
Romano Luperini: l’eredità di un maestro
Jacobin Italia - Saturday, April 18, 2026
«La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera». (R. Luperini, L’uso della vita. 1968)
Romano Luperini (1940-2026) è stato un intellettuale complessivo: a marcare tutta la sua lunga traiettoria esistenziale e pedagogica è stata la ricerca, inesausta e oggi per lo più negata, di una saldatura tra lavoro culturale e progetto politico. Nel 1965 a Pisa ha fondato una piccola rivista, Nuovo impegno, che divenne uno dei luoghi di discussione della nuova sinistra. Nei decenni Sessanta e Settanta è stato un intellettuale militante: attivo inizialmente nella Lega dei comunisti e nel Potere operaio pisano, ha poi ricoperto ruoli di dirigente in Democrazia proletaria e ha partecipato alla direzione del Quotidiano dei lavoratori. Nell’ultimo ventennio del secolo si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e più simili a un’azienda.
Mentre svaniscono i soggetti del cambiamento e il neoliberismo frantuma la società, Luperini resta estraneo ai trasformismi che hanno coinvolto la maggior parte della generazione ex-sessantottina. Non è dunque un «pentito» ed è invece un «insistente» come uno dei suoi maggiori maestri, Franco Fortini. A differenza di Fortini, tuttavia, mantiene sempre salda la fiducia nel lavoro dei gruppi politico-culturali, anche ristretti; è un infaticabile promotore di periodici e produttore di lavori di divulgazione o di storicizzazione (Il Novecento, 1981 e La scrittura e l’interpretazione, con Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, 1998), dirige per un trentennio la rivista Allegoria che ha per sottotitolo «per una teoria materialistica della letteratura», intesse un dialogo costante con il mondo della scuola e promuove la resistenza degli insegnanti alle derive neoliberali, come attesta nel 2012 la creazione, con un collettivo di redattrici e redattori, del blog laletteraturaenoi.it.
È perciò impossibile isolare il momento «scientifico» della sua eredità, caratterizzato dalle fondamentali monografie su Verga, Montale, Tozzi, Pirandello, dall’insegnamento rivolto a generazioni di studentesse e studenti nelle università di Lecce, Siena, Toronto, dalle centinaia di seminari per i docenti della scuola in tutta Italia e dall’impegno politico e civile.
Come critico letterario Romano si è formato con Luigi Russo e ha dialogato precocemente con Sebastiano Timpanaro: lo dimostra il suo primo libro (Pessimismo e verismo in Giovanni Verga, 1968) derivato dalla sua tesi di laurea. Il verismo, con la sua carica demistificante, a suo parere ha in Verga lo stesso valore critico-negativo che l’illuminismo aveva avuto, nella prospettiva di Timpanaro, per Leopardi. All’origine del suo metodo vi è il rovesciamento dello storicismo progressivo ed evolutivo, dominante nella cultura della sinistra ufficiale del dopoguerra. La sua critica procede per fratture e per dettagli prelevati sui singoli testi, descritti e interpretati con digressioni teorico-filosofiche e con strumenti desunti da Gramsci, Adorno, Lukács, Benjamin.
Nella sua saggistica si privilegiano la contraddizione, la disarticolazione, il montaggio: l’eredità, insomma, delle avanguardie storiche e soprattutto dell’espressionismo. Ciò implica una scommessa sulle persistenze del Moderno inteso come età del conflitto, in un contesto ormai Postmoderno, di disincanto ben remunerato e di «nichilismo morbido», intimamente avverso alle ideologie e alle idee stesse di storia, di classe e di rivoluzione: Luperini, infatti, con il termine «modernismo» non si riferisce solo a un’importante tradizione culturale e letteraria europea e italiana ma anche – e soprattutto – a una rigorosa autocoscienza intellettuale e a una prospettiva antropologica e politica. Questo maestro ha dunque esercitato, nel passaggio del millennio, un capillare e coerente lavoro culturale controtempo: con Walter Benjamin, ha argomentato in tutte le sedi in cui ha potuto prendere la parola, la nuda consapevolezza della perdita di ogni «aura» delle arti nel quadro globalmente mercificato ma, al contempo, la puntigliosa ricerca nell’interpretazione dei testi di un’allegoria politica, di un senso socialmente condivisibile. È stato, perciò, un critico neomarxista straordinariamente originale: comparabile per statura a Fredric Jameson pur nella diversa severità di giudizio riguardo al postmoderno, e superiore al critico americano per la chiarezza didattica e discorsiva del linguaggio. I tratti tipici del suo stile, sia nell’oralità che nella scrittura, sono infatti la tenace lucidità e la limpidezza argomentativa che sottendono una fiducia nell’etica del dialogo e, con Lukács, nell’ontologia dell’essere sociale. Le sue formule, concise come parole d’ordine, sono destinate a un’efficace memorizzazione: dialogo, conflitto, allegorismo, contraddizione, nichilismo morbido, relativismo critico, materialismo, modernismo.
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Nelle sue magistrali letture delle opere letterarie moderne e contemporanee – da Gadda a Volponi, da Cormac McCarthy ad Annie Ernaux – ha dato rilievo ai frantumi intesi come allegorie prive di chiavi prestabilite di decifrazione: le Bestie di Federigo Tozzi o le zoomate di Pirandello sui dettagli corporei dei personaggi, staccati dal tutto, divengono – come in Kafka – emblemi ed enigmi di un mondo destituito di senso, in cui sono divenute impossibili le «corrispondenze» simboliste, estetizzanti o mistiche.
La sua «ermeneutica materialista», argomentata nei volumi L’allegoria del moderno (1990) e Il dialogo e il conflitto (1999), si articola in quattro punti: 1) prende le mosse dal riconoscimento della materialità del testo e della sua storia, e dunque dal contenuto di fatto e dalla necessità del commento filologico; 2) tiene conto, tuttavia, con Benjamin, che compito del critico è enucleare dal testo il contenuto di verità, ossia quel significato che ne legittima la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3) è consapevole che ogni ipotesi di senso si inserisce in un conflitto, in una proposta educativa e in una lotta per l’egemonia; 4) dichiara, dunque, la propria responsabilità, la propria parzialità e il proprio impegno, perché l’intera cultura dell’Occidente, anche nei suoi più splendidi risultati estetici, consegue al dominio e alla barbarie che vanno smascherati dall’interprete materialista.
Luperini è stato dunque, al contempo, un critico della cultura e della società, uno storico della letteratura, un teorico, un comparatista e un docente d’eccezione: con lui si sono formati centinaia di donne e uomini che hanno assunto, a vari livelli del lavoro culturale, una funzione critica. Forse il suo lavoro più ardito è L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale (2007). Questo libro ha un taglio tematico, comparativo e interdisciplinare, a cavallo tra letterature occidentali e arti figurative, e la stessa parola-chiave destino, esibita dal titolo, implica il dialogo con il più importante critico del Novecento: Giacomo Debenedetti. L’incontro e il caso prendendo in esame testi di narratori europei tra Otto e Novecento (Manzoni, Joyce, Flaubert, Maupassant, Verga, Tozzi, Proust, Svevo, Pirandello, Musil, Kafka) storicizza una costante antropologica: l’incontro con l’altro, scena fondativa della società umana che, traducendosi ora in dialogo ora in conflitto, indica simbolicamente un orizzonte comunicativo ma anche il rischio distruttivo soggiacente a ogni relazione ineguale tra gli uomini. La storicizzazione di questo tema nei testi permette di individuare una cesura radicale collocabile intorno al 1848: l’epoca dell’involuzione della borghesia e della reificazione della sua autocoscienza intellettuale, secondo Lukács e i francofortesi.
Ogni incontro con l’altro successivo a quella svolta, per Luperini, può avere un suo senso parziale, non più pieno o compiuto, perché ci rivela nello splendore delle opere l’orrore sociale che contiene: una civiltà infatti, come vuole Adorno, è degna di chiamarsi tale solo se consente agli uomini «di essere diversi senza paura». Dopo il 1848, la scena letteraria dell’incontro interpretata da Luperini cambia dunque in profondità: evapora l’esperienza, si privatizza il concetto di destino, l’altro cessa di essere il polo di un dialogo per diventare solo l’occasione di un turbamento nevrotico.
Tuttavia il destino dell’uomo occidentale, simboleggiato dagli incontri tra i personaggi nei romanzi del canone europeo, non viene del tutto annichilito dalla mercificazione capitalista delle esistenze. Qui Luperini sembra dare spazio, anche contro sé stesso, a una diversa lettura dei testi e del mondo in cui il tema letterario è anche patèma: il rapporto col mondo passa infatti attraverso il corpo e restituisce nonostante tutto un’«immaginazione materiale» e utopica che, nell’epoca della derealizzazione, mediante la forma e l’invenzione, riempie di consistenza le cose, obbliga il lettore a fare i conti con un bisogno negato di tenerezza e di senso, individuale e collettivo. Nelle opere narrative, questa persistenza di una dimensione sociale non nichilista, si dà soprattutto nei periodi di scelta, di pienezza e di speranza politica: a esempio, nelle opere resistenziali di Italo Calvino, di Beppe Fenoglio, di Primo Levi, di Gigi Meneghello, di Renata Viganò. Anche Romano ha tentato questa via quando alla scrittura critica ha affiancato quella autobiografica e romanzesca: nei romanzi della sua tarda età, I salici sono piante acquatiche (2002), L’età estrema (2008), L’uso della vita. 1968 (2014), La rancura (2016) e L’ultima sillaba del verso (2017) le voci narranti e i dialoghi rimemorano le pulsioni vitali, il rapporto con il padre, la malattia, l’invecchiamento e la dimensione sociale dell’esperienza individuale con una scrittura narrativa che mantiene una forte attenzione saggistica rivolta agli accadimenti storici.
In particolare L’uso della vita riesce nell’impresa di raccontare il Sessantotto senza toni nostalgici o apologetici e senza abiure. In questo romanzo le esperienze personali si accompagnano al progetto di cambiare il mondo, mentre personaggi e ambienti sono tratteggiati per dettagli: le calze colorate di Ilaria, gli occhi «taglienti» del padre, la testa bianca di Fortini sul palco di una piazza gremita, le urla dei carcerati, il poster della ragazza vietnamita che spinge con il fucile un colossale soldato statunitense. Il flusso dei dettagli rimanda il lettore a significati ulteriori così come l’eccezionalità decisiva della «corrente» del Sessantotto spinge Marcello, il giovane protagonista, nel vortice del movimento e delle assemblee, fra entusiasmo e introspezione.
Nella pagina conclusiva di L’uso della vita Marcello osserva il vagare di una piuma: «La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera». Per un materialista come Romano, a dare un senso alla vita oltre la morte è la dimensione collettiva: l’eredità trasmissibile e la prassi che i compagni potranno condividere. La «costruzione» del volo è un’allegoria che chiede di essere decifrata: il tentativo di conquistare una direzione, una finalità e una «mediazione» raffigurate dal moto del passero, ben oltre le giravolte irrelate della piuma, ha caratterizzato la vita intera di questo maestro e quella di tanti suoi allievi che hanno avuto il privilegio di incrociare la sua traiettoria.
*Emanuele Zinato insegna Letteratura italiana contemporanea e Didattica della letteratura all’Università di Padova. È redattore del blog La letteratura e noi fondato da Romano Luperini.
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