Fredric Jameson / Parlare, ancora, di Postmoderno

Pulp Magazine - Friday, April 24, 2026

Einaudi torna a pubblicare lo studio di Jameson sul Postmoderno, nella traduzione di Massimiliano Manganelli dell’edizione Fazi (2007) e con la prefazione di Daniele Giglioli aggiornata all’epoca presente che – venti anni, un Internet e una Grande Recessione più tardi, e dopo anche la recente scomparsa del critico americano – della morte del Postmoderno ha dato da tempo notizia per nulla prematura. Il testo, al tempo stesso seminale e monumentale, vide la luce all’inizio del ’91 per i tipi della Duke University Press di Durham (NC) dove Jameson insegnò per quattro decenni letteratura comparata alla testa dell’Istituto di Critical Theory. Il nucleo di apertura del saggio, equivalente al primo capitolo (La logica culturale del tardo capitalismo), era già stato pubblicato alla metà degli anni ’80, a partire dall’estratto di una conferenza.

Una premessa. Chi si accinge a questa lettura impegnativa ma sostanziale, con un salto vertiginoso all’indietro dall’età di Anthropic a quella di MTV, dovrebbe in primis anche evitare di non confondere due cose indicate spesso con lo stesso nome. Tali si presentano il “Postmoderno” come tendenza, che a partire dal “populismo architettonico” dei primi anni ’70, ha investito filosofia, arte, cinema, letteratura, ecc., per diventare, fino all’altro ieri, il paradigma del gusto e del pensiero e, d’altro canto, il Postmoderno come scansione di un’epoca storicamente determinata e suggellata da quel “tardo capitalismo” che Jameson richiama già nel titolo.

Per fare un esempio personale, ho cominciato a sentir parlare di Postmoderno attorno al 1980, la prima immagine che mi viene in mente è probabilmente quella di Marion D’Amburgo nello spettacolo teatrale Crollo Nervoso dei Magazzini Criminali (ex Carrozzone), con musica di Brian Eno e scenografie di Alessandro Mendini, tra le luci al neon di un’astronave spazio temporale che si spostava tra Saigon, Mogadiscio e l’aeroporto di Los Angeles. Decine di anni dopo, avrei appiccicato il termine “postmoderno”, forse per l’ultima volta, a Scream (1996-2026), il franchise cinematografico che ha dato vita a un interminabile pastiche meta-horror con i cliché del genere slasher. Ecco, è bene mettere da parte esempi come questi, più o meno azzeccati, e allargare invece la prospettiva storica se si vuole entrare nel Jameson-pensiero.

Per il critico americano ciò che veramente conta è infatti la periodizzazione. Il Postmodernismo è fondamentalmente il paradigma culturale dominante nella terza fase del capitalismo indicata dall’economista Ernest Mandel, anch’egli marxista: “tardo” nel senso di “attuale”, l’ultimo capitalismo in ordine di tempo ma non certo per questo “degradato” o in via di estinzione! Da questa angolazione, ci riferiamo alla fase iniziata con televisione e l’atomica negli anni ’40 del secolo scorso, che succede alla fase mercantile – quella del vapore e della fotografia, caratterizzata culturalmente dalla rappresentazione del realismo –  e a quella della modernità, a cui farebbe immediatamente seguito,  con i noti disguidi,  cioè l’età dell’utopia industriale,  dell’elettricità e delle avanguardie. Un limite di questa ripartizione è che della cibernetica e della trasformazione digitale, nel libro cogliamo alla fine solo rari accenni all’ “informatizzazione”, una lacuna che suona oggi evidente e probabilmente incomprensibile ma che connota anche il salto in avanti di una riflessione nata a partire da tutt’altre urgenze politiche e culturali.

Per Jameson se la Modernità è un’epoca storicamente conclusa, questa nuova condizione andrà infatti affrontata dialetticamente, senza fiduciose esaltazioni o impropri cedimenti, ma nemmeno le anacronistiche resistenze moderniste con cui il Postmoderno al tempo fu per lo più accolto “a sinistra”. Con un poderoso sforzo di analisi e un’impressionante profusione di materiali – dall’architettura di Venturi e Portman al cinema di Lynch e Demme, dalla pittura di Warhol alla fantascienza di Philip Dick – Jameson si sforza di fornire una prospettiva che la visione di Francois Lyotard – la fine della modernità come la “fine delle grandi narrazioni”, socialismo compreso – sembrava negare.  Al momento in cui il saggio viene pubblicato, poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica,  del resto i requiem elevati alla “fine della storia” si sprecano nel milieu liberale e uno degli obiettivi del critico americano è anche quello di evitare la saldatura tra il piano della speculazione ideologica e il Postmoderno come dimensione epocale.

Un cardine dell’analisi di Jameson è infatti il modo in cui il postmodernismo abita il tempo e conosce il passato soltanto come metafora, un magazzino di immagini stereotipate da consumare al momento. Seguendo Lacan, il soggetto postmoderno perde la capacità di collegare passato e futuro, vivendo la materialità del presente attraverso una serie attimi singolarmente slegati. In una cultura dominata dalla superficie del simulacro e dal nuovo primato dell’immagine, Jameson coglie il nucleo di una radicale trasformazione: «Nella tendenziale identificazione della merce con la sua immagine (con il marchio o il logo), si compie certamente un’altra più intima simbiosi, tra il mercato e i media» (pp. 349). Le conseguenze hanno completamente ridisegnato pesi e rapporti tra la “sfera pubblica” e la vecchia “sfera della cultura” che oggi non esiste più: «Oggi la cultura ha un tale impatto sulla realtà al punto che rende problematica qualsiasi forma indipendente. E alla fine i teorici uniscono la loro voce alla Doxa secondo cui il “referente” non esiste più» (pp. 351).

Il compito politico che il postmodernismo assegna alla teoria è, secondo Jameson, quindi quello di ricostruire una mappa della totalità perduta che conosciamo soltanto attraverso i suoi frantumi.  Una “mappatura cognitiva”, riprendendo un concetto dell’urbanista Kevin Lynch qui esteso al di là del contesto primigenio, che faccia le veci della vecchia “coscienza di classe” e che permetta al soggetto di tornare a rappresentarsi dentro alla totalità sociale e globale del capitale.

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