Fulvio Ferrari / Interpretazione di BeowulfIl problema, con i testi germanici medievali, è principalmente quello di
ricondurli a una dimensione di storia intelligibile per i nostri canoni,
codificati in sensibilità e abitudini che necessitano di ricostruzioni in trame
definite e lineari: sono troppe le contraddizioni, le interpolazioni, le
divagazioni, le intermittenze che rendono oscura la maggior parte delle saghe
norrene, anche quando il loro linguaggio – apparentemente criptico, in realtà
solo criptato – sia riportato a chiarezza da glosse e traduzioni efficaci. Ciò
vale per gli esempi meno noti di questo genere letterario, che, pur essendo
stati presentati al pubblico italiano in edizioni ben curate, spesso impeccabili
dal punto di vista filologico, non sono mai diventati veramente popolari e sono
rimasti confinati a un pubblico di specialisti.
A maggior ragione, quindi, è da salutare con caloroso apprezzamento questo
lavoro di Fulvio Ferrari, dedicato a uno dei testi storicamente più importanti
della tradizione antico-germanica e tra i più gravidi di conseguenze per la
ricezione, fatta di innumerevoli studi e di riscritture, cui ha dato luogo nel
corso nel tempo. Innanzitutto per il primo capitolo (Metamorfosi di un poema),
in cui Ferrari compie un’operazione mirabile di condensazione tematica della
fonte dalla quale scaturiscono le rivisitazioni fantasy che saranno in effetti
oggetto del suo saggio: il celebre, eppure – non diversamente da classici
altrettanto preminenti in un panteon dell’epica germanica premoderna come l’Edda
o il Nibelungenlied – così ostico Beowulf, poema in inglese antico dalla
datazione incerta, ma risalente con ogni probabilità all’Ottavo secolo, e giunto
a noi attraverso un codice manoscritto dell’inizio dell’Undicesimo secolo.
Pubblicato per la prima volta nel 1815, Beowulf si è trovato da allora al centro
di innumerevoli ricostruzioni filologiche, indagini critiche, rielaborazioni
letterarie, e ciò è avvenuto nonostante – o forse anche per – la sua informità,
la sua irriducibilità a una sequenza di eventi coesa e unitaria. Ma leggendo il
libro di Ferrari, devo confessarlo, ho avuto per la prima volta (in una lunga
carriera di lettore e germanista, cui non ha mai fatto difetto se non altro la
buona volontà) l’impressione di cogliere il Beowulf come una storia coerente, di
poterne trattenere gli accadimenti in un insieme organico, di capirlo finalmente
senza perdermi in un labirinto di incisi, sottotrame, digressioni. Merito
dell’esperienza dell’autore, che gli ha permesso di ripercorrere con sguardo
limpido e direi quasi rappacificato con l’impegno di filologo, durato una vita,
le cui competenze sono qui messe al servizio di una divulgazione compiuta nel
modo più efficace, perché guidata da una libertà d’azione solitamente negata al
saggio accademico, e rivolta per di più a un oggetto verso il quale Ferrari
dispiega le ali di un divertimento palese e perciò tanto più coinvolgente.
Perché quella de Gli altri mondi dell’eroe non è un’interpretazione, l’ennesima,
del testo di Beowulf (ad alcune di esse rimanda la curata bibliografia a fine
volume), ma della sua valenza come serbatoio per l’immaginario contemporaneo,
dimostrata attraverso l’analisi puntuale di alcune sue riscritture in chiave
fantasy, fino ad assegnarne il rango a quel novero ristretto di opere-mondo che
vanno oltre se stesse e la propria dimensione storica, e i cui protagonisti
divengono paradigmatici di modelli universali: come scrive Ferrari, «il
personaggio Beowulf […] migra di testo in testo assumendo sempre nuove
caratteristiche, così come accade ad altri miti letterari come Don Giovanni,
Odisseo, Faust o Sigfrido».
Beowulf come specchio, quindi, di epoche, istanze e ridefinizioni del reale e
del possibile, e tanto più in quelli spazi che il poema originale lascia vuoti,
nelle ellissi che costituiscono, come Ferrari ben sostiene appoggiandosi
all’autorità di Umberto Eco «incoerenza, incompletezza, ambiguità, complessità:
sarebbero questi elementi a fare di una figura letteraria una figura di culto»,
ovvero i margini in cui può insinuarsi il nuovo e l’inatteso. Un’operazione,
quella di Ferrari, che rinuncia a priori a pretese enciclopediche e si concentra
attraverso una selezione mirata su uno studiato percorso di analisi che ha al
proprio centro opere recenti e recentissime, con un secondo capitolo (“Beowulf,
la spada e la magia”) che vede Beowulf come spunto per riscritture per lo più
stereotipe ascrivibili al genere Sword and Sorcery. Tre esempi vengono qui presi
in considerazione: The Further Adventures of Beowulf a cura di Brian M. Thomsen
(uscito una quindicina di anni fa su “Urania Epix”, l’unico testo tra quelli
trattati che abbia conosciuto una traduzione italiana); quindi il romanzo breve
di Arwen Grim The Throne of Beowulf. The Killing Beast Was Released. Year 517; e
il romanzo di Gordon Brewer Beowulf: Curse of the Dreygurs). Il terzo e il
quarto capitolo (“Madri, mostri, guaritrici” e “Le colpe dei padri, l’eroismo
dei figli”), invece, si concentrano su due vuoti significativi del testo
originale, riguardanti la sfera familiare e i rapporti generazionali, con opere
che pongono in primo piano figure presenti nel modello, ma connotate di oscurità
come la madre di Grendel (Grendel’s Mother di Ralph Bourne; Grendel’s Mother.
The Saga of the Wyrd-Wife di Susan Signe Morrison; Grendel’s Mother di Diana
Stout: tre romanzi che condividono lo stesso titolo), o addirittura assenti come
la sorella del “mostro” (Sister of Grendel di Susan Thurston) o il padre, che
nel romanzo The Tower of Beowulf di Parke Godwin viene individuato nel dio Loki,
instaurando un corto circuito tra la mitologia nordica e le vicende
storico-leggendarie riflesse nel poema.
Non si tratta tanto di una rivalutazione “al femminile”, quella operata da
Ferrari, di elementi che il testo originale occultava o trascurava, quanto
piuttosto di una riflessione su come metodi filologicamente sbagliati, come
quelli posti in essere dagli autori e dalle autrici delle opere prese in esame,
possano scaturire contributi creativi, che rinnovano la ricezione della fonte e
ne testimoniano la vitalità: in una direzione, oltretutto, che sembra
assecondare una tendenza generale testimoniata nella recente cultura di massa
delle serie tv, specialmente in quelle statunitensi (anche di taglio e target
enormemente difformi, da Breaking Bad a The Americans, da Scarpetta a The
Handmaid’s Tale, da Desperate Housewives a Shameless), del paese cioè da cui
proviene la maggior parte dei romanzi e dei racconti analizzati in questo libro,
e cioè la messa in crisi dei rapporti di coppia e tra i generi, fino alla
radicale destabilizzazione del modello di famiglia tradizionale sempre più
eclatante negli ultimi anni (e forse non solo: Ferrari accenna al “complesso
intreccio di istanze e movimenti pacifisti e femministi sviluppatisi in tutto il
mondo, e anche negli Stati Uniti, a partire dagli anni Sessanta del secolo
scorso”: ciò che porta anche collateralmente all’affermazione del genere
fantasy; e si pensi allora a un altro aspetto di quella cultura, lo smarrimento
di certezze fino alla dissoluzione dei legami familiari che trova la sua
nemetica ipostasi nella Family di Charles Manson).
Ma l’accenno al panteon nordico ci porta nella direzione della terza parte del
libro, quella che mette al centro il lavoro di confronto con il Beowulf e la sua
rielaborazione da parte di due maestri del fantastico contemporaneo, per certi
versi opposti nella loro concezione della letteratura e del mondo, e del loro
approccio alle fonti: il filologo, serissimo, devotissimo Tolkien, che pure
nella dimensione dell’immaginario seppe trovare i suoi spazi di evasione e di
trasgressione, e l’irriverente, scatenato Neil Gaiman, che ha rivitalizzato un
intero universo di divinità tramontate in American Gods e che proprio da Beowulf
ha tratto spunto per alcune sue opere meno note e più dissacranti, come il
racconto in versi Bay Wolf, gustosa parodia del poema medievale e oggetto di
puntuale analisi da parte di Ferrari. Capitoli densi, anche se forse meno
originali dei precedenti, che aprono la strada alla parte finale del volume,
dedicata a Beowulf nei fumetti, nel cinema e nella tv, a chiudere un percorso
ricco e affascinante, coinvolgente, secondo quello che potrebbe essere un
modello ideale per altre e diverse calate nel mito, a mostrarne le potenzialità
in una realtà che sembra devitalizzata rispetto alla qualità dell’immaginario, e
che invece è ancora suscettibile, per fortuna, di accoglierlo tra le sue pieghe.
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