Sulla cultura dello stupro e maschilità

Osservatorio nazionale NUDM - Friday, June 12, 2026

Ancora una riflessione a partire dai fatti di cronaca

Secondo me una parte enorme della difficoltà collettiva nel guardare davvero la violenza sessuale sta qui: nel fatto che figure come Silvio Berlusconi o Jeffrey Epstein non vengono percepite fino in fondo come totalmente estranee all’immaginario dominante della maschilità. Anzi, continuano in qualche modo ad affascinare nonostante ciò che è emerso sulle loro pratiche sessuali e relazionali, ma anche attraverso quelle pratiche.

E questo non perché “gli uomini vogliono essere stupratori”, banalizzazione moralistica che non spiega nulla. Ma perché la nostra cultura continua a intrecciare profondamente desiderio, potere e accesso ai corpi. L’uomo ricco circondato da ragazze giovanissime, l’adulto che supera i limiti e proprio per questo appare potente, il capo che “può permetterselo”, il vecchio che continua ad avere accesso a corpi giovani come prova di successo, prestigio e virilità. Tutto questo non viene soltanto tollerato: viene continuamente erotizzato, raccontato, reso aspirazionale.

E allora forse bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo la violenza esplicita. Il problema è che il dominio maschile continua a essere culturalmente desiderabile. Anche in forme apparentemente “soft”, ironiche o glamour. Ed è per questo che molti scandali non producono vere fratture culturali. Perché metterebbero in discussione non soltanto alcuni individui, ma una pedagogia intera della maschilità.

Guardando insieme mesi di cronaca locale — non i grandi casi nazionali, ma proprio la massa continua di articoletti di provincia, trafiletti, arresti, denunce, misure cautelari — la sensazione è devastante. Non perché emerga qualcosa di nuovo, ma perché si accumula continuamente la conferma materiale di quello che femministe e movimenti antiviolenza dicono da decenni: la violenza sessuale non è una deviazione della società. È dentro la società. Dentro le sue gerarchie normali, i suoi desideri educati, i suoi modelli di potere.

E infatti la cosa che colpisce guardando decine di casi insieme è che la violenza raramente arriva da un “fuori” mostruoso. Arriva molto più spesso da uomini perfettamente integrati nella normalità sociale: compagni, ex, mariti, insegnanti, allenatori, medici, colleghi, uomini adulti che si muovono dentro rapporti di fiducia o autorità. Moltissimi casi parlano molto più di potere che di sesso. Il sesso diventa linguaggio del controllo, dell’umiliazione, dell’accesso garantito al corpo altrui.

E sì, esistono anche aggressioni in strada. In questi mesi ce ne sono state diverse: donne aggredite vicino alle stazioni, all’uscita di locali, sui mezzi pubblici, nelle zone della movida. A Milano pochi giorni fa una ragazza è stata violentata fuori da una discoteca dopo essere stata seguita da un gruppo di uomini. E proprio questi casi mostrano un’altra continuità importante: anche quando la violenza avviene nello spazio pubblico, raramente nasce dal nulla. Nasce dentro una cultura che educa alcuni uomini a percepire determinati corpi come accessibili, disponibili, attraversabili.

Anche il digitale amplifica tutto questo. Revenge porn, gruppi Telegram, immagini condivise senza consenso, adescamento, molestie continue, controllo tramite chat e geolocalizzazione. Online e offline ormai sono la stessa infrastruttura del dominio. E infatti tantissime violenze non iniziano dal gesto estremo, ma da una lunga educazione alla disponibilità del corpo altrui: il ricatto emotivo, l’insistenza normalizzata, la pressione sessuale continua, il senso di diritto frustrato quando arriva un rifiuto.

E guardando la geografia dei casi si vede chiaramente anche un’altra cosa: la violenza segue le linee della vulnerabilità sociale. Minori, persone disabili, donne economicamente dipendenti, migranti, persone trans, persone isolate, sex worker. Non perché siano “fragili per natura”, ma perché hanno meno protezione sociale, meno credibilità, meno possibilità di essere credute immediatamente.

Poi c’è il linguaggio mediatico, che continua ossessivamente a trasformare tutto in psicologia individuale: il raptus, la gelosia, “amava troppo”, “era ossessionato”. Ma questa non è ossessione individuale che compare dal nulla. È una cultura intera che continua a insegnare a troppi uomini che desiderare significa ottenere, insistere, superare limiti, possedere. E che il potere renda tutto questo più legittimo, più affascinante, persino più virile.

Ed è forse questo il punto più disturbante che emerge guardando tutta questa cronaca insieme. Non solo la presenza della violenza, ma la difficoltà collettiva ad abbandonare il fascino del dominio maschile stesso. Anche quando quel dominio mostra apertamente il proprio volto predatorio.

Share Post Share

L'articolo Sulla cultura dello stupro e maschilità proviene da Osservatorio nazionale NUDM.