamente poi ti ritrovi davanti a immagini di bambini fatti a pezzi, all’audio di una ragazzina che implora di essere salvata e tutto questo distrugge la barriera mentale. Allo stesso tempo, però, i social media contribuiscono a creare una distanza perché si è continuamente bombardati da contenuti diversi. La scrittrice Nasreen Malik ha detto che gli esseri umani non sono fatti per assorbire una quantità così enorme di sofferenza. Ha ragione. Allo stesso tempo, però, se la cosa peggiore che mi succede è dover guardare queste immagini allora credo di avere almeno l’obbligo morale di fare il minimo indispensabile. Questo non significa che tutto ciò non lasci conseguenze psicologiche profonde. Negli ultimi tre anni il mio rapporto con la gioia è cambiato completamente, ho visto troppi bambini morti e non sarò mai più la stessa persona dopo tutto questo. Ma vivo nel cuore dell’impero. Sono le mie tasse che stanno uccidendo quei bambini. Già solo questo mi impone il dovere di fare qualcosa.

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