Quello che il genocidio a Gaza sta insegnando sul colonialismo, sulla resistenza e sull’Occidente
di Francesca Bellini,
Altreconomia, 18 giugno 2026.
Di fronte al senso di impotenza, alla rabbia e alla tristezza per quello che sta
accadendo in Palestina, lo scrittore e giornalista Omar El Akkad ha usato la
scrittura come proprio “effetto moltiplicatore” per avere un impatto e cercare
di cambiare le cose. Il suo libro “Un giorno tutti diranno di essere stati
contro” è un diario di pensieri condiviso da una parte di chi è stato abituato
fin da subito a farsi “sempre più piccolo” per non disturbare e che con la
Striscia ha riconosciuto tutte le aspettative e le promesse tradite
dell’Occidente.
Un uomo si trova in mezzo alle macerie di un edificio distrutto dopo un attacco
aereo israeliano nel campo profughi di al-Maghazi, nella Striscia di Gaza,
venerdì 12 giugno © Moiz Salhi / IPA
“Un giorno tutti diranno di essere stati contro”: non sarà né domani né tra una
settimana. Ma tra secoli accostare Gaza alla parola “genocidio” non
comprometterà più il posto di lavoro e parlare di resistenza riferendosi alla
bandiera palestinese sarà normale. Le ragioni di questo cambiamento non saranno
legate a una trasformazione autentica quanto piuttosto a un mero calcolo
nichilistico: tra centinaia di anni non ci sarà più nulla da perdere nel
sostenere espressamente i diritti dei palestinesi.
Ne è convinto Omar El Akkad -scrittore nato in Egitto, cresciuto in Qatar, e
trasferitosi in Canada e poi negli Stati Uniti- autore dell’omonimo
libro pubblicato da Gramma Feltrinelli nel 2025. Per lui il 7 ottobre 2023 e
quello che ne è seguito hanno rappresentato un’epifania su ciò che è realmente
l’Occidente e su una visione di mondo che non esisterà più.
El Akkad, in che modo ciò che è successo a Gaza dal 2023 in poi ha cambiato il
suo sguardo?
OEA (Omar El Akkad): Quando mi sono trasferito in Qatar a cinque anni, ho
costruito un’immagine fantastica dell’Occidente su cui proiettavo tutte le
frustrazioni del posto in cui vivevo. In quel momento non era importante per me
capire davvero che cosa fosse il West, quanto piuttosto trasformarlo in ciò di
cui avevo bisogno. Poi mi ci sono effettivamente trasferito, ho iniziato a
lavorare come giornalista durante la “guerra al terrorismo” post 11 settembre
2001, e ho scoperto che quel mito che avevo immaginato non era reale. Se fossi
stato più intelligente o più coraggioso probabilmente l’avrei capito prima. Ma
c’è voluto il 7 ottobre, i mesi e gli anni che ne sono conseguiti, per
accettarlo davvero. Il libro è un’analisi di questa presa di coscienza.
Pensa che le persone proiettino sull’Occidente una sorta di utopia?
OEA: Non ho mai davvero riflettuto su quanto questa esperienza sia universale,
però le reazioni più intense che ho ricevuto alla pubblicazione del libro sono
arrivate da persone provenienti da situazioni simili alla mia, con genitori che
sono emigrati dal Medio Oriente o dal Nord Africa, e che parlano della stessa
sensazione di straniamento. Quando cresci in un ambiente come quello dove sono
cresciuto io è facile convincersi che se ti trasferisci in Europa o negli Stati
Uniti e ti mostri abbastanza grato, ti rendi piccolo, non crei problemi e
diventi “l’amico arabo sorridente”, allora puoi stare tranquillo. Ma dopo l’11
settembre e l’autunno del 2023, molte persone come me hanno dovuto fare i conti
con il fatto che non ci si può rendere abbastanza piccoli e invisibili, a meno
di smettere completamente di esistere; e che per quanto ci provi sarai sempre
soggetto a quella sensazione di alterità e di non appartenenza.
Gaza ha portato una maggiore consapevolezza nelle persone sui meccanismi
globali?
OEA: Sì, soprattutto tra i più giovani. Quando parlo con studenti delle
superiori o dell’università, non trovano rivoluzionario nulla di ciò che dico
perché sono molto più “avanti” di me. I sistemi di potere sono sempre stati
molto bravi a isolare le ingiustizie e a imporre la narrazione secondo cui
quella cosa orribile che succede “laggiù” resta confinata. I giovani però stanno
iniziando a vedere quanto questa menzogna sia evidente e pericolosa perché sanno
che esiste una connessione tra il drone che uccide un palestinese, l’arma nelle
mani della polizia, il fatto che non riuscirai mai a permetterti una casa e che
il pianeta potrebbe presto diventare inabitabile. I ragazzi stanno iniziando a
collegare questi puntini e ad abbandonare la fantasia secondo cui tutto
continuerà a migliorare per sempre. È una delle poche cose che oggi mi dà un po’
di speranza.
E se prevale il senso di impotenza?
OEA: Una delle cose che continuo a ripetermi da quasi tre anni è che niente è
sufficiente ma tutto conta. Una protesta o seguire le linee guida del BDS
(Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndr) fermerà tutto questo? No, ma è
comunque qualcosa. E più persone iniziano a impegnarsi in queste piccole azioni,
più ci renderemo conto che non sono poi così difficili da mettere in atto.
Quello che consiglierei a tutti è trovare il proprio “effetto moltiplicatore”:
io non so fare altro che scrivere ma se lo faccio è lì che posso avere un
impatto maggiore. Qualunque sia il caso, servono reti comunitarie. Una delle
ragioni principali per cui la stragrande maggioranza delle persone nel mondo è
fortemente contraria a qualcosa eppure quella cosa continua ad accadere, è
proprio perché mancano questi gruppi.
Il 25 ottobre 2023, tre settimane dopo l’inizio dei bombardamenti su Gaza, Omar
El Akkad pubblica in rete queste parole: “Un giorno, quando sarà sicuro, quando
non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome,
quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di
essere stati contro”. Il post viene visualizzato più di dieci milioni di volte.
La sua denuncia dell’ipocrisia dell’Occidente di fronte a quest’ultimo genocidio
e la cronaca della promessa tradita è raccontata con rabbia e tristezza in “Un
giorno tutti diranno di essere stati contro”. Il libro è stato pubblicato nel
2025 da Gramma Feltrinelli, 192 pagine, 10,99 euro © Gramma Feltrinelli
C’è qualcuno nelle istituzioni che le dà speranza?
OEA: Nel corso degli anni mi sono sentito tradito da moltissimi leader che
dicevano le cose giuste e poi, una volta arrivati al potere, abbandonavano le
proprie promesse. Ed è un doppio tradimento: da una parte non fanno ciò che
avevano raccontato e dall’altra ti fanno sentire ingenuo per aver creduto in un
mondo migliore. L’ultima figura rispetto alla quale ho provato questa sensazione
è stato Barack Obama. Si è presentato con lo slogan “speranza e cambiamento” e
poi appena arrivato al potere si è attaccato a un’idea di pragmatismo infinito.
Se oggi comunque dovessi riporre la mia fiducia in qualche politico sarebbero
quelli che hanno parlato di Gaza e del genocidio fin dall’inizio: penso ad Avi
Lewis, leader dell’NDP in Canada (il Nuovo Partito Democratico, ndr), e a
Rashida Tlaib negli Stati Uniti. I politici più giovani sembra che inizino a
capire che esiste un sostegno popolare per queste posizioni. E questo significa
che vedremo emergere due tipi di figure: quelle che credono davvero nei temi
della giustizia e nell’opposizione al genocidio e gli “Obama 2.0” che vedono
solo un’opportunità narrativa da sfruttare.
Spesso quando si parla di certi valori si viene definiti “naive”.
OEA: Se consideriamo ingenua qualunque ideologia fondata sul concetto che gli
esseri umani meritino di essere trattati come tali, allora dovremmo considerare
altrettanto ingenua una visione che difende il diritto di un miliardario a
comprarsi un’isola privata mentre milioni di persone non hanno un tetto sopra la
testa. Per me l’ingenuità è l’idea quasi fantastica che tutto andrà comunque
bene anche senza avere alcun rapporto con la realtà. Inoltre ci sono cose ben
più negative dell’essere naive: essere inconsapevoli, complici o apertamente
mostruosi. Se la cosa peggiore che può capitarmi per aver detto il minimo
indispensabile su un genocidio in corso è essere definito ingenuo, allora posso
conviverci.
Le generazioni più anziane sembrano restie al cambiamento. Corretto?
OEA: Non conoscono palestinesi, arabi o musulmani e una parte del problema
arriva dalla narrazione e dall’educazione a cui siamo sottoposti. Si cresce con
l’idea che qualunque alternativa al sistema capitalistico attuale porterebbe
inevitabilmente al disastro totale. Qualsiasi approccio anche solo vagamente
socialista che includa il rispetto e le responsabilità reciproche è bollato come
“Unione Sovietica”. E poi la Palestina è stata trasformata in qualcosa che
moltissime persone e praticamente tutte le istituzioni per anni hanno deciso
collettivamente di fingere che non esistesse. E quando per decenni hai accettato
di fare una cosa del genere è poi difficile tornare indietro perché dovresti
ammettere di essere rimasto in silenzio mentre ogni principio che sostieni
veniva violato.
Che cosa ha mostrato Gaza del giornalismo?
OEA: Considero il giornalismo uno strumento incredibilmente potente e che la
stragrande maggioranza dei giornalisti faccia il proprio mestiere in circostanze
lavorative assurde. Nella teoria condivido anche l’idea di una neutralità e
oggettività giornalistica. Quando però lo squilibrio è tale da costringerci a
prendere per vera ogni menzogna solo perché proviene da chi ha potere, mentre
chi non ne ha è continuamente messo in dubbio, allora quei principi smettono non
solo di essere utili ma diventano attivamente dannosi.
Omar El Akkad è scrittore a giornalista. Nella sua carriera si è occupato di
terrorismo internazionale ed è stato inviato in prima linea in Afghanistan, ha
curato reportage sui processi nel carcere militare di Guantánamo, sulle
rivoluzioni della Primavera Araba e sul movimento Black lives matter in Missouri
© Kateshia Pendergrass
In futuro “tutti diranno di essere stati contro”?
OEA: In tempi molto lontani sì. Immagino succederà qualcosa di simile
all’approvazione della risoluzione di scuse per il genocidio delle popolazioni
indigene avvenuta da parte degli Stati Uniti. Ogni volta che vado a una lettura
di poesia in Nord America si inizia con un “land acknowledgement” e qualcuno che
dice: “Vorrei riconoscere che ci troviamo sul territorio non ceduto del popolo
anishinaabe”. Quanto sarebbe stato assurdo se questo fosse stato fatto mentre
gli anishinaabe venivano massacrati. Ma centinaia di anni dopo non c’è più nulla
da perdere.
Nel libro scrive che, a posteriori, anche la resistenza può fare comodo al
potere.
OEA: Guardiamo i francobolli. Qualcuno ne avrebbe mai stampato uno con
l’attivista Harriet Tubman mentre liberava gli schiavi? È la cosa più facile del
mondo celebrare una resistenza dopo che tutto è finito. Il colonialismo è un
furto infinito: della terra, delle risorse, delle vite delle persone che si
mettono di traverso e anche della narrazione. Prima prendi tutto e poi vuoi
essere parte della storia morale di quella resistenza che hai distrutto.
Il telefono è un veicolo che ci ha portato le immagini da Gaza ma anche un
filtro che permette di mantenere una distanza. No?
OEA: Abbiamo sviluppato una strana capacità di sorprenderci per cose che
accadono da moltissimo tempo. Negli USA parecchie persone sembrano credere che
esista questa coincidenza miracolosa per cui la polizia avrebbe iniziato a
uccidere persone nere nel momento in cui sono stati inventati i telefoni con
videocamera: ovviamente le uccidevano anche prima ma non c’erano gli strumenti
per mostrarlo. E penso che qualcosa di simile stia accadendo con Gaza. Uno degli
elementi fondamentali che hanno permesso questo genocidio è stato il fatto che
molte persone non consideravano la Striscia come un luogo reale, né i
palestinesi come persone vere. Improvvisamente poi ti ritrovi davanti a immagini
di bambini fatti a pezzi, all’audio di una ragazzina che implora di essere
salvata e tutto questo distrugge la barriera mentale. Allo stesso tempo, però,
i social media contribuiscono a creare una distanza perché si è continuamente
bombardati da contenuti diversi. La scrittrice Nasreen Malik ha detto che gli
esseri umani non sono fatti per assorbire una quantità così enorme di
sofferenza. Ha ragione. Allo stesso tempo, però, se la cosa peggiore che mi
succede è dover guardare queste immagini allora credo di avere almeno l’obbligo
morale di fare il minimo indispensabile. Questo non significa che tutto ciò non
lasci conseguenze psicologiche profonde. Negli ultimi tre anni il mio rapporto
con la gioia è cambiato completamente, ho visto troppi bambini morti e non sarò
mai più la stessa persona dopo tutto questo. Ma vivo nel cuore dell’impero. Sono
le mie tasse che stanno uccidendo quei bambini. Già solo questo mi impone il
dovere di fare qualcosa.
https://altreconomia.it/quello-che-il-genocidio-a-gaza-sta-insegnando-sul-colonialismo-la-resistenza-e-loccidente/