
Bolivia: Sei mesi di neoliberalismo
Comitato Carlos Fonseca - Thursday, June 18, 2026
Le organizzazioni contadine della provincia di Los Andes, nel dipartimento di La Paz, hanno deciso di radicalizzare le mobilitazioni e hanno minacciato un possibile blocco dei servizi di base alla sede del governo boliviano. La decisione avviene quando la sollevazione sociale compie sette settimane di blocchi stradali, che hanno peggiorato il deterioramento economico e la scarsezza di prodotti basici che, tanto nella sua campagna elettorale come nel suo insediamento, il presidente Rodrigo Paz Pereira aveva promesso di risolvere.
Per intendere la dimensione delle mobilitazioni contro un’amministrazione che ha contato solo su sei mesi per prendere in considerazione i propri impegni e superare la crisi economica in cui si trovava sottoposta la nazione andina, è necessario analizzare le origini del mandatario, le sue tare ideologiche e le decisioni che ha preso prima di giungere al Palazzo Quemado. Figlio e nipote di ex presidenti, Paz ha occupato posti di potere pubblico durante l’ultimo quarto di secolo, sempre facendo parte delle alleanze e delle reti di traffico di influenze della sua famiglia. Il secondo turno delle elezioni presidenziali lo ha messo di fronte ad un antico correligionario, Jorge Quiroga, con il quale condivise il mandato legale di Hugo Banzer (1997-2001), militare che mantenne una dittatura dal 1971 al 1978.
Imponendosi nelle elezioni, ha seguito i passi dei suoi colleghi dell’ultradestra latinoamericana contemporanea: è andato a Washington per ricevere indicazioni da Donald Trump. Così, ha formato il suo gabinetto con una miscela di personaggi a sua immagine e somiglianza -educati all’estero, neoliberali ad oltranza, membri dei governi che si sono arricchiti con il saccheggio del paese nel decennio del 1990 e agli inizi del seguente- e impresari in aperto conflitto di interesse. Come esempio, ha messo a capo del portafoglio dell’Ambiente un tagliatore di boschi ed esportatore di legname. In un paese dove il 60 per cento della popolazione è indigena, ha eliminato ogni rappresentanza di questi gruppi con la parola d’ordine che è “l’ora della meritocrazia”, giustificandosi con l’imbroglio che i governi indigeni non hanno dato alcun risultato positivo. I dati lo smentiscono: la povertà moderata si è ridotta dal 60 per cento nel 2005 al 34 per cento nel 2018, l’estrema povertà è caduta dal 38 per cento nel 2005 al 15 per cento nel 2018, l’indice di Gini (dove 0 è perfetta uguaglianza e 1 è assoluta disuguaglianza) è sceso da 0,59 nel 2005 a 0,45 nel 2016. Durante questi tre lustri più di 3 milioni di persone si sono aggiunte agli strati con entrate medie. Per Paz, il problema è che non solo ha mentito alla cittadinanza, ma si è privato da solo di tutti i canali di comunicazione con le organizzazioni sociali di grande peso negli affari nazionali, canali che ora cerca di ricostruire a marce forzate dopo aver fatto saltare in aria la fiducia.
Nel suo dogmatismo, il mandatario ha cercato di imporre alla Bolivia un programma di choc modellato su quello che Javier Milei ha inflitto all’Argentina, ignorando le abissali differenze sui livelli di coscienza politica e sulla capacità di resistenza di ciascuna società. Con la stessa perversità e mancanza di realismo, cerca di sostituire lo stato plurinazionale con uno stato feudale, nel quale gli uomini forti di ogni regione decidono i destini della gente che abita i territori sotto il loro potere. Questa svolta risponde alle centenarie richieste del Santa Cruz, dipartimento di grande ricchezza controllato da un’oligarchia razzista che non ha mai accettato l’esistenza di un governo nazionale guidato da indigeni e che preferisce separarsi dal paese piuttosto che riconoscere l’uguaglianza dei popoli originari con i bianchi “civilizzati”.
Vedendosi messo alle strette, Paz mette contro le moltitudini indigene e contadine con i settori urbani e sindacali, tra i quali si trovano la Centrale Operaia Boliviana e forti organizzazioni dei trasportatori, un gioco pericoloso che può avere un saldo sanguinoso e perpetuare la divisione della società. Invece di aggiungere ai problemi economici una guerra etnica con una frammentazione rurale-urbana, il tecnocrate e l’oligarchia che gli sta dietro devono disfarsi dei propri errori, riconoscere la pluralità e modernizzare lo stato con politiche inclusive, progressive e democratiche.
16 giugno 2026
La Jornada
Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: “Bolivia: seis meses de neoliberalismo”, pubblicato il 16-06-2026 in La Jornada, su [https://www.jornada.com.mx/noticia/2026/06/16/editorial/bolivia-seis-meses-de-neoliberalismo] ultimo accesso 18-06-2026.