Bringing the State Back In (Afresh)di SANDRO CHIGNOLA.
Pubblichiamo il testo della relazione introduttiva di Sandro Chignola al
seminario di Euronomade No maps for these territories. Fine della razionalità
neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale
(Padova, 9 maggio 2026)
Era la metà degli anni ’80 quando Theda Skopcol registrava il significativo
passaggio in corso nelle scienze storico-sociali e riteneva fosse giunto il
momento di reintrodurre il tema dello Stato nell’agenda di ricerca di quelle
politiche. Nel farlo, già in quel momento Skopcol segnalava come le formule
organizzative dello Stato operassero sul punto di giunzione tra logiche
territoriali e logiche di mutua implicazione e di competizione internazionale
che andavano assunte come cruciali e che andavano studiate nella loro
complessità. Strutture sociali, relazioni transnazionali e costanza di
iniziativa e di azione politica dello Stato erano i tre poli che andavano tenuti
in debita considerazione e che nella loro reciproca tensione non potevano essere
slegati l’uno dagli altri anche qualora, ed era necessario farlo, ci si ponesse
il problema di rimettere lo Stato e i suoi apparati al centro della scena.
Si tratta, io credo, di compiere un’operazione non dissimile, dato che è ormai
assodato che, almeno a partire dalla crisi del 2008, il neoliberalismo ha
cambiato le sue logiche operative e che, nel dibattito scientifico, ci si è
tornati a interrogare sul ruolo che lo Stato, con le decisive trasformazioni che
lo coinvolgono, viene a svolgere rispetto a quest’ultime. Non è il caso, in
questa sede di tornare sulla genealogia del neoliberalismo e sul rapporto che, a
dispetto delle sue retoriche mercatiste, lo Stato, come dispositivo autoritario,
ha sempre rivestito nell’impianto e nell’implementazione dei meccanismi di
valorizzazione neoliberale. Ciò che mi sembra rilevante, piuttosto, è il mettere
a tema qualche elemento utile a complicare il quadro con il quale pensiamo e
dentro il quale agiamo politicamente e a reindirizzare l’analisi su processi la
cui rilevanza mi sembra decisamente significativa.
Nel corso degli ultimi decenni – dal 2008, ma alcuni importanti esperimenti
avevano già avuto luogo nella risposta alla crisi dei mercati asiatici del 1997
– il neoliberalismo ha profondamento ristrutturato i suoi dispositivi operativi
e il capitalismo ha assunto un volto più immediatamente politico. Al punto che,
nel dibattito internazionale, si è progressivamente venuto generalizzando il
termine «capitalismo di Stato», in genere riservato a Russia e Cina, in quanto
sistemi politico-economici eccentrici o marginali rispetto a quello che ha
trainato la fase espansiva della globalizzazione finanziaria e dei mercati, per
denotare le caratteristiche mutanti di un neoliberalismo zombie, in grado di
sopravvivere alla propria catastrofe e di adattarsi alla congiuntura di
policrisi che caratterizza la fase attuale dei rapporti capitalistici.
Per dirlo in forma schematica, il neoliberalismo può essere ricostruito seguendo
almeno tre differenti assi analitici. Il primo è quello della storia delle idee
e della teoria economica (Hayek, Fiedmann, la Mont Pèlerin Society), senza
slegarlo dalla pressoché indiscussa egemonia conquistata dal paradigma
neoclassico in università e istituzioni accademiche. Il secondo è quello
dell’azione di smantellamento del compromesso fordista in pressoché tutti i
paesi del globo dove esso ancora reggesse, con la conseguente riarticolazione
dei dispositivi di potere a vantaggio dei processi di immediata valorizzazione
del capitale. Il terzo è quello che concerne le differenti modalità di risposta,
o di adattamento, del neoliberalismo alle crisi da esso stesso sollevate e dalle
sue crescenti difficoltà nel reagire alle proprie contraddizioni. È su questo
terzo asse, che permette di mettere a tema ruolo e trasformazioni dello Stato
neoliberale, che intendo condurre il mio intervento.
Va da sé che il rapporto tra neoliberalismo e Stato non è mai stato improntato,
se non nelle retoriche degli economisti, a una drastica separazione tra logiche
politiche e logiche di mercato. La finanziarizzazione dei mercati non ha
implicato l’esaurimento delle funzioni dello Stato, quanto piuttosto una
trasformazione dello Stato e dei compiti che gli sono ascritti in uno scambio
che dà adito a inediti processi organizzativi nella stessa misura in cui
dispiega potenti effetti politici. Nello scenario della composizione
contemporanea del capitale un ruolo significativo lo svolgono, ad esempio, i
fondi sovrani di investimento. Nella cui dicitura è a sua volta implicata una
decisa torsione di ciò che significa «sovrano».
È in risposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alla volatilità dei
capitali finanziari che, nei primi decenni degli anni 2000, prende l’avvio la
nuova fase del neoliberalismo, quella fase che è possibile definire l’«era dei
fondi di investimento sovrani». Il loro numero si moltiplica e la loro
capitalizzazione cresce in modo esponenziale. Lo Stato torna come Stato
imprenditore, ma con significative mutazioni rispetto ai suoi precedenti
storici. La scossa che mette in movimento questa trasformazione è la crisi del
2008 e ciò che la accelera è la crisi pandemica. Si tratta di un processo nel
quale le logiche organizzative dello Stato sul terreno dell’economia non
confliggono, ma, al contrario, si coordinano con quelle del libero mercato. Non
soltanto lo Stato detiene direttamente quote, maggioritarie o di minoranza, di
imprese nelle quali investe capitale pubblico derivato dai fondi pensione, dal
surplus fiscale, dai capitali a disposizione nelle banche di sviluppo e dagli
stessi fondi di investimento sovrani, ma, dopo averle in gran parte
privatizzate, ne modifica la ragione sociale trasformando, anche in questo caso,
il proprio ruolo e finendo con l’agire come investitore paritario più che come
garante pubblico. Questa prima forma del capitalismo politico, quella dello
Stato-impresa, concerne assets strategici e coinvolge settori – dall’acciaio,
alle telecomunicazioni, dall’elettricità, alle produzioni militari e alle
infrastrutture digitali – che sin dagli anni ’80 e ’90 vengono progressivamente
finanziarizzate, ristrutturate quanto a governance e ragione sociale,
organizzate secondo criteri di valorizzazione per gli shareholders e di
socializzazione delle perdite, allineandosi alle tendenze apicali di
rimodulazione degli interessi del capitale transnazionale. Oltre al proprio
ruolo come imprenditore – una costante nel processo storico di nazionalizzazione
dei mercati e, in particolare nella fase postcoloniale, ciò che permette allo
Stato di rivendicare il proprio compito di modernizzazione e di custodia dei
propri assets strategici –, lo Stato, finanziarizzando nel corso degli ultimi
decenni i propri profili di gestione, viene dotandosi di strumenti di
investimento che ne ristrutturano forma e ruolo annidandolo nelle traiettorie
descritte dai flussi di capitale finanziario e risignificandone posizione e
funzioni nel complesso sistema di fattori all’opera nel quadro dei mercati
globali. Per questo motivo, e cioè per i processi che mentre lo trasformano
dall’interno, contemporaneamente lo proiettano nel sistema di relazioni
internazionali che determina lo sviluppo ineguale e combinato degli assetti
capitalistici, lo Stato, per come qui ne parlo, va inteso come Stato globale.
Che Stato e azione dello Stato non siano mai declinati nel contesto della
globalizzazione, ma che, al contrario, lo Stato sia stato investito da
significativi processi di trasformazione lo dimostra la rapida, esponenziale
crescita dei fondi sovrani di investimento e la loro proiezione transnazionale
come apportatori di risorse e componente fondamentale del capitale aggregato
messo globalmente a valore. Attualmente ne esistono 94 e gestiscono capitali per
circa 15 trilioni di dollari con significative concentrazioni nel fondo pensioni
norvegese, nei diversi fondi sovrani Cinesi (il principale tra di essi è la
China Investment Corporation) e negli Emirati Arabi (Abu Dhabi Investment
Authority). Nati per sopperire all’instabilità dei mercati finanziari con
compiti di assicuratori in ultima istanza, con finalità di messa a valore
dell’enorme rendita petrolifera o con compiti di solidarietà intergenerazionale
(pensioni o tutela ambientale), e perciò molto differenziati quanto alle loro
tipologie, essi si sono rapidamente allineati alla strategia di investimento e
di uso finanziario delle risorse pubbliche che ha ristrutturato missione e
posizionamento degli Stati al punto di incrocio tra le tensioni che percorrono i
processi globali e i limiti di manovra assegnati dalla loro pressione sulle
singole politiche nazionali. Da questo punto di vista, il concetto di
«sovranità» coinvolto dalla loro definizione, non implica, nella proliferazione
dei fondi sovrani di investimento, una difesa o una resistenza dell’interesse o
della ricchezza nazionale nel quadro della concorrenza sui mercati globali,
quanto piuttosto lo stringersi del nodo tra deterritorializzazione e
riterritorializzazione dei flussi finanziari che produce lo spazio operativo del
capitale aggregato su scala mondiale.
Da questo è possibile trarre un paio di conseguenze. La prima riguarda un
autentico paradosso. I fondi sovrani di investimento, pienamente allineati,
nonostante la loro diffusione globale, a modelli di governance di impresa
occidentale e indirizzati da strategie di messa a valore che sono le stesse che
guidano gli investimenti della finanza globale, avrebbero invece la loro ragione
sociale originaria in quella di attutire, a livello dei territori dai quali
estraggono le risorse che investono, l’impatto delle forze e dei poteri che
trainano proprio la finanza globale. Viene così serrandosi un curioso circuito.
Da un lato, l’invenzione dei fondi sovrani di investimento come strumento
anticrisi e per la difesa «sovrana» degli interessi nazionali rispetto alla
volatilità dei mercati finanziari e alla matrice anonima di circolazione del
capitale, dall’altro il fatto che essi operano come investitori sullo stesso
ciclo deterritorializzato del capitale del quale alimentano i flussi
contribuendo direttamente al suo allargamento.
Viene così definendosi quell’ibridazione tra capitale e Stato che marca, non la
fine del neoliberalismo, ma quella sua trasformazione che, riconfigurando le
geografie della produzione e della circolazione del capitale modula in forma
inedita e riorganizza su scala globale spazi e tempi dell’accumulazione. Per
quanto riguarda la dimensione spaziale, le traiettorie di investimento,
circolazione e redditività del capitale messo a valore dai fondi di investimento
sovrani non vengono contenute nel perimetro della tradizionale dimensione
territoriale dello Stato, che al contrario programmaticamente eccedono; per
quanto riguarda la dimensione temporale, essa si sviluppa in termini molto
differenti rispetto al ciclo crisi-sviluppo che aveva caratterizzato fasi
storicamente precedenti dello Stato-impresa e, nel quadro del farsi permanente
della crisi, quelle stesse traiettorie assegnano un ruolo diverso allo Stato,
inteso come attore – contemporaneamente promotore, detentore e gestore di
capitale – nel quadro in costante ridefinizione dei mercati globali: sia per
quanto riguarda la loro finanziarizzazione, sia per quanto materialmente
riguarda gli investimenti relativi alla posa in opera di infrastrutture e alla
piattaformizzazione logistica delle catene di fornitura dalle quali quest’ultimi
dipendono quanto alla loro espansione. Si assiste, potrebbe essere detto, a un
vorticoso e contraddittorio ciclo di mutua costituzione tra formazione ibride di
Stato e capitale (dai fondi sovrani di investimento alle banche centrali, dalle
imprese partecipate dallo Stato alle banche di sviluppo) e statismo «muscolare»
di ritorno (neomercantilismo e reintroduzione di politiche daziarie,
competizione per il mantenimento o la ridefinizione dell’egemonia monetaria per
gli scambi commerciali o per il consolidamento del debito, capitalizzazione e
controllo delle grandi aziende tecnologiche) che determina la costante
ridefinizione degli spazi di accumulazione e che produce, attraversandole e
colmandole di tensioni, le nuove geografie globali.
Particolarmente significativo, da questo punto di vista e per il ruolo che viene
incrementalmente a svolgere nel quadro di tensioni e di aperto confronto bellico
degli ultimi anni, è il nesso tra piattaforme e complesso militare indotto dalla
progressiva digitalizzazione della guerra. In questo caso l’ibridazione tra
Stato globale e capitale privato è assoluta. Tanto negli Stati Uniti quanto in
Cina, pur con le differenze e le specificità che caratterizzano i due
antagonisti che si contendono l’egemonia sulle sfere di influenza globali, sono
i grandi oligopoli «privati» a detenere i dati e le infrastrutture (dai data
center, alle reti satellitari a bassa quota, ai cavi sottomarini) dai quali
dipendono tanto le tecnologie militari (missili a intelligenza artificiale,
sistemi d’arma a geolocalizzazione globale, robotica bellica) quanto quelle di
sorveglianza interna (estrazioni e tracciatura dei dati personali, dispositivi
per il riconoscimento facciale) e sono apparati e strategie politiche a istruire
situazioni per addestrare l’intelligenza artificiale (la guerra a Gaza, quelle
in Medioriente, almeno a partire dalla guerra all’Iraq), a consentire l’uso di
infrastrutture civili (telecamere urbane, semafori, piattaforme come quelle
sanitarie, delle anagrafi, delle università) per fornire i dati che potranno, di
ritorno, essere sfruttati a fini di controllo o di targeting per gli omicidi
mirati diventati strumenti di guerra a bassa intensità o a garantire
l’approvvigionamento di terre rare per l’industria dei microchips. Il rapporto
tra Big Tech e Stato, nel quale le prime non possono più essere definite imprese
«private» in senso classico, il secondo non può più essere inteso come detentore
sovrano della decisione politica, e la dipendenza reciproca tra le une e l’altro
è la misura dell’ibridazione irrecuperabile intervenuta tra di essi, è fatto di
oscillazioni nei rapporti di forza tra i due attori, Big Tech e Stato globale,
ed è una delle caratteristiche definitorie dell’ingresso in una fase
politico-economica altamente differente da quelle che la hanno preceduta.
Lo Stato, risignificato quanto alla sua «sovranità», dato che essa, quanto alle
sue caratteristiche definitorie non può più essere detta coincidere né con la
detenzione del monopolio della violenza su di un territorio, né volta a scavare
e a conservare la differenza tra pubblico e privato, o tra politica e mercato,
si comporta come impresa ibrida e contribuisce alla realizzazione dell’insieme
di mediazioni, giuridiche e di potenza, che ristrutturano sul piano
transnazionale le sfere della produzione, della circolazione, dell’estrazione e
della distribuzione del valore. Si tratta del processo contraddittorio,
frenetico e complicato che, molto più in generale, ridisegna ininterrottamente
le geografie dell’accumulazione e muove la geopolitica, patente e nascosta, tra
attori regionali del multipolarismo imperiale con i differenti e reciprocamente
contraddittori interessi che le tengono in tensione.
Il concetto di «capitalismo politico» di recente introdotto da Sandro Mezzadra e
Brett Neilson, che ha anche il pregio di disambiguare l’espressione «capitalismo
di Stato» circolante in parte della letteratura internazionale, fotografa con
precisione la complessiva trasformazione che segna se non la fine del
neoliberalismo, quantomeno il suo ingresso in una nuova fase, nella quale le
logiche del capitalismo estrattivo, la centralità assunta dalle infrastrutture
logistiche e il controllo dei flussi di uomini, merci e denaro, diventano
imprescindibili e rendono di nuovo significativo il ruolo dello Stato come
sincronizzatore, come dispositivo di scambio e come apportatore di risorse
finanziarie per le operazioni aggregate del capitale e per l’inedita produzione
di assemblaggi tra territori, potere e diritti nel quale esse possono circolare.
Lo Stato, deterritorializzato dai processi che lo attraversano e che non può
ostacolare (movimento dei capitali finanziari, tensioni sui mercati valutari,
investimenti a scopo di riarmo nel quadro delle alleanze internazionali o
richiesti dalla creazione di infrastrutture transnazionali) può così rientrare
nel campo analitico come polo di attrazione per i flussi finanziari globali
grazie alle funzioni di coordinamento, di accelerazione o di disciplinamento che
è localmente in grado di realizzare contribuendo alla loro
riterritorializzazione.
In un libro oggettivamente importante, Ilias Alami e Adam D. Dixon hanno fissato
quattro diverse funzioni assunte dal capitalismo politico negli ultimi decenni.
Una fase, peraltro anticipata rispetto alla crisi finanziaria del 2008 e alla
crisi pandemica, segnata dalla ripresa di compiti regolatori dello Stato in
economia. Basti ricordare la politica monetaria e il nuovo ruolo assunto dalle
Banche centrali negli USA e in Europa o gli enormi piani di stimolo in Cina
evidentemente stridenti con la presunta ortodossia del neoliberalismo e con
l’idea di una spontanea autoregolazione dei mercati.
La prima è una funzione immediatamente produttiva. In essa lo Stato investe i
capitali che è in grado di attrarre dalla finanza globale o che ha a
disposizione come risparmio pubblico per rafforzare il posizionamento delle
proprie industrie nel quadro di networks transnazionali ad alto valore aggiunto
o a favore di progetti strategici di innovazione tecnologica. Significativi, in
questo senso, sono il progetto tedesco National Industrial Strategy 2030, i
progetti France 2030, Saudi Vision 2030, Singapore Economy 2030, Made in China
2025 o gli ambiziosi progetti europei REPowerEU, EU Green Deal, EU Chips Act. Ma
altrettanto significativi sono altri progetti in Africa, Asia e America Latina
volti a finanziare la connettività intra e interregionale, a stimolare sviluppo
e competitività delle industrie locali e a costruire le condizioni per
l’inserimento di imprese e nodi infrastrutturali specifici nelle catene di
fornitura globale, contribuendo con ciò alla costante ridefinizione degli spazi
operativi del capitale.
La seconda funzione è una funzione assorbente. Lo Stato, attraverso
significative trasformazioni delle sue istituzioni economiche, assorbe e
reinveste capitale pubblico trasformandolo in capitale finanziario che mette in
movimento, e quindi a valore, su diversi livelli e su differenti scale
geografiche contribuendo alla composizione allargata e aggregata del capitale
globale. Facendolo, esso svolge anche la funzione di assorbire crediti
deteriorati o assets in sofferenza, socializzando le perdite e mettendo
finanziariamente a valore il saldo che è possibile trarre da questo scambio.
La terza funzione è una funzione di stabilizzazione, che viene svolta, tanto in
funzione anticiclica quanto in funzione permanente, ad esempio dalle Banche
centrali (politiche dei tassi di interesse o creazione di moneta) o, ad esempio
in America Latina, Africa o Asia, dalle Banche di sviluppo che hanno agito
rispetto ai rischi di contrazione del credito e di erosione del risparmio
privato susseguenti alla crisi del 2008 e alla crisi pandemica. Vanno inquadrate
in questa funzione anche l’ampia diffusione di strumenti finanziarizzati e
digitalizzati di assistenza sociale o di credito al consumo – mi riferisco in
particolare ai programmi G2Px («Government to Personx») incentivati, su scala
nazionale, dalla Banca Mondiale, in particolare in Africa e in America Latina,
allo scopo di privatizzare e di spoliticizzare le tensioni e i conflitti che
rilevano da povertà e marginalità sociale.
La quarta e ultima funzione del capitalismo politico è una funzione
immediatamente disciplinare. Essa viene svolta tanto all’interno quanto
all’esterno dei singoli Stati, contribuendo alla costante ritracciatura delle
frontiere dell’accumulazione capitalistica. All’interno, addomesticando la
produzione di soggettività e assicurando il filtraggio della frazione migrante
del lavoro vivo, per allineare l’una e l’altra agli imperativi di competitività
del capitalismo globale. Precarietà e debito, ma anche forme inedite di
colonialismo interno, sono i perni di questa operazione, un’operazione che si
potrebbe qualificare come diretta operazione di «counterinsurgency» contro le
lotte condotte su questo stesso terreno che hanno ritmato gli ultimi decenni,
che attacca frontalmente i processi della riproduzione sociale. Sul piano
esterno, la funzione disciplinare si esercita invece scaricando aggressivamente
altrove il peso degli aggiustamenti strutturali o cercando di ridefinire
muscolarmente la divisione internazionale del lavoro per mezzo di strumenti di
ricatto (dalle politiche tariffarie, ai dazi, alle guerre monetarie) o per mezzo
di strumenti di finanziamento e di incentivazione di ricerca e innovazione nei
settori tecnologicamente più avanzati, che a loro volta rilanciano e alimentano
rivalità inter e infrarimperiali.
Lo Stato ritorna in auge come perno per operazioni molteplici e multiscalari del
capitale e, in forza degli apparati giuridici, disciplinari e di dominio dei
quali esso resta garante pur nell’ampia ristrutturazione che lo modifica nel
quadro neoliberale, torna anche come strumento per canalizzare e mettere a
valore i flussi del capitale finanziario globale, sia nei territori di
prossimità dove insiste immediatamente la sua azione, sia nel sistema allargato
di rapporti geoeconomici e geopolitici al quale apporta le risorse che investe
attraverso i suoi fondi di investimento sovrano. L’infrastrutturazione logistica
del mondo e l’estrattivismo che essa rende possibile – dalle risorse naturali o
fossili, ai dati, al lavoro vivo che si muove sulle rotte migratorie – sono
ampiamente finanziati a livello globale da capitali che si muovono e che vengono
messi a valore da logiche di investimento che passano anche per gli Stati e che
si rimodulano in relazione alle specifiche occasioni o congiunture strategiche
che vengono offerte alla loro territorializzazione.
In questo senso, lo Stato, assieme a una molteplicità di altri attori politici,
dalle organizzazioni internazionali ai grandi players privati, inquadra, modella
e orienta accumulazione e valorizzazione del capitale nel contesto di operazioni
che agiscono su differenti livelli, su differenti scale geografiche e che fanno
perno (anche) sulle istituzioni economiche e politiche dello Stato per allargare
il loro ciclo. Espropriato delle sue capacità di regolazione e di gestione della
circolazione del capitale per mezzo degli strumenti di pianificazione, di
welfare e fiscali dei quali esso era tradizionalmente dotato, lo Stato si trova
a proiettare le sue politiche su scala nazionale ed extranazionale, acuendo le
tensioni e i conflitti che da ciò derivano, sia ai fini della captazione e del
controllo dei flussi finanziari e di investimento che può mettere a terra, sia
ai fini del modellamento delle reti sulle quali si muovono uomini, merci e
capitali; reti che striano e che ritagliano, tra cooperazione transnazionale e
conflitto, le nuove geografie dell’accumulazione. Da un lato l’uso di tecnologie
giuridiche che permettano l’affondo su quanto residua come inceppo al
dispiegarsi del «libero» mercato sul territorio nazionale – l’assoluta
continuità e costanza dello smantellamento del welfare e dello Stato sociale, la
privatizzazione della sanità e dell’istruzione, la messa in carico disciplinare
al singolo individuo della responsabilità della riproduzione –; dall’altro la
proiezione dello Stato oltre i suoi confini, allo scopo di filtrare, controllare
e organizzare i flussi dai quali dipendono approvvigionamento energetico, catene
di fornitura, lavoro umano, capitali e denaro.
È questa doppia modalità di intervento, che, è forse banale ricordarlo, non
riguarda principalmente le dimensioni economiche dello Stato, ma la sua azione
immediatamente politica, che consente di mettere a tema un ultimo, centrale
elemento che guida la sua riattivazione. Lo Stato non controlla fino in fondo i
processi che lo attraversano e il ridefinirsi in senso autoritario della sua
azione accende una spia sulla centralità acquisita dalle lotte che si producono
sul piano di circolazione e riproduzione della forza lavoro e sulle tensioni che
attraversano il controllo sulla moneta. Per quanto riguarda la prima delle due
cose, ampio è stato negli ultimi anni il ciclo di lotte globali per le pensioni,
l’istruzione, la salute e l’ambiente. Ma, più in generale, la definizione dei
lavori essenziali nel contesto della crisi pandemica, oltre a medici e sanitari,
ha fotografato anche la centralità dei lavoratori della logistica dell’ultimo
miglio, di fattorini e riders, degli operatori nelle catene di fornitura e negli
hubs all’interno dei quali vengono organizzate circolazione e sincronizzazione
dei flussi di merci globali. Si tratta di una tendenza cruciale che intensifica
le risposte autoritarie dello Stato accentuando le trasformazioni del suo
profilo giuridico indotte dal suo riorganizzarsi come regime di guerra nel
contesto di tensioni che attraversano le relazioni internazionali. Lo Stato si
ristruttura in senso apertamente autoritario sia per quanto riguarda le sue
dimensioni costituzionali – si tratta di una tendenza ampiamente diffusa a
livello globale, che determina l’indebolimento della divisione dei poteri e dei
meccanismi di controllo giurisdizionale, ma anche la secca esecutivizzazione
delle funzioni di governo –, sia per quanto riguarda l’insieme di condizioni che
permettono di competere con le altre potenze in termini di estrazione di
plusvalore, controllo sulla circolazione di uomini, merci e dati, organizzazione
e difesa delle infrastrutture e dei nodi che connettono gli Stati a networks
globali in via di costante ridefinizione e ritracciatura.
La seconda delle due cose è altrettanto rilevante. Non solo perché uno dei poli
principali di accelerazione delle tensioni internazionali riguarda i tentativi
di dedollarizzazione degli scambi commerciali perseguiti da differenti attori
internazionali e perché una delle forme di ritorno dello Stato è anche la
battaglia per il controllo delle criptomonete e della moneta digitale – dalle
«stablecoins» private alla «Central Bank Digital Currency» garantita dalle
banche centrali, che di fatto disintermediano la funzione della finanza privata
–, ma anche perché una delle costanti dell’azione degli Stati nel quadro
neoliberale, in controtendenza con l’ortodossia di quest’ultimo, sono state, sin
dagli anni precedenti la crisi del 2008, le politiche monetarie di stimolo
all’economia. Si tratta di un punto particolarmente rilevante. In momenti di
acuta crisi economica, la moneta viene deliberatamente sganciata sia
dall’ancoraggio a un valore esistente sia dalla promessa di valorizzazione
futura, e la creazione di denaro viene usata per colmare gli squilibri
strutturali che ciclicamente sfociano in crisi finanziarie oppure per
intervenire su situazioni emergenziali, qual è ad esempio stata la crisi del
debito sovrano del 2012. Si tratta di una creazione di moneta ex-nihilo e senza
contropartita che viene immessa nel circuito economico in maniera del tutto
indipendente dalla relazione debito-credito e che esprime in massimo grado la
funzione di comando che è ad essa immanente. Essa non serve (ma evidentemente
questa è la posta in gioco) a scopo di redistribuzione della ricchezza o per
finanziare interventi sulla crisi climatica e, in particolare nella congiuntura
di guerra che attraversiamo, l’accesso alla liquidità viene riservato a soggetti
privilegiati, ad esempio monopoli digitali o industria militare, consolidando le
gerarchie esistenti e riproducendole a fini di valorizzazione. La spesa
militare, si tratta di un caso paradigmatico, mette in sospensione le politiche
di pareggio di bilancio (apripista in questa direzione è la riforma
costituzionale tedesca del 2025, ma se ne discute in altri paesi europei), così
come mai è successo a favore delle politiche sociali o di welfare. Anche in
quest’ambito, il ritorno dello Stato attesta una certa continuità nel combinato
disposto tra politiche monetarie, proiezione internazionale e riproduzione delle
funzioni di controllo del mercato, della ricerca e dell’innovazione, della
mobilità.
Lo Stato ritorna anche come regime di guerra, e cioè come veicolo di una
militarizzazione della vita politica ed economica che eccede l’effettivo
dispiegamento delle forze militari e che può esistere del tutto
indipendentemente dalla loro effettiva mobilitazione. Controllo delle
infrastrutture logistiche transnazionali, disciplinamento per mezzo
dell’alternanza tra definanziamento e incentivazione di università e centri di
ricerca, sorveglianza delle frontiere e loro proiezione oltre i confini
nazionali, sviluppo di più efficaci tecnologie di vigilanza digitale, richiedono
investimenti per i quali la funzione di comando della moneta sono essenziali e i
processi di riorganizzazione dei poteri dello Stato decisivi.
Ma i processi sono tali, perché sempre contrastati e conflittuali. Lo sono nel
quadro di evidente crisi delle relazioni internazionali, lo sono anche perché
molti di questi processi di trasformazione sono stati resi necessari dalla
necessità di rispondere alla continuità delle lotte globali. È su questo terreno
che ci muoviamo. A noi la sfida di organizzarci dentro il sistema di coordinate
che queste trasformazioni ci offrono.
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