
Il lento sgretolamento dell’università
Jacobin Italia - Thursday, May 7, 2026
Un anno fa, lo sciopero del precariato universitario provava ad accendere la luce su quanto stava succedendo negli atenei italiani, con il molteplice attacco sferrato attraverso i tagli al finanziamento, la riforma del precariato, una proposta di riforma generale e la guerra culturale all’università. Poche settimane dopo, ai primi di giugno, il parlamento approvava, attraverso l’emendamento Occhiuto-Cattaneo-Galliani a un disegno di legge legato al Pnrr, una versione ridotta ma sostanzialmente fedele all’originale della riforma del precariato. Chiusa quella partita, necessaria a gestire, sulla pelle di chi lavora nella ricerca e nella didattica, i tagli al finanziamento, il governo prometteva di concentrarsi sul ridisegno generale del sistema universitario italiano.
Eppure, il ddl sui concorsi è impantanato alla Camera da gennaio, vittima di schermaglie interne alla maggioranza, e la riforma della governance degli atenei in senso verticista e potenzialmente autoritario non ha mai visto la luce, scatenando le ire del suo principale sostenitore, l’editorialista conservatore Ernesto Galli della Loggia, che a gennaio gettò pubblicamente la spugna definendo «impossibile» riformare l’università sulle pagine del Corriere della Sera. Anche i tentativi di allineare politicamente gli atenei alla linea governativa, pur mai sopiti, hanno ogni giorno meno presa sul corpo accademico, soprattutto dopo che il referendum costituzionale di marzo ha smontato l’aura di imbattibilità e inevitabilità che circondava il governo Meloni, rendendone palese la crisi di consenso.
Il rallentamento e l’indebolimento dell’offensiva legislativa sull’università dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo a chi si oppone al governo Meloni e alla sua idea di università piccola, segregata, politicamente allineata e tendenzialmente privatizzata. Eppure c’è poco da cantare vittoria. Non solo perché l’offensiva, pur rallentata e indebolita, è tuttora in atto. Ma anche e soprattutto perché in assenza di una grande riforma che palesi le intenzioni aggressive del governo e generi discussione, schieramento e attivazione negli atenei e nell’opinione pubblica, il rischio è che di università si smetta di parlare. Ossia che passi sotto silenzio ciò che ogni giorno continua ad accadere, sulla spinta della riforma Gelmini del 2010, dell’emendamento dello scorso anno e dei tagli governativi: nei giorni scorsi i vincitori del bando Fis 3 (un grosso programma di finanziamento a progetti di ricerca individuali) hanno denunciato gli ostacoli burocratici ministeriali e la scelta di molti atenei di offrire loro solo contratti precari. Un esempio, tra i tanti che vedremo, di un sistema che con la fine del Pnnr ha esaurito l’ossigeno finanziario e boccheggia, barcollando ogni giorno un po’ vistosamente del precedente, perdendo pezzi.
Mentre sui giornali e sui social si chiacchiera di un’università al di sopra delle possibilità del nostro paese e schiava del «posto fisso», la realtà dei numeri ci parla di un lento sgretolamento. Una realtà su cui non ci si può permettere di lasciar calare il silenzio, soprattutto nell’anno che ci porterà alle elezioni politiche.
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L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi, con un articolo sul Sole 24 Ore e uno sul Corriere, da Stefano Paleari, ex presidente della Conferenza dei rettori nonché membro di uno dei due gruppi di lavoro ministeriali incaricati di fare il «tagliando» alla riforma Gelmini: i bilanci degli atenei italiani sono a rischio per una serie di motivi, tra i quali spiccano l’aumento dei costi del personale e le esenzioni dal pagamento delle rette da parte degli studenti sulla base del reddito familiare. Nell’università c’è da fare, si scrive citando Quintino Sella, «economia fino all’osso», perché, si spiega ricordando Alcide De Gasperi, la ricerca è un lusso che non ci possiamo permettere. L’avvertimento è molto chiaro: non ci si aspetti investimenti, «perché i prossimi governi dovranno fronteggiare tante altre priorità» e si tiri la cinghia, senza esagerare con il reclutamento e con il diritto allo studio. E chissà che il governo non intervenga per aiutare le università a risparmiare, in qualche modo.
È stata questa, del resto, la logica della riforma del precariato varata lo scorso anno: fornire agli atenei una «cassetta degli attrezzi», come ama dire la ministra Anna Maria Bernini, tra cui scegliere il contratto post-dottorato più conveniente. Di fatto, tornando indietro sulle conquiste ottenute nelle ultime settimane del governo Draghi, l’esecutivo cercava nella precarietà un modo per «aiutare» le università a gestire i tagli ai finanziamenti: le risorse diminuiscono, ma se si livellano verso il basso diritti e salari di una parte della forza lavoro, si possono mantenere determinati livelli di ricerca e didattica.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il fatto che, come scrive il Corriere, nell’ultimo anno si sia raggiunto il «massimo storico della somma di professori associati e ordinari» significa poco, se si tiene conto che è contemporaneamente, e ovviamente, crollato il numero di ricercatori a tempo indeterminato (figura abolita dalla riforma Gelmini 15 anni fa). Il totale dei docenti di ruolo, in realtà, è ancora di 10 mila unità inferiore rispetto al dato del 2008, nonostante i piani straordinari di reclutamento e il Pnrr. E se tra il 2023 e il 2026 (sull’onda lunga del reclutamento straordinario varato dal governo Conte II durante la pandemia) i posti a tempo indeterminato sono aumentati di circa 4.000 unità, ciò non compensa affatto ciò che è successo, nello stesso periodo, al precariato: i ricercatori a tempo determinato di tipo A (quelli senza sbocco di stabilizzazione), che erano oltre 9.000 nel 2023, ora sono poco più di 6.000; e gli assegnisti di ricerca, che alla fine del 2024 raggiunsero la cifra record di 23 mila, ora sono circa 10 mila. Che fine hanno fatto questi 17 mila precari e precarie? Alcuni sono impiegati con le nuove figure contrattuali introdotte dal governo e non ancora riportate nelle statistiche ministeriali. Alcuni sono riusciti a stabilizzarsi. Il grosso, però, è stato espulso dal sistema universitario o, peggio, staziona ai suoi margini, tra co.co.co, borse di ricerca, docenze a contratto e magari un po’ di lavoro gratuito.
È questo il «lusso» di cui si legge sul Corriere, è questa l’università del «posto fisso» di cui si discetta nei podcast. Il sistema universitario più piccolo d’Europa, quello che costa l’1% del Pil quando la media Ocse è dell’1,5%, quello con un docente ogni 21 studenti quando la media Ocse è di 17, quello con il corpo docente più vecchio dell’intera Ocse (il 56% ha più di 50 anni) e con solo il 38% di donne (quando la media Ocse è del 45%). Quello che produce il tasso di laureati nella popolazione più basso d’Europa (il 22%, contro una media Ue del 36%). Banali dati di realtà senza tenere conto dei quali è davvero difficile dire qualcosa di significativo sull’università italiana, sulle sue storture e sulle sue potenzialità. Qualsiasi proposta di riforma che rimuova il tema del finanziamento e quello del precariato nasce, per forza di cosa, monca e priva di contatti con la materialità del lavoro di ricerca e didattica.
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Gli interventi del governo, in questo contesto, faticano ad assumere anche solo la valenza del pannicello caldo. Il piano straordinario di reclutamento finanziato dalla legge di bilancio, e teoricamente destinato a offrire la possibilità di un accesso alla tenure-track e quindi alla stabilizzazione ai ricercatori a tempo determinato di tipo A (figura abolita nel 2022 ma di fatto utilizzata fino all’estate scorsa grazie a una provvidenziale proroga), finanzia solo 1.500 posti, per di più solo al 50% (mentre l’altro 50% è in capo agli atenei) e lasciando a carico degli atenei il costo del successivo passaggio in ruolo. Tutto ciò avviene con una procedura riservata a chi ha avuto il contratto in scadenza nel 2025 o ce l’ha nel 2026: per quelli scaduti nel 2024 è troppo tardi, e a quelli che scadranno nel 2027 o nel 2028 penserà il prossimo governo. Se si aggiunge la riserva del 50% dei posti agli rtd-a finanziati tramite Pnrr, è facile anche per i non addetti ai lavori vedere la classica logica di segmentazione che da sempre caratterizza le iniziative governative sul precariato nella pubblica amministrazione, e in particolare nella scuola: si fa una procedura straordinaria con criteri arbitrari, la si fa in buona parte pesare sui bilanci degli atenei, e così facendo di fatto si mettono in competizione gli rtd-a del 2024 con quelli del 2025, quelli Pnrr con quelli non Pnrr, tutti gli rtd-a con gli assegnisti (esclusi da ogni procedura riservata). Una segmentazione che divide, mette gli uni contro gli altri, rende sempre più difficile costruire un orizzonte rivendicativo ampio.
A ciò si aggiunge la già citata vicenda dei vincitori dei progetti Fis 3 «starting grant», a cui da bando era stato garantito un posto da «ricercatore a tempo determinato» (e quindi, a legge vigente, un percorso verso la stabilizzazione), ma che una provvidenziale Faq ministeriale (la più sacra delle fonti del diritto) ha reso possibile reclutare attraverso contratti di ricerca precari, possibilità di cui sta approfittando una buona metà degli atenei che ospitano un vincitore. Tutto questo in un programma costato ben 432 milioni di euro, che ha premiato 326 vincitori e che produrrà, oltre alla possibile stabilizzazione di alcuni dei vincitori, svariate centinaia di contratti precari per collaborare ai progetti. Una logica, quella dell’accentramento delle poche risorse disponibili, seguita anche dal bando Prin (quello per i progetti collaborativi) uscito in queste settimane: pochi finanziamenti, progetti grandi. Pochi vincitori, in grado di reclutare torme di precari per un tempo limitato, e poi si vedrà.
La logica resta quella del finanziamento occasionale, grant-based e produttore di precariato, in crescita ovunque ma dominante in particolare in Italia, dove il finanziamento ordinario e strutturale, quello che dovrebbe durare nel tempo a prescindere da bandi e progetti, è ben più carente che altrove. Tant’è che una generazione di precari e precarie è stata allevata all’idea di «comprarsi» il posto di lavoro portando le risorse vinte con un progetto. Un meccanismo perverso a sua volta alimentato dagli incentivi premiali introdotti nello scorso decennio (grazie ai quali, ad esempio, a un ateneo conviene, in termini di finanziamento governativo, ospitare vincitori di progetti), in una grottesca corsa al bando che ha distorto completamente il ruolo e il significato dei progetti di ricerca. L’esatto contrario di un’ottica di crescita del sistema universitario nel suo complesso, che passa per un reclutamento regolare e programmato, che parta dai bisogni di didattica e ricerca per pianificare assunzioni a tempo indeterminato, a cui poi i progetti individuali o collaborativi si aggiungono.
Il punto resta lo stesso: che università vogliamo, e a cosa deve servire? Se l’università serve sostanzialmente a selezionare, valutare e certificare determinate competenze indicate dal mercato, allora ciò a cui stiamo assistendo non è un problema: un’università piccola e precaria basta e avanza, e per tutto il resto ci sono le telematiche private a scopo di lucro. Se invece riteniamo che la conoscenza possa essere al centro di una trasformazione sociale, se crediamo che ricerca e didattica servano al futuro di questo paese in forma più forte, più avanzata e più diffusa di quanto sia avvenuto finora, se pensiamo che, dalla transizione ecologica alle diseguaglianze socio-economiche e territoriali, ci siano sfide a cui i saperi possono contribuire, allora sarebbe il caso di battere un colpo. E di proporre l’alternativa a uno scenario che, anche nel rallentamento dell’offensiva autoritaria, vede l’inerzia tutta dalla parte di un graduale ma inesorabile sgretolamento.
*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).
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