
Nella testa di Musk
Jacobin Italia - Thursday, May 14, 2026
Elon Musk non ha bisogno di presentazioni. È uno dei capitalisti più importanti del nostro tempo. A differenza di molti nel settore tecnologico, si sporca le mani con il mondo fisico (o meglio, lo fanno i suoi dipendenti), costruendo auto e razzi, scavando tunnel e persino impiantando chip nel cervello delle persone. È anche un maestro dell’hype, capace di fare affermazioni assurde che non si avverano mai. A parte questo clamore, ha ottenuto molto. Eppure ha usato la sua fama, i suoi soldi e la sua piattaforma X per promuovere una politica che, senza esagerare, è suprematista bianca e di stampo sterminatore.
Le attività di Musk includono Tesla, la casa automobilistica; SpaceX, l’azienda aerospaziale; X, precedentemente nota come Twitter, e xAI, l’impresa di intelligenza artificiale di cui Grok è il volto; Neuralink, produttrice di chip impiantabili nel cervello umano per consentire la comunicazione diretta con i computer; e Boring Company, che scava gigantesche gallerie per creare autostrade sotterranee. Di queste, solo Tesla e SpaceX sono redditizie. Gli utili attuali combinati delle due aziende si aggirano intorno ai 12 miliardi di dollari.
Queste sono le basi finanziarie della sua fortuna, stimata da Bloomberg in 655 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali proviene da SpaceX e dalle azioni Tesla. Quest’ultima è quotata in borsa e ha una capitalizzazione di mercato pari a 372 volte gli utili dell’azienda. Si prevede che SpaceX si quoterà in borsa a breve. Con una valutazione di circa 2 trilioni di dollari, si tratterebbe di 250 volte gli utili. Queste valutazioni sono, secondo qualsiasi parametro convenzionale (si stima che un rapporto coerente sia intorno alle 20 volte, Ndt), assolutamente folli, ma gli investitori credono nella magia di Elon.
Per il podcast di Jacobin Radio Behind the News, Doug Henwood ha parlato con lo storico Quinn Slobodian e lo scrittore di tecnologia Ben Tarnoff del loro nuovo libro Muskism: A Guide for the Perplexed. La conversazione è stata modificata e ridotta per una sua migliore comprensione. È comunque possibile ascoltare l’originale qui .
Vorrei iniziare con una domanda sul Sudafrica. Ha plasmato Musk, ma anche molti altri personaggi di spicco del mondo tecnologico come Peter Thiel e David Sachs. Mi ha sorpreso scoprire che persino Louis Rosetto di Wired ne fosse affascinato. Quali sono le caratteristiche dell’influenza del Sudafrica in generale e su Musk in particolare?
BT È un’ottima domanda. Da quell’esperienza possiamo trarre diverse conclusioni. Credo che la maggior parte delle persone che osservano la giovinezza di Musk nel Sudafrica dell’apartheid possano giungere alla conclusione più ovvia, ovvero che, considerando la sua successiva svolta a destra, la sua adesione all’etnonazionalismo e alla supremazia bianca, e in particolare la sua diffusione del mito del genocidio dei bianchi in Sudafrica, si è portati a pensare che il seme di tutto ciò sia stato piantato molto tempo fa. Il nostro approccio è leggermente diverso: ci concentriamo sull’economia politica dello stato dell’apartheid e sottolineiamo come si trattasse di un regime fortemente impegnato nel perseguire un certo grado di autosufficienza sia economica che tecnologica.
Si trattava di ottenere licenze dalla Ford per costruire automobili entro i confini del paese. Si trattava di portare avanti un programma nucleare con l’aiuto di scienziati americani e israeliani. Si trattava addirittura di costruire una bomba operativa all’inizio degli anni ’80. E se si guarda alla successiva carriera di Musk come industriale, in particolare a SpaceX e Tesla, si trovano alcune interessanti analogie con l’esperienza dell’apartheid. Perché se si conosce Musk come industriale, si sa che ha una forte preferenza per l’integrazione verticale, per ridurre la sua dipendenza da fornitori esterni. Non possiamo entrare nella sua testa e tracciare con precisione la linea di influenza, ma pensiamo che i parallelismi tra questo e il modello industriale sudafricano sotto l’apartheid siano piuttosto sorprendenti.
QS Il termine che usiamo per definirlo è «futurismo della fortezza, che a nostro avviso coglie bene sia il senso di rischio o pericolo, sia la necessità di utilizzare tecnologie avanzate per presidiare lo stato e armare i suoi difensori. Questo concetto richiama non solo il Sudafrica dell’apartheid, ma anche alcuni cartoni animati che andavano in onda in televisione quando Musk era bambino, tra cui Robotech e Transformers, serie a cui ha fatto riferimento in post successivi e persino nei nomi dei suoi prodotti.
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Questo ragazzo è davvero plasmato dalla fantascienza, vero?
BT La questione dell’influenza della fantascienza su Musk è piuttosto complessa. Quando si scrive e si riflette su una persona come Musk, sorge spontanea la domanda su quanto delle sue affermazioni si possa prendere alla lettera. Spesso usa la fantascienza come meccanismo di segnalazione, come un modo per manifestare la sua affinità con una particolare cultura nerd e, di conseguenza, coltivare quel tipo di fandom che è stato così importante per la sua fortuna finanziaria e politica.
È vero che per lui la fantascienza rappresenta alcuni punti di riferimento fondamentali. Quello a cui Quinn alludeva è il concetto di mech o mecha, tratto dai fumetti e dall’animazione giapponesi. Si tratta dell’idea di una gigantesca tuta robotica in cui un pilota umano, spesso un giovane maschio, entra e si fonde con essa attraverso un’integrazione cibernetica per difendere una civiltà sotto attacco da una forza soverchiante. In particolare, se si considerano le successive dichiarazioni di Musk sulla necessità di diventare cyborg, di impiantare interfacce cervello-computer nelle persone e di integrarsi in quello che lui stesso definisce un «gigantesco collettivo cibernetico», si può notare la risonanza con i mech della sua giovinezza.
QS Siamo inoltre restii ad attribuire troppa importanza a libri, fumetti e cartoni animati come veri e propri strumenti esplicativi della costruzione dell’impero di Musk. C’è la tentazione di usare queste briciole come scorciatoia per spiegare, ad esempio, perché Peter Thiel è come è, o perché Marc Andreessen è come è – basta guardare la loro lista di letture.
Se si vuole scrivere la storia intellettuale di un capitalista, bisogna osservarlo mentre mette in pratica il capitalismo.
Voi considerate Musk come quello che Ralph Waldo Emerson definiva un «uomo rappresentativo». Cosa lo rende l’uomo rappresentativo degli anni 2020?
BT Abbiamo cercato in tutti i modi di presentare Musk come una figura che, nelle diverse fasi dell’evoluzione del capitalismo globale negli ultimi quaranta o cinquant’anni, offre un quadro esagerato e persino caricaturale delle tendenze più ampie dell’economia politica. Uno dei pregi di Musk come strumento didattico è che, un po’ come in Forrest Gump, è possibile ripercorrere il suo percorso attraverso questi diversi periodi dell’economia politica. Inizia la sua carriera negli anni Novanta nella Silicon Valley, diventando milionario grazie al settore delle dot-com, un’esperienza che lo ha profondamente influenzato a livello culturale. Passa poi al settore aerospaziale e diventa un importante fornitore del Pentagono durante i primi anni della «guerra al terrorismo». Cavalca quindi l’onda del breve esperimento del capitalismo verde durante il primo mandato di Barack Obama. Si può quindi interpretare Musk come una figura che assorbe, ma al tempo stesso rielabora e radicalizza, le tendenze più ampie dell’economia, della società e della cultura.
Un aspetto che lo rende rappresentativo è che il mondo della Silicon Valley, il mondo della tecnologia e persino la cultura in generale venerano il fondatore e la startup. Qual è il significato sociale di tutto ciò? Perché il fondatore e la startup sono così importanti?
QS La figura del fondatore-dio viene analizzata facendo riferimento al libro di Peter Thiel, Zero to One. Lì si nota questo paradosso: la Silicon Valley è caratterizzata, da un lato, dal principio della distruzione creativa o dell’innovazione dirompente, il che significa che qualsiasi azienda consolidata è destinata a essere scalzata da qualche nuovo arrivato emergente; ma dall’altro è anche popolata proprio da quelle aziende consolidate. Dopo la prima ondata degli anni Novanta, sono arrivati personaggi come Musk e Thiel che hanno costruito quelli che Peter Thiel ha definito i regni delle startup. Ora bisogna essere vigili nel proteggere i confini del proprio regno, e bisogna farlo in modo da ridurre al minimo l’intermediazione tra il datore di lavoro e i dipendenti. Quindi, ovviamente, niente sindacati tra il datore di lavoro e i dipendenti: è necessario un rapporto personale e diretto.
Si assiste quindi alla concretizzazione della figura del grande uomo della storia. Gli storici sono abituati a essere scettici sull’idea del grande uomo della storia. Ma con una figura come Musk, la cosa acquista un certo senso, una volta che la strada è spianata per effettuare donazioni illimitate alla campagna elettorale e per poter parlare a centinaia di milioni di follower in un modo che influenza i prezzi delle azioni o delle criptovalute.
Se questo porta a una valutazione di 1,5-2 trilioni di dollari per un’azienda basata su una tecnologia non ancora testata, come nel caso della prevista Ipo di SpaceX tra circa un mese, allora devi essere qualcosa di diverso da un essere umano. L’autoproclamazione, ma ratificata collettivamente, del Technoking, come Musk si è ufficialmente ribattezzato in Tesla nel 2021, è qualcosa che lui incarna più di chiunque altro.
Si pensi, ad esempio, alle recenti dimissioni di Tim Cook, Ceo di Apple. Si potrebbe pensare che Cook abbia ricoperto la carica per molto tempo, ma in realtà è stato Ceo di Apple solo per quindici anni, mentre Musk è a capo di Tesla da quasi venti e di SpaceX da ventiquattro. La sua figura incarna perfettamente la concentrazione di un marchio nelle mani di una sola persona, un’attenzione che richiede una devozione quasi religiosa.
Con Musk, c’è sicuramente del vero, ma anche molta fumo negli occhi. Voglio dire, non fa altro che vantarsi di un sacco di cose. L’auto a guida autonoma non è mai stata realizzata; continua a prometterla entro sei mesi. È davvero un maestro dell’hype.
BT Lo è, ma il modo in cui cerchiamo di concepire la relazione tra clamore mediatico e realtà nel caso di Musk è quello di una piramide rovesciata: c’è una base materiale, ma si apre in un regno virtuale più ampio. Se questo può sembrare un po’ astratto, consideriamo il caso concreto del rapporto prezzo/utili di Tesla. Tesla, soprattutto durante la pandemia ma anche negli ultimi anni, ha avuto una valutazione azionaria piuttosto gonfiata rispetto ai profitti effettivamente realizzati con la vendita dei suoi prodotti e servizi. Questa è una chiara concretizzazione dell’interazione tra realtà e clamore mediatico, dove, da un lato, è indubbio che Tesla abbia contribuito a rendere accessibile al grande pubblico il veicolo elettrico (EV). In particolare, ha reso per la prima volta economicamente sostenibile la produzione di massa di auto alimentate da batterie agli ioni di litio.
Dal punto di vista del branding, ovviamente, ha reso i veicoli elettrici attraenti e un simbolo di status eco-consapevole, in un momento in cui faticavano a conquistare quote di mercato. Inoltre, introduce una serie di importanti innovazioni di processo sia in Tesla che in SpaceX, che gli consentono di aumentare l’efficienza dei processi industriali, proprio come farebbe qualsiasi capitalista tradizionale. Quindi, a livello materiale, i suoi punti di forza sono evidenti.
Ma vengono premiati in modo sproporzionato dal mercato azionario, in gran parte a causa della logica del fabulismo finanziario, come lo chiamiamo noi: questa straordinaria capacità di Musk di presentarsi come una figura pubblica che fa promesse degne della fantascienza che, ciononostante, la classe degli investitori globali trova sufficientemente credibili da premiarlo con un aumento della valutazione azionaria.
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Il caso di Tesla è interessante perché ha creato quel popolare veicolo elettrico. D’altra parte, ora è rimasto molto indietro rispetto alla Cina e la stessa flotta Tesla sta invecchiando. Il Cybertruck è stato un totale fallimento. Si tratta solo di un’interruzione nella sua storia di grande successo, o è un presagio di come potrebbero evolversi le cose?
QS Il distacco di Tesla dagli interessi personali di Musk è sicuramente un indicatore della sua posizione sul mercato e di come le persone stiano valutando la gamma di prodotti di Musk. Ci sono ancora alcune parti del mondo in cui la domanda di Tesla è in crescita, ma BYD l’ha ormai superata a livello globale. CATL, che ha iniziato la sua attività come produttore cinese di batterie agli ioni di litio per Tesla nella Gigafactory di Shanghai, ha ora completamente superato Tesla come produttore di batterie agli ioni di litio. E i progressisti ora odiano Musk, quindi non compreranno più i suoi veicoli elettrici. Compreranno Hyundai o qualsiasi altra cosa.
Esiste un modo di interpretare Musk come colui che assorbe, ma anche rielabora e radicalizza, le tendenze più ampie all’interno dell’economia, della società e della cultura.
Qual è ora il punto cruciale della storia di Musk? È sicuramente legato a SpaceX. Il rapporto prezzo/utili (P/E) menzionato da Ben a proposito di Tesla è davvero incredibile: attualmente si aggira intorno a 400. Se SpaceX si quotasse in borsa il mese prossimo con una valutazione prevista di 2 trilioni di dollari, il suo rapporto P/E si aggirerebbe intorno a 1.000. Quindi, se pensate che la gente stia puntando forte su Tesla, sta puntando ancora di più su SpaceX.
Su cosa scommettono? Scommettono che riuscirà a monopolizzare l’orbita terrestre bassa. Che riuscirà a monopolizzare il lancio di oggetti nello spazio. Che riuscirà a creare un’enorme espansione di internet via satellite. Ha già 11.000 satelliti Starlink in orbita terrestre bassa. Ha presentato una richiesta alla Commissione Federale delle Comunicazioni per metterne in orbita un altro milione. E scommettono anche che riuscirà a risolvere tutti i problemi ingegneristici legati al lancio di data center in orbita terrestre bassa.
Questi modelli si inseriscono quindi nella stessa linea del modello favolistico finanziario di cui parlavamo. Non si tratta solo di nuovi prodotti, ma di interi nuovi settori di mercato.
Non si tratta di noi, intellettuali benpensanti e riflessivi, che pensiamo che Musk sia un imbroglione. In realtà, questo non ha alcuna importanza. Ciò che conta è se chi gestisce i fondi pensione pubblici della California o il fondo petrolifero norvegese lo consideri un imbroglione. E sapete una cosa? Non lo pensano. Queste persone hanno enormi interessi nelle aziende di Musk e, non appena SpaceX verrà lanciata, probabilmente verrà inserita rapidamente negli indici, e poi entrerà a far parte dei fondi indicizzati di Fidelity e Vanguard, e tutti, dalla vecchietta del quartiere al fondo universitario di vostro figlio, crederanno alle promesse di Musk.
È questa la dipendenza strutturale che troviamo più interessante, soprattutto perché dall’esterno sembra un vero buffone, spesso un attore goffo, persino isterico. Eppure, com’è possibile che in realtà sia l’incarnazione di qualunque sia, a nostro avviso, l’attuale modalità di accumulazione nel capitalismo globale?
Parliamo un po’ dello Stato. Persone come Musk e i suoi colleghi della Silicon Valley vengono spesso dipinte come libertari, il che è in realtà un malinteso. Con Musk, come dici tu, c’è una simbiosi con lo Stato. Come nel caso di internet, si crea un settore che viene avviato con finanziamenti statali, per poi raccogliere profitti che vengono privatizzati, con ingenti entrate che continuano a provenire dallo Stato. Ma in questo modo si rende anche lo Stato dipendente da noi. Quindi dobbiamo parlare di Musk e dello Stato.
BT Ci sono due modi di interpretare la questione. Il primo è a livello personale. Se si allarga lo sguardo e si considera la carriera di Musk nel suo complesso, è evidente che in ogni sua iniziativa e in ogni fase, ha visto nello Stato un’importantissima fonte di potere e profitto; che ha strumentalizzato il governo come garanzia per le sue attività, come finanziatore della ricerca di base e, soprattutto, come cliente. Ad esempio, SpaceX ha iniziato la sua attività come fornitore del governo durante la guerra al terrorismo. Si pensi anche all’ingente prestito concesso dall’amministrazione Obama a Tesla nel 2009, ampiamente considerato come quello che l’ha salvata dal fallimento. L’elenco dei modi in cui si è integrato con lo Stato è lunghissimo.
Ma c’è un altro modo di inquadrare questa dinamica, che consiste nel tentare di collocare Musk in un contesto più ampio, come emblema di sviluppi più vasti. Se pensiamo alla retorica cyber libertaria in stile Peter Thiel, che ha iniziato a guadagnare notorietà negli anni ’90, essa si inquadra in realtà all’interno di una particolare economia politica del settore tecnologico. Si tratta dell’era della tecnologia di consumo, in cui il modello di business si basa fondamentalmente su siti web e app. Per questo motivo, il settore non ha più quel tipo di stretto rapporto con il governo che aveva in passato.
Negli ultimi anni, in particolare dal 2022, si è assistito all’esplosione del boom dell’intelligenza artificiale generativa. Ciò impone un rapporto molto diverso tra settore pubblico e privato. Il settore pubblico è ora un cliente importante, come abbiamo visto nel caso dell’utilizzo da parte del Pentagono di strumenti di guerra basati sull’IA. Ma è anche di fondamentale importanza, in quanto partner, per spianare la strada alla costruzione su larga scala di data center.
Abbiamo assistito a una serie di mosse aggressive da parte dell’amministrazione Trump, che ha messo a disposizione terreni pubblici federali per la costruzione di data center, ha tentato di smantellare le procedure di valutazione ambientale e ha fatto tutto il possibile per accelerare il processo di costruzione di questi centri. Probabilmente, questo è il fattore materiale più importante alla base della nuova partnership tra la Silicon Valley e l’amministrazione Trump emersa negli ultimi anni. Musk, in modo tipico, anticipa questa svolta, ma la presenta anche in una forma ancora più esagerata. Ed è per questo che credo possa essere un utile strumento per comprendere questi sviluppi più ampi.
QS Musk non agisce di propria iniziativa, ma è in perfetta sintonia con ciò che Alexander Karp definisce la «repubblica tecnologica». Molti hanno faticato a comprendere il passaggio, avvenuto nella Silicon Valley, da una modalità informale e interconnessa a una modalità incentrata sulla tecnologia avanzata e destinata a soppiantare le potenze militari. E Musk contribuisce a spiegare questo cambiamento.
È interessante perché parte dalla tecnologia pura e poi passa ai social media, anziché partire dai social media e poi passare alla tecnologia pura. Ma in entrambi i casi, l’atteggiamento verso lo Stato è lo stesso. Non fuggire da esso. Usarlo come ancora di salvezza. Capire come integrarsi il più profondamente possibile nel funzionamento quotidiano del governo, dall’erogazione dei servizi burocratici di tutti i giorni alla selezione dei bersagli fino all’implementazione dell’automazione, che è stato il lato «positivo» dell’iniziativa del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), per come la vediamo noi. Tutto ciò, a mio avviso, rende la categoria di «libertario» un depistaggio.
Qual è stato il contributo della transizione di genere di sua figlia alla sua svolta a destra? Data la sua ossessione per i cyborg e la modificazione tecnologica della vita umana, si potrebbe pensare che l’avrebbe accolta con favore. Invece, ora dichiara sua figlia morta, un’affermazione agghiacciante. Perché è così ossessionato da questo? Quanto è personale la questione?
QS C’è un aspetto che teniamo a sottolineare nel libro, ovvero non solo il fatto che le sue amate metafore di Matrix e della pillola rossa siano apertamente intese come allegorie dell’identità trans da coloro che hanno creato quei film e quelle metafore, ma anche che quando si parla con qualcuno come Donna Haraway o si legge il suo lavoro in A Cyborg Manifesto, si presume che il cyborg sia qualcosa in grado di trascendere, remixare e trasformare le nostre idee di binarismo di genere e gerarchie sociali di ogni tipo.
Ci vuole impegno per ricondurre a noiose dicotomie ciò che può essere stravolto dall’aumento tecnologico, dalla comunicazione e dalla connessione digitale. Chiamiamo il progetto di Musk «conservatorismo cyborg» e lo consideriamo un terreno di scontro continuo all’interno del capitalismo digitale.
Per Musk, la transizione di genere di sua figlia rappresentava un paio di segnali. Primo, sua figlia era stata esposta a un mondo di guerra memetica. Pertanto, credeva che fosse stata infettata da un meme sull’identità trans e ne fosse rimasta vittima.
Ma è interessante anche il modo in cui Vivian Wilson ha interpretato la cosa. Lei la vede anche come un segno della rabbia di suo padre per un accordo commerciale non rispettato. Il punto è che, quasi certamente, Musk utilizzava una qualche forma di selezione del sesso preimpianto per gli embrioni destinati alla fecondazione in vitro, dato che un numero irrealistico dei suoi figli, uno dopo l’altro, è nato maschio.
Vivian ritiene quindi che il sesso assegnatole alla nascita facesse parte di una transazione commerciale che non corrispondeva alla sua identità e alla sua percezione di sé, e che parte della terribile educazione ricevuta come figlia di Musk fosse dovuta alla delusione di lui per il fatto che non si allineasse al prodotto che pensava di aver acquistato.
Infine, che effetto ha avuto su di voi, a livello mentale, emotivo e spirituale, trascorrere tutto questo tempo immersi nella cultura muskiana?
QS È troppo presto per dirlo, credo. Il virus mentale a volte agisce lentamente.
La cosa interessante dello scriverlo in quel periodo, a partire dall’apice del successo di Doge, è che Musk era onnipresente. Tutti avevano un’opinione su DOGE. E poi scriverlo durante quello che era stato una sorta di periodo di relativa calma, in cui le persone sono più spesso caratterizzate da una sorta di stanchezza nei confronti di Musk o addirittura dalla sensazione di non voler più pensare a lui.
Stiamo entrando, credo, in una fase diversa in cui i forti legami iniziali tra Maga e la Silicon Valley cominciano a incrinarsi. Il fallimento del Maven Smart System nel garantire una vittoria immediata in Iran dimostra che una guerra basata sull’intelligenza artificiale forse non è poi così diversa dalle guerre precedenti, nonostante la promessa iniziale fosse che sarebbe stata completamente diversa da quelle passate, che avrebbe cambiato le carte in tavola.
La resistenza dell’opinione pubblica alla costruzione di data center e l’elevato scetticismo nei confronti dell’intelligenza artificiale in generale fanno sì che la tecnologia sarà un tema centrale nelle elezioni di medio termine. Democratici e Repubblicani cercheranno entrambi di appropriarsi di questa reazione negativa. E in entrambi i casi, tale reazione si scontra con gli interessi materiali della classe dirigente della Silicon Valley, completamente accecata dalla narrativa degli investimenti legata alla scalabilità dell’intelligenza artificiale generativa.
Ci troviamo anche in un momento in cui le persone iniziano a posizionarsi in vista di una potenziale maggioranza democratica al Senato o alla Camera, e persino a pensare alle prossime elezioni presidenziali. Il motivo per cui questo è interessante è che spinge le persone a porsi domande, sia a noi che a se stesse, sulla possibilità che esista una sorta di muskismo senza Musk, e se, osiamo dire, potrebbe esistere un muskismo di sinistra, come probabilmente immaginava Alexander Karp, da democratico di lunga data, un’amministrazione Kamala Harris quando scrisse La Repubblica Tecnologica.
Ci troviamo in un momento in cui è possibile spersonalizzare alcuni di questi aspetti e chiederci: «Qual è il ruolo della tecnologia nella nostra vita? Qual è il ruolo della tecnologia puramente tecnologica? Sta davvero prendendo il sopravvento sul settore? Vogliamo davvero un milione di satelliti in orbita sopra le nostre teste? È sufficiente clonare queste tecnologie, o è necessario ripensarle da zero?». È un momento molto fertile e per certi versi entusiasmante per tornare a queste idee. Possiamo forse ripulire la figura di Musk, mantenendo però gli aspetti politici che rimangono rilevanti al di sotto di essa.
*Ben Tarnoff, scrittore e tecnologo, vive nel Massachusetts. È coautore, insieme a Quinn Slobodian, di Muskism: A Guide for the Perplexed . Quinn Slobodian è professore di storia internazionale presso la Frederick S. Pardee School of Global Studies della Boston University. Doug Henwood è direttore di Left Business Observere conduttore di Behind the News. Il suo ultimo libro si intitola My Turn. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
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L'articolo Nella testa di Musk proviene da Jacobin Italia.