Bisogna salvare il multilateralismo

Assopace Palestina - Friday, April 17, 2026

di Pedro Sánchez

Le monde diplomatique di aprile 2026, 16 aprile 2026.  

«No alla guerra». Nel concerto delle nazioni, la Spagna ha parlato fuori dal coro. Ancora una volta, dopo l’aggressione statunitense contro il Venezuela, dopo il genocidio di Gaza. Il primo ministro spiega sulle nostre colonne le ragioni per cui il suo paese rifiuta la legge del più forte.

Bruce Nauman: Una vasca con cento pesci. (foto Ap)

Nessuno cambia il proprio comportamento alla vista di una pila di pezzi di carta. A meno che qualcuno non dica che si tratta di denaro.

John Searle, uno dei filosofi più influenti tra quelli che hanno riflettuto sul funzionamento delle istituzioni, ricorreva a questo semplice esempio per illustrare una verità più profonda: l’esistenza di gran parte del mondo sociale si deve solo al nostro riconoscimento collettivo. Una linea su una mappa diventa un confine. Delle parole messe per iscritto in un trattato diventano obblighi vincolanti. E, come si è detto, un pezzo di carta diventa ricchezza.

Queste finzioni condivise rendono possibile la vita in società. Il denaro è una di queste. Così come il sistema multilaterale e le norme del diritto internazionale che regolano le relazioni tra gli stati. Eppure molte persone, mentre accettano la prima di queste finzioni senza la minima esitazione, rifiutano prontamente la seconda. Il motivo è semplice: alcune finzioni pongono dei limiti al potere. E rompere con un ordine fondato sulle regole può avvantaggiare qualcuno a scapito di tutti gli altri.

Negli ultimi anni, le pressioni esercitate sull’ordine internazionale si sono intensificate su due fronti. Da un lato, alcune grandi potenze o potenze emergenti ritengono di poter indebolire le norme esistenti, rimodellandole a proprio vantaggio. Questa tendenza trova nella guerra la sua espressione più brutale. L’invasione russa dell’Ucraina, il devastante genocidio perpetrato a Gaza, le iniziative unilaterali degli Stati Uniti volte a provocare un regime change in Venezuela e, ora, in Iran – tutte operazioni intraprese senza nemmeno cercare una parvenza di approvazione internazionale – confermano che alcuni governi stanno apertamente sfidando le fondamenta stesse del sistema internazionale. La medesima logica si può osservare all’opera anche al di fuori del campo di battaglia propriamente detto, nella militarizzazione del commercio, della tecnologia e persino dei flussi migratori, sempre più spesso impiegati come armi per ostacolare i rivali o per perseguire i propri interessi geopolitici.

Alcuni dirigenti scelgono il silenzio invece di difendere il diritto internazionale

D’altro canto, l’ordine internazionale fondato sulle regole viene gravemente scosso anche quando i dirigenti politici, di fronte a tali aggressioni, scelgono il silenzio e l’ambiguità invece di difendere il diritto internazionale. Nel tentativo di evitare lo scontro, cadono nella trappola dell’appeasement, la convinzione errata che la moderazione possa ammorbidire chi viola le regole. Pensano che le parole incidano molto meno sull’ordine internazionale rispetto alle bombe. Si sbagliano. Quando si tratta di norme, le parole plasmano il mondo. Quando le potenze di medio livello si dimostrano incapaci di difendere il diritto internazionale – o, peggio, lo abbandonano – non fanno altro che accelerarne l’erosione. La loro debolezza non passa inosservata. Gli alleati la notano. Gli stati, grandi e piccoli, la notano. E quando un numero sufficiente di attori giunge alla conclusione che le norme non contano più nulla, il sistema inizia a sgretolarsi. Nel tentativo di proteggersi, queste potenze finiscono per produrre proprio il disordine che temevano.

Queste dinamiche si basano su un’idea semplice ma falsa: che in un mondo multipolare, un ritorno alle sfere d’influenza potrebbe al tempo stesso favorire le grandi potenze, creare un equilibrio tra di esse ed essere vantaggioso per i loro cittadini. La storia suggerisce esattamente il contrario. Quando le regole comuni scompaiono, non è la concordia a prevalere ma la rivalità. E questo porta a conflitti e povertà per tutti. O quasi. È importante comprendere che ciò che diamo per acquisito e che rende dignitose le nostre vite – crescita economica, mercati funzionanti, protezione sociale – si fonda sulla stabilità internazionale e sulla pace. Il multilateralismo non è un ideale astratto, è una realtà quotidiana. Un lavoro in una fabbrica di Detroit. Un supermercato ben fornito a Parigi. Uno studente a Londra. Una vacanza in Giappone. La nostra prosperità dipende innanzitutto da qualcosa di tanto fragile quanto essenziale: la preservazione di un ordine basato sulle regole. E se qualcuno ancora ne dubita, non deve fare altro che chiedersi come potremmo tenere in vita i nostri sistemi di welfare in un mondo in cui una guerra prolungata in Medio Oriente facesse schizzare i prezzi del petrolio a 150 dollari al barile. Non si tratta di uno scenario improbabile, con un terzo delle forniture globali di fertilizzanti bloccate a causa del conflitto, con una grave perturbazione delle principali rotte commerciali e con i mercati energetici in preda a una volatilità permanente. È quello che ci attende se dovesse prevalere la legge del più forte. Ed è la prova che l’alternativa non è tra un ordine multilaterale e un nuovo equilibrio, ma tra tale ordine e il disordine, il caos.

Checché ne dicano alcuni, il sistema non funziona a scapito delle popolazioni. Al contrario. Negli ultimi settantacinque anni, ha contribuito a creare il periodo più prospero e stabile della storia umana. Il numero di morti nei conflitti armati si è ridotto di circa la metà, anche se in tempi recenti è tornato a crescere. Il reddito mondiale pro capite è quintuplicato. Il commercio internazionale ha conosciuto un’espansione senza precedenti: dal 1950, i volumi scambiati a livello globale sono cresciuti di circa quaranta volte, con un conseguente innalzamento del tenore di vita in ogni continente. Anche le percentuali relative alla povertà estrema su scala globale sono diminuite, passando da circa il 60% a meno del 10%. Questo bilancio è tutt’altro che perfetto, ma resta nettamente migliore di quello di qualsiasi altro modello che l’umanità abbia mai conosciuto.

Questi successi non devono in alcun modo impedirci di riconoscere le imperfezioni del multilateralismo. Tale sistema non è sufficientemente rappresentativo, come dimostra il caso del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), che riflette ancora i rapporti di forza del 1945 anziché quelli del XXI secolo. Le norme internazionali, è evidente, sono talvolta applicate in modo selettivo. E quando vengono violate, spesso le istituzioni non hanno l’autorità o le risorse per farle rispettare.

Riconoscere che l’edificio presenta delle crepe non deve però indurci a demolirlo per poi andare a dormire all’addiaccio. Perché un mondo senza un ordine fondato su delle regole è un mondo in cui prevale la forza bruta, in cui la coercizione si impone più facilmente ed è più difficile coordinare gli sforzi per risolvere i problemi dell’umanità. E non possiamo permettercelo. Non ora.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di strumenti di coordinamento globale: gli stati-nazione restano gli attori centrali nella politica internazionale; molte delle sfide odierne, tuttavia, trascendono i confini nazionali e non possono essere affrontate isolatamente dai singoli paesi. Inoltre, le sfide attuali sono più complesse e urgenti di quelle che le società avevano di fronte quando l’architettura multilaterale è stata concepita. Il cambiamento climatico minaccia di sconvolgere la vita in vaste regioni del pianeta. Le migrazioni rivelano profondi squilibri globali e stanno diventando una questione politica di primaria importanza in molte società. Il controllo dell’intelligenza artificiale e il ritmo sempre più accelerato del cambiamento tecnologico comportano nuovi rischi che non conoscono confini.

Queste sfide richiedono una cooperazione globale che solo il sistema multilaterale rende possibile. Per conseguire i risultati desiderati, tuttavia, saranno necessarie delle riforme. Delle riforme strutturali e urgenti.

In primo luogo, dobbiamo liberarci dell’illusione che il sistema multilaterale possa prescindere dall’effettiva distribuzione del potere nel mondo. Se vuole sopravvivere, deve riflettere i rapporti di forza del XXI secolo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite è l’esempio più lampante del suo anacronismo: la sua composizione, la sua struttura e il sistema di veto contraddicono i principi stessi su cui si fonda l’ordine multilaterale. L’impressione che quest’ultimo non sia in grado di rispondere alle attuali crisi di sicurezza globali deriva, in larga misura, dal suo non essere stato capace di adattarsi.

In secondo luogo, il sistema deve diventare più democratico, più diversificato e più inclusivo. I paesi del Sud globale non possono rimanere meri beneficiari passivi di risorse. Devono diventare artefici del proprio futuro, con una voce, un voto e un’influenza reale nelle istituzioni multilaterali. Le grandi democrazie del Sud globale devono trovare posto nelle sedi in cui si prendono le decisioni più importanti a livello mondiale.

Infine, dobbiamo rafforzare le capacità di controllo e di coercizione delle istituzioni responsabili della sicurezza mondiale. Le norme hanno valore solo se ci si può assicurare che vengano rispettate, difese e applicate. Da troppo tempo, chi viola le regole comuni ha dormito sonni tranquilli, mentre chi le rispetta si limita a rilasciare dichiarazioni di «profonda preoccupazione». Questa situazione non può andare avanti: la «preoccupazione» deve cambiare campo. È tempo che chi viola le regole sia sottoposto a una pressione internazionale. E che chi le rispetta agisca con la determinazione che il momento esige.

La riforma deve quindi concentrarsi sull’efficacia e sulla rappresentatività. Occorrono processi decisionali più rapidi, mandati più chiari e meccanismi di attuazione delle decisioni collettive più solidi. Allo stesso tempo, dobbiamo rendere le istituzioni internazionali più efficienti, meno burocratiche, e rafforzare la loro capacità di rispondere alle crisi urgenti. In mancanza di ciò, la credibilità del sistema multilaterale continuerà a erodersi.

In nessun altro luogo la logica del multilateralismo è più evidente che in Europa. L’Unione Europea è nata da una dura lezione: rivalità a cui non si è riusciti a porre dei limiti sono sfociate per ben due volte in una catastrofe, portando alla rovina popoli, economie e stati. Diritto internazionale, istituzioni comuni, sovranità condivisa: non si trattava di aspirazioni idealistiche, ma di condizioni necessarie in un primo tempo per la sopravvivenza e in seguito per la prosperità.

Il progetto europeo illustra cosa accade quando l’interdipendenza viene organizzata e gestita, anziché temuta. Grazie a regole e a istituzioni comuni, gli stati hanno trasformato un continente un tempo segnato da guerre incessanti in un territorio definito da cooperazione, integrazione e sviluppo. Oggi i paesi europei sono tra i primi al mondo per benessere, aspettativa di vita, sviluppo sociale e democrazia. Soprattutto, hanno preservato la pace in un continente che per secoli era stato l’epicentro dei conflitti mondiali.

Per l’Europa, quindi, il multilateralismo non è soltanto un dovere morale. È anche una necessità strutturale. In un mondo regolato da norme e istituzioni, il Vecchio Continente esercita un’influenza ben maggiore di quanto la sua popolazione o il suo prodotto interno lordo (PIL) lascerebbero supporre. L’Unione amplifica la potenza dei propri membri radicandola in un sistema di leggi, regole e cooperazione.

Vale anche il contrario. In un mondo dominato dalle sfere di influenza e dalla forza bruta, la posizione strutturale dell’Europa è destinata a declinare. Una politica tra potenze favorisce gli attori più grandi e brutali. L’interdipendenza economica diventa uno strumento di pressione anziché una fonte di prosperità. Le alleanze pensate in vista della sicurezza collettiva si indeboliscono. E l’apertura dell’Europa – uno dei suoi maggiori punti di forza – si trasforma in una debolezza.

Le conseguenze di questa erosione sono già visibili. Con l’indebolimento dell’ordine fondato sulle regole, la competizione geopolitica, i vincoli economici e le pressioni esterne mettono sempre più a dura prova la coesione del progetto europeo. In un mondo più frammentato, la tentazione di tornare a calcoli strettamente nazionali non fa che crescere.

Questa opzione, tuttavia, offre solo una sicurezza illusoria. Per l’Europa, l’abbandono del multilateralismo non porterà a una restaurazione della sovranità, ma solo a una perdita di influenza. Il progetto europeo stesso dimostra che la cooperazione può attenuare le rivalità e che le regole possono rendere l’interdipendenza una fonte di stabilità e di prosperità, invece che di vulnerabilità.

L’ordine internazionale si fonda su una convinzione condivisa: che il potere possa essere limitato dalla legge, che gli impegni possano andare al di là degli interessi immediati e che la cooperazione possa mitigare le rivalità. Alcuni diranno che tali convinzioni sono pura fantasia. Ma è proprio questa fantasia che permette a miliardi di persone di cooperare, commerciare, prosperare e sperimentare un livello di pace senza precedenti nella storia.

Dobbiamo quindi considerare la crisi attuale non come un inevitabile declino del multilateralismo, ma come una prova che ci permette di testare la nostra determinazione a rinnovarlo. Abbiamo l’occasione – di quelle che si presentano una sola volta per generazione – di riformare, anziché abbandonare, le regole, le norme e le istituzioni comuni che rendono possibile la cooperazione mondiale. Senza di esse, quello che viene fatto passare per realismo si trasforma rapidamente in qualcosa di ben più brutale: la legge del più forte.

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