
Internazionalismo e nuovi terreni di conflitto
Jacobin Italia - Friday, June 12, 2026
Nelle ultime settimane sono salpate nuovamente le flottiglie per Gaza, poi sequestrate da Israele in acque internazionali, mentre le organizzazioni della flotta civile continuavano le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e rientrava da Cuba la Brigada internacional Primero de mayo, parte della seconda edizione dello European Convoy to Cuba. Eventi apparentemente slegati, ma che trovano un loro punto di convergenza nel tentativo di sfidare l’ingiustizia del potere attingendo a pratiche e repertori che, tradizionalmente, esulano dalla sfera del politico in senso stretto, spostandosi su ambiti diversi, quali quello dell’umanitario e del legale, a partire da una risignificazione del diritto internazionale.
Per quanto un tale approccio stia diventando sempre più pratica di lotta condivisa, e da qualche anno a questa parte ci stiamo abituando a vederne vari esempi, in verità non è sempre stato così. Al contrario, nella storia dei movimenti sociali queste forme d’azione sono spesso state ben distinte e addirittura foriere, in taluni casi, di tensioni e contrasti – giusto a titolo di esempio, per guardare proprio a una delle sfere che ci interessano più da vicino, basti ricordare il diverso allineamento di varie organizzazioni del soccorso in mare rispetto alla posizione da assumere nei confronti del Codice di condotta elaborato da Marco Minniti nel 2017, proprio lungo la linea di frattura tra azione politica e missione umanitaria.
La fase di ridefinizione in chiave politica di azioni umanitarie e legali alla quale stiamo assistendo in tempi recenti non è, insomma, né scontata né, in un qualche modo, inevitabile. Al contrario, è il frutto di una convergenza precisa, storicamente inquadrata in un contesto dato di condizioni materiali e orientata dalla capacità della società civile di organizzarsi, reagire e interagire.
A nostro avviso, questa convergenza ruota attorno a quattro nuclei fondamentali. Il primo è quello di un contesto globale marcato da una fase estrema di aggressività dell’imperialismo estrattivo e bellicista – incarnato dagli Stati uniti di Trump e affiancato dalla schiera di suoi sodali – in cui genocidi e guerre, ecocidi e violenza organizzata (alle frontiere come altrove) si succedono senza tregua. Sempre più spesso, l’esercizio del potere politico alle nostre latitudini si riconduce al diritto di decidere chi può vivere e chi deve morire – la necropolitica teorizzata dal filosofo camerunense Achille Mbembe –, che ci si trovi sotto le bombe a Gaza, su un’imbarcazione in mezzo al Mediterraneo o in un reparto d’ospedale senza medicinali a Cuba. È davanti a questo orrore che ci si trova nella necessità impellente di riorganizzare una resistenza, riscoprendo pratiche e alleanze nel tentativo di opporsi alla barbarie. Qui si ritrova il significato politico dell’umano, dell’opporre pratiche di vita a politiche di morte, ma anche la valenza strategica di un diritto calpestato dalla folta schiera delle nuove autocrazie liberali.
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Il secondo nucleo è quello dell’internazionalismo solidale. C’è un numero enorme di persone, collettivi e organizzazioni che dispiega la propria forza e utilizza le proprie energie per supportare la resistenza di altri popoli, a cominciare, ovviamente, da quelli che sono maggiormente colpiti proprio dalle politiche di morte dell’imperialismo estrattivo. Difficilmente, negli ultimi decenni, si è vista la compresenza di una tale varietà e intensità di azioni internazionaliste per mare, per terra e per aria, dal Mediterraneo alle frontiere terrestri europee, dalla Palestina al Kurdistan, fino, appunto, a Cuba. Questo quadro evidenzia l’opposizione all’individualismo sfrenato del capitalismo da parte di un internazionalismo che prova a non essere altruistico – scivolando pericolosamente verso il confine con un pietismo dal sapore neocoloniale – ma compiutamente solidale, trovando insieme e non per conto di altri popoli degli spazi comuni per resistere e reagire. Il modo in cui questo internazionalismo solidale si sviluppi proprio in risposta all’aggressività dell’imperialismo bellicista ci ricorda, naturalmente, come nessuno di questi nuclei vada considerato a sé stante: come in tutti i fatti sociali, le interconnessioni abbondano.
Il terzo nucleo ruota attorno alla relazione dei movimenti con la dimensione spaziale, e in particolar modo con il mare come spazio di negoziato e contestazione politica. Tante di queste esperienze solidali e di resistenza sono non solo operativamente ma prima ancora ontologicamente connesse al mare, dal soccorso civile alle flottiglie, recuperando e rilanciando altre azioni storiche realizzate, per esempio, dall’attivismo ambientalista (le spettacolari azioni di Greenpeace sono senza dubbio un punto di riferimento al riguardo). Certo, non tutto passa via mare: il Nuestra América Convoy per Cuba aveva e ha una natura multimodale, con la componente maggiore, incluso lo European Convoy, che viaggiava per via aerea, così come le azioni via mare dirette a Gaza sono state affiancate da importanti missioni via terra, a cominciare dalla Global March to Gaza del 2025. Eppure il mare sembra offrire degli spazi unici per il dispiegamento di una lotta che si gioca sulle tensioni tra politico, umanitario e legale. Lo si deve ad aspetti politici e legali, in primis collegati alla limitazione della sovranità statale in acque internazionali, risultante nel principio della libertà di navigazione, ma anche all’esistenza di un apparato normativo perlopiù favorevole, che rende, ad esempio, non solo possibile ma obbligatorio (su un piano legale, oltre che morale) soccorrere persone in pericolo, come fatto dalle organizzazioni della flotta civile. In questo senso, il mare diventa quello spazio costituente di cui hanno scritto Enrica Rigo e Tatiana Montella, non solo in quanto foriero di una decolonizzazione del diritto e rinascita di un diritto internazionale delle persone e non degli Stati, ma ancor prima nel suo essere spazio di un conflitto più propriamente politico, che si esplica (anche) attraverso le forme del legale e dell’umanitario, ma che trova il suo quid nella natura disobbediente delle lotte che lo attraversano.
Il quarto nucleo, infine, prende le mosse proprio dalla specificità del diritto internazionale e dalla tensione tra diritto degli Stati e diritto internazionale. Pur nella consapevolezza della natura essenzialmente statuale e colonizzatrice del diritto internazionale (appunto, il diritto internazionale degli Stati di cui sopra), appare evidente come questo corpus contenga al suo interno numerose norme che ruotano attorno alla tutela dei diritti umani. In questo senso, la resistenza internazionalista prova a fare un uso strategico e conflittuale del diritto, utilizzandolo per far leva sulle contraddizioni esistenti. E sono queste stesse contraddizioni a richiedere cautela, in un contesto di norme, quali quelle sui diritti umani, direttamente appellabili dalle persone, ma altrettanto direttamente ignorate dagli Stati – e non è un caso che a essere più colpite, o a esserlo prima, sono le popolazioni del sud globale (guardando alle ultime settimane, si pensi al diverso trattamento, per quanto nello stesso quadro di violazioni dei diritti umani, riservato da Israele al popolo palestinese e alle attiviste e agli attivisti della Global Sumud Flotilla).
Risuona, in quest’ottica, l’ammonimento che arriva dalle montagne del sudest messicano: i diritti umani e lo stesso diritto internazionale rischiano talora di essere utilizzati per interventi parziali e cosmetici, capaci di correggere singole storture senza però intaccare minimamente le dinamiche strutturalmente predatorie del sistema. Possono, insomma, arginare abusi e arbitri dei potenti, ma – ci hanno ricordato le comunità zapatiste – risultano fatalmente incapaci di mettere in discussione il sistema neoliberale nel suo insieme. In questo senso, se da un lato essi possono essere alleati in campagne specifiche ed essere utilizzati con successo come strumenti di resistenza (e la mente corre inevitabilmente anche al processo attualmente in corso alla Corte penale internazionale contro El Hishri), dall’altro è necessario esercitare uno sguardo critico e una costante cautela, ricordando il contesto storico e socio-politico in cui sono nati e la loro sostanziale riconducibilità al colonialismo e a dinamiche proprie del Nord globale.
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È attraverso l’incrocio di queste quattro dimensioni che si può comprendere la ridefinizione del nesso tra politico, umanitario e legale che sta caratterizzando la fase attuale di vari movimenti a livello globale, riuscendo a creare uno spazio nuovo di resistenza. Nuovo nelle alleanze, così come nelle pratiche e nell’orizzonte che i movimenti stanno provando a darsi. Al tempo stesso, però, proprio alla luce di questa disamina, è fondamentale tenere a mente due considerazioni critiche.
In primo luogo, il relativo successo di alcune di queste pratiche non deve indurre alla loro esportazione indiscriminata: non sono una panacea per tutti i mali e nessun repertorio o scelta di campo va acriticamente considerata più valida di altre. E così, come il mare non sempre è la soluzione più praticabile, allo stesso modo la scelta di un repertorio legale può non essere adatta in un determinato contesto (per i tempi lunghi che implica o per il rischio di effetti controproducenti che può avere, ad esempio per la debolezza giuridica del caso in questione). Pur nella fisiologica diffusione di pratiche tra i movimenti, così come al loro interno, occorre prevenire gli automatismi e, ancor di più, la creazione di veri e propri brand, più o meno inconsapevoli, attorno a forme di mobilitazione.
In secondo luogo, va sottolineata l’ambivalenza intrinseca che il diritto gioca in questa partita. Se la riscoperta del legale può davvero essere fondamentale, su un piano non solo tattico ma anche strategico, è pur sempre vero che altre norme giuridiche vengono contemporaneamente utilizzate per una repressione legale che si fa sempre più intensa, per minare i diritti esistenti, per pratiche di lawfare e di scivolamento verso forme autocratiche che del diritto mantengono solo la forma, eliminandone la sostanza. In linea con quanto scritto sopra, va quindi recuperata la dimensione del diritto dei popoli, da contrapporre non soltanto al diritto nazionale, ma anche al diritto internazionale degli Stati, che esercitano piena discrezione nel decidere se rispettarlo o meno. Come ricordano Rigo e Montella, «il diritto si pratica, prima ancora di essere riconosciuto come tale». In questo senso, è fondamentale guardare al diritto come uno degli strumenti di conflitto e di costruzione di un nuovo ordine dal basso, e non come un apparato normativo che legittimi ex ante le azioni di resistenza.
Riconducendo tanto l’umanitario quanto il legale a una più ampia risposta, pienamente e marcatamente politica, alla barbarie crescente e a poteri senza più limiti né controllo democratico sarà possibile continuare in quello che si va configurando come un internazionalismo conflittuale. Un internazionalismo in cui non solo alla solidarietà si affianca il conflitto, ma in cui questo conflitto diventa generativo, riuscendo, attraverso forme di azione diretta, a muovere dalla disobbedienza verso pratiche di autogoverno e di costruzione di istituzioni dal basso.
*Federico Alagna è ricercatore in sociologia politica presso la Scuola Normale Superiore. Attivo da vent’anni in diversi movimenti, oggi fa parte dell’Assemblea No ponte e di Mediterranea Saving Humans. È stato assessore alla cultura a Messina nell’ambito dell’esperienza neomunicipalista di Cambiamo Messina dal Basso. Luca Casarini si è formato nei centri sociali del nordest, dove ha militato per oltre trent’anni. Ha frequentato la facoltà di Scienze Politiche a Padova durante il movimento della Pantera e ha partecipato a varie lotte fino ad arrivare al G8 di Genova e ai grandi movimenti contro la globalizzazione neoliberista. È tra coloro che hanno fondato Mediterranea Saving Humans, di cui è attualmente capomissione.
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