Fulvio Ferrari / Interpretazione di Beowulf

Pulp Magazine - Friday, May 8, 2026

Il problema, con i testi germanici medievali, è principalmente quello di ricondurli a una dimensione di storia intelligibile per i nostri canoni, codificati in sensibilità e abitudini che necessitano di ricostruzioni in trame definite e lineari: sono troppe le contraddizioni, le interpolazioni, le divagazioni, le intermittenze che rendono oscura la maggior parte delle saghe norrene, anche quando il loro linguaggio – apparentemente criptico, in realtà solo criptato – sia riportato a chiarezza da glosse e traduzioni efficaci. Ciò vale per gli esempi meno noti di questo genere letterario, che, pur essendo stati presentati al pubblico italiano in edizioni ben curate, spesso impeccabili dal punto di vista filologico, non sono mai diventati veramente popolari e sono rimasti confinati a un pubblico di specialisti.

A maggior ragione, quindi, è da salutare con caloroso apprezzamento questo lavoro di Fulvio Ferrari, dedicato a uno dei testi storicamente più importanti della tradizione antico-germanica e tra i più gravidi di conseguenze per la ricezione, fatta di innumerevoli studi e di riscritture, cui ha dato luogo nel corso nel tempo. Innanzitutto per il primo capitolo (Metamorfosi di un poema), in cui Ferrari compie un’operazione mirabile di condensazione tematica della fonte dalla quale scaturiscono le rivisitazioni fantasy che saranno in effetti oggetto del suo saggio: il celebre, eppure – non diversamente da classici altrettanto preminenti in un panteon dell’epica germanica premoderna come l’Edda o il Nibelungenlied – così ostico Beowulf, poema in inglese antico dalla datazione incerta, ma risalente con ogni probabilità all’Ottavo secolo, e giunto a noi attraverso un codice manoscritto dell’inizio dell’Undicesimo secolo.

Pubblicato per la prima volta nel 1815, Beowulf si è trovato da allora al centro di innumerevoli ricostruzioni filologiche, indagini critiche, rielaborazioni letterarie, e ciò è avvenuto nonostante – o forse anche per – la sua informità, la sua irriducibilità a una sequenza di eventi coesa e unitaria. Ma leggendo il libro di Ferrari, devo confessarlo, ho avuto per la prima volta (in una lunga carriera di lettore e germanista, cui non ha mai fatto difetto se non altro la buona volontà) l’impressione di cogliere il Beowulf come una storia coerente, di poterne trattenere gli accadimenti in un insieme organico, di capirlo finalmente senza perdermi in un labirinto di incisi, sottotrame, digressioni. Merito dell’esperienza dell’autore, che gli ha permesso di ripercorrere con sguardo limpido e direi quasi rappacificato con l’impegno di filologo, durato una vita, le cui competenze sono qui messe al servizio di una divulgazione compiuta nel modo più efficace, perché guidata da una libertà d’azione solitamente negata al saggio accademico, e rivolta per di più a un oggetto verso il quale Ferrari dispiega le ali di un divertimento palese e perciò tanto più coinvolgente.

Perché quella de Gli altri mondi dell’eroe non è un’interpretazione, l’ennesima, del testo di Beowulf (ad alcune di esse rimanda la curata bibliografia a fine volume), ma della sua valenza come serbatoio per l’immaginario contemporaneo, dimostrata attraverso l’analisi puntuale di alcune sue riscritture in chiave fantasy, fino ad assegnarne il rango a quel novero ristretto di opere-mondo che vanno oltre se stesse e la propria dimensione storica, e i cui protagonisti divengono paradigmatici di modelli universali: come scrive Ferrari, «il personaggio Beowulf […] migra di testo in testo assumendo sempre nuove caratteristiche, così come accade ad altri miti letterari come Don Giovanni, Odisseo, Faust o Sigfrido».

Beowulf come specchio, quindi, di epoche, istanze e ridefinizioni del reale e del possibile, e tanto più in quelli spazi che il poema originale lascia vuoti, nelle ellissi che costituiscono, come Ferrari ben sostiene appoggiandosi all’autorità di Umberto Eco «incoerenza, incompletezza, ambiguità, complessità: sarebbero questi elementi a fare di una figura letteraria una figura di culto», ovvero i margini in cui può insinuarsi il nuovo e l’inatteso. Un’operazione, quella di Ferrari, che rinuncia a priori a pretese enciclopediche e si concentra attraverso una selezione mirata su uno studiato percorso di analisi che ha al proprio centro opere recenti e recentissime, con un secondo capitolo (“Beowulf, la spada e la magia”) che vede Beowulf come spunto per riscritture per lo più stereotipe ascrivibili al genere Sword and Sorcery. Tre esempi vengono qui presi in considerazione: The Further Adventures of Beowulf a cura di Brian M. Thomsen (uscito una quindicina di anni fa su “Urania Epix”, l’unico testo tra quelli trattati che abbia conosciuto una traduzione italiana); quindi il romanzo breve di Arwen Grim The Throne of Beowulf. The Killing Beast Was Released. Year 517; e il romanzo di Gordon Brewer Beowulf: Curse of the Dreygurs). Il terzo e il quarto capitolo (“Madri, mostri, guaritrici” e “Le colpe dei padri, l’eroismo dei figli”), invece, si concentrano su due vuoti significativi del testo originale, riguardanti la sfera familiare e i rapporti generazionali, con opere che pongono in primo piano figure presenti nel modello, ma connotate di oscurità come la madre di Grendel (Grendel’s Mother di Ralph Bourne; Grendel’s Mother. The Saga of the Wyrd-Wife di Susan Signe Morrison; Grendel’s Mother di Diana Stout: tre romanzi che condividono lo stesso titolo), o addirittura assenti come la sorella del “mostro” (Sister of Grendel di Susan Thurston) o il padre, che nel romanzo The Tower of Beowulf di Parke Godwin viene individuato nel dio Loki, instaurando un corto circuito tra la mitologia nordica e le vicende storico-leggendarie riflesse nel poema.

Non si tratta tanto di una rivalutazione “al femminile”, quella operata da Ferrari, di elementi che il testo originale occultava o trascurava, quanto piuttosto di una riflessione su come metodi filologicamente sbagliati, come quelli posti in essere dagli autori e dalle autrici delle opere prese in esame, possano scaturire contributi creativi, che rinnovano la ricezione della fonte e ne testimoniano la vitalità: in una direzione, oltretutto, che sembra assecondare una tendenza generale testimoniata nella recente cultura di massa delle serie tv, specialmente in quelle statunitensi (anche di taglio e target enormemente difformi, da Breaking Bad a The Americans, da Scarpetta a The Handmaid’s Tale, da Desperate Housewives  a Shameless), del paese cioè da cui proviene la maggior parte dei romanzi e dei racconti analizzati in questo libro, e cioè la messa in crisi dei rapporti di coppia e tra i generi, fino alla radicale destabilizzazione del modello di famiglia tradizionale sempre più eclatante negli ultimi anni (e forse non solo: Ferrari accenna al “complesso intreccio di istanze e movimenti pacifisti e femministi sviluppatisi in tutto il mondo, e anche negli Stati Uniti, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso”: ciò che porta anche collateralmente all’affermazione del genere fantasy; e si pensi allora a un altro aspetto di quella cultura, lo smarrimento di certezze fino alla dissoluzione dei legami familiari che trova la sua nemetica ipostasi nella Family di Charles Manson).

Ma l’accenno al panteon nordico ci porta nella direzione della terza parte del libro, quella che mette al centro il lavoro di confronto con il Beowulf e la sua rielaborazione da parte di due maestri del fantastico contemporaneo, per certi versi opposti nella loro concezione della letteratura e del mondo, e del loro approccio alle fonti: il filologo, serissimo, devotissimo Tolkien, che pure nella dimensione dell’immaginario seppe trovare i suoi spazi di evasione e di trasgressione, e l’irriverente, scatenato Neil Gaiman, che ha rivitalizzato un intero universo di divinità tramontate in American Gods e che proprio da Beowulf ha tratto spunto per alcune sue opere meno note e più dissacranti, come il racconto in versi Bay Wolf, gustosa parodia del poema medievale e oggetto di puntuale analisi da parte di Ferrari. Capitoli densi, anche se forse meno originali dei precedenti, che aprono la strada alla parte finale del volume, dedicata a Beowulf nei fumetti, nel cinema e nella tv, a chiudere un percorso ricco e affascinante, coinvolgente, secondo quello che potrebbe essere un modello ideale per altre e diverse calate nel mito, a mostrarne le potenzialità in una realtà che sembra devitalizzata rispetto alla qualità dell’immaginario, e che invece è ancora suscettibile, per fortuna, di accoglierlo tra le sue pieghe.

 

 

 

 

 

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