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Arnaud Miranda / Cartografia della neoreazione
Quando Peter Thiel si presentò all’Institut de France il 26 gennaio 2026 per concludere un ciclo di seminari sull’“avvenire della democrazia”, i resoconti oscillarono tra l’“allucinato” e il “tecnofascista”. Pochissimi, però, erano in grado di collocare le sue posizioni in un sistema di pensiero preciso, con una storia e un vocabolario specifico. Ecco il vuoto che il libro di Arnaud Miranda — dottore in teoria politica al CEVIPOF di Sciences Po, pubblicato da Gallimard/Le Grand Continent a gennaio 2026 e ora tradotto da Rizzoli — si propone di colmare. Il primo merito dello studio è la chiarezza della cartografia. Miranda offre una vera tassonomia della neoreazione, con evoluzione, diramazioni e sottocorrenti: alt-right, postliberali, neoreazionari propriamente detti, paleolibertari. Una distinzione tanto più necessaria quanto più, nel discorso pubblico italiano (e non solo), questi termini vengono usati come sinonimi intercambiabili. La differenza tra alt-right e neoreazionari è il punto teoricamente più denso del libro: l’alt-right — il movimento che portò Steve Bannon nell’orbita di Trump durante il primo mandato — è un fenomeno culturale di massa, nazionalista, populista, identitario, che mobilita il risentimento di una base bianca rurale e operaia attraverso una retorica anti-establishment accessibile. Il suo immaginario attinge al folklore, al nazionalismo etnico, a un certo comunitarismo reattivo: è, in ultima analisi, ancora un prodotto del politico, nel senso schmittiano, una mobilitazione dell’amico contro il nemico entro coordinate riconoscibili. La neoreazione è più intellettuale, legata alla nuova economia digitale, centrata su mezzi di diffusione come internet e i meme; non è priva di solide basi intellettuali ma le supera e le reinterpreta. Soprattutto, è ideologicamente più radicale: mentre i postliberali rimangono ancorati alla Costituzione americana, i neoreazionari ne chiedono l’abolizione tout court. Questo scarto si è manifestato con evidenza nel passaggio dal primo al secondo mandato di Trump. Nel 2016-2020, l’influenza culturale decisiva era quella dell’alt-right bannoniana: nazionalismo economico, protezionismo, retorica anti-immigrazione, recupero di un’America profonda. Un anno dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il trumpismo appare più strutturato ideologicamente che durante il primo mandato e la grammatica neoreazionaria ne fornisce l’ossatura. Miranda rileva come questa influenza sia visibile non tanto nella presenza diretta di funzionari di stretta osservanza NRx nell’apparato governativo, quanto nella logica che presiede alle decisioni politiche: gli orientamenti geopolitici non vengono più giustificati in nome della morale o della democrazia, come accadeva durante la fase neoconservatrice, ma si inscrivono in una logica assumée della potenza bruta. I pensatori analizzati nel saggio sono sei. Il capostipite è Curtis Yarvin, alias Mencius Moldbug, il cui blog Unqualified Reservations (aperto nel 2007) costituisce, agli occhi di Miranda, “l’atto di nascita della neoreazione”. Su questa piattaforma, Yarvin firma i suoi principali testi, dei quali Miranda analizza lo stile pamphletario: il ricorso sistematico all’ironia, le metafore efficaci — tra cui quella della red pill e della blue pill, riprese dal film Matrix, che irroreranno una certa cultura internet. Un’altra metafora frequentemente usata è quella della Cattedrale, che raggrupperebbe stampa, media e università — tutto infiltrato dall’ideologia progressista — come sistema che impedirebbe ai neoreazionari di realizzare i propri obiettivi: la distruzione della democrazia. Yarvin ne propone l’abolizione a favore di una monarchia gestita come un’azienda — con il CEO (Chief Executive Officer), per noi italiani l’Amministratore Delegato (AD), sovrano al posto del monarca. Il secondo pilastro è Nick Land, figura ben più complessa e intellettualmente stimolante. Land fu, negli anni Ottanta e Novanta, un esponente dell’avanguardia deleuziana, noto come teorico dell’accelerazionismo. Nel corso degli anni 2000, dopo aver lasciato l’università e essersi trasferito a Shanghai, scivolò progressivamente verso posizioni antidemocratiche. Scoprendo gli scritti di Yarvin all’inizio degli anni 2010, si convertì esplicitamente a posizioni neoreazionarie. Questo passaggio dalla critica postmoderna a un pensiero reazionario assunto svela una mutazione più ampia. Non si tratta di un semplice ritorno della tradizione reazionaria, ma della sua trasformazione a contatto con categorie provenienti dallo sviluppo del capitalismo tecnologico. Mentre per Yarvin la tecnologia è al servizio della sovranità, Land fa della transizione neoreazionaria un trampolino verso l’accelerazione tecnocapitalista: la democrazia non va semplicemente abolita, verrà necessariamente abolita dall’accelerazione stessa del capitale; si tratta quindi di non frapporsi, lasciare che il sistema si consumi fino allo sfacelo produttivo. Completano il corpus Spandrell, Bronze Age Pervert (Costin Alamariu) e Zero HP Lovecraft, nei quali la rigenerazione biologica e l’eugenetica diventano elementi centrali, consustanziali al loro profondo razzismo e maschilismo. Miranda li tratta con la stessa cura analitica riservata ai pensatori più sistematici, e questa scelta è giusta: è proprio nell’incontro tra la blogosfera masculinista – la manosphere antifemminista di internet – e le tesi tecnocapitaliste di Yarvin che si genera la sintesi più pericolosa, quella che ha poi raggiunto le orecchie dei miliardari Musk e Thiel. Perché proprio i magnati della Silicon Valley? La risposta di Miranda è economicamente precisa: il successo ideologico della neoreazione si fonda non solo sulla sua critica della democrazia, ma su un rifiuto più generale del politico come campo autonomo. Questa volontà di distruzione del politico passa per la dissoluzione di ogni libertà politica. I cittadini devono in ultima istanza rinunciare al proprio statuto di cittadini per diventare clienti dei servizi dello Stato. La governance aziendale come modello statuale — il CEO sovrano al posto del monarca — si sposa perfettamente con la visione del mondo di chi ha costruito fortune nell’economia delle piattaforme. L’anti-democratismo è anche, e forse soprattutto, anti-regolatoria. La pensée néoréactionnaire non esprime una “volontà di preservazione”, come fa il conservatorismo. Afferma una «volontà di ricostituzione»: il conservatore si accomoda con la democrazia pur criticandola; il neoreazionario vuole abbatterla. Non si tratta di un semplice ritorno della tradizione reazionaria, ma della sua trasformazione al contatto con categorie provenienti dallo sviluppo del capitalismo tecnologico. È questo fenomeno singolare di ibridazione ad apparire particolarmente interessante ed è in questa distinzione che risiede il valore analitico maggiore del libro. La critica francese più esigente ha però segnalato il limite principale. Il libro è un tableau descrittivo più che un’analisi approfondita, e non va mai al di là della storia delle idee. Miranda racconta con precisione cosa pensano i neoreazionari, ma non sviluppa né la critica immanente alle loro posizioni filosofiche, né l’analisi delle condizioni materiali che hanno reso queste idee appetibili proprio quando il capitalismo delle piattaforme si è saldato con la crisi della rappresentanza liberale. La storia delle idee da sola non spiega perché certe idee attecchiscono in certi momenti. Rimane tuttavia un’introduzione necessaria — la prima disponibile in italiano su un fenomeno che non riguarda soltanto gli Stati Uniti.   L'articolo Arnaud Miranda / Cartografia della neoreazione proviene da Pulp Magazine.
July 10, 2026
Pulp Magazine
Massimo Padalino / Partiture letterarie
In Incontro a Praga, Anna Seghers orchestrava un impossibile convegno fra Kafka, Gogol’ e Hoffmann nelle prospettive dell’enigmatica città. Nella medesima maniera Massimo Padalino, in Rumore su carta, pur in un ambito cronologicamente più ordinato, sfugge i vincoli temporali per proiettare il lettore in un labirinto di specchi all’interno del quale si riflettono le immagini di alcuni fra i maggiori scrittori dagli anni Cinquanta sino al passato più recente. Il libro, dall’impaginazione postmoderna nel suo citazionismo estremo e nella sua pregnanza frammentata, aspira definire i rapporti fra musica e letteratura in un orizzonte molto ampio. L’incipit è in verità meno sorprendente rispetto al seguito del volume, in quanto l’ambito Beat vanta una letteratura molto vasta, e le influenze reciproche fra jazz e scrittura sono state ampiamente indagate. “Lui è l’assolo di Charlie Parker fatto uomo”, afferma ad esempio l’autore riferendosi a Dean Moriarty, il cui dinamismo trascina letteralmente l’azione di Sulla strada, opera cardine dell’epoca. Le ossessioni ibride di Philip Dick si esplicano in una narrativa onnivora a comporre un enorme puzzle indecifrabile. Colonna sonora della trilogia di Valis la “musica sincronicistica”, refrattaria a qualsiasi pensiero organizzativo e frutto di mera casualità. In quest’ottica il suono è metafora del caos, uno stato di disordine ben presente anche nelle opere di William Burroughs. Lo scrittore americano ambisce esplorare nuove aree psichiche coniando un linguaggio del tutto originale, costruito come un collage composto dai più disparati frammenti. La tecnica del cut-up contagia artisti di enorme calibro come David Bowie e David Byrne, e l’uso di tale espressione verbale non è casuale, in quanto il linguaggio è una sorta di virus che destabilizza la realtà. In Ballard la dicotomia ordine / disordine presiede alla drammatizzazione dell’esistenza. Nell’universo di Thomas Pynchon, “il grande scrittore apocalittico dell’epoca moderna”, la musica è eternamente presente, ma pochi hanno provato ad analizzarne le funzioni. Sfogliando il libro, ricchissimo di disparate tangenze, scopriamo che Douglas Coupland mutuò il titolo di un suo romanzo del 1998, Girlfriend in a coma, da una nota canzone degli Smiths, gruppo che compare ripetutamente nelle derive emozionali e nelle riflessioni politiche del testo. L’analisi di Padalino non si limita a individuare i riferimenti musicali nelle diverse trame romanzesche, come ad esempio la presenza oltremodo significativa di Iggy Pop in Trainspotting di Irvine Welsh, ma aspira penetrare le assonanze fra linguaggio e suono. Così in Gaddis individua nella stratificazione polifonica “il principio formale della scrittura”, mentre in DeLillo il mondo diviene un luogo saturo di onde e segnali che attendono, invano, di essere decodificati. Il frastuono della contemporaneità entra nella creazione letteraria. In Bolaño la musica sfiora la metafisica, mentre in Arancia meccanica di Burgess la cultura alta, ovvero la musica di Beethoven, non è garanzia di elevati principi etici, ma anzi fa da sfondo a delitti efferati.  Nei meccanismi complessi di Sebald, infine, i riferimenti musicali adombrano la nostalgia per un mondo mai vissuto ed evaporato nelle nebbie del tempo. Gli addetti ai lavori troveranno in Rumore su carta una moltitudine di spunti sui quali riflettere, ma anche chi non ha ampia dimestichezza con il postmoderno potrà individuare un proprio percorso, una chiave per fare luce su uno dei periodi più variegati e complessi nell’intera storia dell’umanità. Per chiudere chiediamo ancora ausilio alla sfrenata fantasia di Dick il quale, in un suo racconto giovanile intitolato La macchina salvamusica, immaginava di trasformare gli spartiti in esseri viventi per sottrarli all’inevitabile distruzione. L’inorganico tramutato in organico soggiace alle passioni più nocive, sfuggendo al controllo morale del creatore e aprendo inquietanti scenari di immediata attualità. “In un mondo che va a pezzi, la prima a scomparire è la musica”, scrive Padalino riferendosi al romanzo La strada di Cormac McCarthy, pauroso affresco di desolazione. L’assenza del valore etico e consolatorio dell’arte musicale rappresenta la prospettiva più terrificante che si possa immaginare. L'articolo Massimo Padalino / Partiture letterarie proviene da Pulp Magazine.
July 8, 2026
Pulp Magazine
Eric Gobetti / Il senso di una parola
La tesi di Eric Gobetti si può enunciare in una riga: la parola “terrorismo” non descrive una realtà, la costruisce. Chi la usa decide chi sono i nemici, non chi sono i violenti. È una tesi antica nel dibattito politologico — da Walter Laqueur a Donatella della Porta, passando per la letteratura postcoloniale — ma che in Italia fatica a entrare nel discorso pubblico, dove “terrorismo” funziona ancora come anatema più che come categoria analitica. Il merito di questo agile volume UTET è di portare quella tesi su un terreno storiografico preciso: la storia d’Italia dall’Unità a oggi, con una continuità narrativa che pochi si sono azzardati a tentare. Il cuore argomentativo del libro è una ridefinizione del termine. Gobetti propone di trattare il terrorismo come metodo di lotta, non come attributo morale, e di riconoscere che gli Stati lo praticano almeno quanto i movimenti clandestini. Su questo il libro è sul terreno giusto, e il coraggio intellettuale dell’operazione non va sottovalutato: il terrorismo coloniale italiano in Libia e in Etiopia — le deportazioni di massa, i bombardamenti con gas asfissianti, le esecuzioni sommarie che accompagnarono l’occupazione — le violenze squadriste sistematicamente coperte dallo Stato liberale, le stragi della strategia della tensione, da piazza Fontana all’Italicus, orchestrate con la complicità di apparati, “deviati” come amano dire, dello Stato stesso, trovano qui una cornice unitaria e finalmente chiamata con il suo nome. Il “nostro terrorismo” del titolo è quello che l’Italia ha esercitato o tollerato senza mai nominarlo, rimuovendolo dalla memoria collettiva con la stessa efficacia con cui lo ha praticato. Dare un nome a questa rimozione è già un atto storiografico e politico di prima necessità, tanto più urgente in un paese che continua a fare i conti con quella storia in modo intermittente e spesso in malafede. Dove il volume sconta qualche limite è nell’equilibrio tra ambizione teorica e profondità storica. In 192 pagine si attraversa un secolo e mezzo: il rischio della sintesi è strutturale, non accidentale. Ma Gobetti è un divulgatore tra i più seri in circolazione, e la scelta di rinunciare all’apparatus accademico in favore della leggibilità risponde a una precisa strategia comunicativa, non a pigrizia intellettuale. La definizione proposta — terrorismo come violenza politica deliberata contro civili per produrre terrore — è volutamente operativa: serve a smontare l’ipocrisia di chi riserva il termine ai soli nemici. Il confronto con la letteratura comparativa internazionale, da Bruce Hoffman a Mark Juergensmeyer, avrebbe potuto rafforzare l’impianto, ma avrebbe anche tradito il registro del libro, che è quello dell’intervento civile più che del saggio specialistico. Le reazioni da destra — che accusano Gobetti di applicare il metro selettivamente — confermano involontariamente la sua tesi: l’accusa di parzialità viene quasi sempre da chi ha tutto l’interesse a mantenere il monopolio della parola “terrorismo” come strumento di delegittimazione dell’avversario. Vale la pena notare che le critiche più accese sono arrivate da ambienti abituati a usare quella parola come clava, non come strumento di analisi: testate che non hanno mai dedicato una riga al terrorismo coloniale, e non solo, dello stato italiano e che scoprono il rigore metodologico solo quando serve a difendere le proprie convenienze narrative. Che il libro disturbi certi ambienti è, in questo senso, un buon segno. Il nostro terrorismo si inserisce in una traiettoria precisa nella produzione di Gobetti: quella di uno storico che ha scelto deliberatamente il terreno della memoria pubblica controversa — le foibe, l’occupazione della Jugoslavia, i crimini del colonialismo fascista — sapendo che ogni libro avrebbe scatenato reazioni di rifiuto pregiudiziale da parte di chi preferisce fare finta di non sapere. È una scelta che ha un costo in termini di reputazione accademica ma che ha una sua dignità civile, rara in un paese dove la storiografia seria fatica a uscire dalle università. In questo senso il volume va letto anche come documento di un metodo: la storia come strumento per decostruire le parole con cui il potere si racconta. Il libro pone le domande giuste nel momento giusto. In un clima in cui “terrorista” si applica ai manifestanti pro-Palestina e non agli autori di bombardamenti sistematici su civili inermi a Gaza, ricordare che la parola ha una storia e un uso politico è un atto di igiene intellettuale che questo paese fatica sistematicamente a compiere. Pamphlet o saggio, la distinzione conta meno dell’effetto: rompere un silenzio che dura da troppo tempo.   L'articolo Eric Gobetti / Il senso di una parola proviene da Pulp Magazine.
July 2, 2026
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J.F. Martel / Il valore dell’arte
In un’epoca così complessa come quella che stiamo vivendo, assediata da oggetti estetici che mirano a manipolare, tra guerre e cambiamento climatico innegabile nella scala delle priorità su quale gradino mettereste l’arte? Non tra i primi di certo, ed è proprio questo il punto da cui nasce la riflessione descritta nel libro di J. F. Martel già pubblicato nel 2015. A distanza di oltre dieci anni la situazione non è migliorata, anzi semmai è peggiorata ed è fondamentale ripensare il ruolo dell’arte che come dichiara nell’introduzione Donna Tartt «non è decodificabile, non è esauribile, non è perfettamente apparecchiata al servizio della morale o dell’ideologia». Molte le citazioni e molti gli esempi riportati all’interno di questo saggio quanto mai attuale che punta a considerare l’arte come apolitica e libera dal moralismo, e l’artista come creatore di atti profetici, sottolineando che solo attraverso l’arte gli esseri umani possono esprimere e condividere i poteri archetipici che plasmano l’universo. Abbandonarla significherebbe dunque rinunciare al dono della visione. L’utilizzo dell’IA è sempre più massiccio nonostante le conseguenze sull’ambiente ma dobbiamo ricordarci che le sue immagini non sono altro che imitazioni, un rigurgito di ciò che già esiste creando una competizione diretta tra artisti e macchine, nella speranza che tutto questo non ci porti a diventare dipendenti dall’artificio, e che la vera arte non resti poco più di un’eco. Nella postfazione Martel sottolinea l’obiettivo del libro: se è necessario ribadire che l’arte nasce da un’esperienza diretta, da un incontro, da anime e corpi in carne ed ossa, se non è immediatamente ovvio che un’immagine prodotta da una macchina non potrà mai eguagliare uno scarabocchio umano testimonianza del reale, questo deve metterci in guardia dal pericolo che l’artificio continua a rappresentare. Sei intensi capitoli che costruiscono un percorso di approfondimento e che creano riflessioni e fanno sorgere nuove domande, affrontando una scaletta scomoda che porta a un interessante dibattito. L’arte è misteriosa, ne ignoriamo lo scopo e il premio Nobel russo Aleksandr Solzenicyn nel suo discorso di accettazione del 1970 sostiene il paragone di un’opera d’arte a un dono, una meraviglia tecnologica che fin dall’Età della pietra l’uomo si rigira tra le mani pensando al suo utilizzo ordinario, ignorandone quello straordinario. Lo stupore è la prova del nove per l’arte, meravigliarsi significa essere colti alla sprovvista dalla rivelazione di realtà negate o represse nel quotidiano. La teoria naturalista che ridurrebbe l’arte, il mito e la religione a forme primitive di indagine in attesa dell’arrivo del metodo scientifico è il frutto di un grossolano fraintendimento. Quando osserviamo le stelle non pensiamo al come bensì al perché. Ma la reazione di fronte a un’opera d’arte non è la medesima per tutti, quindi forse la variabilità dell’esperienza artistica dipende da una capacità individualmente acquisita di essere toccati dall’arte, una capacità sviluppata attraverso la propria cultura in combinazione con il proprio carattere. La variabilità delle opinioni è una conseguenza inevitabile e perfino benefica per quella che Joyce considera arte autentica. L’ultima cosa che vogliono i produttori di artificio è dividere il pubblico poiché la loro competenza dipende dalla capacità di provocare la stessa reazione emotiva nella fetta più ampia possibile di popolazione. Passiamo poi ai criteri di definizione del bello. L’arte non può obbedire a una richiesta perché consiste proprio nel creare l’inatteso, rivelare quello che la normalità sotterra. Risulta quindi che l’arte autentica è difficile o per usare l’espressione di Baudelaire “il bello è sempre bizzarro”. Martel associa poi l’arte all’espressione e la contrappone alla comunicazione che invece consiste nel ridurre le cose a segni mentre l’espressione si apre sulla dimensione dell’immaginale. Solo quest’ultima, infatti, consente al simbolo di apparire in forma di un evento estetico. Bellezza e simbolo, una combinazione di bellezza radicale e risonanza simbolica che rende gli oggetti estetici sconvolgenti. La bellezza senza profondità simbolica sfocia nell’ornamento, il simbolo senza bellezza sfocia nella psicanalisi. Per quanto concerne la politica, con l’arte rappresentano due grandi ingranaggi complementari della macchina psichica umana, ruotano in direzioni opposte e ognuno riflette l’altro e ne ha bisogno per azionare la propria rotazione. Partendo da Oscar Wilde, passando per Kubrick e Herzog, citando Kant e Deleuze ma anche Melville, Tolkien e Joyce e molti altri, in un susseguirsi di teorie e controprove si assapora piacevolmente un saggio intenso e denso di materiale, il tutto servito con una prosa divulgativa ma comprensibile, per nulla tecnica, facilmente esplorabile anche ad un lettore neofita che si approccia a queste tematiche più per curiosità che per motivi di studio.   L'articolo J.F. Martel / Il valore dell’arte proviene da Pulp Magazine.
June 30, 2026
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Bruce Lincoln / Un (tragico) capitolo della storia europea
Ci sono libri che nascono dall’incrocio fortunato — o sfortunato — tra la storia e la biografia personale del loro autore. Omicidio all’università di Bruce Lincoln appartiene senza dubbio a questa categoria. Il volume racconta la vicenda di uno studioso leggendario, un omicidio irrisolto e dei fatidici documenti che potrebbero collegarli. Ma è anche qualcosa di più: una confessione intellettuale, la resa dei conti di un grande storico delle religioni con il proprio passato e con quello del suo ambiente accademico. Bruce Lincoln è Caroline E. Haskell Distinguished Service Professor Emeritus di Storia delle Religioni nella Divinity School dell’Università di Chicago, dove ha insegnato per decenni. È uno dei nomi più autorevoli nel campo degli studi religiosi internazionali, autore di opere fondamentali su mito, rituale, ideologia e potere. Eppure questo libro, arrivato ora al pubblico italiano grazie alla traduzione de il Mulino nella collana «Biblioteca storica», è forse il più personale e dirompente della sua carriera. Perché al centro della narrazione c’è un enigma che Lincoln ha vissuto in prima persona, e che lo ha tormentato per decenni. Nel maggio 1991, Ioan Petru Culianu, professore associato di storia delle religioni alla Divinity School dell’Università di Chicago, si avvicinò a un collega con la richiesta di custodire alcuni documenti. Meno di una settimana dopo, Culianu fu colpito a morte con un proiettile alla nuca nel bagno della stessa Divinity School. Il caso rimase irrisolto. La teoria prevalente per spiegare il delitto è che Culianu fosse stato preso di mira dalla polizia segreta romena, la Securitate, come conseguenza degli articoli critici che aveva scritto mettendo in dubbio la “rivoluzione” che aveva liberato il suo paese d’origine portando alla caduta e alla fucilazione del dittatore comunista Nicolae Ceaușescu. Un po’ troppo poco, in realtà, per meritare un’esecuzione. Ma chi era Ioan Culianu? Un giovane brillante e ambizioso che aveva lasciato la nativa Romania e si era affermato come studioso ampiamente ammirato all’età di soli quarantuno anni. Insegnava alla Divinity School dell’Università di Chicago, dove era considerato l’erede designato del suo anfitrione e mentore, Mircea Eliade, un altro espatriato romeno e luminare nel campo degli studi religiosi, morto nel 1986. Un talento straordinario, dunque, falciato nel pieno del suo sviluppo intellettuale. Ma il libro di Lincoln non è soltanto il racconto dell’enigmatico omicidio di Culianu. È qualcosa di ben più complesso e disturbante: l’indagine sul passato nascosto di Mircea Eliade, la figura tutelare che aveva plasmato un’intera generazione di studiosi. I documenti delicati che Culianu aveva cercato di far custodire, preoccupato dalle misteriose minacce ricevute, erano le traduzioni in inglese di vari articoli scritti da Eliade negli anni Trenta, molti dei quali dimostravano il sostegno militante di Eliade alla Guardia di Ferro, il virulento movimento fascista e antisemita fondato da Corneliu Zelea Codreanu, che aveva insanguinato per anni la Romania. Culianu, che aveva sempre sostenuto una posizione, piuttosto ambigua, di strenua difesa del suo maestro, aveva infine deciso di pubblicarli, con l’intenzione di discuterli e possibilmente cercare di ridimensionarne il peso e la responsabilità, ma aveva incontrato la fiera e sdegnata resistenza della vedova di Eliade, Christinel, che li considerava – avendo accettato incondizionatamente le giustificazioni reticenti fornitele a suo tempo dallo stesso Eliade – dei falsi costruiti ad hoc: renderli pubblici era solo un tradimento verso la memoria e l’onore del marito. Poco dopo la diffida legale alla pubblicazione del libro da parte della vedova Eliade, Culianu venne ucciso. Aggiungo in proposito una piccola testimonianza personale: in una conversazione privata avvenuta vari anni fa, il professor Cristiano Grottanelli, allora docente di Storia delle Religioni all’Università di Firenze, mi raccontò di essere stato presente, nel ’90 o nel ’91, a un ricevimento alla Divinity School di Chicago e di aver notato, essendole in quel momento accanto, lo sguardo di odio feroce negli occhi di Christinel quando Culianu fece ingresso nella sala. Tutto qui. Ma Lincoln si dichiara subito: questo libro non è un whodunit, un giallo in senso classico. È piuttosto un «perché è stato fatto». L’autore non pretende di risolvere il caso giudiziario, ma di illuminare le dinamiche intellettuali, politiche e umane che potrebbero averne costituito lo sfondo. Il risultato è un’opera ibrida e affascinante, a metà tra memoir accademico, saggio storico e inchiesta. Lincoln esplora il coinvolgimento – innegabile – di Eliade nel fascismo romeno degli anni Trenta, i suoi successivi e mai completamente riusciti tentativi di cancellare o minimizzare quella stagione, e il modo in cui Culianu si trovò intrappolato tra la lealtà verso il maestro e il dovere della verità storica. Quello che emerge è un ritratto devastante dell’ambiente universitario d’élite, con le sue gerarchie, le sue omertà, le sue fedeltà che talvolta si rivelano più pericolose degli antagonismi aperti. Lincoln scrive con la precisione del filologo e la passione di chi sa di avere in mano materiale scottante: il libro è stato definito da “Harper’s Magazine” come «un’abile dissezione delle possibilità, condotta con l’obiettività di uno storico e la soggettività di qualcuno che era lì». La struttura narrativa è ben congegnata. L’autore alterna la ricostruzione del presente (la sua ricezione dei documenti, la riflessione sulla propria posizione di testimone involontario) con excursus storici sul passato romeno di Eliade, sulla nascita e lo sviluppo della Guardia di Ferro, sulle scelte intellettuali e morali di uno studioso che mai aveva fatto i conti col suo passato preferendo tacere su parti decisive della propria biografia. Carlo Ginzburg, professore emerito all’UCLA, ha definito il volume «un modello di analisi storica» e «una lettura avvincente», elogiando la capacità di Lincoln di offrire una lettura ravvicinata e approfondita di documenti relativi a un capitolo tragico della storia europea. La tesi centrale — che l’omicidio di Culianu possa essere stato collegato al suo tentativo di portare alla luce il passato fascista di Eliade — rimane, per ammissione dello stesso Lincoln, un’ipotesi plausibile ma non dimostrabile. La giustizia non è stata in grado di fare il suo corso, e probabilmente non lo farà mai. Eppure il valore del libro va ben oltre il caso specifico. Omicidio all’università pone domande che riguardano la responsabilità degli intellettuali, la trasmissione delle idee attraverso le generazioni, il modo in cui le istituzioni accademiche gestiscono (o rimuovono) i propri scheletri. Parla di un mondo — quello della grande università, americana e non solo, d’élite — che si presenta come luogo della ragione critica, ma che può essere attraversato da correnti oscure di potere, silenzio e connivenza. Una lettura necessaria, e a tratti scomoda.   L'articolo Bruce Lincoln / Un (tragico) capitolo della storia europea proviene da Pulp Magazine.
June 27, 2026
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Paolo Simonetti / La balena bianca non è un animale cartesiano
Dopo la critica radicale delle fondamenta stesse del pensiero occidentale da parte del Neopragmatismo americano di Richard Rorty ed altri, dopo il superamento della metafisica operato o quantomeno auspicato da Martin Heidegger, dopo la decostruzione del logocentrismo a opera di Jacques Derrida, è diventato quasi un luogo comune affermare che la filosofia la si può trovare non tanto e non solo nei trattati di filosofia, ma nei testi che “parlano d’altro”, nei testi non-filosofici, soprattutto in quelli letterari. Paul de Man, autorevole esponente della “Scuola di Yale”, versione americana del decostruzionismo, sosteneva che la filosofia contemporanea dovrebbe sempre partire dall’analisi del testo e svilupparsi secondo dei meccanismi testuali. Dunque, alla luce di questa “svolta testuale”, diventa fondamentale rileggere alcuni testi letterari che aiuterebbero a farci comprendere la nostra condizione postmoderna. Uno di questi testi è L’Uomo di Fiducia di Herman Melville, libro da cui parte la riflessione di Paolo Simonetti – docente di Letteratura angloamericana presso La Sapienza – nel saggio L’arte della Fiducia. Herman Melville, Letteratura e Post-Verità, per arrivare a rileggere tutta l’opera di Melville alla luce di questo romanzo-non-romanzo, di questo romanzo destrutturato, composto da una serie di scenette, dialoghi, riflessioni sulla natura umana. La trama de L’Uomo di Fiducia (The Confidence-Man: His Masquerade), pubblicato nel 1857, sei anni dopo Moby Dick, è ben nota: un gruppo di passeggeri a bordo di un battello a vapore – il Fidèle – in viaggio lungo il fiume Mississippi, diretto a New Orleans, è coinvolto in una serie di conversazioni e riflessioni sul tema della fiducia, una fiducia che viene costantemente sollecitata e messa alla prova da un misterioso personaggio (o forse più personaggi), “l’uomo della fiducia”, che di volta in volta assume diversi travestimenti, e infine si rivela essere in ultima analisi un puro e semplice truffatore. Tra l’altro, proprio negli anni in cui Melville compose il romanzo, l’espressione Confidence-man veniva utilizzata sui giornali per descrivere un personaggio – un certo William Thompson – che aveva raggirato dei poveri creduloni estorcendo loro con l’inganno del denaro o degli oggetti preziosi. Il romanzo all’epoca ebbe scarsissimo successo, tanto da far ipotizzare che con quest’opera Melville avesse compiuto un suicidio letterario: in realtà era così avanti sui tempi che Simonetti si spinge ad affermare che «Il postmodernismo ha […] creato il terreno ideale per The Confidence Man. Un libro pieno zeppo di oscure allusioni letterarie alla Bibbia, a Shakespeare, ai Trascendentalisti del New England e dio solo sa cos’altro». Per l’autore, con la sua “crisi delle metanarrazioni” (Lyotard), il Postmodernismo «ha finalmente reso possibile leggere L’Uomo di Fiducia per ciò che esso è realmente: un romanzo che distrugge tutte le nostre certezze, l’affermazione di una “verità dialogica” e “letteraria” che è l’unica verità possibile, una verità che solo la letteratura ci può dare». Da L’uomo di fiducia nasce una riflessione critica, una serie di analisi di una figura archetipica della cultura americana: la figura del truffatore, di colui che ottiene successo, soldi, notorietà, grazie alla fiducia che riesce a suscitare negli altri. E nascono opere letterarie e personaggi che riprendono il tema della fiducia nella realtà rappresentata, nella destrutturazione del romanzo o del racconto tradizionali: The Floating Opera (1956) di John Barth, uno spettacolo frammentario rappresentato su un battello alla deriva lungo il fiume; i meravigliosi schnorrer protagonisti di alcuni celebri racconti di Bernard Malamud (Pictures of Fidelman, 1969); il burattinaio Mickey Sabbath ne Il teatro di Sabbath (1995) di Philip Roth, oppure il protagonista di America Fantastica (2023) di Tim O’Brien (tradotto in Italiano dallo stesso Simonetti). Ma si possono ritrovare figure di confidence-men anche nelle opere di altri due grandi scrittori americani: Philip K. Dick e Thomas Pynchon. In Dick troviamo dei personaggi che potremmo definire dei confidence-men: attori falliti, imbroglioni, individui che fanno leva sulla fiducia delle persone per arricchirsi, per diventare uomini d’affari di successo, leader politici, oppure dei veri e propri Messia. Basti pensare al leader nero Ray Roberts di In Senso Inverso (1966), al personaggio di Bunny Hentman in Follia per Sette Clan (1964), o al falso Messia Wilbur Mercer in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968). Anche nell’opera di Thomas Pynchon, altro grande scrittore di cui Simonetti si è occupato in numerosi saggi, sono presenti dei confidence-men. Uno dei più riusciti è Zoyd Wheeler in Vineland (1990), un ex-hippie che basa tutta la propria esistenza sulla fiducia che le autorità ripongono nella sua capacità di mettere in scena un atto di follia ritualizzato, un rituale che consiste nel saltare da una finestra rompendo il vetro, una follia simulata che gli consente di campare con un sussidio di invalidità. Ma la più geniale incarnazione di questo personaggio archetipico è Operazione Shylock (1993) di Philip Roth. In questo romanzo-non-romanzo, il truffatore compie la metamorfosi estrema: si traveste dall’autore stesso del libro, e va in giro per la Gerusalemme del 1988 – in cui si svolgono il processo al nazista ucraino John Demjanuk, il boia di Treblinka, e la Seconda intifada dei Palestinesi – carpendo la fiducia degli altri sotto le mentite spoglie del celebre scrittore ebreo americano Philip Roth. The Confidence-Man è insomma un libro attualissimo, che dovrebbe essere al centro del dibattito contemporaneo. E qui arriviamo alla domanda cruciale, che sottende tutti i ragionamenti sulla sua attualità: Donald Trump è un confidence-man? Il quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti è forse l’ultima incarnazione di un personaggio che ha avuto un’importanza decisiva nella costruzione dell’America che conosciamo, l’America dei grandi raiders finanziari, dei grandi truffatori e manipolatori come Ivan Boesky, Bernard Madoff, Jeffrey Epstein? Oppure Trump è semplicemente un Joker che è andato al potere? Melville può darci una mano ad affrontare la Bestia sovranista? La lettura di The Confidence-Man può aiutarci a capire meglio la nuova guerra civile americana che sta arrivando? Secondo Simonetti, L’Uomo di Fiducia ci aiuta a comprendere i meccanismi tramite i quali si costruisce la cosiddetta post-verità, analizzando “il desiderio assolutamente umano di lasciarsi convincere dalle bugie” (Roth, Operazione Shylock). È dunque la nazione americana stessa che viene descritta da Melville come un battello a vapore alla deriva, come una nave dei folli medievale, oppure come una baleniera impegnata in una folle caccia alla balena bianca, un novello Pequod lanciato verso il proprio destino funesto. Trump è il folle nocchiero di questa nave, che si dirige a grande velocità verso il disastro finale. Ecco allora che i passeggeri del Fidèle riflettono nei loro discorsi la percezione diffusa di un disastro imminente – la stessa sensazione che pervadeva l’America, l’immaginario americano, prima dell’11 settembre. La tesi di fondo di Simonetti è che nella costruzione dei suoi dialoghi “filosofici” incentrati sulla fiducia a bordo del Fidèle, Melville si sia ispirato alla illustre tradizione del dialogo filosofico e della satira menippea, ai Dialoghi di Diogene di Sinope riportati da Diogene Laerzio, ai Dialoghi di Platone e di Luciano di Samosata; e che, soprattutto, nella sua opera sia possibile rintracciare l’influsso profondo di un’opera fondamentale per comprendere il secolo dei lumi, l’opera vastissima del filosofo francese Pierre Bayle, il Dictionnaire Historique et Critique, pubblicata nel 1697. La verità “dialogica” descritta da Bayle nel suo Dictionnaire, e la verità di cui sono alla ricerca i personaggi di Confidence-Man, è quella stessa verità che ricercavano gli Enciclopedisti e gli Illuministi del Settecento, basata sullo scetticismo radicale, che pone in dubbio qualsiasi cosa, anche l’identità della persona che ci troviamo di fronte. Man mano che ci si addentra nel libro, ci si rende conto che Simonetti avrebbe potuto argomentare ulteriormente, dal punto di vista filosofico, l’accostamento tra The Confidence-Man e la critica di Nietzsche al concetto di verità, tra il dubbio radicale di quest’opera e la decostruzione della metafisica occidentale di Derrida. Questi, tra l’altro, ha scritto pagine bellissime sul Bartleby di Melville e ha spesso utilizzato lo scetticismo di Bayle per decostruire il dogmatismo di Cartesio. Bayle è dunque un precursore dell’Illuminismo, degli enciclopedisti del Settecento come Diderot e D’Alembert, ma anche un precursore del pensiero filosofico radicale contemporaneo, della decostruzione e del postmodernismo. È stato uno dei primi a scrivere commenti ai margini delle varie voci del suo Dizionario, a scrivere note su due colonne più lunghe del testo principale, proprio come hanno fatto quasi tre secoli dopo Derrida (Living On: Border Lines), oppure Samuel Beckett, o William Burroughs. In vari saggi, Derrida ha utilizzato Bayle contra Cartesio, in particolare contro la nozione cartesiana di animale-macchina, l’affermazione che gli animali siano da considerarsi come delle semplici macchine prive di anima. “Il romanzo di Melville è uno specchio deformante che prefigura l’infosfera contemporanea” scrive Simonetti, ecco perché L’Uomo della Fiducia prefigura l’era della post-verità. Ma alla base di tutti i ragionamenti dell’autore, della sua appassionata ricerca di una “verità dialogica” nascosta nel testo, si intuisce una grande paura di “perdere i testi”, di leggerli e di comprenderli, in mezzo ai bombardamenti di stimoli e di fake news cui siamo quotidianamente sottoposti. Al contempo si intuisce – quasi a voler confortare il lettore anch’egli in preda a questa paura – un grande amore per la letteratura. L'articolo Paolo Simonetti / La balena bianca non è un animale cartesiano proviene da Pulp Magazine.
June 25, 2026
Pulp Magazine
Ricordo di Jean Ziegler, studioso marxista e militante della sinistra anticapitalistica e altermondialista. L’altra Svizzera
Il 10 giugno scorso è scomparso all’età di 92 anni Jean Ziegler. Ecco un breve ricordo per rendere omaggio a una figura che ci ha molto influenzato e che abbiamo molto ammirato. Dopo la scelta giovanile per il socialismo e per il comunismo, la sua militanza è stata nel segno della critica radicale del capitalismo e della sua logica di funzionamento come sistema mondiale. Da qui la sua costante attenzione al rapporto Nord-Sud. La scelta di sostenere i movimenti di liberazione nazionale e la rivoluzione cubana lo rese popolare presso noi terzomondisti in questa parte del pianeta. È celebre l’episodio con il Che nel 1964. In quanto militante comunista, fu incaricato di guidare Ernesto Guevara nella visita a Ginevra, dove il ministro della Cuba rivoluzionaria si era recato per un incarico istituzionale. Preso dal fervore rivoluzionario, Ziegler esternò al Che il proposito di seguirlo in America Latina e lui fermamente lo dissuase. “Il tuo posto di lotta è qui. Qui c’è la testa del mostro”. La Svizzera delle banche, della finanza internazionale, sede di multinazionali, rifugio, con il segreto bancario, dei capitali illegali mafiosi, delle dittature di mezzo mondo, sede di mercanti del commercio mondiale delle armi e via elencando. Il suo libro che fece epoca per noi fu Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, uscito nel 1976 con Oscar Mondadori e pertanto di larga diffusione. Lo conobbi nel 1980 a Milano in occasione di un convegno internazionale promosso dalla benemerita e formativa Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli, fondata da Lelio Basso e allora animata da Piero Basso. Ci siamo ritrovati nei primi anni 2000 come Associazione Culturale Punto Rosso per il movimento altermondialista e per i Forum Sociali Mondiali. È nota la sua lunga militanza quale consigliere socialista in varie legislature presso il Consiglio Nazionale (Parlamento) della Svizzera. Tra il 2000 e il 2008 è stato incaricato all’Onu quale “Relatore speciale per il diritto al cibo” e in questa veste ha denunciato la fame nel mondo e le malefatte del capitalismo. Nella sua visione, si tratta di un sistema economico e sociale sicuramente irriformabile e pertanto semplicemente da superare. Il suo rapporto costituisce uno studio accurato e un’indagine scrupolosa. Oggi nel mondo si produce cibo in quantità e in qualità tale da poter sfamare 12 miliardi di esseri umani. Nel 2008 la popolazione mondiale era di 6,8 miliardi di persone, oggi è 8,3 miliardi. Con il corollario necessario: lo scandalo, l’abominio della morte per fame di una parte dell’umanità, non solo ovviamente nel Sud Globale, ma addirittura anche nel Nord Globale. Non si può dire pertanto, come si fa di solito, che un bimbo/una bimba è morto/morta per fame. È stato ucciso/uccisa. È così che ogni cinque secondi un bambino/una bambina di età inferiore ai dieci anni muore di fame in un pianeta che abbonda di cibo e di ricchezza materiale a causa di un sistema profondamente ingiusto, appunto da superare. Tra i tanti suoi libri, ne rammentiamo solo alcuni: La Svizzera lava più bianco (Mondadori) del 1990, La privatizzazione del mondo (Marco Tropea Editore) del 2003 (poi Il Saggiatore), Il capitalismo spiegato a mia nipote. Nella speranza che ne vedrà la fine (Meltemi) del 2021. Proprio alla speranza ha dedicato la sua ultima fatica. Où est l’espoir? Dov’è la speranza ? (Seuil 2024), con la bellissima epigrafe che riporta i versi della canzone di Mercedes Sosa, monito per ognuno/ognuna di noi, militante e non. Solo le pido a Dios Que el dolor no me sea indiferente Que la reseca muerte non me encuentre Vacía y sola sin haber hecho lo suficiente. Chiedo solo a Dio Che il dolore non mi lasci indifferente Che la morte rinsecchita non mi trovi Vuota e sola senza aver fatto quello che occorreva. Giorgio Riolo
June 14, 2026
Pressenza
L’ISOLA DI EPSTEIN
Primavera 2026 L’ISOLA DI EPSTEIN, Ovvero il tecno-capitalismo predatore Il Rovescio Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali […]
June 4, 2026
DISTROVO
Goffredo Fofi, Marcello Flores / Fantascienza da Cineforum
Dopo il cinema del fronte popolare e quello dei divi di Hollywood, CUE prosegue la ristampa dei saggi cinematografici di Goffredo Fofi con questo quaderno dedicato al cinema di fantascienza che il critico pubblicò per A.I.A.C.E (Associazione Italiana Amici Cinema d’Essai) nel 1975. Il testo è diviso in tre parti, un breve prologo sui rapporti tra letteratura e cinema fantascientifici, scritto a quattro mani con lo storico Marcello Flores; una raccolta di “definizioni”, cioè di frammenti riconducibili a registi, critici, pensatori su tematiche science fiction (si va da Fritz Lang a Edgar Morin a James Ballard); infine, una serie di annotazioni in ordine cronologico a proposito di film fantastici e di fantascienza definiti “rilevanti” nella storia del cinema (1902-1974). Come si sarà già intuito, i tre testi, di carattere critico compilativo, restituiscono soprattutto l’immediatezza e la discontinuità di riflessioni colte al volo e messe in circolo attraverso la rete dell’attivismo cinematografico militante. Cinema e fantascienza va infatti contestualizzato nel fenomeno dei cineforum e dei cinema d’essai – del cinema “impegnato” e di qualità – che alla metà degli anni ’70, grazie a un robusto movimento dal basso, riceveva la spinta che gli consentirà di attraversare relativamente incolume la crisi degli anni ’80-’90. È significativo che in questo contesto, Fofi guardi qui a un genere popolare e pulp come la fantascienza, al tempo negletto e per lo più schifato dalla borghesia più retrograda, in voga tra italiche le gerarchie culturali. Certo, parliamo di un approccio largamente rudimentale, storiograficamente approssimativo.  È un Fofi non ancora quarantenne in un mondo pre-VHS dove soltanto l’anzianità, e quindi il numero di film visti nei festival, poteva garantire la competenza di un critico. Così, mentre, misteriosamente, tra i suoi appunti sciolti non trovano spazio classici come La cosa, Il giorno dei Trifidi o L’invasione degli Ultracorpi, ci si può imbattere invece in un assortimento che in ordine sparso spazia da Dr. No a Batman, da Chris Marker a Marco Ferreri, dalla curiosità per gli exploit produttivi di Antonio Margheriti all’elogio sperticato de Gli Uccelli (“il miglior film di Hitchcock”). I giudizi di Fofi sono in genere ponderati ma per lo più senza appello, a partire dalla considerazione più generale che la fantascienza arriva al cinema con almeno dieci anni di ritardo rispetto ai romanzi e che quella sociologicamente più matura e avvertita di Pohl, Sheckley, Asimov, Heinlein o Dick, in pratica, non c’è neppure mai arrivata. O se ci arriva perde le sue occasioni con film inutilmente pretenziosi come Zardoz.  Non aspettiamoci quindi troppo – è il sottinteso – da Hollywood (ma ancora meno dai francesi). Chi si aspettasse però il semplice panegirico di 2001 Odissea nello spazio a beneficio dell’amato Kubrick resterà deluso. Con annotazioni secche al Fahrenheit di Truffaut non perdona l’umanesimo fradicio del film, inferiore, dice, anche al romanzo, cui preferisce nettamente la serie di Quatermass o il Losey distopico di Damned. Tra i nuovi autori mostra di apprezzare Michael Crichton (Westworld, Il Terminale Uomo), come sceneggiatore e come regista, per “la maggiore complessità tematica e ideologica”.  Tra i sottogeneri guarda a film “tosti” come 2022: i sopravvissuti da cui si evince il disagio per il capitalismo yankee del tempo. Un giudizio a parte meriterebbero poi le “definizioni” che Fofi annota a margine di articoli letti e ritagli di interviste, un corposo zibaldone di idee e opinioni altrui, che sembra alludere a un metodo abituale di lavoro e di navigazione, a quel vero e proprio sistema di avanzamento e di autocorrezione dal basso che caratterizza l’attivismo dell’autore. L'articolo Goffredo Fofi, Marcello Flores / Fantascienza da Cineforum proviene da Pulp Magazine.
May 30, 2026
Pulp Magazine
Francesco Borri / 900 anni di Storia
Era il 391 d.C. quando l’editto di Teodosio – diventato poi, definitivamente, Editto di Tessalonica – sancì la messa al bando di ogni culto che non fosse quello cristiano dell’unico Dio, dichiarando fuorilegge tutto ciò che fino ad allora era stato, per secoli e secoli e per milioni di persone sparse in ogni angolo dell’impero, semplicemente la religione: i sacrifici, le processioni, i templi, gli dèi innumerevoli con i loro nomi e le loro storie. Non tutti si convertirono, non subito, e molti non si convertirono affatto – e qui sta il cuore pulsante, oscuro e affascinante del magnifico volume che Francesco Borri, docente di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, specialista di barbari, marinai e monaci volanti come recita la sua scheda biografica con un’ironia che è già un programma, ha pubblicato di recente per Carocci nella collana Frecce. Il titolo è preciso e insieme evocativo, quasi novecento anni di Storia, dunque, dalla conversione di Costantino alla conquista cristiana di Arkona nel 1168, l’ultimo grande santuario pagano dell’Europa baltica, abbattuto dai crociati danesi di Valdemaro I in una di quelle operazioni militari che avevano la forma della guerra santa ma la sostanza della conquista territoriale. In mezzo, un continente intero – dal Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Irlanda fino alle sterminate pianure germaniche e sassoni – popolato da uomini e donne che continuavano ostinatamente, segretamente, talvolta apertamente, a seguire le usanze antiche: ad accendere grandi fuochi nei campi nel cuore dell’inverno, a immolare animali presso stagni e paludi, a invocare Wodan bevendo in suo onore, a credere che certe donne potessero trasformarsi in uccelli notturni dal lungo becco – gli strix, da cui verrà il nostro termine strega – o che certi uomini diventassero lupi, i ficti lupi che anticiperanno la tradizione del lupo mannaro. I cristiani chiamarono tutto questo “paganesimo” – termine che nella sua stessa etimologia latina, paganus, rinchiudeva un giudizio: i campagnoli, gli arretrati, i rozzi che ancora non avevano capito. Ma la parola era soprattutto, come Borri dimostra con acume, uno strumento di controllo semantico, un contenitore capiente dentro cui ficcare e neutralizzare un repertorio vastissimo, caleidoscopico e irriducibile a unità di culti, pratiche, tradizioni, divinità locali, credenze antichissime – dagli dèi del circo romano ancora venerati clandestinamente nei bassifondi urbani alle tradizioni druidiche irlandesi, dal fosco Wodan sassone con la sua “sinistra schiera di numi senza nome” ai sacrifici umani che alcuni cronisti attribuiscono ai popoli baltici e nordici, tra il sensazionalismo propagandistico e qualche granello di verità etnografica. Un’operazione che condensava in un’unica parola di biasimo quello che era in realtà una pluralità irriducibile: genti diverse, lingue diverse, dèi diversi, riti diversi. La materia che Borri maneggia è per sua natura sfuggente, costruita quasi interamente sulle fonti dei vincitori – i testi cristiani, le cronache ecclesiastiche, i sermoni dei predicatori, gli atti dei concili, le lettere dei missionari come il grande Bonifacio che nell’VIII secolo portò il Vangelo tra i Germani abbattendo la quercia sacra di Giove a Geismar, compilando il suo Indiculus superstitionum et paganiarum, catalogo meraviglioso e inquietante di tutto ciò che ancora sopravviveva e andava estirpato. Sono, come lo studioso avverte, tracce sbiadite, racconti laconici e incerti dettati da una mescolanza di fascinazione e biasimo che rende difficile separare la descrizione dall’invenzione, la testimonianza dalla demonizzazione. Eppure, attraverso questo materiale indiretto, laterale, spesso ostile, Borri riesce a restituire la densità e la vitalità di un mondo che resisteva – nelle zone d’ombra dei grandi regni, nelle foreste tenebrose, negli stagni profondi, ma anche nelle piazze delle città, nelle feste contadine, nei gesti quotidiani – molto più a lungo di quanto la narrativa trionfale della cristianizzazione abbia voluto ammettere. Il volume, strutturato in sei capitoli tematici e geografici, è un viaggio che procede per episodi, figure, luoghi: i re pagani che resistono alla conversione come scudi di tutta la loro gente; i missionari che si avventurano ab extremis terrae, ai confini del mondo conosciuto, portando una fede che per molti è anche lo strumento di un dominio politico; i culti della natura e degli animali che la propaganda cattolica trasforma in magia nera e patto diabolico; i sacrifici umani la cui storicità è discussa ma la cui presenza nei testi cristiani rispecchia l’immagine dell’Altro che i vincitori avevano bisogno di costruire. E poi il finale, inevitabile e illuminante: gli antichi dèi non sono scomparsi davvero, si sono travestiti – sono diventati santi, miracoli, feste popolari, fuochi di fine inverno, maschere carnevalesche. Halloween, i Lom a Mêrz romagnoli, mille altre sopravvivenze che arrivano fino a noi: il regno degli dèi è perduto, certo, ma mai del tutto. Un libro erudito e avvincente, scritto con quella rara combinazione di rigore scientifico e dono della narrazione che solo i grandi storici posseggono, e che restituisce voce – per quanto flebile, per quanto filtrata – a un mondo dato per sepolto.   L'articolo Francesco Borri / 900 anni di Storia proviene da Pulp Magazine.
May 29, 2026
Pulp Magazine