Tag - neoliberalismo

Bolivia: Il governo di Paz crolla, El Alto conferma le proteste mentre i ministri si dimettono e cresce la preoccupazione per lo stato d’emergenza
La crisi politica che attraversa la Bolivia è entrata in una nuova fase di aggravamento dopo che un’affollata assemblea a El Alto ha deciso di approfondire le misure della protesta, di mantenere i blocchi e di chiedere la rinuncia dei funzionari del governo di Rodrigo Paz. La decisione è avvenuta in mezzo a crescenti voci […]
Cile: Sciopero studentesco contro Kast
Forte repressione poliziesca a Santiago durante le marce contro l’agenda punitiva nelle scuole e il piano di taglio di 6.000 milioni di dollari. Questo mercoledì la polizia è intervenuta con durezza per sciogliere la prima grande mobilitazione statale studentesca convocata sotto l’amministrazione del fascista José Antonio Kast, che si è insediato il passato 11 marzo […]
Bringing the State Back In (Afresh)
di SANDRO CHIGNOLA. Pubblichiamo il testo della relazione introduttiva di Sandro Chignola al seminario di Euronomade No maps for these territories. Fine della razionalità neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale (Padova, 9 maggio 2026) Era la metà degli anni ’80 quando Theda Skopcol registrava il significativo passaggio in corso nelle scienze storico-sociali e riteneva fosse giunto il momento di reintrodurre il tema dello Stato nell’agenda di ricerca di quelle politiche. Nel farlo, già in quel momento Skopcol segnalava come le formule organizzative dello Stato operassero sul punto di giunzione tra logiche territoriali e logiche di mutua implicazione e di competizione internazionale che andavano assunte come cruciali e che andavano studiate nella loro complessità. Strutture sociali, relazioni transnazionali e costanza di iniziativa e di azione politica dello Stato erano i tre poli che andavano tenuti in debita considerazione e che nella loro reciproca tensione non potevano essere slegati l’uno dagli altri anche qualora, ed era necessario farlo, ci si ponesse il problema di rimettere lo Stato e i suoi apparati al centro della scena. Si tratta, io credo, di compiere un’operazione non dissimile, dato che è ormai assodato che, almeno a partire dalla crisi del 2008, il neoliberalismo ha cambiato le sue logiche operative e che, nel dibattito scientifico, ci si è tornati a interrogare sul ruolo che lo Stato, con le decisive trasformazioni che lo coinvolgono, viene a svolgere rispetto a quest’ultime. Non è il caso, in questa sede di tornare sulla genealogia del neoliberalismo e sul rapporto che, a dispetto delle sue retoriche mercatiste, lo Stato, come dispositivo autoritario, ha sempre rivestito nell’impianto e nell’implementazione dei meccanismi di valorizzazione neoliberale. Ciò che mi sembra rilevante, piuttosto, è il mettere a tema qualche elemento utile a complicare il quadro con il quale pensiamo e dentro il quale agiamo politicamente e a reindirizzare l’analisi su processi la cui rilevanza mi sembra decisamente significativa. Nel corso degli ultimi decenni – dal 2008, ma alcuni importanti esperimenti avevano già avuto luogo nella risposta alla crisi dei mercati asiatici del 1997 – il neoliberalismo ha profondamento ristrutturato i suoi dispositivi operativi e il capitalismo ha assunto un volto più immediatamente politico. Al punto che, nel dibattito internazionale, si è progressivamente venuto generalizzando il termine «capitalismo di Stato», in genere riservato a Russia e Cina, in quanto sistemi politico-economici eccentrici o marginali rispetto a quello che ha trainato la fase espansiva della globalizzazione finanziaria e dei mercati, per denotare le caratteristiche mutanti di un neoliberalismo zombie, in grado di sopravvivere alla propria catastrofe e di adattarsi alla congiuntura di policrisi che caratterizza la fase attuale dei rapporti capitalistici. Per dirlo in forma schematica, il neoliberalismo può essere ricostruito seguendo almeno tre differenti assi analitici. Il primo è quello della storia delle idee e della teoria economica (Hayek, Fiedmann, la Mont Pèlerin Society), senza slegarlo dalla pressoché indiscussa egemonia conquistata dal paradigma neoclassico in università e istituzioni accademiche. Il secondo è quello dell’azione di smantellamento del compromesso fordista in pressoché tutti i paesi del globo dove esso ancora reggesse, con la conseguente riarticolazione dei dispositivi di potere a vantaggio dei processi di immediata valorizzazione del capitale. Il terzo è quello che concerne le differenti modalità di risposta, o di adattamento, del neoliberalismo alle crisi da esso stesso sollevate e dalle sue crescenti difficoltà nel reagire alle proprie contraddizioni. È su questo terzo asse, che permette di mettere a tema ruolo e trasformazioni dello Stato neoliberale, che intendo condurre il mio intervento. Va da sé che il rapporto tra neoliberalismo e Stato non è mai stato improntato, se non nelle retoriche degli economisti, a una drastica separazione tra logiche politiche e logiche di mercato. La finanziarizzazione dei mercati non ha implicato l’esaurimento delle funzioni dello Stato, quanto piuttosto una trasformazione dello Stato e dei compiti che gli sono ascritti in uno scambio che dà adito a inediti processi organizzativi nella stessa misura in cui dispiega potenti effetti politici. Nello scenario della composizione contemporanea del capitale un ruolo significativo lo svolgono, ad esempio, i fondi sovrani di investimento. Nella cui dicitura è a sua volta implicata una decisa torsione di ciò che significa «sovrano». È in risposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alla volatilità dei capitali finanziari che, nei primi decenni degli anni 2000, prende l’avvio la nuova fase del neoliberalismo, quella fase che è possibile definire l’«era dei fondi di investimento sovrani». Il loro numero si moltiplica e la loro capitalizzazione cresce in modo esponenziale. Lo Stato torna come Stato imprenditore, ma con significative mutazioni rispetto ai suoi precedenti storici. La scossa che mette in movimento questa trasformazione è la crisi del 2008 e ciò che la accelera è la crisi pandemica. Si tratta di un processo nel quale le logiche organizzative dello Stato sul terreno dell’economia non confliggono, ma, al contrario, si coordinano con quelle del libero mercato. Non soltanto lo Stato detiene direttamente quote, maggioritarie o di minoranza, di imprese nelle quali investe capitale pubblico derivato dai fondi pensione, dal surplus fiscale, dai capitali a disposizione nelle banche di sviluppo e dagli stessi fondi di investimento sovrani, ma, dopo averle in gran parte privatizzate, ne modifica la ragione sociale trasformando, anche in questo caso, il proprio ruolo e finendo con l’agire come investitore paritario più che come garante pubblico. Questa prima forma del capitalismo politico, quella dello Stato-impresa, concerne assets strategici e coinvolge settori – dall’acciaio, alle telecomunicazioni, dall’elettricità, alle produzioni militari e alle infrastrutture digitali – che sin dagli anni ’80 e ’90 vengono progressivamente finanziarizzate, ristrutturate quanto a governance e ragione sociale, organizzate secondo criteri di valorizzazione per gli shareholders e di socializzazione delle perdite, allineandosi alle tendenze apicali di rimodulazione degli interessi del capitale transnazionale. Oltre al proprio ruolo come imprenditore – una costante nel processo storico di nazionalizzazione dei mercati e, in particolare nella fase postcoloniale, ciò che permette allo Stato di rivendicare il proprio compito di modernizzazione e di custodia dei propri assets strategici –, lo Stato, finanziarizzando nel corso degli ultimi decenni i propri profili di gestione, viene dotandosi di strumenti di investimento che ne ristrutturano forma e ruolo annidandolo nelle traiettorie descritte dai flussi di capitale finanziario e risignificandone posizione e funzioni nel complesso sistema di fattori all’opera nel quadro dei mercati globali. Per questo motivo, e cioè per i processi che mentre lo trasformano dall’interno, contemporaneamente lo proiettano nel sistema di relazioni internazionali che determina lo sviluppo ineguale e combinato degli assetti capitalistici, lo Stato, per come qui ne parlo, va inteso come Stato globale. Che Stato e azione dello Stato non siano mai declinati nel contesto della globalizzazione, ma che, al contrario, lo Stato sia stato investito da significativi processi di trasformazione lo dimostra la rapida, esponenziale crescita dei fondi sovrani di investimento e la loro proiezione transnazionale come apportatori di risorse e componente fondamentale del capitale aggregato messo globalmente a valore. Attualmente ne esistono 94 e gestiscono capitali per circa 15 trilioni di dollari con significative concentrazioni nel fondo pensioni norvegese, nei diversi fondi sovrani Cinesi (il principale tra di essi è la China Investment Corporation) e negli Emirati Arabi (Abu Dhabi Investment Authority). Nati per sopperire all’instabilità dei mercati finanziari con compiti di assicuratori in ultima istanza, con finalità di messa a valore dell’enorme rendita petrolifera o con compiti di solidarietà intergenerazionale (pensioni o tutela ambientale), e perciò molto differenziati quanto alle loro tipologie, essi si sono rapidamente allineati alla strategia di investimento e di uso finanziario delle risorse pubbliche che ha ristrutturato missione e posizionamento degli Stati al punto di incrocio tra le tensioni che percorrono i processi globali e i limiti di manovra assegnati dalla loro pressione sulle singole politiche nazionali. Da questo punto di vista, il concetto di «sovranità» coinvolto dalla loro definizione, non implica, nella proliferazione dei fondi sovrani di investimento, una difesa o una resistenza dell’interesse o della ricchezza nazionale nel quadro della concorrenza sui mercati globali, quanto piuttosto lo stringersi del nodo tra deterritorializzazione e riterritorializzazione dei flussi finanziari che produce lo spazio operativo del capitale aggregato su scala mondiale. Da questo è possibile trarre un paio di conseguenze. La prima riguarda un autentico paradosso. I fondi sovrani di investimento, pienamente allineati, nonostante la loro diffusione globale, a modelli di governance di impresa occidentale e indirizzati da strategie di messa a valore che sono le stesse che guidano gli investimenti della finanza globale, avrebbero invece la loro ragione sociale originaria in quella di attutire, a livello dei territori dai quali estraggono le risorse che investono, l’impatto delle forze e dei poteri che trainano proprio la finanza globale. Viene così serrandosi un curioso circuito. Da un lato, l’invenzione dei fondi sovrani di investimento come strumento anticrisi e per la difesa «sovrana» degli interessi nazionali rispetto alla volatilità dei mercati finanziari e alla matrice anonima di circolazione del capitale, dall’altro il fatto che essi operano come investitori sullo stesso ciclo deterritorializzato del capitale del quale alimentano i flussi contribuendo direttamente al suo allargamento. Viene così definendosi quell’ibridazione tra capitale e Stato che marca, non la fine del neoliberalismo, ma quella sua trasformazione che, riconfigurando le geografie della produzione e della circolazione del capitale modula in forma inedita e riorganizza su scala globale spazi e tempi dell’accumulazione. Per quanto riguarda la dimensione spaziale, le traiettorie di investimento, circolazione e redditività del capitale messo a valore dai fondi di investimento sovrani non vengono contenute nel perimetro della tradizionale dimensione territoriale dello Stato, che al contrario programmaticamente eccedono; per quanto riguarda la dimensione temporale, essa si sviluppa in termini molto differenti rispetto al ciclo crisi-sviluppo che aveva caratterizzato fasi storicamente precedenti dello Stato-impresa e, nel quadro del farsi permanente della crisi, quelle stesse traiettorie assegnano un ruolo diverso allo Stato, inteso come attore – contemporaneamente promotore, detentore e gestore di capitale – nel quadro in costante ridefinizione dei mercati globali: sia per quanto riguarda la loro finanziarizzazione, sia per quanto materialmente riguarda gli investimenti relativi alla posa in opera di infrastrutture e alla piattaformizzazione logistica delle catene di fornitura dalle quali quest’ultimi dipendono quanto alla loro espansione. Si assiste, potrebbe essere detto, a un vorticoso e contraddittorio ciclo di mutua costituzione tra formazione ibride di Stato e capitale (dai fondi sovrani di investimento alle banche centrali, dalle imprese partecipate dallo Stato alle banche di sviluppo) e statismo «muscolare» di ritorno (neomercantilismo e reintroduzione di politiche daziarie, competizione per il mantenimento o la ridefinizione dell’egemonia monetaria per gli scambi commerciali o per il consolidamento del debito, capitalizzazione e controllo delle grandi aziende tecnologiche) che determina la costante ridefinizione degli spazi di accumulazione e che produce, attraversandole e colmandole di tensioni, le nuove geografie globali. Particolarmente significativo, da questo punto di vista e per il ruolo che viene incrementalmente a svolgere nel quadro di tensioni e di aperto confronto bellico degli ultimi anni, è il nesso tra piattaforme e complesso militare indotto dalla progressiva digitalizzazione della guerra. In questo caso l’ibridazione tra Stato globale e capitale privato è assoluta. Tanto negli Stati Uniti quanto in Cina, pur con le differenze e le specificità che caratterizzano i due antagonisti che si contendono l’egemonia sulle sfere di influenza globali, sono i grandi oligopoli «privati» a detenere i dati e le infrastrutture (dai data center, alle reti satellitari a bassa quota, ai cavi sottomarini) dai quali dipendono tanto le tecnologie militari (missili a intelligenza artificiale, sistemi d’arma a geolocalizzazione globale, robotica bellica) quanto quelle di sorveglianza interna (estrazioni e tracciatura dei dati personali, dispositivi per il riconoscimento facciale) e sono apparati e strategie politiche a istruire situazioni per addestrare l’intelligenza artificiale (la guerra a Gaza, quelle in Medioriente, almeno a partire dalla guerra all’Iraq), a consentire l’uso di infrastrutture civili (telecamere urbane, semafori, piattaforme come quelle sanitarie, delle anagrafi, delle università) per fornire i dati che potranno, di ritorno, essere sfruttati a fini di controllo o di targeting per gli omicidi mirati diventati strumenti di guerra a bassa intensità o a garantire l’approvvigionamento di terre rare per l’industria dei microchips. Il rapporto tra Big Tech e Stato, nel quale le prime non possono più essere definite imprese «private» in senso classico, il secondo non può più essere inteso come detentore sovrano della decisione politica, e la dipendenza reciproca tra le une e l’altro è la misura dell’ibridazione irrecuperabile intervenuta tra di essi, è fatto di oscillazioni nei rapporti di forza tra i due attori, Big Tech e Stato globale, ed è una delle caratteristiche definitorie dell’ingresso in una fase politico-economica altamente differente da quelle che la hanno preceduta. Lo Stato, risignificato quanto alla sua «sovranità», dato che essa, quanto alle sue caratteristiche definitorie non può più essere detta coincidere né con la detenzione del monopolio della violenza su di un territorio, né volta a scavare e a conservare la differenza tra pubblico e privato, o tra politica e mercato, si comporta come impresa ibrida e contribuisce alla realizzazione dell’insieme di mediazioni, giuridiche e di potenza, che ristrutturano sul piano transnazionale le sfere della produzione, della circolazione, dell’estrazione e della distribuzione del valore. Si tratta del processo contraddittorio, frenetico e complicato che, molto più in generale, ridisegna ininterrottamente le geografie dell’accumulazione e muove la geopolitica, patente e nascosta, tra attori regionali del multipolarismo imperiale con i differenti e reciprocamente contraddittori interessi che le tengono in tensione. Il concetto di «capitalismo politico» di recente introdotto da Sandro Mezzadra e Brett Neilson, che ha anche il pregio di disambiguare l’espressione «capitalismo di Stato» circolante in parte della letteratura internazionale, fotografa con precisione la complessiva trasformazione che segna se non la fine del neoliberalismo, quantomeno il suo ingresso in una nuova fase, nella quale le logiche del capitalismo estrattivo, la centralità assunta dalle infrastrutture logistiche e il controllo dei flussi di uomini, merci e denaro, diventano imprescindibili e rendono di nuovo significativo il ruolo dello Stato come sincronizzatore, come dispositivo di scambio e come apportatore di risorse finanziarie per le operazioni aggregate del capitale e per l’inedita produzione di assemblaggi tra territori, potere e diritti nel quale esse possono circolare. Lo Stato, deterritorializzato dai processi che lo attraversano e che non può ostacolare (movimento dei capitali finanziari, tensioni sui mercati valutari, investimenti a scopo di riarmo nel quadro delle alleanze internazionali o richiesti dalla creazione di infrastrutture transnazionali) può così rientrare nel campo analitico come polo di attrazione per i flussi finanziari globali grazie alle funzioni di coordinamento, di accelerazione o di disciplinamento che è localmente in grado di realizzare contribuendo alla loro riterritorializzazione. In un libro oggettivamente importante, Ilias Alami e Adam D. Dixon hanno fissato quattro diverse funzioni assunte dal capitalismo politico negli ultimi decenni. Una fase, peraltro anticipata rispetto alla crisi finanziaria del 2008 e alla crisi pandemica, segnata dalla ripresa di compiti regolatori dello Stato in economia. Basti ricordare la politica monetaria e il nuovo ruolo assunto dalle Banche centrali negli USA e in Europa o gli enormi piani di stimolo in Cina evidentemente stridenti con la presunta ortodossia del neoliberalismo e con l’idea di una spontanea autoregolazione dei mercati. La prima è una funzione immediatamente produttiva. In essa lo Stato investe i capitali che è in grado di attrarre dalla finanza globale o che ha a disposizione come risparmio pubblico per rafforzare il posizionamento delle proprie industrie nel quadro di networks transnazionali ad alto valore aggiunto o a favore di progetti strategici di innovazione tecnologica. Significativi, in questo senso, sono il progetto tedesco National Industrial Strategy 2030, i progetti France 2030, Saudi Vision 2030, Singapore Economy 2030, Made in China 2025 o gli ambiziosi progetti europei REPowerEU, EU Green Deal, EU Chips Act. Ma altrettanto significativi sono altri progetti in Africa, Asia e America Latina volti a finanziare la connettività intra e interregionale, a stimolare sviluppo e competitività delle industrie locali e a costruire le condizioni per l’inserimento di imprese e nodi infrastrutturali specifici nelle catene di fornitura globale, contribuendo con ciò alla costante ridefinizione degli spazi operativi del capitale. La seconda funzione è una funzione assorbente. Lo Stato, attraverso significative trasformazioni delle sue istituzioni economiche, assorbe e reinveste capitale pubblico trasformandolo in capitale finanziario che mette in movimento, e quindi a valore, su diversi livelli e su differenti scale geografiche contribuendo alla composizione allargata e aggregata del capitale globale. Facendolo, esso svolge anche la funzione di assorbire crediti deteriorati o assets in sofferenza, socializzando le perdite e mettendo finanziariamente a valore il saldo che è possibile trarre da questo scambio. La terza funzione è una funzione di stabilizzazione, che viene svolta, tanto in funzione anticiclica quanto in funzione permanente, ad esempio dalle Banche centrali (politiche dei tassi di interesse o creazione di moneta) o, ad esempio in America Latina, Africa o Asia, dalle Banche di sviluppo che hanno agito rispetto ai rischi di contrazione del credito e di erosione del risparmio privato susseguenti alla crisi del 2008 e alla crisi pandemica. Vanno inquadrate in questa funzione anche l’ampia diffusione di strumenti finanziarizzati e digitalizzati di assistenza sociale o di credito al consumo – mi riferisco in particolare ai programmi G2Px («Government to Personx») incentivati, su scala nazionale, dalla Banca Mondiale, in particolare in Africa e in America Latina, allo scopo di privatizzare e di spoliticizzare le tensioni e i conflitti che rilevano da povertà e marginalità sociale. La quarta e ultima funzione del capitalismo politico è una funzione immediatamente disciplinare. Essa viene svolta tanto all’interno quanto all’esterno dei singoli Stati, contribuendo alla costante ritracciatura delle frontiere dell’accumulazione capitalistica. All’interno, addomesticando la produzione di soggettività e assicurando il filtraggio della frazione migrante del lavoro vivo, per allineare l’una e l’altra agli imperativi di competitività del capitalismo globale. Precarietà e debito, ma anche forme inedite di colonialismo interno, sono i perni di questa operazione, un’operazione che si potrebbe qualificare come diretta operazione di «counterinsurgency» contro le lotte condotte su questo stesso terreno che hanno ritmato gli ultimi decenni, che attacca frontalmente i processi della riproduzione sociale. Sul piano esterno, la funzione disciplinare si esercita invece scaricando aggressivamente altrove il peso degli aggiustamenti strutturali o cercando di ridefinire muscolarmente la divisione internazionale del lavoro per mezzo di strumenti di ricatto (dalle politiche tariffarie, ai dazi, alle guerre monetarie) o per mezzo di strumenti di finanziamento e di incentivazione di ricerca e innovazione nei settori tecnologicamente più avanzati, che a loro volta rilanciano e alimentano rivalità inter e infrarimperiali. Lo Stato ritorna in auge come perno per operazioni molteplici e multiscalari del capitale e, in forza degli apparati giuridici, disciplinari e di dominio dei quali esso resta garante pur nell’ampia ristrutturazione che lo modifica nel quadro neoliberale, torna anche come strumento per canalizzare e mettere a valore i flussi del capitale finanziario globale, sia nei territori di prossimità dove insiste immediatamente la sua azione, sia nel sistema allargato di rapporti geoeconomici e geopolitici al quale apporta le risorse che investe attraverso i suoi fondi di investimento sovrano. L’infrastrutturazione logistica del mondo e l’estrattivismo che essa rende possibile – dalle risorse naturali o fossili, ai dati, al lavoro vivo che si muove sulle rotte migratorie – sono ampiamente finanziati a livello globale da capitali che si muovono e che vengono messi a valore da logiche di investimento che passano anche per gli Stati e che si rimodulano in relazione alle specifiche occasioni o congiunture strategiche che vengono offerte alla loro territorializzazione. In questo senso, lo Stato, assieme a una molteplicità di altri attori politici, dalle organizzazioni internazionali ai grandi players privati, inquadra, modella e orienta accumulazione e valorizzazione del capitale nel contesto di operazioni che agiscono su differenti livelli, su differenti scale geografiche e che fanno perno (anche) sulle istituzioni economiche e politiche dello Stato per allargare il loro ciclo. Espropriato delle sue capacità di regolazione e di gestione della circolazione del capitale per mezzo degli strumenti di pianificazione, di welfare e fiscali dei quali esso era tradizionalmente dotato, lo Stato si trova a proiettare le sue politiche su scala nazionale ed extranazionale, acuendo le tensioni e i conflitti che da ciò derivano, sia ai fini della captazione e del controllo dei flussi finanziari e di investimento che può mettere a terra, sia ai fini del modellamento delle reti sulle quali si muovono uomini, merci e capitali; reti che striano e che ritagliano, tra cooperazione transnazionale e conflitto, le nuove geografie dell’accumulazione. Da un lato l’uso di tecnologie giuridiche che permettano l’affondo su quanto residua come inceppo al dispiegarsi del «libero» mercato sul territorio nazionale – l’assoluta continuità e costanza dello smantellamento del welfare e dello Stato sociale, la privatizzazione della sanità e dell’istruzione, la messa in carico disciplinare al singolo individuo della responsabilità della riproduzione –; dall’altro la proiezione dello Stato oltre i suoi confini, allo scopo di filtrare, controllare e organizzare i flussi dai quali dipendono approvvigionamento energetico, catene di fornitura, lavoro umano, capitali e denaro. È questa doppia modalità di intervento, che, è forse banale ricordarlo, non riguarda principalmente le dimensioni economiche dello Stato, ma la sua azione immediatamente politica, che consente di mettere a tema un ultimo, centrale elemento che guida la sua riattivazione. Lo Stato non controlla fino in fondo i processi che lo attraversano e il ridefinirsi in senso autoritario della sua azione accende una spia sulla centralità acquisita dalle lotte che si producono sul piano di circolazione e riproduzione della forza lavoro e sulle tensioni che attraversano il controllo sulla moneta. Per quanto riguarda la prima delle due cose, ampio è stato negli ultimi anni il ciclo di lotte globali per le pensioni, l’istruzione, la salute e l’ambiente. Ma, più in generale, la definizione dei lavori essenziali nel contesto della crisi pandemica, oltre a medici e sanitari, ha fotografato anche la centralità dei lavoratori della logistica dell’ultimo miglio, di fattorini e riders, degli operatori nelle catene di fornitura e negli hubs all’interno dei quali vengono organizzate circolazione e sincronizzazione dei flussi di merci globali. Si tratta di una tendenza cruciale che intensifica le risposte autoritarie dello Stato accentuando le trasformazioni del suo profilo giuridico indotte dal suo riorganizzarsi come regime di guerra nel contesto di tensioni che attraversano le relazioni internazionali. Lo Stato si ristruttura in senso apertamente autoritario sia per quanto riguarda le sue dimensioni costituzionali – si tratta di una tendenza ampiamente diffusa a livello globale, che determina l’indebolimento della divisione dei poteri e dei meccanismi di controllo giurisdizionale, ma anche la secca esecutivizzazione delle funzioni di governo –, sia per quanto riguarda l’insieme di condizioni che permettono di competere con le altre potenze in termini di estrazione di plusvalore, controllo sulla circolazione di uomini, merci e dati, organizzazione e difesa delle infrastrutture e dei nodi che connettono gli Stati a networks globali in via di costante ridefinizione e ritracciatura. La seconda delle due cose è altrettanto rilevante. Non solo perché uno dei poli principali di accelerazione delle tensioni internazionali riguarda i tentativi di dedollarizzazione degli scambi commerciali perseguiti da differenti attori internazionali e perché una delle forme di ritorno dello Stato è anche la battaglia per il controllo delle criptomonete e della moneta digitale – dalle «stablecoins» private alla «Central Bank Digital Currency» garantita dalle banche centrali, che di fatto disintermediano la funzione della finanza privata –, ma anche perché una delle costanti dell’azione degli Stati nel quadro neoliberale, in controtendenza con l’ortodossia di quest’ultimo, sono state, sin dagli anni precedenti la crisi del 2008, le politiche monetarie di stimolo all’economia. Si tratta di un punto particolarmente rilevante. In momenti di acuta crisi economica, la moneta viene deliberatamente sganciata sia dall’ancoraggio a un valore esistente sia dalla promessa di valorizzazione futura, e la creazione di denaro viene usata per colmare gli squilibri strutturali che ciclicamente sfociano in crisi finanziarie oppure per intervenire su situazioni emergenziali, qual è ad esempio stata la crisi del debito sovrano del 2012. Si tratta di una creazione di moneta ex-nihilo e senza contropartita che viene immessa nel circuito economico in maniera del tutto indipendente dalla relazione debito-credito e che esprime in massimo grado la funzione di comando che è ad essa immanente. Essa non serve (ma evidentemente questa è la posta in gioco) a scopo di redistribuzione della ricchezza o per finanziare interventi sulla crisi climatica e, in particolare nella congiuntura di guerra che attraversiamo, l’accesso alla liquidità viene riservato a soggetti privilegiati, ad esempio monopoli digitali o industria militare, consolidando le gerarchie esistenti e riproducendole a fini di valorizzazione. La spesa militare, si tratta di un caso paradigmatico, mette in sospensione le politiche di pareggio di bilancio (apripista in questa direzione è la riforma costituzionale tedesca del 2025, ma se ne discute in altri paesi europei), così come mai è successo a favore delle politiche sociali o di welfare. Anche in quest’ambito, il ritorno dello Stato attesta una certa continuità nel combinato disposto tra politiche monetarie, proiezione internazionale e riproduzione delle funzioni di controllo del mercato, della ricerca e dell’innovazione, della mobilità. Lo Stato ritorna anche come regime di guerra, e cioè come veicolo di una militarizzazione della vita politica ed economica che eccede l’effettivo dispiegamento delle forze militari e che può esistere del tutto indipendentemente dalla loro effettiva mobilitazione. Controllo delle infrastrutture logistiche transnazionali, disciplinamento per mezzo dell’alternanza tra definanziamento e incentivazione di università e centri di ricerca, sorveglianza delle frontiere e loro proiezione oltre i confini nazionali, sviluppo di più efficaci tecnologie di vigilanza digitale, richiedono investimenti per i quali la funzione di comando della moneta sono essenziali e i processi di riorganizzazione dei poteri dello Stato decisivi. Ma i processi sono tali, perché sempre contrastati e conflittuali. Lo sono nel quadro di evidente crisi delle relazioni internazionali, lo sono anche perché molti di questi processi di trasformazione sono stati resi necessari dalla necessità di rispondere alla continuità delle lotte globali. È su questo terreno che ci muoviamo. A noi la sfida di organizzarci dentro il sistema di coordinate che queste trasformazioni ci offrono. Riferimenti: Alami I. – Dixon A. D., The Spectre of State Capitalism. Critical Frontiers of Theory, Research and Policy in International Development Studies, Oxford, Oxford UP, 2024. Alami I. – Copley J. – Moraitis A., The “Wicked Trinity” of Late Capitalism: Governing in an Era of Stagnation, Surplus Humanity, and Environmental Breakdown, «Geoforum», 153, 2024, pp. 1-13. Alami I., State Theory in the Age of State Capitalism 3.0, «Science and Society», 85, 2, 2021, pp. 162-170. Bhorat Z. (ed.), Decoding Digital Authoritarianism, Report Prepared for Global Affairs Canada, 2023. Brandt U. – Sekler N. (eds.), Postneoliberalism. 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May 31, 2026
EuroNomade
Bolivia: Il corridoio umanitario si lascia dietro scontri, feriti, arresti e un morto, mentre aumentano i blocchi
Il corridoio umanitario del governo è risultato tutto un fallimento e ha lasciato come saldo una persona morta, vari feriti, arresti, mentre i blocchi sono aumentati in 58 punti di sette dipartimenti del paese, secondo l’Amministratrice Boliviana delle Strade (ABC). L’operazione è cominciata all’alba di sabato, con circa 150 veicoli, camion, autobus, trattori e alcuni […]
Bolivia: Manifestanti circondano la capitale chiedendo la rinuncia del presidente
Indigeni, contadini e sindacalisti hanno cercato di entare in Plaza Murillo, dove si trova la sede del governo, ma sono stati repressi, quattro morti. Questo lunedì, l’affollata marcia di migliaia di attivisti sociali, indigeni e sindacalisti è giunta a La Paz proveniente dall’altipiano boliviano nell’ambito dello sciopero generale contro il presidente, Rodrigo Paz, e le […]
L’Argentina di Milei: la macelleria sociale tra proteste e consenso
Un racconto politico dell’Argentina di Javier Milei, ex professore universitario e opinionista televisivo diventato presidente dell’Argentina, nel 2023. Neoliberista autoritario e radicale, Milei ha promosso un programma di riforme – in parte bloccato dalle mobilitazioni popolari – che prevede un ridimensionamento strutturale del welfare, privatizzazioni e nuovi strumenti di limitazione dell’opposizione politica e di piazza tramite un perpetuo stato di emergenza. Con Susanna De Guio – sociologa della comunicazione, redattrice editoriale e giornalista che vive a Buenos Aires dal 2016 – abbiamo cercato di fare un punto sugli ultimi anni della presidenza Milei, soffermandoci sia sullo stato dei movimenti di protesta che lo hanno ostacolato sia sui blocchi sociali che invece supportano e mantengono in piedi la macchina politico-economica e autoritaria di “El Loco”.
Etnomarxismo e lotte antisistema
Gilberto López y Rivas In retrospettiva, dobbiamo evidenziare che la questione nazionale si è arricchita con il dibattito vietnamita sulle sue regioni culturali dopo la sconfitta statunitense, ma anche con le eredità di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti per l’Italia, e José Carlos Mariátegui per il Perù. A sua volta, le riletture della rivoluzione messicana […]