Gli italiani e il lavoro, oltre un secolo di cambiamenti tra progressi e ritardi

Pressenza - Saturday, May 9, 2026

Nel 1861 gli occupati erano 15,5 milioni, pari a oltre il 70% della popolazione: pochi bambini andavano a scuola e la maggior parte lavorava, come quasi tutte le persone in grado di farlo, con un impegno in attività perlopiù poco qualificate e prive di tutele, spesso in ambito familiare. Nel 2025 gli occupati hanno superato, invece, i 24 milioni, rappresentando il 41% della popolazione.

In oltre 150 anni la partecipazione al lavoro e le sue condizioni e caratteristiche hanno subìto cambiamenti profondi, legati a quelli della società e dell’economia del Paese. E’ quanto si legge nel Report Storie di dati dell’ISTAT su “I Cambiamenti del lavoro, tra progressi e ritardi”.

Letto attraverso la lente del lavoro, il cambiamento dell’Italia inizialmente è lento: nel 1861 l’agricoltura assorbiva il 70% dell’occupazione, nel 1901 oltre il 60% e nel 1936 ancora circa la metà. Nel Secondo dopoguerra, invece, nell’arco di un trentennio, si realizza dapprima il passaggio a un’economia industriale e successivamente a quella dei servizi: al Censimento del 1961, l’industria era il primo settore per occupazione, arrivando al 44% nel 1971; dagli anni Sessanta decolla anche l’occupazione terziaria, che già nel 1981 rappresentava quasi la metà del totale. Nel 2025 il 70% degli occupati lavorava nei servizi, poco più di un quarto nell’industria e appena il 3,5% in agricoltura. Tuttavia, lo sviluppo dei servizi in Italia è inferiore rispetto alle altre principali economie dell’Ue e, come in Spagna, resta relativamente orientato ad attività tradizionali quali commercio e ricettività.

In connessione con l’evoluzione della struttura produttiva vi è la forte riduzione del lavoro indipendente associato all’agricoltura e alle attività artigiane. All’inizio del ‘900, il 60% dei lavoratori svolgeva un’attività autonoma e oggi poco più del 20%; nonostante la riduzione, consolidatasi nell’ultimo ventennio, in Italia il lavoro non dipendente continua a essere più diffuso rispetto alla Spagna, alla Francia e, soprattutto, alla Germania.

Il lavoro dipendente standard, cioè a tempo pieno e indeterminato, è oggi la forma prevalente di occupazione (58% nel 2025), ma nell’ultimo trentennio è cresciuta la rilevanza delle forme contrattuali flessibili: l’occupazione a tempo determinato (l’11% del totale nel 2025) e quella a tempo parziale (16%).

L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra le economie dell’Ue per quota di part-time, ma si caratterizza per la maggiore incidenza di quello involontario (accettato in mancanza di occasioni a tempo pieno), pari all’8% del totale degli occupati (nel 70% dei casi sono donne), contro un valore medio europeo del 3%.

E’ notevolmente aumentato anche il livello di istruzione della popolazione, ancora più marcato tra gli occupati: alla fine degli anni ‘70 otto lavoratori su 10 avevano al più la licenza media e i laureati erano appena il 4%; oggi gli occupati con bassa istruzione sono il 26% del totale, come i laureati. Tra le donne la crescita della quota di laureate tra le occupate è stata più accentuata, e oggi queste rappresentano oltre un terzo del totale.

Con la diffusione e il prolungamento dell’istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro si è ridotta prima per i più giovani (fino a 19 anni) e, negli ultimi vent’anni, anche per la classe 20-29 anni: nel 1955, i giovani sotto i 30 anni rappresentavano oltre un terzo degli occupati, mentre oggi sono poco più del 10%. La quota di occupazione dei lavoratori di 60 anni e più, invece, si è prima ridotta (dall’8,5% nel 1955 fino al 4,1% nel 2005), per effetto della diminuzione del lavoro agricolo, del miglioramento dei trattamenti previdenziali e del ricorso ai pensionamenti anticipati, per poi crescere rapidamente (fino al 15% nel 2025), per l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della speranza di vita, l’entrata tardiva nel mercato e l’innalzamento dell’età pensionabile. L’effetto dell’invecchiamento è stato solo parzialmente compensato dalla crescita della quota di occupati stranieri, dal 5% nel 2005 all’11% del 2025, caratterizzati da un’età mediamente inferiore.

Per quanto riguarda il lavoro femminile,  alla fine dell’Ottocento le donne rappresentavano circa il 40% degli occupati, in larga parte impegnate nell’agricoltura e nelle industrie tessili (nei decenni post-unitari arrivarono ad essere oltre metà dei lavoratori nell’industria); in seguito l’occupazione femminile diminuisce, fino a circa il 25% negli anni ’50 e ’60, quando il miracolo economico e la diffusione dell’occupazione industriale consolidano la figura dell’uomo come unico percettore di reddito in famiglia. La partecipazione delle donne al lavoro retribuito torna ad aumentare dagli anni ’70, fino a quasi il 43% degli occupati nel 2025, con una forte concentrazione nel terziario. Tra il 1977 e il 2025 il tasso di occupazione femminile è cresciuto in modo quasi continuo, nel complesso di 20 punti; quello maschile, più influenzato dalle dinamiche cicliche, è diminuito invece di oltre 3 punti.

La crescita dell’occupazione femminile ha beneficiato delle opportunità lavorative offerte dall’espansione del terziario e del lavoro a orario ridotto, ma si lega soprattutto all’aumento della quota di donne più istruite. Restano quasi invariate le differenze nel tasso di occupazione per livello di istruzione, che per le donne con bassa istruzione è circa 50 punti percentuali inferiore a quello delle laureate; nonostante la crescita il tasso di occupazione femminile oggi è ancora di quasi 18 punti inferiore a quello degli uomini e l’Italia è il Paese europeo con il valore più basso, inferiore di circa 9 punti rispetto alla Spagna, 13 alla Francia e 20 alla Germania, con tassi di occupazione più bassi in Italia soprattutto per le donne con istruzione media e bassa.

Qui il testo integrale: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/storia-dati-lavoro-1.pdf.

Qui la presentazione del Report: https://www.youtube.com/watch?v=fjGkOeErRn4.

Giovanni Caprio