
Per un cosmopolitismo di sinistra
Jacobin Italia - Monday, April 20, 2026
Oggi, di solito, la critica all’ordine internazionale liberale proviene dalla destra: lo Stato-nazione è supremo, le istituzioni globali sono una truffa e le élite cosmopolite hanno tradito la gente comune. La difesa, invece, di solito viene da liberali che confondono l’internazionalismo dell’ordine postbellico con il sistema economico che esso sostiene, difendendoli entrambi.
Non soddisfatta di nessuna delle due posizioni, la teorica politica Lea Ypi ci esorta invece a sviluppare quello che lei definisce un cosmopolitismo alternativo: un internazionalismo di sinistra in grado di affrontare le sfide della crescente disuguaglianza, dell’ascesa dell’autoritarismo e della spirale bellica.
Ypi è professoressa titolare della cattedra Ralph Miliband di Politica e Filosofia presso la London School of Economics. Cresciuta nell’Albania comunista, ha vissuto da bambina il suo crollo, un’esperienza che ha raccontato nel memoir Libera (Feltrinelli, 2023). Anche il suo libro più recente, Dignità (Feltrinelli, 2026), attinge alla storia della sua famiglia per far luce sull’ascesa del fascismo nel periodo tra le due guerre. Gli scritti di Ypi mettono insieme contenuti personali e spunti tratti dal suo lavoro di filosofia politica, in particolare riflessioni sul valore condiviso da liberali e socialisti della libertà e sui suoi numerosi tradimenti storici.
In questa conversazione con Meagan Day, Ypi sostiene che l’ondata globale di estrema destra non va intesa come un riallineamento geopolitico, bensì come una convergenza ideologica che rispecchia in modo inquietante il periodo tra le due guerre. Analizza la distinzione tra conservatorismo e fascismo, spiega perché la radicalizzazione del movimento Maga segue una evidente logica di escalation e sostiene che la migrazione sia fondamentalmente una questione di classe, non culturale.
Ypi si rifà anche alla storia della sua famiglia per sostenere che la sinistra deve fare i conti onestamente con i due fallimenti, radicati nei limiti dello stato-nazione, del socialismo di stato e della socialdemocrazia, entrambi riconducibili ai limiti dello stato-nazione, se vogliamo costruire una politica di sinistra adeguata alla portata della crisi attuale.
Visto il caos che imperversa in Iran, è logico partire dal crollo dell’ordine geopolitico. Mentre assistiamo alla frammentazione o alla dimostrazione della propria impotenza delle istituzioni del dopoguerra – le Nazioni unite, le istituzioni di Bretton Woods, l’intera architettura dell’internazionalismo liberale – pensi che stiamo assistendo a un fallimento di queste istituzioni o allo svelamento del fatto che non hanno mai mantenuto le promesse?
È una combinazione delle due cose. Esiste una narrazione su queste istituzioni secondo cui sarebbero sempre state al servizio dei modelli coloniali e di un particolare sistema economico, a vantaggio delle élite dei paesi ricchi a scapito delle regioni più povere del mondo. Ma queste istituzioni furono anche il risultato di sforzi volti a contrastare le tendenze escludenti del liberalismo. Non realizzarono appieno il loro dichiarato valore di libertà universale, ma rappresentarono una lotta continua per estenderlo.
Stiamo assistendo a una crisi che si tende a interpretare in termini puramente geopolitici: l’ascesa della Cina, la crisi dei rapporti tra Stati uniti ed Europa. Ma in realtà stiamo vedendo un conflitto geopolitico guidato da un allineamento ideologico: l’ascesa di una visione del mondo di destra incentrata sulla supremazia dello Stato-nazione. È etnocentrica, etnonazionalista e trova le sue basi in una critica delle élite liberali cosmopolite.
Si tratta di un fenomeno riscontrabile in Europa, Medio Oriente e Stati uniti. È un allineamento ideologico di destra, incentrato sulla prospettiva che la forza fa la ragione, i forti fanno ciò che devono fare e i deboli subiscono ciò che devono.
Sta emergendo qualcosa di nuovo a livello ideologico nella destra globale? Oppure si tratta di una situazione simile a quella della destra di sempre, solo che ora si sente più audace e libera di agire?
È molto simile alla critica alle élite liberali cosmopolite che si poteva trovare nella destra del periodo tra le due guerre, quando il fascismo era in ascesa. Molti pensano che il fascismo sia puro conservatorismo, ma in realtà contiene anche una visione costruttiva di come vorrebbe che fosse il mondo, una critica all’internazionalismo liberale già presente dopo la Prima guerra mondiale e la crisi finanziaria.
La differenza, oggi, sta nel fatto che questa sembra essere la critica egemonica del capitalismo liberale e della globalizzazione. Nel periodo tra le due guerre, esisteva un’altra interpretazione, anch’essa una critica al capitalismo e al liberalismo internazionale, ma proveniente dalla sinistra, da una prospettiva di classe. Oggi la critica dello status quo proviene in modo preponderante dalla destra, mentre la sinistra tradizionale fatica ancora a recuperare la propria critica al capitalismo.
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Redazione Jacobin Italia
Potresti spiegare meglio la differenza tra conservatorismo e fascismo?
Si tratta di una distinzione di metodi. Il fascismo è una sorta di conservatorismo rivoluzionario. Ritiene che l’allontanamento dallo status quo debba essere più radicale, perché lo status quo è troppo ancorato a presupposti liberali. Il conservatorismo, invece, percorre una strada più riformista: si attiene ai valori e alle tradizioni, ma non all’idea che sia necessario distruggere il mondo per ricostruirlo secondo una certa visione di nazione, superiorità civile e omogeneità razziale, che è alla base di gran parte del pensiero fascista.
Mentre nel conservatorismo si riscontra una maggiore propensione al compromesso con l’ordine liberale, il fascismo possiede un’energia molto più distruttiva e creativa. Nel fascismo esiste una concezione nietzschiana del rapporto tra moralità e potere, molto diversa dall’universalismo liberale. Il fascismo, nella sua essenza, si fonda sull’idea che il potere si giustifichi da sé e che le pretese morali contrarie siano solo lamentele dei deboli.
Ritienu che l’ascesa del trumpismo e di figure come Viktor Orbán e Jair Bolsonaro sia la prova di una crescente ondata fascista?
Provengono da contesti diversi. Orbán emerge dal fallimento del cosmopolitismo liberale nell’Europa orientale, dalla crisi finanziaria e dalla terapia d’urto degli anni Novanta, mentre Trump e Bolsonaro emergono dalle proprie storie personali. Ma queste traiettorie, che iniziano in modo molto diverso, sembrano tutte convergere verso una direzione fascista più utopica.
Non credo che il movimento Maga nasca effettivamente fascista. C’è un processo di radicalizzazione. Questi movimenti hanno bisogno di una visione utopica per spiegare perché non riescono a mantenere le promesse fatte in termini di politiche concrete. Perché i costi e i prezzi sono ancora così alti anche se siete al potere? Avete bisogno di un depistaggio ideologico a lungo termine per giustificarlo ai vostri elettori: un’utopia gerarchica sempre più esclusiva.
Stavo leggendo di un piccolo scandalo nella politica statunitense: la chat di gruppo dei Giovani Repubblicani di Miami è stata violata e al suo interno studenti universitari di destra si scambiavano meme sull’esoterico hitleriano Julius Evola e sul concetto di Agartha di Heinrich Himmler, concetti fascisti di nicchia e occulti. Come hai detto, non credo che questo faccia parte del Dna di Maga. Penso che si tratti assolutamente di un’escalation ideologica.
Esattamente. E mentre studiavo l’ascesa del fascismo negli anni Venti e Trenta per il mio ultimo libro, ho riscontrato una simile escalation ideologica. Quando oggi pensiamo a Hitler e ai nazisti, pensiamo al culmine: l’Olocausto, i campi di concentramento. Ma nei primi anni del potere di Hitler, i liberali che erano preoccupati per lui dicevano: «Beh, ha costretto i suoi a rimuovere gli scritti antiebraici perché aveva capito che la sua base si era spinta troppo oltre». La gente si sentiva rassicurata: «Non è così grave come sembra». Persino nel caso della Germania nazista, ci furono processi di concessioni e ritirate, una dialettica che rispondeva agli eventi man mano che si svolgevano.
Non c’è quasi nulla di più agghiacciante che analizzare a fondo l’escalation del fascismo in Germania e constatare come la gente comune si sia ritrovata come aragoste in una pentola che bolle. Quanto credito date ai parallelismi con il periodo tra le due guerre?
Credo che ci siano delle analogie reali. L’escalation fascista di destra è una risposta alla crisi del capitalismo liberale. Questo era vero negli anni Venti, ed è vero anche ora. La storia non si ripeterà esattamente allo stesso modo, ma possiamo interpretare l’ascesa della destra come una risposta ai fallimenti della socialdemocrazia da un lato e del capitalismo liberale dall’altro, come accadde negli anni Venti e Trenta.
Nel periodo tra le due guerre mondiali la sinistra aveva un ruolo di primo piano, cosa che, a ben vedere, non è più così oggi.
Sì e no. La guerra civile spagnola è stato l’ultimo momento in cui si è assistito a un vero internazionalismo di sinistra. Dopo di che, la sinistra – sia nella sua forma socialista che socialdemocratica – si è impegnata a favore dello Stato-nazione. E in questo senso, non è un progetto in grado di rispondere adeguatamente a questa crisi, che in definitiva è una crisi transnazionale. Ciò che vediamo ora è l’incapacità della sinistra di creare un ampio fronte internazionale con una visione chiara di dove vuole portare la sua critica al capitalismo.
Nel frattempo, la destra sembra stia tessendo con grande efficacia un progetto internazionale coeso.
Sì, e aveva già iniziato a farlo anche prima di essere al potere. Pensiamo a Steve Bannon e al ruolo che ha svolto nel collegare i vari movimenti di destra in Europa e in America: c’era già un’ampia mobilitazione transnazionale attorno a questa ideologia della nazione e dello stato. Sotenevano che il capitalismo è transnazionale e, pertanto, qualsiasi tentativo di criticarlo da parte della destra doveva essere anch’esso transnazionale. Questi personaggi si sono dati da fare per creare reti: think tank, piattaforme di informazione, figure individuali che fungevano da anelli di congiunzione. Hanno aspettato di andare al potere.
Quali sono le ragioni del relativo fallimento della sinistra nel fare altrettanto?
L’abbandono della critica al capitalismo come progetto di classe. Abbiamo la sinistra ambientalista, la sinistra femminista, la sinistra antirazzista, e c’è stata una critica all’universalismo che ha reso difficile connettere queste lotte basate sull’identità in un’unica visione. Paradossalmente, la sinistra ha ereditato lo stesso approccio culturalista che la destra adotta per comprendere il conflitto: affermare che si tratta di razzismo o di genere senza inserire queste critiche in una critica più ampia del modo di produzione.
Ciò che manca davvero alla sinistra è un cosmopolitismo alternativo. Quando ero studente in Italia, tra la fine degli anni Novanta l’inizio degli anni 2000, quello fu il momento del movimento alter-globalizzazione. C’era il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, l’idea emergente di una globalizzazione alternativa. Ma quel movimento fu soffocato dall’egemonia del neoliberismo, che insisteva sul fatto che non servisse un’altra politica, ma solo la politica giusta. Tutto ciò che bisognava fare era assecondare la Terza Via: soluzioni politiche, un po’ di redistribuzione, compromessi con le élite economiche.
Noi che eravamo in piazza venivamo considerati dei romantici ingenui che non capivano che la Guerra fredda era finita e che non c’era alternativa. Questo è ciò che abbiamo perso, ed è ciò che stiamo cercando di recuperare.
La sinistra ha nutrito diffidenza nei confronti dello Stato-nazione, e a ragione. Tuttavia, nella storia recente, è stato soprattutto in questo contesto che i deboli sono riusciti a esercitare il loro potere. C’è forse qualcosa di positivo nello Stato-nazione?
In termini pragmatici, sì, perché lo Stato-nazione è il luogo in cui risiede il potere coercitivo. Se si vuole prendere ed esercitare il potere, bisogna sapere dove risiede. Altrimenti, la lotta sociale rimane ovunque e da nessuna parte.
Ma il motivo per cui la gente riponeva tanta speranza nello Stato-nazione era che negli anni Venti e Trenta si assisteva alla contrapposizione tra nazione e impero. Il nazionalismo era una forza progressista nella lotta contro l’ordine imperiale, contro le chiese e le monarchie che non godevano di alcuna rappresentanza democratica. Ecco perché veniva presentato come progressista nei dibattiti di sinistra dell’epoca, negli scritti di [Vladimir] Lenin, [Rosa] Luxemburg e così via.
Ma ora l’impero è finito. Lo Stato-nazione stesso è un rappresentante del vecchio ordine. Il nazionalismo non è più progressista, nemmeno nella sua formulazione più favorevole. È solo l’esclusione dell’altro. Si tende a distinguere tra nazionalismo etnico e nazionalismo civico, ma in definitiva, quando c’è un confine, c’è una differenza tra chi è dentro e chi è fuori. È inevitabilmente un’esclusione. Ci troviamo in un momento diverso e abbiamo bisogno di un’analisi diversa.
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Jamie Maxwell
Come dovrebbe posizionarsi la sinistra quando si rivolge a un pubblico che nutre serie preoccupazioni sulla migrazione?
Innanzitutto, dobbiamo cambiare il modo di parlare, allontanandoci dalla moralizzazione della migrazione. Gran parte del dibattito di sinistra si basa su affermazioni del tipo: i confini sono arbitrari, la libertà di movimento è un diritto fondamentale, perché le persone non dovrebbero poter circolare liberamente? Il discorso è talmente moralistico che è difficile distinguere la difesa dei migranti da parte dei liberali da quella della sinistra.
La migrazione diventa un problema solo quando si verifica in contesti di rapporti di potere asimmetrici, come ad esempio dal Sud del mondo al Nord del mondo. Nessuno si preoccupa della migrazione dal Canada agli Stati uniti o dall’Australia alla Gran Bretagna. Ci preoccupiamo della migrazione solo quando essa riflette asimmetrie di potere più ampie. E queste asimmetrie sono a loro volta il risultato di guerre, crisi economiche e degrado ambientale.
La migrazione è una conseguenza, non una causa. Se si vuole davvero risolvere il problema, bisogna intervenire a livello delle sue cause. Ed è qui che la destra non ha una risposta. Dire «Dobbiamo rendere di nuovo grande il nostro paese a spese degli altri» conduce soltanto a guerre, crisi e disastri in tutto il mondo e, di conseguenza, a più migrazioni.
È fondamentale anche sottolineare la dimensione di classe. I confini non sono mai stati così aperti per alcuni e così chiusi per altri come lo sono ora, persino nei paesi al potere con la destra. Mentre Trump pubblicava quelle immagini di persone incatenate che venivano deportate, si vantava allo stesso tempo di quanto fosse facile per gli oligarchi russi ottenere visti per investitori.
I visti d’oro, i programmi di cittadinanza per investimento: la destra si è dimostrata completamente disposta ad aprire le frontiere ai ricchi. Quindi, se la vera preoccupazione è la mescolanza e l’integrazione culturale, perché la migrazione diventa così facile per alcuni e così difficile per altri che provengono dallo stesso contesto culturale? La migrazione è una questione di classe, non di cultura.
Sei cresciuta intorno al 1989, e il tuo memoir lo descrive come un punto di svolta molto ambiguo piuttosto che trionfale. C’è qualcosa nell’esperienza post-comunista che ci offra strumenti utili per riflettere su questo momento di instabilità?
Uno degli aspetti interessanti della letteratura sulla transizione degli anni Novanta è il concetto di «tripla transizione». Gli ex paesi comunisti dovevano costruire economie di mercato, stati democratici con strutture di legittimazione e risolvere il problema territoriale, ovvero tutti i conflitti nazionalisti all’interno di entità multinazionali come la Jugoslavia e l’Unione sovietica. Gli studiosi sottolineavano che non era possibile raggiungere tutti e tre gli obiettivi contemporaneamente e che in quelle società non esistevano istituzioni intermedie: né sindacati, né una vivace società civile, né veri e propri partiti.
La cosa affascinante è che si diceva tutto questo come se l’Occidente fosse rimasto immutato. Si prendevano gli aspetti migliori dell’Occidente – l’età dell’oro della socialdemocrazia, i vincoli imposti al mercato, i partiti di massa – e si sosteneva che l’Oriente dovesse recuperare terreno. Ma mentre si tenevano queste discussioni, in Occidente quelle istituzioni intermedie venivano completamente smantellate. Era il periodo in cui si distruggevano i sindacati, in cui i partiti si trasformavano in partiti-cartello. Tutto ciò verso cui l’Oriente avrebbe dovuto orientarsi andava perduto.
Si è trattato di un’operazione ideologica che ha attribuito i successi delle socialdemocrazie occidentali al liberalismo anziché al movimento operaio, mentre allo stesso tempo l’era di Margaret Thatcher e Ronald Reagan stava distruggendo proprio il movimento operaio. Si attribuivano il merito di ciò che il movimento operaio aveva realizzato, ma senza le strutture che avevano reso possibili tali risultati. Ciò che si prevedeva sarebbe successo in Oriente – leader autoritari di destra che usavano questioni culturali per distogliere l’attenzione dai fallimenti economici – ha finito per accadere sia in Oriente che in Occidente. La transizione non è avvenuta da Oriente a Occidente, ma da Occidente a Oriente.
Vorrei soffermarmi su un punto della tua intervista con Aaron Bastani su Novara Media, che riguarda la storia della tua famiglia, perseguitata sotto il comunismo, e la tua successiva identificazione con il socialismo. Quasi tutti gli statunitensi, quando si parla di questo argomento, sentono dire: «La mia famiglia ha vissuto sotto il comunismo, è stata perseguitata, e posso affermare con certezza che non può funzionare». Eppure, molti socialisti sono stati perseguitati sotto il comunismo e hanno mantenuto la loro fedeltà ai valori socialisti. Puoi raccontarci come questo ha funzionato nella tua famiglia?
Mio nonno era un socialdemocratico e per questo fu perseguitato dalla leadership comunista albanese. Ma il socialdemocratico degli anni Venti e Trenta era diverso da ciò che intendiamo oggi per socialdemocrazia. I socialdemocratici di quell’epoca non ritenevano che democrazia e capitalismo fossero compatibili. La socialdemocrazia, alle sue origini, era un progetto molto più radicale di quanto le si riconosca oggi.
L’unica vera differenza tra socialdemocratici e comunisti all’epoca riguardava la rivoluzione e, di conseguenza, il rapporto tra l’avanguardia e il popolo. Il grande dibattito tra Édouard Bernstein e Rosa Luxemburg verteva sul metodo, riforma contro rivoluzione, ma gli obiettivi erano gli stessi. Il presupposto fondamentale era che, per ottenere una vera democrazia, fosse necessario contenere e infine sconfiggere il capitalismo.
In luoghi come l’Albania, il progetto di costruire il socialismo si fuse con il progetto di costruire uno stato-nazione dalle ceneri dell’impero. Ciò significava che non si trattava di un socialismo costruito con mezzi democratici. Si aveva questo strano ibrido: controllo sui mercati ma nessuna sfera pubblica funzionante, nessuna legittimazione democratica, nessuna democrazia di partito. Era socialista sotto certi aspetti importanti, ma era anche molto repressivo, anche nei confronti dei socialisti e dei socialdemocratici che si discostavano dalla linea.
Al contrario, possiamo immaginare un socialismo democratico. È possibile avere uno stato socialista con una costituzione socialista e diversi tipi di partiti socialisti, e in effetti un sistema multipartitico contribuisce notevolmente alla legittimazione e alla responsabilità. Perché, dunque, adottiamo questa interpretazione così ristretta di cosa fosse il socialismo, esemplificata da casi come quello albanese, e la consideriamo la definizione definitiva, in contrasto con tutte le alternative socialiste che furono represse dai socialisti di stato?
A volte mi dicono che non mi importa della mia famiglia. Ma non capisco perché preoccuparmi della mia famiglia significhi schierarmi dalla parte di coloro che mio nonno ha sempre considerato nel torto. Lui ha sempre pensato che il capitalismo fosse il problema. Il fatto che abbia sofferto sotto il comunismo in Albania non significa che il capitalismo abbia smesso di essere un problema. Rimanere fedele alle mie radici significa non lasciare che i suoi nemici definiscano cosa significhi il socialismo.
Credo che i socialisti più recenti a volte siano confusi su questo punto. Hanno elaborato la propria critica al capitalismo, e ora il mondo sembra diviso in due campi contrapposti, e loro vogliono stare dalla parte giusta. È fondamentale sfumare questo quadro.
Giusto, ma in realtà, per ricostruire la sinistra, bisogna fare i conti con entrambi i fallimenti del ventesimo secolo: il fallimento del socialismo di Stato e il fallimento della socialdemocrazia nella sua versione radicata nello Stato-nazione. Il socialismo di Stato fallisce a causa del suo legame indissolubile con lo Stato-nazione, della sua mancanza di democrazia e della sua negligenza nei confronti delle libertà fondamentali come la libertà di movimento, di associazione e di espressione. Non si può semplicemente dire: «Dovevano farlo, quindi bene così». Il socialismo è sempre stato sinonimo di uguaglianza, ma non si è mai limitato solo a questo; si è sempre basato anche sulla libertà.
Allo stesso tempo, dobbiamo anche essere molto critici nei confronti dei socialdemocratici e del modo in cui hanno sceso a compromessi con il capitalismo, e di dove ciò ha portato: alle ondate di neoliberismo degli anni Novanta. Entrambi i fallimenti sono legati allo Stato-nazione. Un’alternativa deve trarre lezione da entrambi. Dobbiamo recuperare la critica al capitalismo da un lato e la critica allo Stato-nazione dall’altro. Lo Stato-nazione richiede strutture di legittimazione che non funzionano con una critica del capitale transnazionale, un capitale che opera sia nel Nord che nel Sud del mondo, che genera imperialismo e conflitti per le risorse a livello globale.
Quali sono le tue preoccupazioni riguardo agli eventi in corso in Iran?
La guerra è la logica conseguenza della tendenza a rispondere alle crisi politiche ed economiche giurando di rendere di nuovo grande il proprio paese. Una visione del mondo costruita attorno allo Stato-nazione si fonda necessariamente sull’idea che il mondo appartenga ai potenti e che i potenti abbiano il diritto di distruggere tutto ciò che non si conforma. La guerra non è altro che questa logica portata alle sue estreme conseguenze.
Ma ciò che è davvero interessante di questa guerra contro l’Iran è che gli Stati uniti non sentono il bisogno di legittimarla moralmente. Se pensiamo alla guerra in Iraq, gli internazionalisti liberal si sono prodigati per spiegare che si trattava di norme internazionali, di giustizia internazionale. C’era bisogno di una giustificazione che andasse oltre lo Stato-nazione. La logica non era semplicemente la pura e semplice forza bruta. In questa guerra, di tutto ciò ce n’è ben poco.
Ciò sembra riflettere la debolezza dell’istituzionalismo liberale. Forse siamo giunti al punto in cui la destra può semplicemente condurre una guerra alle proprie condizioni, senza minimamente appellarsi all’etica dell’ordine liberale.
Sì. Ma nel difendere il pacifismo, è importante non farlo solo sulla base della necessità di rispettare l’ordine internazionale liberale, perché tale ordine è sempre stato imperfetto e asimmetrico. Il vero pacifismo è possibile solo dopo aver superato entrambi i problemi: il capitalismo da un lato e lo Stato-nazione come ostacolo alla realizzazione di un mondo socialista dall’altro. Esiste una visione delle istituzioni internazionali che non si limita a difendere le istituzioni esistenti nella loro forma attuale.
Non credo che si possa delineare un programma in dieci punti per il futuro. Si parte da un’analisi del momento presente e da una critica di ciò che non ha funzionato in passato, per poi costruire le istituzioni democratiche necessarie a portare avanti questa critica. Credo però che debba assumere la forma di un cosmopolitismo alternativo. Questa è la via più coerente per dare un senso ai conflitti del mondo globalizzato.
*Lea Ypi è professoressa di teoria politica alla London School of Economics. Il suo ultimo libro è Dignità (Feltrinelli, 2026). Meagan Day è redattrice senior di JacobinMag, dal quale è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della redazione.
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L'articolo Per un cosmopolitismo di sinistra proviene da Jacobin Italia.