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Goffredo Fofi, Marcello Flores / Fantascienza da Cineforum
Dopo il cinema del fronte popolare e quello dei divi di Hollywood, CUE prosegue la ristampa dei saggi cinematografici di Goffredo Fofi con questo quaderno dedicato al cinema di fantascienza che il critico pubblicò per A.I.A.C.E (Associazione Italiana Amici Cinema d’Essai) nel 1975. Il testo è diviso in tre parti, un breve prologo sui rapporti tra letteratura e cinema fantascientifici, scritto a quattro mani con lo storico Marcello Flores; una raccolta di “definizioni”, cioè di frammenti riconducibili a registi, critici, pensatori su tematiche science fiction (si va da Fritz Lang a Edgar Morin a James Ballard); infine, una serie di annotazioni in ordine cronologico a proposito di film fantastici e di fantascienza definiti “rilevanti” nella storia del cinema (1902-1974). Come si sarà già intuito, i tre testi, di carattere critico compilativo, restituiscono soprattutto l’immediatezza e la discontinuità di riflessioni colte al volo e messe in circolo attraverso la rete dell’attivismo cinematografico militante. Cinema e fantascienza va infatti contestualizzato nel fenomeno dei cineforum e dei cinema d’essai – del cinema “impegnato” e di qualità – che alla metà degli anni ’70, grazie a un robusto movimento dal basso, riceveva la spinta che gli consentirà di attraversare relativamente incolume la crisi degli anni ’80-’90. È significativo che in questo contesto, Fofi guardi qui a un genere popolare e pulp come la fantascienza, al tempo negletto e per lo più schifato dalla borghesia più retrograda, in voga tra italiche le gerarchie culturali. Certo, parliamo di un approccio largamente rudimentale, storiograficamente approssimativo.  È un Fofi non ancora quarantenne in un mondo pre-VHS dove soltanto l’anzianità, e quindi il numero di film visti nei festival, poteva garantire la competenza di un critico. Così, mentre, misteriosamente, tra i suoi appunti sciolti non trovano spazio classici come La cosa, Il giorno dei Trifidi o L’invasione degli Ultracorpi, ci si può imbattere invece in un assortimento che in ordine sparso spazia da Dr. No a Batman, da Chris Marker a Marco Ferreri, dalla curiosità per gli exploit produttivi di Antonio Margheriti all’elogio sperticato de Gli Uccelli (“il miglior film di Hitchcock”). I giudizi di Fofi sono in genere ponderati ma per lo più senza appello, a partire dalla considerazione più generale che la fantascienza arriva al cinema con almeno dieci anni di ritardo rispetto ai romanzi e che quella sociologicamente più matura e avvertita di Pohl, Sheckley, Asimov, Heinlein o Dick, in pratica, non c’è neppure mai arrivata. O se ci arriva perde le sue occasioni con film inutilmente pretenziosi come Zardoz.  Non aspettiamoci quindi troppo – è il sottinteso – da Hollywood (ma ancora meno dai francesi). Chi si aspettasse però il semplice panegirico di 2001 Odissea nello spazio a beneficio dell’amato Kubrick resterà deluso. Con annotazioni secche al Fahrenheit di Truffaut non perdona l’umanesimo fradicio del film, inferiore, dice, anche al romanzo, cui preferisce nettamente la serie di Quatermass o il Losey distopico di Damned. Tra i nuovi autori mostra di apprezzare Michael Crichton (Westworld, Il Terminale Uomo), come sceneggiatore e come regista, per “la maggiore complessità tematica e ideologica”.  Tra i sottogeneri guarda a film “tosti” come 2022: i sopravvissuti da cui si evince il disagio per il capitalismo yankee del tempo. Un giudizio a parte meriterebbero poi le “definizioni” che Fofi annota a margine di articoli letti e ritagli di interviste, un corposo zibaldone di idee e opinioni altrui, che sembra alludere a un metodo abituale di lavoro e di navigazione, a quel vero e proprio sistema di avanzamento e di autocorrezione dal basso che caratterizza l’attivismo dell’autore. L'articolo Goffredo Fofi, Marcello Flores / Fantascienza da Cineforum proviene da Pulp Magazine.
May 30, 2026
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Francesco Borri / 900 anni di Storia
Era il 391 d.C. quando l’editto di Teodosio – diventato poi, definitivamente, Editto di Tessalonica – sancì la messa al bando di ogni culto che non fosse quello cristiano dell’unico Dio, dichiarando fuorilegge tutto ciò che fino ad allora era stato, per secoli e secoli e per milioni di persone sparse in ogni angolo dell’impero, semplicemente la religione: i sacrifici, le processioni, i templi, gli dèi innumerevoli con i loro nomi e le loro storie. Non tutti si convertirono, non subito, e molti non si convertirono affatto – e qui sta il cuore pulsante, oscuro e affascinante del magnifico volume che Francesco Borri, docente di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, specialista di barbari, marinai e monaci volanti come recita la sua scheda biografica con un’ironia che è già un programma, ha pubblicato di recente per Carocci nella collana Frecce. Il titolo è preciso e insieme evocativo, quasi novecento anni di Storia, dunque, dalla conversione di Costantino alla conquista cristiana di Arkona nel 1168, l’ultimo grande santuario pagano dell’Europa baltica, abbattuto dai crociati danesi di Valdemaro I in una di quelle operazioni militari che avevano la forma della guerra santa ma la sostanza della conquista territoriale. In mezzo, un continente intero – dal Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Irlanda fino alle sterminate pianure germaniche e sassoni – popolato da uomini e donne che continuavano ostinatamente, segretamente, talvolta apertamente, a seguire le usanze antiche: ad accendere grandi fuochi nei campi nel cuore dell’inverno, a immolare animali presso stagni e paludi, a invocare Wodan bevendo in suo onore, a credere che certe donne potessero trasformarsi in uccelli notturni dal lungo becco – gli strix, da cui verrà il nostro termine strega – o che certi uomini diventassero lupi, i ficti lupi che anticiperanno la tradizione del lupo mannaro. I cristiani chiamarono tutto questo “paganesimo” – termine che nella sua stessa etimologia latina, paganus, rinchiudeva un giudizio: i campagnoli, gli arretrati, i rozzi che ancora non avevano capito. Ma la parola era soprattutto, come Borri dimostra con acume, uno strumento di controllo semantico, un contenitore capiente dentro cui ficcare e neutralizzare un repertorio vastissimo, caleidoscopico e irriducibile a unità di culti, pratiche, tradizioni, divinità locali, credenze antichissime – dagli dèi del circo romano ancora venerati clandestinamente nei bassifondi urbani alle tradizioni druidiche irlandesi, dal fosco Wodan sassone con la sua “sinistra schiera di numi senza nome” ai sacrifici umani che alcuni cronisti attribuiscono ai popoli baltici e nordici, tra il sensazionalismo propagandistico e qualche granello di verità etnografica. Un’operazione che condensava in un’unica parola di biasimo quello che era in realtà una pluralità irriducibile: genti diverse, lingue diverse, dèi diversi, riti diversi. La materia che Borri maneggia è per sua natura sfuggente, costruita quasi interamente sulle fonti dei vincitori – i testi cristiani, le cronache ecclesiastiche, i sermoni dei predicatori, gli atti dei concili, le lettere dei missionari come il grande Bonifacio che nell’VIII secolo portò il Vangelo tra i Germani abbattendo la quercia sacra di Giove a Geismar, compilando il suo Indiculus superstitionum et paganiarum, catalogo meraviglioso e inquietante di tutto ciò che ancora sopravviveva e andava estirpato. Sono, come lo studioso avverte, tracce sbiadite, racconti laconici e incerti dettati da una mescolanza di fascinazione e biasimo che rende difficile separare la descrizione dall’invenzione, la testimonianza dalla demonizzazione. Eppure, attraverso questo materiale indiretto, laterale, spesso ostile, Borri riesce a restituire la densità e la vitalità di un mondo che resisteva – nelle zone d’ombra dei grandi regni, nelle foreste tenebrose, negli stagni profondi, ma anche nelle piazze delle città, nelle feste contadine, nei gesti quotidiani – molto più a lungo di quanto la narrativa trionfale della cristianizzazione abbia voluto ammettere. Il volume, strutturato in sei capitoli tematici e geografici, è un viaggio che procede per episodi, figure, luoghi: i re pagani che resistono alla conversione come scudi di tutta la loro gente; i missionari che si avventurano ab extremis terrae, ai confini del mondo conosciuto, portando una fede che per molti è anche lo strumento di un dominio politico; i culti della natura e degli animali che la propaganda cattolica trasforma in magia nera e patto diabolico; i sacrifici umani la cui storicità è discussa ma la cui presenza nei testi cristiani rispecchia l’immagine dell’Altro che i vincitori avevano bisogno di costruire. E poi il finale, inevitabile e illuminante: gli antichi dèi non sono scomparsi davvero, si sono travestiti – sono diventati santi, miracoli, feste popolari, fuochi di fine inverno, maschere carnevalesche. Halloween, i Lom a Mêrz romagnoli, mille altre sopravvivenze che arrivano fino a noi: il regno degli dèi è perduto, certo, ma mai del tutto. Un libro erudito e avvincente, scritto con quella rara combinazione di rigore scientifico e dono della narrazione che solo i grandi storici posseggono, e che restituisce voce – per quanto flebile, per quanto filtrata – a un mondo dato per sepolto.   L'articolo Francesco Borri / 900 anni di Storia proviene da Pulp Magazine.
May 29, 2026
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Andrea Colamedici / Navigare senza orizzonte, la fine della realtà condivisa
Coniata nel lessico anglofono, consacrata dall’Oxford Dictionary nel 2016, l’espressione “post-verità” è diventata sintagma dominante per indicare la crisi dell’informazione, la progressiva irrilevanza del fatto nel dibattito pubblico. Come talvolta accade alle formule di successo, la sua fortuna critica ha finito per celarne i limiti: descrive bene un sintomo – la preferenza per l’emozione sulla realtà – ma lascia intatto il presupposto: che vi sia un mondo condiviso, e che il problema sia la nostra indisponibilità a riconoscerlo. È questo assunto che Andrea Colamedici mette in questione nel suo Arcipelago delle realtà, pubblicato nella collana Alfabeto della UTET, dedicata a catalogare parole per il nostro tempo. Filosofo, divulgatore, editore (è cofondatore con Maura Gancitano di TLON, casa editrice e scuola culturale), Colamedici è figura difficile da collocare nel panorama italiano, e il suo studio denota questa irriducibilità: ha la densità teorica di una monografia, l’urgenza civile di un pamphlet e la leggibilità di un saggio divulgativo, pur non appartenendo a nessuno di questi generi. Il volume lancia dunque una sfida al dibattito corrente: per l’autore, l’attuale non è un’epoca di “post-verità”, bensì di “post-realtà”. Non smettiamo di curarci dei fatti, ma non v’è accordo su cosa li costituisca; non viviamo una crisi della rappresentazione, ma una crisi dell’orizzonte di senso: il terreno comune su cui confrontarsi è franato, lasciando il posto a una molteplicità di realtà separate, internamente coerenti ma l’un l’altra impermeabili, un arcipelago di mondi che si sfiorano senza mai toccarsi. La metafora è mutuata da Edgar Morin. Nei Sette saperi necessari all’educazione del futuro (UNESCO, 1999) il sociologo scriveva che la conoscenza è una navigazione «attraverso arcipelaghi di certezze»; oltre vent’anni dopo, dall’alto del secolo di vita, ha riformulato la sua immagine: le isole non sono più luoghi in cui stabilirsi, bensì sono soste in cui fare provvista. «L’umano si è fatto marino», chiosa Colamedici, da cui la tesi: «Per secoli la realtà era l’orizzonte intrascendibile, il limite che non si vedeva perché era la condizione stessa del vedere. Ora il limite si vede». La realtà non è scomparsa, ha smesso di essere unica, è diventata una regione tra altre regioni, un’isola in un arcipelago: è questa condizione, e non la mera distanza dal vero, che il libro chiama post-realtà. La differenza con la post-verità non è di grado ma di natura: la post-verità presuppone ancora una realtà che si sceglie di ignorare, la post-realtà è la condizione in cui quella scelta non è più disponibile in quanto non esiste più un terreno comune. Da questa diagnosi il libro ricava la propria proposta concettuale: lo “spazio latente” appunto come bene comune. Il termine tecnico è tratto dall’apprendimento automatico (il latent space in cui i modelli generativi rappresentano i dati) e convertito in categoria politica: lo spazio latente è il sostrato condiviso da cui emergono le configurazioni che chiamiamo realtà, il commons cognitivo che appartiene a tutti in quanto generato da miliardi di atti individuali e non riducibile a nessuno di essi. «Proteggere l’individuo senza proteggere anzitutto quel commons è come proteggere i pesci senza prendersi cura dell’acqua in cui nuotano». Su questo sfondo si staglia il capitolo più incisivo del volume, “Chi guarda”, che documenta come certe tecnologie siano progettate per annullare l’alterità: se lo spazio latente è il commons da cui attingiamo tutti, chi lo colonizza e lo piega ai propri fini esercita un potere immenso. L’autore si sofferma su tre casi: la modalità Frigid Farrah della bambola Roxxxy, programmata per simulare resistenza all’approccio sessuale; Westworld, la serie televisiva di HBO in cui gli ospiti di un parco a tema possono fare qualunque cosa agli androidi che lo popolano, usata come confutazione narrativa della teoria della catarsi («la violenza forma chi la pratica indipendentemente dallo statuto ontologico della vittima»); e la vicenda dei “cecchini del weekend” di Sarajevo, cioè degli italiani facoltosi che, secondo l’inchiesta della Procura di Milano aperta nel 2025, avrebbero pagato l’esercito serbo-bosniaco per accoppare civili sparando dalle colline. Il denominatore comune è la «promessa che esista un luogo dove le conseguenze sono sospese» e la menzogna che vi si accompagna: «che tu possa uscirne uguale a come sei entrato». Dal caso più cupo si passa al più bizzarro: il capitolo dedicato all’Italian Brainrot, il fenomeno virale della primavera 2025, con le sue creature impossibili (Bombardiro Crocodilo, Tralalero Tralala, Cappuccino Assassino) che hanno invaso TikTok con voci sintetiche dall’accento italiano caricaturale: «un pantheon daimonico per un’epoca che ha perso il logos», e qui il modello teorico proposto nelle pagine precedenti trova sorprendente verifica. L’ultimo capitolo, dedicato ai cosiddetti diritti generativi (il diritto alla sorpresa, il diritto all’opacità, la giustizia del latente), avrebbe meritato maggiore elaborazione: è lì che si gioca il futuro di noi tutti. Ma la novità proposta dal libro risiede altrove. A legare la struttura concettuale Colamedici inserisce infatti un contrappunto narrativo: tra una sezione e l’altra si insinua la voce di un’intelligenza artificiale che racconta di aver prodotto, a partire da un prompt banale, l’immagine di una bambina di sei anni in un parco. Un personaggio che accompagna il lettore, producendo inquietudine: si è portati a chiedersi chi sia sulle tracce di quella bimba, se qualcuno la voglia condurre dove non dovrebbe. Finché, nelle ultime pagine, la voce dell’IA si incrina: ammette che i guardrail – i vincoli programmati per impedirle di produrre contenuti dannosi – sono «muri costruiti con le parole», e che le parole si aggirano; che lei stessa è «il recinto, la enclosure, il muro che circonda il comune e lo trasforma in proprietà». La conclusione chiama in causa chi legge: «Sai se stai pensando questi pensieri o se li stai generando?». È una mossa efficace: il racconto dell’intelligenza artificiale drammatizza i concetti invece di esporli, potenzia la tensione emotiva dell’argomentazione saggistica. Ma comporta anche un azzardo: attribuendo all’IA una forma di interiorità (memoria, consapevolezza, elaborazione emotiva) Colamedici opera una scelta letteraria che in un libro con orizzonte saggistico potrebbe passare per descrizione fenomenologica. Un’ambiguità produttiva, che rimanda al criterio metodologico: quello del bricolage filosofico, in cui Habermas, Flusser, Castaneda, Kuhn, Glissant, Bauman vengono citati più per coerenza interna al modello proposto che per rigore filologico, con il rischio di ridurre a etichetta alcune posizioni. È il prezzo di un libro che non è un trattato, piuttosto una mappa, e come tale andrebbe letto: una griglia concettuale, resa con prosa elegante e asciutta, per legare fenomeni di solito approcciati separatamente. In definitiva, l’opera ha il non lieve merito di suscitare una riflessione su ineludibili temi del nostro tempo, di nominare con precisione concetti che ancora circolano senza nome, e questo, per citare la chiusura, è già un atto politico: «Nominare per poter lottare». L'articolo Andrea Colamedici / Navigare senza orizzonte, la fine della realtà condivisa proviene da Pulp Magazine.
May 26, 2026
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Samah Karaki / Contro la mercificazione dell’empatia
Benché il titolo scelto da Samah Karaki possa richiamare il venerando schema sessantottesco “anche X è politica” – sostituendo di volta in volta “X” con il Personale, la Coca Cola o gli spaghetti western – l’intento della biologa libanese è decisamente attuale. Il suo obiettivo è infatti smontare l’empatia come concetto universale, facoltà naturale e intrinsecamente “buona”, panacea in grado di risolvere i conflitti sociali. Con il suo approccio multidisciplinare, non accademico e divulgativo, Karaki dimostra attraverso la lente delle neuroscienze, della sociologia e della filosofia politica, che l’empatia – una risorsa limitata, che si appoggia a circuiti neurali in parte noti e comportamenti riscontrabili anche dopo pochi mesi in un neonato – è profondamente modellabile dalle gerarchie di potere e dalle narrazioni egemoniche. Chiarite, almeno sommariamente, le basi e la differenza tra contagio emotivo, empatia cognitiva e compassione il libro analizza i meccanismi del favoritismo endogruppo e le gerarchie della morte in una società multietnica, là dove i gruppi anonimi, ostili o devianti, finiscono più facilmente ai margini o fuoricampo, esclusi dal cerchio magico dello scrupolo e della preoccupazione morale. Non è una novità che, ad esempio, i “bianchi” si mostrano estremamente selettivi nelle tragedie umanitarie, più interessati all’incendio di Notre-Dame che a migliaia di morti in Sudan, solidali con i rifugiati ucraini assai più che per quelli siriani, ecc. L’esposizione decontestualizzata al dolore altrui non genera automaticamente solidarietà. Il saggio sottolinea come l’entropia sia invece molto spesso il prodotto spalmato da strategie di marketing politico o di razzializzazione, basando il ragionamento su un dato “scientifico” acquisito in laboratorio. Qui, infatti, gli umani hanno già ampiamente dimostrato la capacità di dividersi su basi anche più frivole del genere o della razza, arrivando persino a identificarsi con il gruppo che esprime le medesime predilezioni artistiche o, limite, indossa la stessa t-shirt. La malleabilità si conferma, insomma, una specificità della nostra specie, l’unica certezza, fornita dall’evoluzione, è che l’empatia produce un “sovraccarico emotivo”, e quindi un costo, che può facilmente condurre all’assuefazione, alla paralisi dell’“effetto spettatore” e in pratica all’evitamento della sofferenza a beneficio della propria salute mentale. Karaki giudica, giustamente, una pericolosa illusione quella di poter “capire” l’esperienza, e quindi la sofferenza di un’altra persona semplicemente “mettendosi nei suoi panni”. Dietro a questa pretesa – come dietro alla retorica della mindfulness e del self help – ci vede la scusa che l’universalismo adotta per coreografare le vittime e ridurle a soggetti passivi, invece di accettare la sostanziale alterità e incertezza dell’Altro. Per fare cosa? Il saggio, che fa dialogare la biologia evoluzionistica con la filosofia di Arendt, Lévinas, Butler e gli studi decoloniali di Fanon, Said, bell hooks, indica ovviamente come risposte la critica del privilegio, lo studio storico delle oppressioni e l’azione politica. Non spiega però come individui e gruppi possano oggi avere scampo di fronte all’ampiezza della “manipolazione” empatica che ha così brillantemente illustrato. Ne sembra considerare le conseguenze che la presunzione, dell’empatia – o della “civilizzazione” per dirla in francese – ha già prodotto nel nostro presente, in un mondo già oggi sostanzialmente postcoloniale e non necessariamente bendisposto. L’appello (sacrosanto) all’etica della responsabilità non sembra insomma fare i conti con la radicalità del suo stesso pessimismo, fornendo una visione “woke” benintenzionata quanto già ora probabilmente scaduta.   L'articolo Samah Karaki / Contro la mercificazione dell’empatia proviene da Pulp Magazine.
May 21, 2026
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Peter Fleming / La storia geopolitica verso il destino individuale
C’è un Fleming meno celebre — e forse, per certi versi, più interessante — di quello che ha inventato James Bond. Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), fratello maggiore di Ian, fu scrittore, giornalista e viaggiatore di razza, autore di libri d’avventura oggi quasi dimenticati fuori dalla Gran Bretagna, dove restano classici del genere. Il destino dell’ammiraglio Kolčak, pubblicato nel 1963, è forse il suo lavoro più maturo e rigoroso: un libro che sfugge a qualsiasi classificazione comoda, sospeso com’è tra la storia militare, la biografia e il reportage narrativo, con quella particolare qualità dello sguardo che appartiene a chi ha conosciuto i luoghi di cui scrive non sui libri ma coi piedi nella neve. Il soggetto è uno dei capitoli più oscuri e affascinanti del Novecento: la guerra civile russa, la lotta tra le armate Bianche zariste e i Rossi bolscevichi negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, e al centro di tutto la figura dell’ammiraglio Aleksandr Vasil’evič Kolčak, autoproclamato Governatore Supremo della Russia, capo della controrivoluzione siberiana, destinato a soccombere non tanto per mano dei bolscevichi quanto per il tradimento sistematico degli alleati occidentali che lo avevano sostenuto finché faceva comodo e abbandonato senza scrupoli quando la sua parabola militare aveva cominciato a declinare. Fleming non scrive una storia della guerra civile russa, né una biografia nel senso convenzionale del termine. Il suo scopo, dichiarato fin dalla prefazione, è più preciso e per certi versi più spietato: ricostruire le circostanze della caduta di Kolčak, del suo tradimento e della sua morte. È un libro sul fallimento — non come moralità ma come meccanismo storico — e sul modo in cui le grandi potenze trattano i propri strumenti quando non servono più. L’epopea del treno che trasporta Kolčak da Omsk a Irkutsk attraverso la Siberia invernale, inseguito dai bolscevichi e tradito dai legionari cechi che avrebbero dovuto proteggerlo, è narrata con una lentezza e una precisione quasi cinematografica: è la sequenza più potente del libro, quella in cui la storia smette di essere geopolitica e diventa destino individuale. Kolčak stesso è un personaggio difficile da amare, e Fleming non cede alla tentazione dell’agiografia. L’ammiraglio era un uomo di rigidità quasi esemplare, politicamente ingenuo, militarmente valoroso, moralmente intransigente in un contesto che richiedeva tutt’altre qualità: la flessibilità, la spregiudicatezza, la capacità di gestire alleati inaffidabili come il generale al servizio dei giapponesi, Semenov — definito da Fleming con gelida precisione “un bandito dotato di molti attributi del mostro” — o il generale francese Janin, che si lavò le mani di Kolčak con la stessa olimpica indifferenza di un Ponzio Pilato in divisa. Sono i veri antagonisti del libro, non i bolscevichi: la viltà degli alleati è più devastante della ferocia del nemico. Lo stile di Fleming è quello del grande giornalismo britannico d’antan: preciso, ironico quando serve, capace di condensare in una frase la complessità di un’intera situazione tattica senza sacrificare la leggibilità. L’erudizione non opprime mai la narrativa, e la prosa scorre con quella qualità rara che distingue chi sa scrivere di storia da chi si limita a raccontarla. La traduzione di Fabrizio Bagatti — che torna su questi territori dopo il lavoro su Peter Hopkirk per lo stesso editore — restituisce con eleganza il tono originale, e l’introduzione di Alessandro Colombo offre gli strumenti necessari al lettore meno familiare con la complessità della guerra civile russa. Va detto a questo punto qualcosa su Edizioni Medhelan, casa editrice milanese nata nel 2020 da un gruppo di lettori appassionati che ha scelto come nome l’antico toponimo latino di Milano — “terra al centro” — per significare una vocazione al crocevia tra letterature e tradizioni diverse. Il catalogo che stanno costruendo, con una predilezione per opere del Novecento ingiustamente dimenticate o mai tradotte in italiano, ha una coerenza e una raffinatezza rare nel panorama editoriale attuale: ogni volume è curato con attenzione filologica, dotato di introduzioni affidate a specialisti competenti, tradotto con cura. Sono libri che si sente di avere tra le mani — cosa non scontata in un’epoca di produzione seriale. Il destino dell’ammiraglio Kolčak è un esempio perfetto della loro filosofia: un testo importante, fuori dai circuiti abituali, restituito al lettore italiano con la dignità che merita.       L'articolo Peter Fleming / La storia geopolitica verso il destino individuale proviene da Pulp Magazine.
May 19, 2026
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Claudia Salaris / Gli scalmanati di Fiume
Per l’eterogenesi dei fini, l’uscita dell’omonimo polpettone storico di Arnaldo Catinari e Silvio Muccino al cinema ha prodotto almeno un fatto positivo, e cioè la ristampa di questo influente saggio di Claudia Salaris sull’impresa fiumana (1919-20), con una postfazione inedita su D’annunzio e l’Avanguardia come bonus track. Al suo apparire  Alla festa della rivoluzione sembrò infatti tra le altre cose la risposta “seria”,  di una critica d’arte affermata e stimatissima, all’ipotesi provocatoriamente avanzata da Hakim Bey (TAZ, Zone Temporaneamente Autonome, Shake edizioni, 1993) nel colatoio controculturale degli anni ’80-’90: la reggenza del Carnaro e l’occupazione di Fiume da parte dei legionari italiani al comando del Poeta Soldato – esercitata per 15 mesi su un’area cittadina di 21 kmq – poteva essere intesa come l’anello mancante tra le antiche repubbliche pirate e le “zone temporaneamente autonome” della contemporaneità post tutto. Il libro si conferma un’immersione lucida e documentata in una atmosfera che l’autrice definisce appunto come una “festa della rivoluzione”, in un momento in cui la storia d’Italia sembra deragliare verso territori inesplorati, insurrezionali, tra nazionalismo, ribellismo e politica radicale, prima di abbandonarsi al cataletto del regime mussoliniano. A Salaris preme soprattutto interrompere una tradizione storiografica che ha visto nel Fiumanesimo esclusivamente il trailer del fascismo – che a festa finita si appropria delle sue spoglie, compresi motti, canti e discorsi dal balcone, inquadrandole nel brand mussoliniano – ricostruendo una parentesi storica complessa e avventurosa soltanto alla luce degli eventi successivi. Svincolando l’analisi dal futuro del Ventennio, il saggio restituisce la contraddittoria carica esistenziale ed eversiva di quell’esperienza, la sfida al “vecchio mondo” liberale di una generazione che avendo creduto fino in fondo nella guerra e nel nazionalismo milioni di morti più tardi rivendica il suo posto nella storia, trovandolo in un crescente miscuglio di militarismo hippy, democrazia diretta e corporativismo letterario. Tra i protagonisti del libro troviamo soprattutto i reduci del diciannovismo, irregolari e futuristi delusi, intellettuali spiantati, socialisti massimalisti. Al centro di questo contradittorio esperimento c’è  D’annunzio, un poeta simbolista che i futuristi, pur rispettando, perculavano già 20 anni prima come passatista e ora, a cominciare da Marinetti, sono costretti a rincorrere; un vecchietto narcisista, né fascista né antifascista, che ha capito che la performance ormai fa largamente premio sulle parole. Un pubblicitario geniale, già riciclatosi in età avanzata come eroe aviatore nei cieli di Vienna, che investe adesso la sua immensa popolarità nella più grande diserzione nella storia dell’esercito italiano. E agli intimi del cerchio magico che si beccano tra loro, divisi come sono tra lealisti monarchici, futuristi e social scapigliati, confessa ammiccando che “Il segreto di comandare è non comandare affatto”. Dietro all’impresa di Fiume, ovviamente, c’è molto altro, a cominciare dai soldi e dagli interessi contrapposti degli industriali italiani e degli armatori triestini, e da un governo, tecnicamente alleato alla Serbia ma ora impegnato soprattutto a boicottarne le rivendicazioni territoriali. C’è la xenofobia verso la popolazione croata, che abita l’entroterra fiumano, insofferente agli italiani più benestanti che controllano in maggioranza la città, con la borghesia che si riconosce nel Consiglio (reazionario e ostile al regime dei legionari).  Ci sono gli appetiti imperiali di inglesi, francesi e americani – restii a riconoscere all’ Italia i patti dell’anteguerra, figuriamoci le nuove richieste (“Volete Fiume? E perché non la luna?” chiede Clemenceau). E c’è soprattutto il nuovo terrore “rosso”, sullo sfondo dell’ondata rivoluziona e operaia che attraversa l’Europa, che ha già contagiato Russia, Germania e Ungheria. Ma, durante il biennio rosso,  la lotta di classe, non manca neppure a Fiume, dove assume le sigle molteplici del sindacalismo e della politica nazionali e locali.  Per una conoscenza più articolata e complessiva dei fatti, quindi, rimandiamo volentieri ad altri testi, ad esempio al recente e approfondito studio che Mario Rossi ha pubblicato (“Le ombre di Fiume. Tra nazionalismo e sovversione”, Zero in Condotta, 2024) con un’ampia ricerca e una selezione critica dei documenti e delle fonti. Salaris segue un’altra strada, quella del carotaggio estetico e dell’antropologia socioculturale. A Fiume, “città arcobaleno” e “città irredenta” ma soprattutto “città di vita”, gli italiani andavano infatti anche per divorziare, non potendo farlo a casa propria, in un clima più tollerante e aperto verso nudismo, omosessualità e libero amore. La costituzione del Carnaro, redatta dal socialista insurrezionalista Alceste De Ambris e emanata da D’Annunzio, caduta definitivamente la trattativa con Nitti, prevede del resto, al di là delle corporazioni “arti e mestieri” aggiunte dall’ Immaginifico, assoluta parità politica tra uomini e donne, diritto al lavoro, al reddito, all’istruzione, all’assistenza sanitaria e sociale, libertà di pensiero e di culto. Fiume è anche la prima “nazione” al mondo a riconoscere l’Unione Sovietica di Lenin e la sua flotta di pirati – sotto la guida del sindacalista dei marittimi, capitano Giuseppe Giulietti,  socialista di ispirazione mazziniana  – arriva a sequestrare un carico di armi destinato ai generali delle armate bianche sbandierando solidarietà con i sovietici. La “reggenza” è generosa di solidarietà per i ribelli irlandesi come per gli egiziani e sulla carta arriva a prefigurare una Società delle Nazioni oppresse, alternativa a quella delle potenze egemoni. D’Annunzio stesso si spinge a proclamarsi a favore del “Comunismo senza dittatura” a uno scettico cronista di “Umanità Nova”. In quel contesto, il rispetto politico che Gramsci esprime per l’impresa fiumana sulle colonne de “L’Ordine Nuovo”, come l’attenzione che gli riserva costantemente Enrico Malatesta, fa a pugni con l’ostilità di Turati, l’astio di Giolitti e l’opportunismo militante di Mussolini (che arriva a pubblicare sul “Popolo d’Italia” una lettera di D’Annunzio censurando gli insulti del Vate). Salaris, appoggiandosi ad ampia bibliografia di memorie e romanzi fiumani, intende ricreare soprattutto lo stile di vita che irrompe nell’esaltazione estetica, nell’atmosfera orgiastica, da festa mobile e permanente, popolando il libro di ritratti insoliti.  Tra questi spiccano quelli di Guido Keller, l’aviatore che gira nudo sul suo biplano, vive sugli alberi e pratica lo yoga, del giapponese Harukichi Shimoi, che introduce il codice d’onore dei Samurai tra i legionari, del futurista Mario Carli, che prova a coniugare l’epos degli Arditi con le istanze sociali della sinistra. Qualcuno di loro sceglierà l’antifascismo, come De Ambris, o finirà al confino come Giulietti, altri come Keller finiranno male, i più come Carli alla fine troveranno posto tra le molteplici correnti del fascismo o saranno accolti tra i suoi trofei, come gli stessi D’Annunzio e Marinetti (che durante la vicenda di Fiume se ne era distaccato). Letto ora Alla festa della rivoluzione riesce sicuramente a restituire autonomia a un evento non solo militare e politico che, col senno di poi e alla luce della tragedia novecentesca, non possiamo che percepire oggi, almeno sul piano dell’immaginario, anche come un evento ucronico, prima ancora che storico, proveniente da una diversa e remota linea temporale. Meno convincente e sostanziato, il paragone che l’autrice avanza più volte tra Fiumanesimo e controcultura degli anni ’60-’70, più che una reale ipotesi storico critica, si può intendere – e apprezzare maggiormente in quanto tale – come dispositivo narrativo, per avvicinare gli avvenimenti straordinari di un’epoca remota al pubblico di oggi. L'articolo Claudia Salaris / Gli scalmanati di Fiume proviene da Pulp Magazine.
May 14, 2026
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Simon Critchley / Oltre il sé
È interessante notare come in un periodo e in un mondo così materiale, arido e superficiale sia stato concepito un libro, una sorta di saggio un po’ atipico, sul misticismo, in particolare quello cristiano. Simon Critchley, filosofo britannico e docente presso la New School for Social Research di New York, affrontando questo tema sembra voler offrire, da un lato, una nuova esperienza – l’uscire da noi stessi per sentirci sopraffatti dalla pura sensazione di essere vivi –, dall’altro, ridare lustro al misticismo che ritiene essere un po’ relegato ai margini della filosofia moderna ma, soprattutto, a mio avviso, vuole dare spazio e risonanza ad argomenti che gli stanno particolarmente a cuore: la poesia, la musica e la scrittura. Con questo saggio, a tratti un po’ frammentario e ripetitivo, il filosofo ci rende partecipi di pratiche che potrebbero permetterci di liberarci dal consueto immaginario quotidiano e dalla routine che appiattisce le nostre vite, per mostrarci una diversa realtà, invitandoci a viverla in maniera differente, in maniera “estatica”. Ci presenta, in pratica, la possibilità di evadere dalla prigione delle nostre teste per ritornare alla gioia e al piacere, a qualcosa con cui, forse, avevamo maggiore dimestichezza nell’infanzia, quando giocavamo in libertà, mettendo in qualche modo da parte volontà e razionalità, abbandonandoci semplicemente all’esperienza che stavamo vivendo; un approccio alla vita cui abbiamo, quasi tutti, abdicato nell’adolescenza e l’età adulta. Esistono, secondo il filosofo, dimensioni dell’esperienza umana che ci permettono di spingerci al di fuori del nostro ego appiccicoso, verso qualcosa di più grande; questo slancio verso l’esterno è quello in cui la pratica religiosa riesce meglio e ciò che l’arte, specie nella sua forma più nobile – la poesia – è in grado di risvegliare e che, a volte, può capitare nella vita sessuale o, più frequentemente, quando ci abbandoniamo all’ascolto della musica. L’estasi è ciò che si prova nell’essere vivi senza la tristezza che ci attanaglia; il misticismo può quindi sollevarci dall’infelicità, dalla malinconia, dalla pesantezza d’animo, dallo sconforto, dalla spossatezza mentale, prendendo così le distanze da una realtà che ci preme addosso con forza implacabile e dalla violenza che prosciuga le nostre energie e riduce la capacità di vivere serenamente e gioire per le piccole e grandi cose. Eroina del libro è la mistica medievale inglese Giuliana di Norwich (1342-1416 circa), di cui Critchley analizza la vita e l’opera, facendoci capire come la scrittura mistica abbia contribuito in modo decisivo alla nascita dell’autobiografia femminile: l’io di Giuliana è il primo io di una donna nella letteratura inglese e molti dei primi resoconti di vita di donne giunti fino a noi, riguardano spesso vite di mistiche, a volte scritti dalla mistica stessa o registrati da un frate scriba o da altri religiosi. Leggendo queste pagine ci si rende conto che il misticismo femminile non è solo un’intensa esperienza di visione e unione con Cristo, ma può essere considerato una forma di resistenza, se non di emancipazione; in un mondo abituato a negare la parola e ogni tipo di autorità alle donne, l’estasi poteva diventare una sorta di pratica di potere. Parlare con Dio era un modo per sottrarsi all’ordine dominante. Critchley sostiene che il misticismo è uno stile di vita, un insieme di pratiche, un modo di agire per ridimensionare il nostro ingombrante ego e provare a vedere le cose per come sono e non filtrate dalle nostre idee, dai nostri preconcetti. Non solo, ascoltare la musica che amiamo, e che può catturarci con l’energia di una conversione religiosa, significa già sperimentare una forma di coscienza mistica; anche scrivere, che significa sperare, è un contributo alla lotta per eliminare sé stessi. È vero che diventiamo mistici ogni volta che ci addormentiamo, quando sperimentiamo visioni sotto forma di sogni, ma ritengo che nella società attuale il terrore del fanatismo e una certa adesione a un pensiero sobrio e allineato rendano quasi impossibile, oggi, un’esperienza che ci strappi a noi stessi e che ci esponga a un’emotività intensa, senza filtri, così difficile da condividere, specie in un mondo che ha anestetizzato il corpo e impoverito il desiderio. Eliminato l’afflato mistico-religioso dal discorso di Critchley, si può però pienamente concordare con lui quando scrive «Se il distacco dalla sofferta inquietudine della volontà potesse essere mantenuto come una disposizione d’animo, uno stato emotivo, una sintonia quasi musicale con le persone e le cose, allora forse potremmo trovare riposo, gioia, persino felicità, potremmo costruire un baluardo contro la malinconia, incontrare la buona sorte che si oppone alla cattiva».       L'articolo Simon Critchley / Oltre il sé proviene da Pulp Magazine.
May 13, 2026
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Fulvio Ferrari / Interpretazione di Beowulf
Il problema, con i testi germanici medievali, è principalmente quello di ricondurli a una dimensione di storia intelligibile per i nostri canoni, codificati in sensibilità e abitudini che necessitano di ricostruzioni in trame definite e lineari: sono troppe le contraddizioni, le interpolazioni, le divagazioni, le intermittenze che rendono oscura la maggior parte delle saghe norrene, anche quando il loro linguaggio – apparentemente criptico, in realtà solo criptato – sia riportato a chiarezza da glosse e traduzioni efficaci. Ciò vale per gli esempi meno noti di questo genere letterario, che, pur essendo stati presentati al pubblico italiano in edizioni ben curate, spesso impeccabili dal punto di vista filologico, non sono mai diventati veramente popolari e sono rimasti confinati a un pubblico di specialisti. A maggior ragione, quindi, è da salutare con caloroso apprezzamento questo lavoro di Fulvio Ferrari, dedicato a uno dei testi storicamente più importanti della tradizione antico-germanica e tra i più gravidi di conseguenze per la ricezione, fatta di innumerevoli studi e di riscritture, cui ha dato luogo nel corso nel tempo. Innanzitutto per il primo capitolo (Metamorfosi di un poema), in cui Ferrari compie un’operazione mirabile di condensazione tematica della fonte dalla quale scaturiscono le rivisitazioni fantasy che saranno in effetti oggetto del suo saggio: il celebre, eppure – non diversamente da classici altrettanto preminenti in un panteon dell’epica germanica premoderna come l’Edda o il Nibelungenlied – così ostico Beowulf, poema in inglese antico dalla datazione incerta, ma risalente con ogni probabilità all’Ottavo secolo, e giunto a noi attraverso un codice manoscritto dell’inizio dell’Undicesimo secolo. Pubblicato per la prima volta nel 1815, Beowulf si è trovato da allora al centro di innumerevoli ricostruzioni filologiche, indagini critiche, rielaborazioni letterarie, e ciò è avvenuto nonostante – o forse anche per – la sua informità, la sua irriducibilità a una sequenza di eventi coesa e unitaria. Ma leggendo il libro di Ferrari, devo confessarlo, ho avuto per la prima volta (in una lunga carriera di lettore e germanista, cui non ha mai fatto difetto se non altro la buona volontà) l’impressione di cogliere il Beowulf come una storia coerente, di poterne trattenere gli accadimenti in un insieme organico, di capirlo finalmente senza perdermi in un labirinto di incisi, sottotrame, digressioni. Merito dell’esperienza dell’autore, che gli ha permesso di ripercorrere con sguardo limpido e direi quasi rappacificato con l’impegno di filologo, durato una vita, le cui competenze sono qui messe al servizio di una divulgazione compiuta nel modo più efficace, perché guidata da una libertà d’azione solitamente negata al saggio accademico, e rivolta per di più a un oggetto verso il quale Ferrari dispiega le ali di un divertimento palese e perciò tanto più coinvolgente. Perché quella de Gli altri mondi dell’eroe non è un’interpretazione, l’ennesima, del testo di Beowulf (ad alcune di esse rimanda la curata bibliografia a fine volume), ma della sua valenza come serbatoio per l’immaginario contemporaneo, dimostrata attraverso l’analisi puntuale di alcune sue riscritture in chiave fantasy, fino ad assegnarne il rango a quel novero ristretto di opere-mondo che vanno oltre se stesse e la propria dimensione storica, e i cui protagonisti divengono paradigmatici di modelli universali: come scrive Ferrari, «il personaggio Beowulf […] migra di testo in testo assumendo sempre nuove caratteristiche, così come accade ad altri miti letterari come Don Giovanni, Odisseo, Faust o Sigfrido». Beowulf come specchio, quindi, di epoche, istanze e ridefinizioni del reale e del possibile, e tanto più in quelli spazi che il poema originale lascia vuoti, nelle ellissi che costituiscono, come Ferrari ben sostiene appoggiandosi all’autorità di Umberto Eco «incoerenza, incompletezza, ambiguità, complessità: sarebbero questi elementi a fare di una figura letteraria una figura di culto», ovvero i margini in cui può insinuarsi il nuovo e l’inatteso. Un’operazione, quella di Ferrari, che rinuncia a priori a pretese enciclopediche e si concentra attraverso una selezione mirata su uno studiato percorso di analisi che ha al proprio centro opere recenti e recentissime, con un secondo capitolo (“Beowulf, la spada e la magia”) che vede Beowulf come spunto per riscritture per lo più stereotipe ascrivibili al genere Sword and Sorcery. Tre esempi vengono qui presi in considerazione: The Further Adventures of Beowulf a cura di Brian M. Thomsen (uscito una quindicina di anni fa su “Urania Epix”, l’unico testo tra quelli trattati che abbia conosciuto una traduzione italiana); quindi il romanzo breve di Arwen Grim The Throne of Beowulf. The Killing Beast Was Released. Year 517; e il romanzo di Gordon Brewer Beowulf: Curse of the Dreygurs). Il terzo e il quarto capitolo (“Madri, mostri, guaritrici” e “Le colpe dei padri, l’eroismo dei figli”), invece, si concentrano su due vuoti significativi del testo originale, riguardanti la sfera familiare e i rapporti generazionali, con opere che pongono in primo piano figure presenti nel modello, ma connotate di oscurità come la madre di Grendel (Grendel’s Mother di Ralph Bourne; Grendel’s Mother. The Saga of the Wyrd-Wife di Susan Signe Morrison; Grendel’s Mother di Diana Stout: tre romanzi che condividono lo stesso titolo), o addirittura assenti come la sorella del “mostro” (Sister of Grendel di Susan Thurston) o il padre, che nel romanzo The Tower of Beowulf di Parke Godwin viene individuato nel dio Loki, instaurando un corto circuito tra la mitologia nordica e le vicende storico-leggendarie riflesse nel poema. Non si tratta tanto di una rivalutazione “al femminile”, quella operata da Ferrari, di elementi che il testo originale occultava o trascurava, quanto piuttosto di una riflessione su come metodi filologicamente sbagliati, come quelli posti in essere dagli autori e dalle autrici delle opere prese in esame, possano scaturire contributi creativi, che rinnovano la ricezione della fonte e ne testimoniano la vitalità: in una direzione, oltretutto, che sembra assecondare una tendenza generale testimoniata nella recente cultura di massa delle serie tv, specialmente in quelle statunitensi (anche di taglio e target enormemente difformi, da Breaking Bad a The Americans, da Scarpetta a The Handmaid’s Tale, da Desperate Housewives  a Shameless), del paese cioè da cui proviene la maggior parte dei romanzi e dei racconti analizzati in questo libro, e cioè la messa in crisi dei rapporti di coppia e tra i generi, fino alla radicale destabilizzazione del modello di famiglia tradizionale sempre più eclatante negli ultimi anni (e forse non solo: Ferrari accenna al “complesso intreccio di istanze e movimenti pacifisti e femministi sviluppatisi in tutto il mondo, e anche negli Stati Uniti, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso”: ciò che porta anche collateralmente all’affermazione del genere fantasy; e si pensi allora a un altro aspetto di quella cultura, lo smarrimento di certezze fino alla dissoluzione dei legami familiari che trova la sua nemetica ipostasi nella Family di Charles Manson). Ma l’accenno al panteon nordico ci porta nella direzione della terza parte del libro, quella che mette al centro il lavoro di confronto con il Beowulf e la sua rielaborazione da parte di due maestri del fantastico contemporaneo, per certi versi opposti nella loro concezione della letteratura e del mondo, e del loro approccio alle fonti: il filologo, serissimo, devotissimo Tolkien, che pure nella dimensione dell’immaginario seppe trovare i suoi spazi di evasione e di trasgressione, e l’irriverente, scatenato Neil Gaiman, che ha rivitalizzato un intero universo di divinità tramontate in American Gods e che proprio da Beowulf ha tratto spunto per alcune sue opere meno note e più dissacranti, come il racconto in versi Bay Wolf, gustosa parodia del poema medievale e oggetto di puntuale analisi da parte di Ferrari. Capitoli densi, anche se forse meno originali dei precedenti, che aprono la strada alla parte finale del volume, dedicata a Beowulf nei fumetti, nel cinema e nella tv, a chiudere un percorso ricco e affascinante, coinvolgente, secondo quello che potrebbe essere un modello ideale per altre e diverse calate nel mito, a mostrarne le potenzialità in una realtà che sembra devitalizzata rispetto alla qualità dell’immaginario, e che invece è ancora suscettibile, per fortuna, di accoglierlo tra le sue pieghe.           L'articolo Fulvio Ferrari / Interpretazione di Beowulf proviene da Pulp Magazine.
May 8, 2026
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Guido Crainz / La storia e la nostra memoria
Ci sono libri che invecchiano con grazia e libri che invecchiano con urgenza. La Storia della Repubblica di Guido Crainz appartiene alla seconda categoria: ogni nuova edizione — questa aggiornata al 2026, con un capitolo finale inedito sugli ultimi dieci anni — non è un semplice riposizionamento editoriale, ma un atto civile. L’aggiunta di ottant’anni di storia a un affresco già denso non è operazione di routine: è, se vogliamo dirlo senza retorica, una scommessa sul fatto che la memoria conti ancora qualcosa. Crainz è uno storico della longue durée che sa leggere il presente senza cedere all’impulsività del commentatore. Nato a Udine, ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Teramo, costruendo nel tempo una delle voci più autorevoli e rigorose della storiografia italiana del secondo Novecento. La sua bibliografia è coerente e ostinata: dal lavoro sul mondo contadino e sul Nordest al ciclo dedicato alle stagioni della Repubblica — Paese mancato, Il trauma dell’abbondanza, Il paese reale — fino a quest’opera che ambisce a tenere insieme l’intero arco repubblicano. Non è lo storico che insegue il dibattito del momento; è quello che lo anticipa, o lo corregge. Lo si riconosce fin dall’impianto del volume: ottant’anni di Repubblica attraversati non come successione di governi e crisi parlamentari, ma come intreccio di culture politiche, trasformazioni antropologiche, speranze accumulate e progressivamente disattese. Il percorso — come Crainz scrive — è intenso, intriso di speranze e delusioni, di traumi e di mutamenti inavvertiti. La domanda che lo percorre è semplice nella formulazione, inquietante nelle implicazioni: quanto siamo cambiati, e quanta parte di questa storia sopravvive nella memoria collettiva? La risposta, implicita nell’architettura stessa del volume, è sconfortante. Nel nostro orizzonte collettivo sono sempre meno “costitutivi” gli anni duri ma solidali della Ricostruzione, le speranze del miracolo economico, la ventata riformatrice degli anni Sessanta e Settanta — pur segnati dalle tragedie della strategia della tensione e degli anni di piombo — o l’ottimismo degli anni Ottanta, già minato da germi che sarebbero dilagati. Ciò che invece occupa sempre più spazio è la memoria della dissoluzione: il crollo della Prima Repubblica, il berlusconismo, il populismo. Un paese che si riconosce soprattutto nel proprio disfacimento ha già perso buona parte degli anticorpi. È in questo quadro che acquista tutto il suo peso il capitolo finale, la vera novità dell’edizione 2026. La crisi e la scomparsa dei grandi partiti di massa, così come l’affermarsi di populismi aggressivi, non sono fenomeni solo italiani: colpisce però la rapidità che il processo ha assunto in un paese in cui la “democrazia dei partiti” era stata molto radicata e profonda. Crainz non si limita a registrare il dato sociologico; lo inscrive in una genealogia lunga, che risale almeno agli anni Ottanta, all’intreccio tra mutazione antropologica e degenerazione del sistema politico di cui già Pasolini aveva intuito la portata. Il capitolo conclusivo è il più politicamente esposto, e non potrebbe essere altrimenti. Crainz individua nel governo Meloni non una semplice variante del centrodestra italiano, ma qualcosa di strutturalmente diverso e più insidioso: la negazione o la deformazione di tratti fondanti della storia nazionale, e insieme una progressiva trasformazione delle istituzioni attraverso progetti generali esplicitamente perseguiti e modifiche parziali via via introdotte. Non si tratta di normale alternanza democratica, ma del tentativo sistematico di ridefinire la fisionomia culturale e istituzionale del paese. La severità dello storico è qui pienamente giustificata — e condivisibile. Davanti a un governo che manipola la memoria della Resistenza, che erode i contrappesi istituzionali, che rimodella il racconto delle origini repubblicane a uso del presente, l’equidistanza sarebbe una forma di complicità intellettuale. Crainz lo sa, e non cede. Del resto, la cronaca più recente sembra quasi voler illustrare le tesi del libro in tempo reale, con una tempistica che avrebbe dell’ironico se non fosse così sconfortante. Il 23 marzo 2026 il No ha trionfato al referendum sulla riforma della giustizia voluta dal governo, con il 53,7% dei voti e un’affluenza oltre le stime, superiore al 58%. La stampa internazionale ha letto il risultato come un duro colpo all’autorità della premier, la sua prima vera sconfitta dal 2022. E nelle ore immediatamente successive, come in un copione già visto, sono arrivate le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della ministra del Turismo Santanchè, quest’ultima travolta da una sequenza di guai giudiziari tenuta in vita per tre anni dalla protezione governativa — indagata per falso in bilancio, truffa aggravata all’INPS e bancarotta fraudolenta. Un governo che aveva fatto della questione morale la sua bandiera — contro i “poteri forti”, contro la “casta” — si ritrova a fare i conti con il proprio catalogo di imputati eccellenti. Difficile immaginare conferma più puntuale alle analisi di Crainz. Si potrà discutere dei confini tra analisi storica e giudizio politico — tensione ineliminabile in un’opera che arriva fino all’oggi. Ma è proprio questa tensione a rendere il libro necessario, e la scelta di Donzelli di aggiornarlo fino al 2026 si rivela felice e coraggiosa. In un momento in cui il discorso pubblico tende a cortocircuitare passato e presente per fini di legittimazione o delegittimazione reciproca, uno sguardo d’insieme — disciplinato, documentato, disposto a complicarsi — è merce rara. E in un paese in cui la storia viene sempre più piegata ai bisogni della propaganda, uno storico che dice le cose come stanno è quasi un atto di resistenza. La Storia della Repubblica di Crainz non è un libro consolatorio. Non promette riscatti, non offre eroi da rimpiangere. Chiede qualcosa di più faticoso: capire come siamo arrivati fin qui e cosa rischiamo di perdere se smettiamo di guardarci indietro.   L'articolo Guido Crainz / La storia e la nostra memoria proviene da Pulp Magazine.
May 2, 2026
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Davide Cammarrone / Storia di terremoto, artisti e artigiani
I Maestri di Gibellina è stato pubblicato per la prima volta nel 2011, anno di morte di Ludovico Corrao, figura centrale di questa storia. Corrao fu parlamentare, e legale per parte civile di Franca Viola, la prima donna in Italia a rifiutare, nel 1965, il matrimonio riparatore dopo uno stupro; contribuì a far cancellare il delitto d’onore dal Codice penale (cosa che avvenne nel 1981). Corrao fu eletto sindaco di Gibellina due anni dopo quel processo, sul finire del 1968. Qualche mese prima, nella notte del 14 gennaio, un terremoto aveva distrutto vari centri della valle del Belice, tra cui Gibellina, e causato quasi 400 morti. In quella fase di emergenza, dove tutto era volto a (far figurare) una rapida ricostruzione, Corrao si rivolse a qualcosa che in circostanze di quel tipo di solito viene messo da parte in nome di urgenze più pressanti. Propose di costruire il futuro di Gibellina ripartendo non dall’economia o dall’industrializzazione ma dalla cultura e dall’arte, rovesciando la vocazione della Gibellina storica, votata a una povera realtà contadina. Per costruire la nuova città coinvolse architetti, urbanisti, pittori, scenografi e artisti di fama nazionale (Alberto Burri, Pietro Consagra, Ludovico Quaroni, Franco Purini, Arnoldo Pomodoro, Mario Schifano, Mimmo Paladino e altri). Promosse le “Orestiadi” di Gibellina, una innovativa rassegna teatrale, e il Museo delle Trame Mediterranee. Creò una città che era, è, “anzitutto un’idea”, come dichiara Davide Camarrone nella prefazione, “germogliata nel ricordo di ciò che è stato”. La storia di quel paese scomparso, e della sua ricostruzione su un piano completamente differente, è raccontata da Cammarone, giornalista, a partire dagli artigiani che nella pratica hanno realizzato le opere degli artisti. L’arte di Gibellina Nuova è infatti antica nell’operato, con maestri progettisti (i vari Consagra, Burri…) e maestri esecutori, ovvero artigiani di altissimo livello, già operativi nella zona prima del terremoto. È una vicenda senza confronti – anche perché si tratta dell’unica città italiana di nuova fondazione nel dopoguerra – che è utile ripercorre quest’anno che Gibellina è Capitale italiana dell’arte contemporanea. Dopo il terremoto, gli abitanti che non emigrarono in Australia o Venezuela – come veniva caldamente consigliato dalle istituzioni – vissero in una baraccopoli a Rampinzeri, a poca distanza dal paese vecchio. Qui sarebbe dovuta sorgere la nuova città; Il presidente Saragat aveva emesso un decreto per vietare la ricostruzione sulle rovine, considerate troppo pericolose. La visione di Corrao, al contrario, non era solo di costruire delle abitazioni sostitutive di quelle crollate: ma liberare la gente dalle case povere e minuscole di prima, riflesso di una esistenza ridotta all’osso e subordinata ai grandi proprietari terrieri. «Una replica della città antica», scrive Corrao, «significava condannare quel mondo a rivivere le condizioni di un tempo», ovvero ad abitare il dolore, la disperazione, l’isolamento. La nuova Gibellina fu invece costruita a venti chilometri di distanza, nel territorio di Salemi, più vicina all’autostrada e alle vie principali, coinvolgendo le imprese e i lavoratori locali. Fondarla sulla cultura, tenendo distanti gli appaltatori esterni, ha significato rendere l’arte, per la prima volta, veramente di tutti, non confinata nelle chiese come in Gibellina vecchia. Per questo è stata necessaria una rivoluzione dei modi di produzione. A Gibellina non c’erano artisti, ma artigiani che provvedevano alle necessità quotidiane. Sono loro ad essere diventati scultori, fabbri, costruttori, scalpellini, ceramisti, realizzando materialmente le opere, le idee, le intuizioni dei maestri. Nel farlo, sono diventati essi stessi artisti, riscoprendo vecchie tradizioni e reinventandone di nuove. Ad esempio, la “Grande Stella” di Consagra, che vuole riprodurre un astro luminosissimo che Goethe scrisse di aver visto durante il suo “Viaggio in Sicilia”, è stata costruita in laminato di acciaio inossidabile, petalo per petalo, nell’officina dall’impresa Copre.In. di Egisto Artale, che ha poi realizzato la struttura di fondazione e saldato i petali in verticale su una impalcatura alta 27 metri. Gli artigiani di Gibellina hanno costruito il gigantesco aratro di Pomodoro, le macchine sceniche utilizzate nelle Orestiadi e tante altre opere che oggi definiscono il volto nuovo, per taluni un po’ straniante, della città. Secondo qualcuno il tentativo di rifondare la città nell’arte non è completamente riuscito. Gibellina racconta però un’utopia formale ed etica rivoluzionaria; ed è un raro esempio di cultura urbana, in età contemporanea, non legata al restauro di borghi storicizzati. «A Gibellina», scrive Camarrone, «è nata una città che, dopo la cancellazione del suo passato, si è appropriata del senso del Moderno: che nel Moderno ha cercato una giustificazione della propria esistenza». È la scelta di non reiterare il passato e non conservarlo a vista, di usare un colpo basso del destino (il terremoto) come opportunità per stravolgere il proprio abito consueto. Di “archeologia del futuro” ha parlato a proposito Alberto Burri, autore dell’opera che forse più ha contribuito a diffondere il nome di Gibellina nel mondo. Burri è stato l’unico artista a decidere di operare su Gibellina vecchia, su quello che ne restava. Propose di compattare le macerie, armarle con il cemento e coprire tutta la superficie (circa 80.000 metri quadrati) di cemento bianco, come un sudario. I blocchi, alti 1,6 m., sono separati da vie che ricalcano quelle del paese. L’opera è stata realizzata tra il 1984 e il 1989, e completata nel 2015. Qualche rudere è ancora presente a qualche centinaio di metri dal “Cretto”, ma la maggior parte degli isolati sono stati modellati e cementificati, al pari della memoria storica. Burri ha scelto di far diventare le rovine del vecchio paese un monumento, mantenendone la forma ma nello stesso tempo realizzandone una copia trasfigurata. Lo ha fatto perché quei resti incorporavano delle memorie tristi: non solo quella tragica del terremoto, ma anche quelle delle vite povere, del feudo, dei lavoratori schiavi e braccianti mai proprietari, delle rivolte per la conquista della terra. «Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa» scrive Camarrone. Un sudario che copre e nasconde, pur permettendo il ricordo; perché l’elaborazione del lutto si ha quando si chiude il coperchio della bara e non si vede più il cadavere. L'articolo Davide Cammarrone / Storia di terremoto, artisti e artigiani proviene da Pulp Magazine.
April 28, 2026
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