Bolivia: il ritorno della COB e l’ombra dell’ingerenza imperialistaA poco più di sei mesi dall’insediamento di Rodrigo Paz alla presidenza della
repubblica, la Bolivia si trova ad affrontare un conflitto sociale e politico
profondo. Un pacchetto di rigide misure di austerità, nello stile del
turbo-liberismo tipico dei partiti di estrema destra saliti al potere negli
ultimi tempi ma in netto contrasto con le promesse elettorali che lo hanno
portato alla vittoria nel ballottaggio contro la destra boliviana tradizionale,
ha scatenato una ribellione da parte di diverse organizzazioni sociali, guidate
dalla storica Central Obrera Boliviana (COB).
Decine di blocchi stradali e la brutale repressione delle enormi manifestazioni
di piazza hanno portato il Paese sull’orlo di una crisi politica in poco più di
un mese, con conseguenze imprevedibili e inaspettate per un governo appena
eletto. L’ombra dell’internazionale di estrema destra, con il protagonismo
interventista di Javier Milei e l’esplicita ingerenza degli Stati Uniti,
conferisce al conflitto un carattere in linea con i tempi che stiamo vivendo.
Per analizzare questa situazione ne abbiamo parlato con l’analista politico ed
economista boliviano Diego Moscoso Sanginés.
> La Bolivia sta affrontando una crisi che sta spingendo sull’orlo del collasso
> il governo di Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi. Misure impopolari e
> il tradimento dei settori sociali che costituivano lo zoccolo duro del suo
> elettorato di fronte alla debacle della sinistra, hanno provocato una reazione
> massiccia da parte delle organizzazioni sociali, guidate dalla COB, con
> proteste e blocchi stradali nelle principali città boliviane, in uno scontro
> con il governo che appare sempre più caotico e con Rodrigo Paz sempre più
> determinato a ricorrere alla repressione, ostentando l’ampio sostegno degli
> Stati Uniti e dei governi di destra in tutto il continente.
Secondo Diego Moscoso Sanginés, analista boliviano specializzato in questioni
relative ai movimenti operai, si tratta di un conflitto in cui entrambe le parti
stanno giocando una partita di forza mirata al logorìo e alla sconfitta
dell’avversario, senza troppo margine per la negoziazione. I movimenti sociali,
con i loro blocchi stradali che strangolano il flusso di merci e persone negli
snodi di trasporto strategici, chiedono apertamente le dimissioni del
Presidente. Dal canto suo, Rodrigo Paz punta sulla crescita di un’opposizione
popolare o di parte della classe media urbana esasperata dalla frustrazione per
la carenza di merci e la paralisi economica: in altre parole, fomenta lo scontro
tra le parti sociali per facilitare l’implementazione delle sue misure.
A tutto questo si aggiunge la brutale repressione, che ha già provocato alcune
vittime tra i manifestanti, mentre allo stesso tempo vengono avviate azioni
legali contro i dirigenti sindacali e, naturalmente, contro Evo Morales,
minacciando addirittura l’intervento delle forze armate. L’abrogazione delle
limitazioni imposte alla legge sullo stato di emergenza dopo il colpo di stato
di Jeanine Áñez [2019-2020 – ndt] va in questa direzione, aprendo la strada a
una repressione ancora più selvaggia.
LA RINASCITA DEL MOVIMENTO OPERAIO
Un altro nuovo sviluppo evidenziato dall’analista boliviano è che, a differenza
delle proteste dei primi anni 2000 che portarono all’ascesa di Evo Morales e del
governo del MAS, [Movimento Al Socialismo, partito di ispirazione marxista
fondato nel 1987 – ndt] questa volta è il movimento operaio a guidare la
mobilitazione anziché i contadini o i coltivatori di coca del Chapare [provincia
nel centro del Paese – ndt]. Per Moscoso, si tratta di una «riarticolazione del
movimento popolare guidata dalla Centrale Operaia Boliviana, dai minatori, dagli
operai delle fabbriche e dalle altre componenti della forza lavoro salariata, in
coordinamento con gruppi di contadini, lavoratori dei trasporti, alcuni
sindacati e gruppi studenteschi e di attivisti, sempre presenti alle
mobilitazioni sociali».
La COB ha organizzato importanti mobilitazioni alla fine del 2025 in risposta
alle prime misure introdotte da Rodrigo Paz, riuscendo in gran parte a fermarle,
anche se questo non ha impedito al governo di perseverare nel suo intento di
imporre politiche impopolari. I dirigenti della COB hanno iniziato a essere
perseguitati e minacciati di carcere, con molti che sono dovuti passare alla
clandestinità tra cui il segretario esecutivo Mario Argollo. L’aspetto però più
significativo non è la rinnovata capacità di mobilitazione della COB bensì la
sua proposta programmatica, che in alcuni casi riprende la linea storica dei
programmi operai e, in altri, affronta direttamente i problemi immediati del
Paese andino. Diego Moscoso sottolinea che «(anche se) sono stati i lavoratori
agricoli a guidare le proteste all’inizio di questo secolo, adesso esiste un
movimento operaio più organizzato e coeso, con un programma politico più chiaro
ed elaborato dagli operai delle fabbriche, nonostante la Centrale Operaia
Bolivariana sia tradizionalmente sempre guidata dal settore minerario».
Anche se all’interno della COB esistono anche settori contadini e l’unione
operaio-contadina abbia sempre fatto parte del suo programma, secondo
l’accademico boliviano si tratta di «un’alleanza organica degli stessi leader
che rappresentano sia i lavoratori che i contadini, che rappresenta una sorta di
novità nei processi politici dell’America Latina degli ultimi decenni, nei quali
il ruolo del movimento operaio si è fatto sempre più sfumato».
> Secondo Diego Moscoso, «uno degli elementi interessanti della proposta della
> COB per uscire dalla crisi è il controllo delle valute estere derivanti dalle
> esportazioni, perché la crisi in Bolivia è dovuta principalmente
> all’incapacità dello Stato di ottenere dollari a sufficienza per il commercio
> internazionale», che ha generato «aumenti dei prezzi e svalutazione della
> valuta, poiché la maggior parte dei dollari risiede nel settore privato».
Come spiegato dall’economista, le imprese di import-export, per lo più in mano a
capitali transnazionali, non sono tenute a liquidare gli utili all’interno del
Paese. Moscoso riassume così: «Il famigerato Decreto 21.060, che ha introdotto e
implementato il neoliberismo nel 1985 sotto il governo del prozio dell’attuale
presidente, Víctor Paz Estenssoro [al suo terzo mandato 1985-1989 – ndt],
conteneva un elemento chiave nel suo articolo quinto che imponeva a chi
esportava di liquidare le proprie riserve di valuta estera presso la Banca
Centrale: Controllando il dollaro, controllava le valute estere. Non le
esportazioni, ma direttamente i contanti. E questo è rimasto in vigore fino
all’ultimo giorno del primo mandato di Gonzalo Sánchez de Lozada (Goni) [6
agosto 1997 – ndt], quando emanò un decreto che eliminava tale obbligo per gli
esportatori sostenendo che, visto che tutto era già stato privatizzato e che la
tendenza andava verso l’aumento delle riserve valutarie, non c’era più bisogno
che le imprese di import-export liquidassero tutto».
Durante i governi del MAS [2005-2019 e 2020-2025 – ndt], il controllo dei cambi
non venne reintrodotto. Poiché la politica economica era incentrata sulla
nazionalizzazione dell’industria strategica, i proventi in valuta estera
derivanti dalle esportazioni non furono controllati «perché la crescita generava
esportazioni a sufficienza, lo Stato esportava e i proventi in valuta estera
erano abbastanza. Ma lo Stato non ha più quella capacità di esportazione di
prima», spiega Moscoso. «Con la crisi delle esportazioni e il crollo dei prezzi,
non sussiste più lo stesso flusso di beni e merci. Luis Arce [al governo dopo il
colpo di stato di Jeanine Áñez, dal 2020 al 2025 – ndt] avrebbe dovuto fare
proprio questo: reintrodurre il controllo dei cambi in modo che gli esportatori
liquidassero i profitti in valuta estera presso la Banca Centrale. Ma non lo ha
fatto, non ne ha avuto il coraggio. Se lo Stato non controlla le esportazioni e
le importazioni per ottenere valuta estera a sufficienza per il mercato
internazionale, non ci sarà soluzione. La tendenza sarà un’ulteriore
svalutazione della moneta, aumenti dei prezzi e scarsità dei prodotti che devono
essere importati, non soltanto beni di consumo ma anche materie prime essenziali
per l’industria». Prosegue affermando che si tratta di una misura controversa,
persino rivoluzionaria in questo contesto, ma necessaria e centrale nel
programma della COB.
Il problema della valuta estera non è soltanto una questione macroeconomica ma
ha un impatto quotidiano sulla carenza di carburante, aggravata dai blocchi
stradali ma principalmente come conseguenza diretta della mancanza di valuta
estera per le importazioni.
> Una delle misure più impopolari di Rodrigo Paz, l’eliminazione dei sussidi sui
> carburanti, ha tentato di affrontare il problema dalla prospettiva
> profondamente neoliberista di eliminare la regolamentazione statale
> dall’economia, con il risultato che quando lo Stato è finalmente intervenuto
> lo ha fatto nel peggiore dei modi, creando una crisi senza precedenti a causa
> dell’importazione di carburante adulterato. La cura si è rivelata peggiore del
> male, causando addirittura guasti diffusi ai motori e facendo salire alle
> stelle il malcontento pubblico.
In questo contesto, i blocchi stradali che alla fine di maggio avevano
interrotto oltre 90 autostrade e snodi stradali in tutta la Bolivia, hanno di
fatto finito con il creare un’alleanza tra operai e contadini. Nel programma
della COB, spiega Diego Moscoso, «ci sono punti piuttosto avanzati già presenti
nei programmi precedenti, ma la novità di questo programma politico della COB
risiede nell’autogestione operaia come ideale, come obiettivo da raggiungere, e
nel controllo delle valute, elementi che spiccano insieme all’alleanza tra
operai e contadini».
LA CRISI POLITICA
Nel frattempo, la presenza e la leadership dei partiti politici si sono fatte
più sfumate, soprattutto a seguito della crisi e delle divisioni interne al MAS,
anche se Moscoso riconosce la perdurante rilevanza della figura di Evo Morales,
messa alle strette dalla persecuzione dell’ex-Presidente Luis Arce prima e da
quella di Rodrigo Paz adesso. «Evo non è soltanto un leader politico, è una
figura di potere. Nessuno, nemmeno unendosi al resto degli altri leader
politici, può raggiungere il livello di potere politico di cui dispone Evo
Morales né il suo impatto sulla società, soprattutto sui settori popolari». Il
governo sfrutta questa situazione come «strategia di propaganda» per «attribuire
tutti i mali alla figura di Evo Morales, arrivando persino ad attribuirgli più
potere di quanto ne abbia in realtà, come ad esempio affermando che Evo Morales
finanzia le proteste e che tutti sono suoi sostenitori». Tuttavia, in pratica,
nonostante Evo Morales conservi un’enorme influenza, la sua capacità di agire è
diminuita trovandosi confinato nella regione del Chapare sotto il pericolo di
essere arrestato e protetto dalle organizzazioni di base dei coltivatori di
coca. La minaccia, nonostante finora non vi siano prove di progressi concreti in
tale direzione, è quella di estradare Evo Morales negli Stati Uniti per farlo
entrare a far parte di quella sorta di galleria di trofei di leader
antimperialisti catturati o assassinati da Donald Trump.
Un altro punto sottolineato da Diego Moscoso è che l’ampio sostegno sociale a
Rodrigo Paz, considerato il male minore al secondo turno delle elezioni data la
sconfitta autoinflitta del MAS, ha evidenziato l’importanza del sostegno del
vicepresidente Edmand Lara, ex-agente di polizia salito alla ribalta come
influencer sui social media. Edmand Lara, tuttavia, è stato estromesso da ogni
processo decisionale non appena la coalizione si è insediata al potere e non è
riuscito a dimostrare la capacità di incanalare il sostegno ricevuto o di agire
da mediatore nel conflitto.
> Le misure neoliberiste estreme implementate fin dall’inizio da Rodrigo Paz
> hanno rapidamente alienato la base che lo aveva votato e che aveva permesso la
> sua ascesa alla presidenza.
«Rodrigo Paz ha formato il proprio governo con i quadri politici e tecnici di
Samuel Doria Medina [politico e imprenditore boliviano, proprietario della
franchise Burger King in Bolivia – ndt], Jorge Tuto Quiroga [politico boliviano,
candidato contro Evo Morales nel 2005 – ndt] e del settore agroindustriale di
Santa Cruz: in altre parole, i suoi avversari politici nella contesa elettorale
sono quelli che lo accompagnano nel suo governo», afferma Moscoso. Inoltre, «non
ha creato alcuno spazio politico per le organizzazioni sociali che lo avevano
sostenuto», escludendo per la prima volta in quasi vent’anni (con l’eccezione
della breve dittatura di Jeanine Áñez) i settori popolari dall’accesso ai luoghi
del potere politico dello Stato. Al contrario, il governo sta spingendo per la
reintroduzione dei prestiti dal FMI, nonostante «durante la sua campagna
elettorale avesse affermato che non si sarebbe rivolto al Fondo Monetario
Internazionale o ad altri organismi internazionali, che sapeva come uscire dalla
crisi senza indebitarsi e senza dipendere da tali organismi internazionali, e
questo ha generato un malcontento diffuso. È uno degli elementi che ha
maggiormente inciso sull’amministrazione di Rodrigo Paz».
L’evoluzione degli eventi in corso sta precludendo ogni possibilità di negoziato
politico, con entrambe le parti che si irrigidiscono sempre di più. Moscoso
aggiunge che il governo «vede la soluzione dal punto di vista del conflitto. Non
ha ancora usato la forza militare né dichiarato lo stato di mergenza (potrebbe
farlo in seguito) ma sta organizzando truppe d’assalto fasciste per resistere».
La spirale del conflitto si trasforma così in una prova di resistenza, in cui a
vincere sarà chi esercita maggiore pressione e, al tempo stesso, chi riesce a
resistere più a lungo. La COB stessa e i settori contadini dell’altipiano andino
propongono le dimissioni del Presidente come orizzonte della lotta e di
conseguenza «il governo punta a logorare le mobilitazioni, lasciando passare il
tempo fino a quando non perdono slancio, per poi fare pressione sulla
popolazione stessa».
> Questa strategia è particolarmente diffusa a La Paz, che sta subendo il peso
> maggiore dell’assedio, e mira a fomentare l’opinione pubblica affinché la
> gente respinga o si rivolti contro le organizzazioni sociali in mobilitazione.
> In sintesi, «non esiste alcuna scadenza, petizione o richiesta che permetta
> che un tavolo di dialogo con il governo possa raggiungere un obiettivo, e il
> governo non ha né la capacità né la volontà di organizzare un incontro».
Moscoso sottolinea inoltre che le organizzazioni sociali hanno ancora molta
strada da fare in termini di mobilitazione e intensificazione del conflitto, in
parte perché nella zona principale dei blocchi stradali, l’altipiano andino, è
in corso la stagione della semina e gli agricoltori «devono alternarsi tra le
loro attività quotidiane di sopravvivenza e le azioni di pressione sociale». In
questo contesto, lo scenario politico rimane aperto, perché le dimissioni di
Rodrigo Paz, qualora si verificassero, porterebbero a un governo ancora più
debole, tirato per la giacchetta dai diversi settori della società boliviana.
Pertanto, «le dimissioni di Rodrigo Paz non sono garanzia di vittoria, perché i
problemi sono strutturali, sono problemi di scelte politiche, tra cui la
principale è il controllo delle valute estere provenienti dalle esportazioni»,
che un governo debole non può gestire efficacemente.
L’INTERVENTO DEGLI STATI UNITI E DEI SUOI SATELLITI
La subordinazione della classe dirigente boliviana agli interessi delle potenze
imperialiste è una costante nella sua storia ma con alcune significative
interruzioni: la più recente è stata l’ascesa alla presidenza di Evo Morales
[2005-2019 – ndt]. A loro volta, sia il Brasile che l’Argentina, in quanto paesi
egemonici o sub-egemonici nella regione, hanno esercitato forti ingerenze nella
politica boliviana. Nel caso dell’Argentina, gli esempi abbondano e sono
piuttosto recenti, come il sostegno al governo di Mauricio Macri durante il
colpo di stato governativo del 2019 attraverso la fornitura di armi per la
repressione e, in precedenza, l’intervento della dittatura argentina nel 1980 in
favore del sanguinoso colpo di stato guidato dal generale Luis García Meza.
Javier Milei conosce bene questo schema storico. Aerei Hercules dell’Aeronautica
argentina sono atterrati in territorio boliviano trasportando presunti aiuti
umanitari per rimpiazzare i rifornimenti che non riescono a raggiungere le città
a causa dei blocchi stradali. Tuttavia, considerando i precedenti voli durante
la presidenza di Mauricio Macri, ci sono forti dubbi sull’effettivo contenuto
del carico di questi velivoli.
Ancora più controverso è il ruolo del consigliere argentino di Rodrigo Paz,
Fernando Cerimedo, figura dal passato tutt’altro che trasparente e fondatore in
Argentina de “La Derecha Diario” [lanciato nel 2020 on line con edizioni in
lingua spagnola, inglese ed ebraica – ndt]. Le sue precedenti apparizioni
pubbliche sulla scena internazionale lo vedono impegnato in Honduras come
consigliere del candidato di Donald Trump e attuale presidente, Nasry Asfura
[eletto il 27 gennaio 2026 – ndt] e, prima ancora, con il clan Bolsonaro durante
il fallito assalto al Palazzo del Planalto dell’8 gennaio 2023. In Argentina,
Fernando Cerimedo fa parte del gruppo di notabili di estrema destra che
gravitano attorno al nucleo del potere di Javier Milei, con stretti legami con
la strategia del trumpismo volta ad assoggettare l’America Latina alla propria
sfera d’influenza. In Bolivia, appare come una figura influente nel governo di
Rodrigo Paz.
> Secondo Moscoso, il ruolo poco chiaro di questo consigliere potrebbe essere
> alla base della politica di Rodrigo Paz di spingere lo scontro all’estremo.
> «La presenza di questo signore in Bolivia spiega alcune delle decisioni del
> governo, come l’intransigenza nei confronti della mobilitazione popolare,
> l’inasprimento del conflitto, l’uso di truppe d’assalto, l’esacerbazione del
> razzismo, la guerra digitale delle fake news e la persecuzione politica dei
> dirigenti sociali e sindacali, ad esempio».
Che sia così o meno, la centralità di un consulente straniero in un governo in
crisi è degna di nota, al punto da generare attriti anche all’interno della
stessa destra boliviana. Marcel Rivas, un dirigente che ha fatto parte del
governo di Jeanine Áñez, lo ha accusato di fomentare il caos come strategia
politica, non soltanto in relazione al conflitto, ma persino all’interno dello
stesso governo.
Fernando Cerimedo è soltanto un ingranaggio in un più ampio schema
interventista. Le dichiarazioni di aperto sostegno al governo da parte di alti
funzionari del governo statunitense lo dimostra chiaramente. Moscoso aggiunge
che «pochi giorni dopo l’insediamento di Rodrigo Paz, la Bolivia ha interrotto
le relazioni con l’Iran e ha riaperto quelle con Israele, consentendo nuovamente
agli israeliani di viaggiare in Bolivia senza visto e permettendo l’entrata del
Mossad all’interno dell’apparato di intelligence». I legami tra questi elementi,
l’intensificarsi della repressione e la deriva a destra del governo di Rodrigo
Paz, così come la politica di controllo emisferico degli Stati Uniti, sono
innegabili.
Abbiamo già accennato alla minaccia costante contro Evo Morales, che rientra
anch’essa in questo piano per il quale «non lo vogliono libero né politicamente
attivo, ma non lo vogliono nemmeno in una prigione boliviana perché ciò
creerebbe una situazione in cui sarebbe attivo, presente e potrebbe persino
mobilitare migliaia di persone». La soluzione, quindi, sarebbe quella di
forzarne l’esilio, volontario o con la forza, sebbene si tratti di «un
equilibrio delicato»: se arrestassero Evo Morales o tentassero di assassinarlo,
il Paese potrebbe precipitare nel caos. Potrebbe essere il motivo per lo scoppio
di una guerra civile. Questo è un altro fattore che i poteri de facto in Bolivia
e negli Stati Uniti devono tenere in considerazione».
Infine, nonostante la complessità della situazione, l’analista boliviano ritiene
che questo sforzo di mobilitazione stia «consentendo una riarticolazione delle
organizzazioni sociali e la costruzione di un programma politico, perché non
sono soltanto le rivendicazioni di settore a motivare le mobilitazioni in luoghi
diversi». Resta in essere la possibilità che questo processo si consolidi in una
nuova agenda che aggiorni il processo di cambiamento iniziato con le dimissioni
di Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003 e proseguito con i governi di Evo Morales.
Articolo pubblicato in spagnolo il 10 giugno 2026 sul sito Tektonikos, che
ringraziamo per la gentile concessione. Traduzione a cura di Michele Fazioli per
DinamoPress.
Immagine di copertina dell’assunzione del governo di Rodrigo Paz, da commos
wikimedia, della Presidenza della Repubblica dell’Ecuador.
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