Tag - saggi

Gary Lachman / I maghi del caos
Gary Lachman è stato tra i fondatori nel 1975 del gruppo new wave americano dei Blondie, ricordato soprattutto per la cantante, la super bellona ex coniglietta di Playboy Debbie Harry (“voglio essere una bionda platinata proprio come Marilyn (Monroe) e Jean (Harlow), Mae (West) e Marlene (Dietrich), loro sì che si sono divertite….”), dal brano Platinum Blonde, ma si potrebbero citare varie altre Hit come Heart of Glass, Hanging on the Telephone, One Way or Another, e molte altre). È stato bassista nella band sotto il nome di Gary Valentine fino al 1977 e in qualche occasionale reunion live successiva, ma dagli anni ’90, trasferitosi a Londra, ha lasciato la musica e intrapreso la carriera letteraria dedicandosi soprattutto alla saggistica riguardante la mistica, l’esoterismo e l’occultismo, con ben documentate monografie che spaziano da Swedenborg a Crowley, da Steiner a Gurdjieff, da Madame Blavatsky a Jung, individuando soprattutto le relazioni dell’occulture con la società e con la politica. Lessi a suo tempo in inglese uno dei suoi primi libri Turn Off Your Mind: The Mystic Sixties and The Dark Side Of The Age of Aquarius (2002), che mi parve interessante, e con altrettanto interesse ho affrontato questa sua opera più recente. Un’opera in realtà uscita nel 2018 durante il primo mandato Trump, di cui questa attuale è la seconda edizione con una breve introduzione che aggiorna a grandi linee il testo all’infausto panorama del secondo mandato. La tesi di Lachman è che la vittoria di Trump, grazie alle strategie dell’allora consigliere politico – e non solo – Steve Bannon, l’architetto culturale dell’alt-right (già caduto in disgrazia nel 2018 come la postfazione contemporanea alla fine del libro rileva e attualmente sostituito nel movimento MAGA, come oggi si preferisce definire l’alt-right, da J.D. Vance), parallela e simmetrica alla precedente e ormai da anni purtroppo definitivamente consolidata democratura instaurata in Russia da Putin, anche questa sostenuta con l’apporto di un pianificatore intellettuale, Aleksandr Gel’evič Dugin, principale ideologo dell’eurasiatismo, sia stata ottenuta utilizzando i meme, internet e le tattiche di controllo dell’utenza sui siti web, con metodi affini a quelli praticati in varie forme di occultismo: movimenti del potenziale umano come il New Thought e il Positive Thinking o congreghe stregonesche come la Chaos Magick. Nella intrapresa deriva di un postmodernismo metafisico non è più rilevante se una cosa sia vera o falsa: “Verità e falsità sono convinzioni che possiamo togliere e mettere alla bisogna. È per questo motivo che combattere Trump e i suoi seguaci portando le prove dei suoi errori, delle sue imprecisioni e delle sue spudorate menzogne è stato finora inefficace. Sottolineare che spara cazzate non fa differenza. Lui lo sa. Lo fa apposta ed è il modo in cui ha sempre agito”. Nella tradizione magica, ad esempio, si parla di eggregora, una forma-pensiero, sorta di entità incorporea creata e alimentata dalla devozione di un gruppo di persone: i loro pensieri e la loro immaginazione muovono una specie di essere psichico, uno spirito di gruppo scaturito dalla concentrazione di tutti i membri che talvolta prende vita e coscienza autonoma, un po’ come l’intelligenza artificiale sui computer. Gli eggregora possono essere usati per gli scopi e i fini del gruppo, ma questo aiuto ha un prezzo: “È difficile controllare un eggregora una volta creata, ed è molto più facile aiutarla a crescere che sopprimerla”. In oriente, specialmente in Tibet, un fenomeno simile, manifestato però più sul piano individuale che collettivo, viene chiamato tulpa: secondo Blavatsky, la fondatrice della teosofia, anche gli “spiriti” delle sedute medianiche non sono spettri di defunti ma analoghe forme-pensiero emanate dai partecipanti. È questa la magia nera che può possedere un’intera nazione, il caso di Hitler, incarnazione della Volksgemeinschaft tedesca, è un esempio di cui egli stesso era pienamente consapevole: come scrisse nel Mein Kampf, “Mi muovo con la sicurezza di un sonnambulo”. A somiglianza del nazismo anche l’alt-right o l’eurasia trovano in Trump e in Putin il loro eggregora o tulpa vivente, creato e alimentato dai suoi sostenitori. È significativo, tra l’altro, che gli ideologi alle spalle rispettivamente di Trump e di Putin, Bannon e Dugin, siano entrambi dei cultori del poligrafo italiano – sedicente “filosofo” e sedicente “barone” – Julius Evola, teorico del razzismo “spirituale”, del tradizionalismo integrale, collaboratore di Himmler e delle SS, ispiratore delle frange più estreme della destra neofascista e del terrorismo nero, nel miraggio di una delirante rivolta contro il mondo moderno. La pretesa, condivisa con René Guénon e pochi altri tradizionalisti, di rifarsi alla tradizione (termine da loro sempre scritto rigorosamente con iniziale maiscola), una immaginaria philosophia perennis (termine in realtà coniato proprio nel Rinascimento, periodo da loro esecrato in quanto origine della Modernità) alla base di tutte le tradizioni spirituali successive in una filosofia della storia regressiva (una sorta di Illuminismo a rovescio) che parte dall’età dell’oro e termina con il kali yuga, l’età del ferro attuale, in cui le caste basse e perfino gli intoccabili reclamano i loro diritti nei confronti delle caste alte dei sacerdoti e dei guerrieri, e in cui ogni spiritualità autentica ed ogni corretta gerarchia è disgregata o invertita di segno, non è che un mitologico cascame, e neanche fra i più interessanti, del patchwork culturale occultista e teosofico dal quale, con la loro ridicola spocchia, i tradizionalisti vorrebbero prendere le distanze, ma nel quale restano invece totalmente impantanati. Che questa temperie di sciocchezze, superstizioni e dogmatiche credenze agiti personaggi, moralmente e antropologicamente ripugnanti, ma al vertice delle maggiori potenze mondiali, catafratti al culmine della forza e irresponsabilmente disposti ad usarla per annullare il katéchon, la forza frenante e ritardante, accelerando un’escatologia apocalittica che ponga fine al kali yuga e realizzi – per i pochi sopravvissuti, le razze e le caste “superiori” – la palingenesi di una nuova età dell’oro, è una prospettiva fortemente inquietante. Se, come lascia intuire Lachman, la lotta è anche (o magari soprattutto) magica, cioè coinvolge l’immaginazione, la visione, il piano immaginale – come lo chiamava Henry Corbin, filosofo e studioso di misticismo citato in chiusura del libro – sarebbe davvero l’ora, finché siamo ancora in tempo (se lo siamo) – di scatenare, con tutti i mezzi, fisici e metafisici, la più drastica delle controffensive.                     L'articolo Gary Lachman / I maghi del caos proviene da Pulp Magazine.
March 4, 2026
Pulp Magazine
Logistica tra la Via Emilia, il west… e oltre
In questa ennesima puntata sulla questione dello sfruttamento nel mondo della logistica, si parte da una lotta alla Fedex di Modena riportata da Enrico Semprini alla quale si aggancia, opportunamente, la presentazione del saggio di Andrea Bottalico. Nella conclusione diamo conto della persecuzione ad una studentessa perchè solidale ad una lotta …del Sudd Cobas. Articolo di Enrico Semprini   Nella
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Roberto Cotroneo / Eco e Umberto
L’occasione di vivere un momento di improvvisa e profonda comprensione, con una chiarezza inaspettata che cambia la percezione di sé stessi, degli altri o del mondo. Ecco quello che sono le “epifanie”. E di epifanie è pieno il racconto che, a dieci anni dalla morte, Roberto Cotroneo fa di Umberto Eco e della sua relazione con quello che esplicitamente chiama “maestro”. Il libro ha per titolo un giustificato e confidenziale Umberto. Cotroneo lo inizia in modo discreto e prudente, come è nel suo stile di vita e nel suo carattere. Ci descrivere la grandezza di Eco e le persone-chiave che ne hanno accompagnato il lavoro e il successo mondiale. Prima di tutti, Mario Andreose, editor, agente e curatore editoriale di Eco. Andreose è uomo di grande esperienza nel mondo dei libri, uomo gentile, mite e paziente quanto Eco fosse invece brusco e irrituale, anche se molto simpatico. La coppia rimarrà indivisibile per sempre. L’impresa di Cotroneo non è facile perché, prima di morire, Eco aveva diffidato tutti dall’allestire cerimonie, celebrazioni, artifici retorici, biografie e via dicendo. Non solo, ma come tutti sanno, Eco era filosofo, medievista, semiologo, saggista di divulgazione e di accademia, infine scrittore (vinse il premio Strega nel 1981 con Il nome della rosa e poi pubblicò altri sei romanzi). Spaziava dai romanzi rosa ai codici medievali con grande disinvoltura, ma non mescolava mai i due generi come credono oggi alcuni, in modo molto superficiale. Uomo erudito e molto eclettico, era uomo assai curioso e sempre in cerca di stimoli. Nella sua casa di mezza montagna a Monte Cerignone, in provincia di Pesaro, era solito ospitare i suoi amici più cari, esponenti di rilievo del mondo della musica, dei fumetti, della letteratura, della semiotica e della comunicazione. Qui scrisse Il nome della rosa, in parte a mano con la sua penna, in parte con la macchina a scrivere. Oltre alla saggistica accademica che lo aveva reso già una figura di spicco a livello internazionale, la pubblicazione del romanzo (alla tenera età di 50 anni!) provocò non poche sorprese. Ma libero da luoghi comuni e da angusti recinti, egli prestò sempre attenzione al mondo circostante. Amava i fumetti e fece pubblicare in Italia i Peanuts di Charles Schulz. Si interessava di cultura popolare e scrisse di Franti e di Mike Buongiorno. Raccontò il passato con parole moderne. Ebbe una formazione cattolica, ma si allontanò presto dalla chiesa pur confessando che dentro di sé aveva sempre mantenuto simboli e scenari della sua formazione religiosa: per questo si occupò con tanta attenzione del medioevo. Grande esperto di mass media, tra le altre cose, amava i giornali e le riviste. Fondò “Alfabeta”, Scrisse sul “Manifesto” con lo pseudonimo Dedalus, fu un collaboratore costante de “L’Espresso”. Celebri e celebrate le sue Bustine di Minerva. Tutto questo è raccontato in Umberto, ma senza scelte cronologiche né organizzazioni tematiche, solo seguendo le “epifanie” che la vita propone nei modi più sorprendenti, appunto, e inaspettati, in molti casi. Frammenti, salti tematici e temporali come avrebbe voluto il maestro. Cotroneo nasce in via Montegrappa 7, a 230 metri dalla casa di Eco. Entrambi ad Alessandria. Tra loro c’è una significativa distanza temporale, sedici anni, che presterà il fianco a notizie false e congetture fantasiose che ben presto verranno facilmente smentite: Cotroneo è il nipote di Eco? Sembra però un segno del destino. Giovane e spavaldo, Cotroneo si fa avanti con una improvvida e lunghissima intervista che tra altri temi si cimenta con James Joyuce. Poco dopo ne nasce un rapporto non molto frequente ma costante e la narrazione cambia un po’ il suo registro. L’autore ci consegna il suo racconto affidandosi principalmente alle opere, che rilegge e mette in relazione con avvenimenti privati e personali, non si frappone mai tra il lettore e l’oggetto del suo racconto e ci consegna un punto di vista del tutto originale sull’intellettuale che nel mondo rappresenta l’umanesimo italiano, insieme a Fellini. Man mano che Cotroneo procede nei ricordi e nella scrittura i contorni sembrano dissolversi invece di definirsi meglio. Eco è una figura che si proietta nel futuro per le sue tante geniali intuizioni. Pone tante domande. Non fornisce risposte. È appannaggio di tutti. Riesce a fermarsi di fronte al non detto e al non espresso. E la sua fama dura ancora oggi.     L'articolo Roberto Cotroneo / Eco e Umberto proviene da Pulp Magazine.
February 27, 2026
Pulp Magazine
Marina Geat / Una fraternità che accade
In Simenon, Fellini, Jung. Fratelli d’elezione, Marina Geat propone un saggio breve, rigoroso e molto godibile. Forse “delizioso”, come scrive Simona Argentieri nella sua introduzione. Non inserisce nuovi materiali d’archivio, ma rilegge in modo coerente documenti già noti, a partire dalla corrispondenza fra Georges Simenon e Federico Fellini. Il libro prende avvio da una familiarità che precede l’incontro diretto: Fellini legge da tempo e con continuità Simenon, e nelle lettere riconosce nei suoi romanzi una prossimità profonda, quasi esistenziale. Simenon, dal canto suo, non si limita a stimare Fellini come regista: nel 1960, da presidente della giuria del Festival di Cannes, si spende personalmente perché La dolce vita ottenga la Palma d’Oro, difendendo il film in un clima di forti resistenze. Marina Geat interpreta quel gesto come un riconoscimento precoce, che suggella una consonanza già avvertita. Subito dopo Fellini scrive per ringraziarlo e prende avvio una corrispondenza che, a fasi alterne, durerà fino al 1989, anno della morte di Simenon. Il punto di cristallizzazione simbolica del libro è una frase di una lettera del 1969: «È sempre meraviglioso scoprirsi un fratello da qualche parte». Qualcosa che accade come se fosse venuto da sé, senza essere cercato. Da qui prende forma il tema del destino e viene introdotto il concetto di “sincronicità”, che compare esplicitamente in una lettera di Fellini del 1979. Il termine funziona tra i due come parola in codice, segno di un’“intesa segreta” e di una “complicità impalpabile e sotterranea”. La “sincronicità” diventa così forma del legame: un modello relazionale fatto di intermittenze, ritorni e silenzi. In questo quadro Carl Gustav Jung occupa il vertice del triangolo. Non è un’autorità invocata per spiegare il rapporto, ma il nome che rende possibile quel riconoscimento. Geat mostra come scrittore e regista trovino nel pensiero junghiano un modo di intendere il destino non come fatalismo, ma come configurazione di senso che emerge dall’incontro fra psiche e realtà. La sincronicità, nel lessico junghiano, è una connessione significativa senza rapporto causale. Quando Fellini parla di “misteriosa sincronicità”, allude al fatto che la lettera di Simenon giunga in coincidenza con il suo stato interiore, come se tra i due esistesse una risonanza sottratta alla volontà e a ogni spiegazione causale. Jung diventa così il garante simbolico di una fraternità che non nasce dall’ideologia, ma dall’accadere. È il terzo che permette a Simenon e Fellini di riconoscersi senza annullarsi. Anche sul piano creativo il suo ruolo è decisivo: l’opera è per entrambi un processo di trasformazione, l’emergere di immagini non interamente governate dalla coscienza. Jung non viene applicato alle opere, ma offre il linguaggio per pensarsi come autori non sovrani, esposti all’ombra e al rischio. Questa postura emerge nel nodo del rapporto con le donne. Geat affronta il tema senza moralismi: in Simenon il femminile appare spesso come figura enigmatica, legata al desiderio e alla colpa; in Fellini assume una dimensione più fantasmatica e archetipica. Un passaggio centrale è quello dedicato a Casanova, film che Simenon riconosce tra i più emblematici di Fellini. Non un film sulla seduzione, ma sulla sua deriva meccanica, sulla sterilità del desiderio quando si separa dall’alterità. Qui si concentra un’ombra junghiana che entrambi riconoscono come propria inquietudine. Il saggio mette infine a fuoco una temperie culturale italiana che, nel secondo Novecento, si sviluppa fuori dall’egemonia marxista dominante nella critica ufficiale. È la linea che passa per Debenedetti, Bazlen, Bernhard, e trova nell’editoria Adelphi uno dei suoi luoghi di sedimentazione. Geat ricorda come la fortuna italiana di Simenon, oltre il solo ciclo di Maigret, sia legata a questa tradizione. La pubblicazione sistematica delle sue opere presso Adelphi contribuisce a sottrarlo a una lettura puramente commerciale, riconoscendone la centralità nel Novecento europeo. In questo processo Fellini non rimane sullo sfondo: si spende personalmente per sostenere questa ricezione, rafforzando un clima culturale più esigente e non riduttivo.   L'articolo Marina Geat / Una fraternità che accade proviene da Pulp Magazine.
February 24, 2026
Pulp Magazine
William Egginton / Un mondo di “possibilità”
Cosa hanno in comune uno scrittore (Borges), un filosofo (Kant) e uno scienziato (Heisenberg), i tre personaggi principali dello straordinario libro di William Egginton, La biblioteca dei quanti? Pensatore fra i più originali, l’autore ci guida in una approfondita indagine sul concetto di realtà, come è stata affrontata, con gli strumenti propri di letteratura, filosofia e fisica, non soltanto dai tre nomi citati, ma dai grandi che si sono cimentati con questo tema dalle origini del pensiero fino a oggi, scoprendone non soltanto gli aspetti più concreti, quelli che esperiamo nella nostra vita quotidiana, ma con i limiti stessi dell’immaginazione. Come in un romanzo, la riflessione di Egginton apre a squarci narrativi e non di rado gustosamente aneddotici sulla vita dei tre personaggi citati, dandoci uno sfondo delle rispettive ricerche, per mostrare come, in fondo, si siano tutti addentrati in territori non giurisdizionali, scontrandosi con elementi paradossali e contro-intuitivi, e finendo per accettare la contraddittorietà del mondo in cui viviamo. Bilanciando la propria esposizione sui tre diversi piani, Egginton ci mostra come gli oggetti che consideriamo solidamente reali, e come lo spazio e persino il tempo abbiano consistenza aleatoria e non facciano parte di una inattingibile “natura ultima della realtà”, ma siano soltanto entità filtrate dalla nostra mente, la quale non può giungere ad afferrare ciò che le sta intorno, cioè al di fuori di sé. “La lingua che parliamo si fonda sull’esperienza ordinaria”, affermò Heisenberg, “alla quale gli atomi non partecipano”. “Gli atomi non sono oggetti”, ebbe modo di precisare ulteriormente, confermando gli assunti della Critica della Ragion pura kantiana, secondo cui spazio e tempo sono solo “forme necessarie dell’intuizione e della causalità”. Scrive Egginton: «Kant lo sapeva: dev’esserci un punto in cui l’analisi minuta delle catena causali si rompe, non perché approda da una parte o dall’altra all’antinomia, ma perché quell’antinomia non può essere risolta fintanto che consideriamo come reali le ipotesi euristiche necessarie per fare inferenze». Sappiamo che la visione di Heisenberg incontrò la ferma opposizione di Einstein, secondo cui “Dio non gioca a dadi con l’universo”, ma è tuttavia vero che l’esperimento della doppia fenditura e l’idea di entanglement, oggetti di infinite prove pratiche, hanno dimostrato senza ombra di dubbio come – almeno allo stato attuale delle conoscenze, comunque confermate da un secolo – il nostro concetto operativo di realtà sia minato proprio dai paradossi che sussistono nell’infinitamente piccolo della scala di Plank e nell’infinitamente grande indagato dalla relatività einsteiniana. Se le riflessioni di Kant, sulla scia di Hume, avevano in qualche modo aperto la strada a Heisenberg, che ebbe modo di leggere e meditare sui suoi scritti, negli stessi anni Borges si dibatteva e scriveva storie che indagavano gli aspetti paradossali della realtà: Egginton ad esempio analizza filosoficamente la figura di Funes, l’uomo incapace di dimenticare, in possesso di una conoscenza infinita, eppure incapace di vivere in un mondo in cui doveva separare se stesso dal flusso delle cose e degli eventi: «Quando si arriva agli atomi, il linguaggio va utilizzato come avviene in poesia. Al poeta, infatti, sta a cuore più che la descrizione dei fatti la creazione di immagini e di collegamenti mentali» (ancora Heisenberg). La stessa ricerca borgesiana dell’Aleph, (la sfera che permette di vedere l’intero universo da ogni angolazione) e la “geografia” impossibile della Biblioteca di Babele, che contiene tutte le possibili combinazioni di lettere, parole, opere e idee in uno spazio infinito che ricorda le creazioni di Escher, indicano come le menti più profonde e spregiudicate del sapere umano fossero, nello stesso giro di anni, consapevoli della complessità dell’universo e del sapere accessibili alla nostra mente.     L'articolo William Egginton / Un mondo di “possibilità” proviene da Pulp Magazine.
February 18, 2026
Pulp Magazine
Vittorio Lingiardi / La conoscenza del dolore
“Distinguere il dolore / da tutto ciò che dolore non è” (Wislawa Szymborska). Così lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi anticipa il suo pensiero in Farsi male. Variazioni sul masochismo, dedicando la sua profonda riflessione alle inesorabili consuetudini di danneggiare se stessi e la propria anima. La sua analisi individua l’ombrosa ed equivoca regione del male, ne riconosce la valenza psichica ed emotiva, il giogo dell’umanità alle prese con la volontà dei sentimenti e degli istinti, il carattere e la coscienza delle contraddizioni, la dolorosa e compiacente pulsione autodistruttiva. Accanirsi con forza sulle proprie autopunizioni, logorare la propria realtà nell’incertezza e nell’esitazione di interrompere i rapporti dannosi, le difficoltà soccombenti del disagio, ostacolare il pensiero del proprio benessere, privilegiare crudelmente il peso del soggiogamento e della tirannia in nome della prepotenza delle grandi guide politiche. Sono questi i modelli della degenerazione umana che Lingiardi espone, derivando lo smarrimento dell’uomo intorno alla sofferenza e alla decadenza, indicando la via per arginare il dolore e convertirlo nella sua natura identificativa, come il metodo terapeutico che ripara e protegge la condizione nella comprensione. Decifrare le abitudini, le reazioni e le espressioni delle tendenze degradanti dimostra la percezione e l’aggressività del tormento psichico. L’autore include la funzione del dolore nell’intento psicoanalitico di dare un senso alla pena, la potenzialità reattiva di recuperare la continuità resistente della vita da ogni direzione interrotta, l’esperienza frantumata dell’angoscia nella contemporaneità del mondo reale. Il saggio colpisce al fondo del coraggio come una ferita aperta sulla lacerazione della rassegnazione e sulla capacità della speranza di reagire, consegna al lettore una lezione coerente ed essenziale in cui si impara a padroneggiare il limite della spinta umana al vuoto, ad attraversare l’abisso che trascina le illusioni e gli inganni, a consegnarci alla consapevolezza, affrontando la vertigine delle paure, confessando la pulsione e respingendo la sua variazione perversa. Lingiardi illustra la lesione dell’inadeguatezza, la deriva della solitudine, l’incrinatura delle emozioni, la dipendenza dall’oppressione e dalla persecuzione. Ci invita ad addestrare la convivenza interiore con il malessere intellettivo ed educare la sofferenza mentale alla scelta di familiarizzare con la ricostruzione della fiducia che ha, nella sua direzione di appartenenza, la possibilità di affrontare gli ostacoli, distinguerli e sentirli nell’esplorazione sincera del proprio essere. Farsi male oltrepassa la gestione emotiva della psiche traumatizzata, contiene tutte le preziose motivazioni per essere presenti a noi stessi e ascoltare i propri bisogni, per saper vivere oltre le costrizioni cerebrali, selezionando tra la responsabilità del patimento inevitabile e il carico dell’autolesionismo, per imparare ad accettare il danno e a non condividere tacitamente la corruzione della rovina etica e sociale. Il saggio comunica la testimonianza drammatica come prospettiva sicura, dotata di una sua vitalità, interpreta la fragilità e ci ricorda di limitare le conseguenze delle insidie della società contemporanea. La tenacia e la fermezza di essere se stessi, in accordo con la propria continua evoluzione, trasferisce, attraverso l’evocazione poetica, la suggestione lirica dell’ispirazione esistenziale. Laddove la melodia della poesia, anche se trafitta dalla lucida desolazione, acquista sempre più fascinazione, sfiorando l’inconscio del nutrimento spirituale, accordando i contrasti umani, nell’esigenza di ritrovare una liturgia accogliente per seguire un itinerario di sensibilità che dona sollievo.     L'articolo Vittorio Lingiardi / La conoscenza del dolore proviene da Pulp Magazine.
February 17, 2026
Pulp Magazine
Fosco Maraini / Doppio Giappone, più che un reportage
Nel novembre del 2002 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze venne celebrato ufficialmente il novantesimo compleanno di Fosco Maraini (1912-2004). Fu l’ultima apparizione pubblica – ancora in grande forma, vivace e spiritoso – dell’intellettuale e globe trotter fiorentino (etnologo, scrittore, poeta, fotografo, alpinista, docente di lingua e letteratura giapponese, e mille altre cose). Era presente un po’ tutta l’élite intellettuale della città, ad esempio Tiziano Terzani, già in foggia di guru indiano con abiti e barbone candidi, in compagnia della moglie, ma anche tantissimi concittadini qualsiasi, ex suoi studenti, appassionati di orientalismo, devoti lettori o semplici curiosi. Fra questi, anche chi scrive, divoratore di Segreto Tibet (Corbaccio, 1998), Paropàmiso (Mondadori, 2003), Case, amori, universi (Mondadori, 1999) e Ore giapponesi (Corbaccio, 2000), che volle portare con sé il figlio – allora di sette anni – rimasto molto colpito e affascinato dall’evento che celebrava l’uomo che aveva scritto “Gnacche alla formica ammucchiarona” (in Gnòsi delle Fànfole, Baldini Castoldi Dalai, 1994). Osservando l’anziano signore da vicino cercai conferma di quanto avevo più volte letto su di lui e appuntai la mia attenzione sulla sua mano sinistra e sull’ultima falange del mignolo mal amputata. Era tutto vero. Dopo l’8 settembre del 1943, avendo rifiutato, da antifascista coerente, di aderire alla Repubblica di Salò, Maraini venne internato per due anni nel campo di concentramento di Nagoya insieme alla moglie e alle tre figlie piccole (la più nota delle quali è Dacia). Vedendo la famiglia ridotta allo stremo dalla fame e costantemente vessata dalle ingiurie e dal disprezzo delle guardie – “Italiani traditori” – ricorse a un mezzo estremo di mediazione culturale per smentire quelle accuse – “Italiani non traditori”. Alla maniera dei samurai si troncò di netto il mignolo con una scure offrendo il dito mozzato alle guardie che da quel momento lo trattarono con rispetto e migliorarono le condizioni dei prigionieri. Nonostante esperienze così tragiche Fosco non serbò mai rancore ai giapponesi, non volle confondere l’ottusità di un imperialismo fascista con la sofisticata cultura di un popolo: alla lingua e alla cultura di quel popolo dedicò la vita e la sua seconda moglie sarebbe stata giapponese. Il libro appena pubblicato da La nave di Teseo conferma pienamente il profondo amore e l’assoluta comprensione di Maraini per il mondo nipponico, anche nei suoi eccessi moderni e nella sua apparente occidentalizzazione che, puntualizza, è soprattutto modernizzazione e solo relativamente occidentalizzazione. È curioso constatare come i cultori dell’Estremo Oriente si dividano sempre in filocinesi o filogiapponesi, questo vale per le arti marziali come per le discipline mistiche, per l’arte come per la letteratura: per i filocinesi in Giappone si è rifatto, in genere peggio, tutto quanto inventato prima in Cina – niente buddhismo zen senza chan e taoismo; niente kendo o aikido senza tai-chi chuan, niente ideogrammi kanji senza quelli hansi –  per i filogiapponesi ovviamente si tratta di un affinamento non di una brutta copia. Anche gli orientalisti seguono la stessa tendenza: Terzani, ad esempio, era un totale filocinese con scarsissima simpatia per il Giappone; Maraini invece, pur saggiamente equilibrato, non nascondeva però la sua propensione filonipponica. Il libro in questione risale agli anni ’70, quindi siamo nel pieno della floridezza commerciale e produttiva del paese, e molte pagine vengono dedicate da Maraini a spiegare la natura di questo straordinario successo, l’adattamento quasi miracolistico di una cultura tradizionale alla compiuta modernità e all’ideologia dello sfrenato capitalismo: non la contraddizione ma piuttosto la continuità secondo certe linee di sviluppo. Uno degli esempi fatti dallo studioso per esprimere questa doppia natura non conflittuale è l’immagine dello scrittore Yukio Mishima (l’icona degli imbecilli tradizionalisti dell’estrema destra nostrana), lo scrittore giapponese più “occidentalizzato” e dostoevskiano, capace di suicidarsi mediante seppuku come un samurai per restaurare l’autorità sovrana del Tenno, e contemporaneamente farsi fotografare non certo in kimono ma in doppio petto blu nella sua villa arredata con sedie e tavoli in perfetto stile occidentale e sorseggiando non sakè ma scotch whisky. Altro esempio tratto dal libro è il successo del baseball, sport diventato assolutamente giapponese e non segno di una colonizzazione americana, nel qual caso anche la nostra ossessione per il foot-ball sarebbe segno di una colonizzazione britannica (e qui i soliti imbecilli dell’estrema destra nostrana spareranno la solita idiozia sull’identità nazionale). Ovviamente molte osservazioni nel volume sono datate e molte prospezioni ottimistiche in parte smentite dall’enorme crisi economica che affligge il Giappone contemporaneo, ma questa hauntology divergente tra il futuro degli anni ’70 e il presente reale (reale? Ahimè, reale!) non sminuisce affatto l’intelligenza e la precisione dell’analisi che Maraini propone del rapporto complementare e mai conflittuale tra mondo giapponese e Occidente. Alla bellezza del testo si affianca poi quella delle decine di fotografie di commento che testimoniano la commovente sensibilità artistica del Maraini fotografo.     L'articolo Fosco Maraini / Doppio Giappone, più che un reportage proviene da Pulp Magazine.
February 16, 2026
Pulp Magazine
Alfio Squillaci / Liberarsi di PPP
Conosco Alfio Squillaci, autore di Chiudiamo le scuole di scrittura creativa (GOG, 2020), come un lettore ostinato e fedele di Gustave Flaubert, a cui torna con costanza. Chi lo segue da tempo conosce la precisione e il piacere con cui affronta lo scrittore francese negli interventi sul suo profilo Facebook: una scrittura concentrata fino alla pignoleria, spesso più persuasiva di molti saggi accademici. Anche Pasolini addio – uscito qualche mese fa sull’onda lunga dei saggi legati ai cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini – nasce, con ogni evidenza, come raccolta di lunghi post successivamente accorpati in volume. Questa origine spiega le ripetizioni, i continui ritorni sugli stessi nodi, la scrittura non rifinita: quasi una mimesi ironica della scrittura pasoliniana, sempre rilanciata e mai definitivamente chiusa. D’altra parte è lo stesso Pasolini che, con la sua ingombrante personalità e la sua diversità esibita, autorizza il lettore a interpretazioni radicalmente personali, trasformando ogni lettura in un corpo a corpo. L’oggetto del libro non è tanto l’opera complessiva di Pasolini (non si parla, per esempio, né di cinema né in modo specifico di poesia), quanto il suo mito, cresciuto fino a diventare totalizzante, spesso sostitutivo dei testi. Squillaci prende di mira l’uso morale e simbolico di Pasolini, la sua trasformazione in figura profetica e quasi sacrale, continuamente evocata come autorità: un Pasolini monumentalizzato, iperinterpretato, messo al riparo da una lettura criticamente esigente. Un punto rilevante è quello della “diversità” di Pasolini. Qui Squillaci si richiama esplicitamente ad Alberto Arbasino e a Giovanni Dall’Orto (giornalista e attivista del movimento di liberazione omosessuale): due posizioni molto distanti tra loro, ma entrambe critiche verso Pasolini. Dall’Orto legge l’omosessualità come fatto storico e politico, prodotto da un sistema repressivo, e rifiuta ogni sacralizzazione del dolore; in Pasolini vede una moralizzazione regressiva dell’esperienza omosessuale, che rischia di trasformare l’oppressione in destino tragico. Arbasino, all’opposto, rifiuta il patetico e la tragedia permanente, concependo l’omosessualità come stile di vita, mondanità, ironia colta. Se Dall’Orto vuole politicizzare l’esperienza, Arbasino vuole normalizzarla, sottraendola alla colpa e al sacrificio. Squillaci utilizza entrambe le linee per ridurre l’eccesso simbolico del Pasolini “diverso”, riportandolo a una dimensione meno esemplare e meno intoccabile. Il confronto più aspro resta però quello con il Pasolini critico del consumismo e della conseguente mutazione antropologica degli italiani. Nato alla fine degli anni Cinquanta in un quartiere sottoproletario di Catania, Squillaci contesta con decisione la lettura di quel passaggio storico come pura catastrofe. Per chi ha attraversato in prima persona l’uscita dal sottosviluppo nel Mezzogiorno degli anni Sessanta e Settanta, la modernizzazione ha significato anche accesso ai beni, ampliamento dei diritti, possibilità di mobilità sociale. Il dissenso, qui, è insieme biografico e politico. Non lo convincono neppure le riletture contemporanee in chiave biopolitica che, anche quando si richiamano a Michel Foucault – come nel caso di Paolo Desogus e del suo ponderoso saggio In difesa dell’umano. Pasolini tra passione e ideologia (La nave di Teseo, 2025) – gli appaiono astratte e scarsamente aderenti alla storia concreta. Per la sua ricognizione sul “mito Pasolini”, come modestamente definisce il suo libro, Squillaci si appoggia a una tradizione critica severa: Walter Siti, Franco Fortini, Alberto Moravia, Critici inflessibili, ma mai astiosi come talvolta risulta Squillaci, che sembra attraversato dal malanimo di chi ha avuto infanzia e giovinezza durissime e quindi non è assolutamente disposto a negare che nello sviluppo ci sia stato progresso nel mentre legge le posizioni di Pasolini come reazionarie di sinistra. Eppure c’è un punto in cui anche Squillaci è costretto a fermarsi e quasi a inchinarsi: quando incontra, in Descrizioni di descrizioni, il Pasolini più alto come critico, lucidissimo, feroce, convincente anche quando è ingiusto (per esempio nei confronti di Fenoglio). In queste pagine Pasolini giudica senza indulgenze, stronca e loda con la stessa durezza, rifiuta la neoavanguardia e formula sentenze provocatorie. Lettore vorace e implacabile, arriva persino a liquidare Cent’anni di solitudine – ma oggi chi legge più? – come barocco spettacolare più che vera invenzione letteraria. La prova massima della sua acutezza è la rilettura di Madame Bovary: Pasolini individua un “grave errore” d’impianto nella prima pagina, dove il romanzo inizia con un “noi” intradiegetico (“Eravamo…”) che poi scompare per sempre, contraddicendo il progetto di oggettività impersonale. Squillaci, appassionato di Flaubert, va in brodo di giuggiole – ed è forse la parte più divertente del libro – ma, conoscendo il personaggio, non si fida. Sapendo quanto Pasolini fosse poco interessato a citare le fonti e incline all’improvvisazione, va a controllare: verifica se quell’intuizione su Flaubert fosse davvero sua o se l’avesse ripresa altrove. Scopre che Pasolini scriveva quelle righe già nel 1973, anticipando Steiner, Brombert e Vargas Llosa. Nessun plagio, nessuna scorciatoia. Solo genio critico, Va infine riconosciuto a Squillaci un elemento non secondario: la morte di Pasolini resta sullo sfondo. In un panorama che ancora oggi non si dà pace per la tragica banalità dell’omicidio di Pasolini, questa scelta è tutt’altro che scontata. Una considerazione finale: la scrittura ripetitiva e di getto, figlia dei social, conserva una freschezza reale. Facebook, per quanto spesso vituperato, resta uno spazio interessante di scrittura micro-saggistica, e Squillaci ne è senza dubbio un rappresentante. L'articolo Alfio Squillaci / Liberarsi di PPP proviene da Pulp Magazine.
February 9, 2026
Pulp Magazine
Valerio Mattioli / Scena degli anni Novanta
Le lenti dello storico non possono mai guardare troppo vicino, ma finalmente, dopo un quarto di secolo, il decennio che va dal 1989 al 2001 è maturo per essere raccontato. Coglie l’attimo e l’onere Valerio Mattioli che da addetto ai lavori della cultura − editor per Nero editions, musicista, saggista, curatore di rassegne e molto altro − ha trovato l’ottica per riportare in vita quegli anni. Non ci tragga però in inganno il sottotitolo Una controstoria culturale: questo è un saggio ricchissimo e densissimo in cui troviamo la storia di quegli anni senza complementi di limitazione. La tesi di fondo è semplice: quello che contraddistingue il decennio sono stati i centri sociali occupati, quei luoghi altri che costellavano il territorio italiano. E se la distanza in termini di anni è quella giusta per una pretesa di obiettività, certo bisogna aver vissuto su Marte per non affrontare quel passato con un minimo di emozione, ricordi di concerti mitopoietici, alleanze oniriche, serate lisergiche, happening erotici, primi contatti con le macchine e molto altro. Quello che rende assolutamente necessario questo libro è che, al di là di quello che si pensi degli anni Novanta se ne rende l’ampiezza, gli sconfinati confini. Se nei giorni in cui scrivo abbiamo appena vissuto lo sgombero di uno degli ultimi e più importanti centri sociali degli anni Novanta, l’Askatasuna di Torino, meglio ricordare che gli spazi sociali occupati hanno generato e ospitato moltitudini di fatti culturali (e politici, ma nel saggio se ne parla meno) importanti se non importantissimi per quello che sarebbe venuto dopo. Primo fu certo il Leoncavallo di Milano, che con le sue gesta funzionò da vera scintilla di ispirazione per tutto il movimento. Il Leonca, primo a chiamarsi con il nome della via della prima sede per rimarcare il desiderio di radici e territorialità, certo era ispirato dall’ondata rivoluzionaria degli anni Settanta. Fu una reazione all’eroina (vedi alla voce Fausto e Iaio) che spazzava via militanti e artisti, alla tristezza delle aspirazioni monoformato dello yuppismo della Milano da bere, ma fu anche molto di più. Mattioli racconta con il piglio del grande narratore-divulgatore il momento in cui la scena dark milanese battezzò quello spazio come propria sede di elezione, fu l’inizio di quell’ispirazione all’apertura degli orizzonti e della contaminazione che rappresentò la vera forza dei centri sociali. Dalla stessa voglia di contaminare e di farsi sentire, in posti come Officina 99, Isole nel Kantiere, Forte Prenestino nacque il RAP italiano, lo stesso che per intenderci oggi vince Sanremo. Militant A, Neffa, Lou X, ’O Zulu e i compagni della scena delle posse hanno rappresentato per anni l’avanguardia di quello che si doveva conoscere del genere musicale dalle nostre parti. Mentre a ritmo di rap il movimento incedeva con il passo felpato della Pantera, tutti ma proprio tutti le ragazze e i ragazzi della Penisola si confrontavano con il fatto che le cose interessanti, i concerti all’avanguardia e gli artisti da seguire si trovassero, a prezzi popolari, nello spazio sociale più vicino. Dalla musica (forse vero macro-tematica di questo lavoro) si passa all’editoria. Riviste mitologiche come la romana “Torazine” (recentemente ripubblicata da Nero Editions) e l’avanguardistica tecno-entusiasta “Decoder” sono state la punta dell’iceberg di un fenomeno che ha visto redattori e compagni delle realtà occupate come capofila di progetti editoriali di successo con sell out che oggi l’editoria tutta si sogna. Per fare alcuni nomi Nautilus, Shake, Stampa Alternativa, ma anche la casa editrice Theoria di quel Repetti che in seguito creerà per Einaudi la collana Stile Libero e con l’antologia Gioventù Cannibale darà la stura a quanto di meglio l’editoria italiana poteva pubblicare. Anche in questo caso quello che avrà successo negli anni duemila nasce negli anni Novanta e in ambienti underground. Altro primato delle realtà occupate è quello di aver creduto nel potere liberatorio della tecnologia. Da Bologna a Napoli a Roma là dove si occupava si teneva in gran conto il futuro tecnologico e iperconnesso che ci aspettava. In quegli anni nacque tra le altre cose l’avveniristico e fondamentale movimento degli Hackmeeting che ancora oggi “lotta insieme a noi”. Ultimo capitolo, ma non meno importante di questo saggio riguarda i prodromi del movimento LGBTQ+ antagonista. Le idee e i ragionamenti che avremmo visto in seguito nelle piazze dei Pride, in nuove occupazioni e sui media sarebbero nati ancora una volta negli anni Novanta da gruppi di persone che pensavano alla nuova liberazione della sessualità e delle identità come una conquista ben al di là delle logiche riformiste. Cosa resterà di questi anni Novanta? Quella che certamente non è rimasta è la fiducia in un futuro da conquistare e trasformare con i metodi del DIY (do it yourself) e dell’autorganizzazione. Se il futuro non è più quello di una volta (cit.) gli anni Novanta sono stati il momento in cui si guardava ancora avanti con entusiasmo. Certo è che senza quei prodromi non solo la cultura in Italia sarebbe molto diversa e per certi versi più provinciale, ma sarebbe anche stato più arduo costruire un dissenso come quello delle piazze dello scorso autunno contro il genocidio in Palestina. Insomma, consigliatissimo questo salto nel passato per capire il presente, ricchissimo ed egregiamente narrato. Se dicessi che si legge come un romanzo, lo insulterei.   L'articolo Valerio Mattioli / Scena degli anni Novanta proviene da Pulp Magazine.
February 5, 2026
Pulp Magazine
Andrew Goodman, Ippolita / L’algoritmo è discorso (e viceversa)
Mentre fa il suo ingresso – più o meno consapevolmente, ma certamente con pochi appigli analitici e con ancora meno gioia, o desiderio di emancipazione – in un ambiente postumano, il nostro immaginario culturale e politico è costantemente attraversato e nutrito da molte paure, tra le quali spicca, negli ultimi anni, la possibilità della singolarità tecnologica che ci attenderebbe dietro l’angolo della fioritura delle intelligenze artificiali. In altre parole, e per semplificare di molto il dibattito: le macchine domineranno l’uomo? Per ora ne sono, almeno in parte, dominate – sembrano rispondere Andrew Goodman e il gruppo Ippolita, proseguendo nel loro lavoro fuori dal coro anche con questo recente volume collaborativo. Non si tratta, ovviamente, di un dominio umano basato sul controllo, se la relazione si instaura con quegli algoritmi che del controllo sono a tutt’oggi i dispositivi maggiormente perfezionati, capaci di operare secondo modalità che in ultima analisi sfuggono all’apprensione umana, anche specialistica. Come facilmente evidenziato dalla forte – per quanto non esclusiva – componente statistica dei large language models utilizzati dalle intelligenze artificiali, si è piuttosto di fronte a una colonizzazione discorsiva delle macchine, capace di rendere ancora più solida, nell’ambito di un’economia capitalista neoliberista, una posizione egemone che è variamente bianca, patriarcale, binaria, abilista, specista, etc. A partire da questa piattaforma comune – in realtà, Andrew Goodman e Ippolita enfatizzano talora l’importanza della whiteness/bianchezza, talora quella del patriarcato, secondo la geometria variabile del pensiero intersezionale post-marxista, ma senza addivenire ad un vero contrasto teorico di fondo – appare allora necessario mettere in discussione quel che comporta la definizione di “intelligenza” nel dibattito sull’intelligenza artificiale, specie se rapportata al paradigma neuroconvergente. Come scrive Goodman – attingendo anche all’opera di Brian Massumi, decano dell’Affect Theory, virata in chiave transindividuale, e in particolare alle 99 Theses on the Revaluation of Value (2018), volume ancora non tradotto in italiano – la distinzione tra intelligenza e coscienza è ancora importante, poiché «[l’] intelligenza è ciò che gli Stati possono misurare, attribuire e togliere, rappresenta ciò che può essere monetizzato e diventare lavoro in economie “intelligenti”», mentre la coscienza risiederebbe in «quell’eccesso transindividuale […] che rimane non catturabile all’interno della valutazione capitalistica». Anche qui, restano possibili distinguo teorici e politici di rilievo, per esempio sulla filosofia del transindividuale, ma quel che preme sottolineare è che Goodman si inserisce in questa scia proponendo un modello antagonista di coscienza collettiva e sociale che può agire anche entro i modelli matematici come SOC (Self-Organized Criticality, o “criticità auto-organizzate”) e, per questo tramite legittimare, «strategie di resistenza» come «la neurodivergenza, la socialità nera, il fallimento queer» – con particolare riferimento all’Arte queer del fallimento (Minimum Fax, 2022) di Jack Halberstam – e, in una parola, «l’incomputabilità». Si tratta, fra l’altro, di uno dei pochi passaggi “tecnici” di un libro che si costituisce come un dialogo con un articolo scientifico di Goodman, qui tradotto («The Secret Life of Algorithms», pubblicato sulla rivista “Transformations” nel 2020), ma che evita ogni sofisticazione, proponendosi innanzitutto come una necessaria rielaborazione del pensiero e delle pratiche intersezionali di questi anni nel contesto postumano attraversato anche dalle intelligenze artificiali. È la stessa piattaforma di un’altra recente pubblicazione del gruppo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (Agenzia X, 2024), importante collazione di testi già pubblicati dal collettivo, integrati e organizzati secondo una prospettiva che fa dell’hacking una pratica non limitata all’acquisizione di conoscenza tecnologica e competenze tecniche, ma un paradigma teorico-pratico generale. Allo stesso modo, le strategie di resistenza (qui soprattutto neurodivergenti e queer, ma senza disdegnare le altre opzioni a disposizione di pensieri e pratiche intersezionali) delineate in questo volume possono ad esempio mostrare come il DSM – ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, implementato dall’American Psychiatric Association e utilizzato, a volte in modo eccessivamente semplicistico, anche altrove – sia esso stesso un dispositivo di controllo dalla natura statistica e algoritmica che individua e neuro-patologizza. «Siamo noi che diventiamo simili alle macchine e non viceversa», scrive Ippolita, secondo un salutare rovesciamento di paradigma rispetto alle tendenze apocalittiche generalmente diffuse a proposito delle intelligenze artificiali: non si tratta di un semplice capovolgimento di segno, che porterebbe con sé una rischiosa accettazione dello status quo, bensì dell’individuazione di tale livello (inevitabilmente esorcistico) di accettazione anche al fondo delle paure che, queste sì, ci dominano, e della ricerca di strategie di resistenza divergenti e impensate. Che l‘esito sia più una “vita analgoritmica” come quella delineata da Goodman o più un principio di “solidarietà con le macchine”, nel loro essere a propria volta colonizzate, come si legge tra le righe degli interventi di Ippolita, poco importa – importa di più far ripartire, anche in un contesto postumano, gioiose lotte neurodivergenti, queer e, in una parola, intersezionali di emancipazione.     L'articolo Andrew Goodman, Ippolita / L’algoritmo è discorso (e viceversa) proviene da Pulp Magazine.
February 4, 2026
Pulp Magazine